La perdita degli anni

Ho cominciato a perdere anni presto, molto presto.
I miei coetanei avevano ancora tutti i loro anni, folti, fitti, scuri, densi. Io invece, da che ero come loro, iniziai – ricordo era un sabato mattina – a trovarmeli nel letto, sul cuscino, per terra, davanti allo specchio del lavandino. Erano anni che credevo potessi non perdere mai: sono sempre stato fiero dei miei anni.
Da quel giorno è stata una caduta verticale, inarrestabile, ma non costante: a volte ne perdevo a manciate, altre pareva resistessero, attaccati al mio presente.

 

da giugno in tutte le librerie

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LE PASSIONI (hobby è concetto superato) AL TEMPO DI INTERNET

Una “passione” per essere tale, oggi, al tempo di internet deve farci seguire dei passaggi precisi:

1) Deve, innanzitutto, nascere improvvisa, mentre si guardano video su youtube di notte, da insonni, cercando altro. Bisogna imbattersi in qualcosa che, nell’alternanza sogno veglia delle tre di notte di un martedì, catturi magneticamente l’attenzione. Faccia sembrare ogni altra attività umana inutile e causa di perdita di tempo; deve fare esclamare “cazzo, voglio farlo anche io! Cosa mi sono perso tutto questo tempo!”. Anche se si sta parlando di manutenzione di vecchi giradischi o di sculture in alluminio.

2) Andare nei siti e forum specializzati. Scoprirne centinaia, leggere migliaia di pareri di esperti fanatici ortodossi della passione in questione. Sentirsi un neofita, un po’ dilettante un po’ impostore. Volerne di più, voler diventare come loro, adepto accettato, membro della grande comunità specialistica della passione. Volere essere parte della grande famiglia. Farsi idee raffazzonata, caotiche e contradditorie su tutti i dettagli della passione in questione: “Per lavorare l’alluminio meglio una fresa a punta 8 o 11?” oppure “per pulire le puntine una spazzolina in polietilene può andare?”. Scegliere da che parte stare, quale partito sposare, quale scuola di pensiero, così, sulla fiducia, in base agli utenti che ci sembrano più dotti, competenti. Iniziare a venerarli come maestri.

3) Una volta nata, la passione, letto migliaia di pareri, scoperto il mondo che si cela dietro ad essa, occorre metodo, disciplina, razionalità, organizzazione.
Bisogna andare su Amazon.
Cercare gli strumenti/apparecchi/dispositivi che possano permetterci di impadronirci della tecnica. Trovare la versione ENTRY LEVEL (per forza, la più economica e facile da utilizzare). Comprare tutto di foga. Tra sei giorni arriva la fresa. Devo trovare un posto in casa per il kit di spazzoline in polietilene.

4) Una volta impadronitici della passione (o meglio, una volta che essa di è impossessata di noi), stabilito che siamo ufficialmente appassionati a quella cosa, essa va comunicata. Tendenzialmente la prima persona a saperlo è la compagna. Si valuta la profondità e l’importanza della passione scelta da quanto questa metta in crisi il rapporto sentimentale. Più crisi c’è, più siamo sprofondati nella passione. Senza rendercene conto siamo già infognati al punto giusto.

5) Dopo aver svolto tutti i punti sopra elencati, occorre crearsi adepti, compagni di meraviglia, sodali e complici. Si tasta il terreno, si parla ossessivamente con amici e parenti della passione, si gettano esche un po’ dappertutto. Qualcuno di solito abbocca. Ci chiede informazioni, si interessa, mostra curiosità viva. Ci sentiamo specialisti plurilaureati. Siamo felici. La passione ci ha travolti e ora ci rende tutto con gli interessi.
Nel frattempo continua la visione di video e lettura di forum specializzati: la lingua non è più straniera. Iniziamo a padroneggiare la materia. In cuor nostro sbeffeggiamo i nuovi adepti che fanno capolino con domande ingenue e velleità puerili. Pivelli.
Con il resto del mondo ormai, parliamo più soltanto della nostra passione. Non scorgiamo gli sguardi carichi di pena e fastidio degli altri che ci ascoltano. Anzi, proviamo dolore per loro che ne sono esclusi, da tanta meraviglia.

6) Si mette in pratica la passione, finalmente. Gli strumenti ordinati sono arrivati. La fresa, scopriamo, non è che lavori così bene l’alluminio (acquistato da un grossista di provincia a peso d’oro), ma è normale, non è un attrezzo professionale, d’altronde per imparare, col tempo, con la pratica, qualcosa però fa, guarda qui questa farfalla che ho realizzato, ok, sembra una piadina, ma comunque l’ho fatta io in mezzora, pensa fra tre quattro anni, cosa sarò in grado di realizzare… Si manda a questo punto la foto della farfalla piadina d’alluminio al disgraziato che abbiamo convinto a seguirci nella passione travolgente. Si sceglie l’angolatura migliore. Ci si sente fieri, aspettando il wow ammirato di risposta. E questo è niente, bisogna aggiungere.

7) Si prova e riprova per qualche giorno. Sempre meno, sempre più saltuariamente. Non ho tempo, la vita, il lavoro, la fresa fa rumore, gli scarti per terra da pulire, avessi un laboratorio, anche solo una cantina attrezzata, magari con la bella stagione, mi metto in balcone e via.
La passione va seppellita dopo circa un mese e mezzo in un angolo sperduto dello sgabuzzino, col proposito ferreo che è soltanto un rinvio: riprenderò in mano la passione, altro che.

8) Dopo aver definitivamente abbandonato la passione, ci capita di imbatterci nel disgraziato che abbiamo trascinato con noi nel gorgo. In questo caso gli sviluppi sono due: o egli ha abbandonato prima e peggio di noi la passione, e allora è necessario farlo sentire in colpa, oppure è diventato un vero talento, realizza sculture che neanche Michelangelo, le espone già alla Gam, le vende per migliaia di euro. Sta dedicando la sua vita alla passione che NOI, CAZZO NOI, gli abbiamo trasmesso. In questo caso si tace. Un macigno nel petto, con una scusa si va via. E la notte stessa si cerca, verso le tre, su youtube una nuova passione a cui dedicare l’anima.

Io, oggi sono al punto 6 della mia nuova passione che amo tanto: la ricerca col metal detector.

Quel grumo di ricordo

Si è sciolto quel grumo di ricordo
sul marciapiede
inverno, esterno gelido,
mentre qualcuno
dorme in un letto,
con accanto la pistola
Le favole finiscono magnifiche
ed io non ho più le tue mani
per conversare

Quel grumo di ricordo
aveva attaccati capelli unghia frasi
lo conservavo nella tasca
interna della giacca, a sinistra
palpitava contro il cuore acceso
Gentile, mi chiedeva perdono
quando lo fissavo
come fosse colpa sua
e di nessun altro

Sul marciapiede
inverno, esterno gelido,
non passa nessuno
Perfino la luce del lampione
potesse, andrebbe a letto
sicura protetta da una pistola
accanto
ed invece fa il suo dovere giallo
di illuminare la fine
in una pozza che pare pianto
Non c’è rumore
rivedo me stesso e il mio cane
durante un tragitto circolare
nel vecchio quartiere
dove ci incontrammo
– il quartiere è fallito, l’hanno chiuso –
Era primavera di un anno
mai segnato nel calendario
ed io credetti speciale
il nostro stare insieme
a spendere soldi che non avevamo
a stringerci nel letargo

Ora che i pensieri mi spuntano radi
in testa come i capelli
e la barba è sempre un po’ più avanti
della lametta
Ora che è difficile farmi intenerire
la carne e gli occhi
da musiche struggenti
Ora che mio padre e mia madre
non hanno più parole per saturare
e gli amici sono naufraghi
dentro il loro stare bene
non c’è neanche il mio cane
(è morto di fatica e sta sepolto
nei suoi occhi fissi)
nessuno, oltre al lampione
e me
a testimoniare la fine
di quell’unico grumo di ricordo che avevo
l’unico di me e te assieme

Un quartiere, ora chiuso,
una primavera esplosa
di un anno ignoto
un volto, il tuo,
mi pare di ricordarlo,
non ho una pistola accanto al letto
cosa sta illuminando questo lampione
scema il principio di infarto nel petto
fa freddo
cosa faccio
un volto sta sfumando
chi stavo abbracciando
ch stavo baciando
l’aria ostile dell’inverno
dovrei procurarmi un arma
dovrei camminare
e non stare qui fermo

Un volto sbianca
due occhi una bocca
un giorno
un grumo indistinto
forse è tutto inganno
di questa nebbia sottile
chi stavo abbracciando
chi stavo baciando
mi scuote il vento
per un braccio
Di cosa stavo parlando?
chiedo al lampione
piegato dal freddo
sul suo pianto giallo

Ph by Nathaniel Watson @Nathanielw

Fare, dire

La luce lontana si sfoglia,
la copia perfetta sbadiglia.

Di questa folla, presa dalla fretta
di dire la cattiveria giusta, non resta,
vedi, che l’ombra e la camminata storta.

Saperti vicina
tra i sassi del viale, dopo dune di sale
le parole, al momento che scende
il sole e la città si fa glaciale,
sono l’unica fonte di calore.

Perderemo tutti i nostri ricordi
sbalzati dal sedile posteriore
e saranno pomeriggi e vuoti d’aria
a far posto ai nuovi discorsi.

Le nuvole rimpiante, le vie strette
e nel silenzio delle sette
di mattina, la luce vicina si sveglia
l’originale sbadiglia e
già appare sulla scena chi ancora
ti sceglie, perché non ti assomiglia.

Preferirei di no

katie-treadway-176471

Dibattito interessante quello sui dati dell’Istat riguardo ai lettori in Italia. Soltanto il 40% degli Italiani dichiara di aver letto un libro negli ultimi 12 mesi.
Interessante ma non nuovo: sono almeno 30 anni che il trend è questo.
In compenso, paradossalmente, cresce il numero della produzione di libri, il numero degli editori e la grande massa di chi scrive.
Quest’anno, al questionario dell’Istat abbiamo partecipato anche noi come Autori Riuniti: fisicamente l’ho compilato io.
Era richiesto, tra le altre cose, di rispondere a possibili motivazione per comprendere un così scarso risultato (impietoso se confrontato con gli altri paesi europei).
Le domando avevano molte opzioni di risposta: tutte comprensibili, pensate, logiche, ma tutte parziali.
Non si legge per il costo dei libri, il poco tempo a disposizione, politiche scolastiche nulle o carenti, la distribuzione, la sovrapproduzione, ecc.
Non voglio e non posso negare che questi e altri fattori incidano negativamente sulla pratica della lettura degli Italiani, ma dubito che siano esaustivi per comprendere il fenomeno e poter sperare di risolvere la situazione.

L’opzione che mi aspettavo di trovare nel questionario Istat e che, invece, non ho trovato, fa riferimento ad un libro (ovviamente). Questa opzione avrebbe avuto, al suo interno, varie sotto opzioni, in grado di analizzare il fenomeno da diversi punti di vista ma in un’ottica unitaria.
René Girard, critico letterario, filosofo, antropologo e studioso delle religioni, scrive nel 1961 un libro intitolato “Mensonge romantique, vérité romanesque”. Questo testo ha al suo interno un nuovo metodo di indagine letteraria (i passi tra virgolette sono riportati dalla voce relativa a Girard su Wikipedia):

“Invece di cercare la “originalità” delle opere, cerca ciò che esse possono avere in comune e si accorge che i personaggi creati dai romanzieri si muovono in una dinamica di rapporti che si ritrova nei vari autori. La legge universale del comportamento umano, descritta dai grandi romanzieri, secondo Girard consiste nel carattere mimetico (nel senso di imitativo) del desiderio.
Noi imitiamo dagli altri i nostri desideri, le nostre opinioni, il nostro stile di vita.”

Curioso che per arrivare a logiche di comportamento (che, vedremo, sono “metafisiche”* e non solo antropologiche per Girard) egli sia partito dai personaggi dei romanzi.

“Ma chi imitiamo esattamente? Imitiamo le persone che stimiamo e rispettiamo, mentre contro-imitiamo le persone che disprezziamo, cioè cerchiamo di fare il contrario di ciò che fanno loro e sviluppiamo opinioni opposte.”

Questo disprezzo si iscrive nella rivolta dal basso verso i poteri, le istituzioni, i possessori di cultura e di scienza, i detentori di sapere, che negli ultimi anni sta montando dappertutto nel mondo, ma in forme speciali (perché atavicamente anarcoidi) nel nostro paese: chi legge libri non è un modello da ammirare, ma da disprezzare (e chi disprezza i lettori, fenomeno grottesco, molto spesso non si risparmia dallo scrivere libri).

“Quindi il nostro comportamento è sempre un’imitazione, perché è sempre in funzione dell’altro, nel bene come nel male. I tipici modelli che si presentano nella vita di un uomo sono per esempio i genitori, il miglior amico, il leader del gruppo, la persona amata, un politico, un cantante, una guida spirituale o anche la massa in generale”.

Questo è un punto fondamentale: riporta violentemente il discorso sulla lettura ad un approccio identitario. Quanti di noi hanno per modello un “lettore”? Per la nostra società, per la nostra cultura, l’uomo lettore è un modello? Un modello appetibile, vincente, capace cioè di trascinarsi il desiderio mimetico degli altri?

“Perché imitiamo gli altri? Il nostro desiderio è sempre suscitato dallo spettacolo del desiderio di un altro per il medesimo oggetto: la visione della felicità dell’altro suscita in noi (che ce ne rendiamo conto oppure no) il desiderio di fare come lui per ottenere la stessa felicità, o, ancora più intensamente, suscita in noi il desiderio di essere come lui.”

Nessun modello, sociale e culturale, che legge è felice. Chi legge non è mai alla moda, vincente, popolare, nel mezzo della scena. Come potrebbe d’altronde? Leggere è fisicamente appartarsi, farsi da parte, restare indietro, sullo sfondo, godere di un piacere e soddisfare un bisogno egoistico che non reclama tributi e omaggi, anzi ha come una patina di mestizia, di esclusione per colpa; il lettore è “un topo di biblioteca”, uno snob, un asociale, uno che “si rovina gli occhi e la salute” (povero Giacomo!), “che ti servono tutti quei libri?”; quant’anche fosse visto con affetto, il lettore suscita un’ammirazione numinosa che è il controcanto dell’insulto, un’ipocrisia celata da finto complimento per una pratica  che non si capisce e che non si intende imitare, di cui si ha ribrezzo e paura e che si considera infelice.
Per poter inserirsi negli schemi di accettazione sociale, e far passare questa sua infamia, tenerla sotto controllo agli occhi degli altri, farla considerare semplice pratica naif, un po’ bizzarra ma tutto sommato innocua, chi legge deve compiere azioni in grado di cementare il desiderio mimetico, giustificarlo, accreditarlo per sé e per tutti: deve, innanzitutto, giustificare la lettura come puro intrattenimento o, al contrario, come pratica professionale.
Chi divora romanzi come noccioline (ma senza pretese identitarie) e l’addetto ai lavori (che coi libri ci mangia) godono di una specie di immunità: non fanno niente che realmente metta in discussione la non lettura degli altri. Niente che dica “leggere è fondamentale per la mia esistenza”. In questa duplice veste, amatoriale/professionale, la lettura è tutto sommato accettabile, rassicurante, depotenziata.
I problemi nascono quando si eleva la lettura a pratica esistenziale fondamentale e bisogno totale (come bere, dormire, fare l’amore): se dico che la lettura dei libri mi ha cambiato e mi cambia la vita, è come se svelassi una mancanza decisiva negli altri. E questo è inaccettabile.
Il modello lettore, che esiste e viene da lontano nel tempo, non è più socialmente e culturalmente degno di imitazione. Non in Italia almeno. Negli altri paesi sì, evidentemente.
Questo perché in Italia da sempre, purtroppo, non è stato mai, se non a sprazzi e folate che poco segno hanno lasciato e che spesso hanno corrotto politicamente, proposto e incentivato un modello di cittadino consapevole e partecipe, un modello di essere umano completo, premiato per la sua adesione a forme di esistenza che mettessero anche e soprattutto la lettura come componente essenziale del suo essere (sarebbe curioso a questo fine, appoggiare vicini i dati sulla lettura a quelli sul voto politico, la fiducia nelle istituzioni, la partecipazione civica, il dilagante razzismo, le pratiche di cura alternative e fai da te, l’uso distorto dei social, il possesso di beni e oggetti di un certo tipo, ecc e confrontarli con quelli di Svezia, Francia, Germania…).
Chi è approdato alla lettura lo ha fatto per vie intime e personali, per modelli vicini, familiari, amichevoli, non per un percorso istituzionale e istituzionalizzato.

“I desideri delle persone che stimiamo ci “contagiano”. Pertanto l’oggetto del desiderio assume un valore del tutto relativo e funzionale solo per il raggiungimento della stessa condizione dell’altro.”

E nessuno vuole essere nella condizione dell’infelicità. Come per lo schiavo del mito della caverna di Platone, io lettore non vengo creduto quando torno al buio della caverna, dopo aver visto la luce, dagli altri schiavi: nel mito questi cercando di uccidere il risvegliato. Nessuno può fargli credere che fino ad allora sono stati in una non realtà, buia e opprimente, e che sarebbe bastato andare avanti dopo le prime due pagine per acce(n)dere alla luce.

“Attraverso quella dei personaggi, è la nostra vita ad essere raccontata. Ciascuno di noi è attaccato all’illusione dell’autenticità dei propri desideri; i grandi romanzieri, invece, rappresentano implacabilmente tutte le menzogne, le dissimulazioni, le manovre, lo «snobismo» messi in scena dagli eroi proustiani per evitare di vedere in faccia la verità: i nostri desideri sono sempre imitazione di desideri altrui e per questo sfociano in invidia e gelosia.”

La soluzione per comprendere il nostro stato, ci dice Girard, è nei libri, nello specifico nei romanzi che mettono in scena la vita di personaggi che siamo noi. Ma chi non legge difficilmente avrà modo di svelare le dinamiche reali dietro a quelle di finzione che lo riguardano e lo descrivono.

 

*“Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato. Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira. In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente all’essere del modello. Per questo, René Girard parla di desiderio «metafisico»: non si tratta assolutamente di un semplice bisogno o appetito, perché «ogni desiderio è desiderio d’essere», è aspirazione, brama di una pienezza attribuita al mediatore”.

 


Photo by Katie Treadway on Unsplash

Quella volta


Quella volta che ho spinto la macchina per tre chilometri che si era fermata per la benzina…

Quella volta che ho dato un bacio a Margherita, si chiamava così quella ragazza bellissima che veniva a prendere il pane la mattina…
Quella volta che ho detto al capo: “io me ne vado” e poi ho riso e ho buttato il camice per terra…
Quella volta che ho corso come un pazzo per raggiungere il rifugio e le bombe piovevano come grandine malvagia…
Quella volta che al mare sul moscone mio figlio mi ha detto “guarda papà che bel tuffo che faccio!”…
Quella volta che ho preso i soldi ed ho comprato quell’anello, costava caro, ma le è piaciuto molto… l’avrà ancora addosso?…
Quella volta che c’era silenzio in classe, e nessuno sapeva la risposta, allora ho alzato la mano che mi tremava, e piano pianissimo, con la mia voce di ragazzino ho dato la risposta giusta…
Quella volta che bruciava la casa e abbiamo fatto in tempo a portare fuori solo le fotografie…
Quella volta che abbiamo aperto la porta della nuova casa per la prima volta…
Quella volta che siamo andati in gita al lago di Garda…
Quella volta che alle giostre guardavo la gente sulle montagne russe e pensavo “pazzi” e poi ci sono salito pure io…
Quella volta che mia figlia mi ha detto “sei nonno” ed io mi sono ricordato di quando, ragazzino, mio nonno mi raccontava le storie di paese ed io sognavo, allora mi è venuto da piangere…
Quella volta che abbiamo raccolto i punti dei detersivi e ci è arrivata la lavatrice nuova…
Quella volta che ho fatto dodici alla schedina…
Quella volta che le ho chiesto di sposarmi alla festa di San Giulio a giugno…
Quella volta che lei mi ha detto sì tremando…
Quella volta che di notte in ospedale, fumavo ed aspettavo…
Quella volta che ho visto la discussione della tesi dei miei figli…
Quella volta che mi aveva fatto impressione pensare che i miei figli avevano scritto un libro…
Quella volta che a me hanno fatto l‘esame di quinta elementare…
Quella volta che tornavo militare, e in osteria i miei amici mi hanno fatto festa con il vino rosso, il salame, e ci siamo ubriacati, ed io ridevo, ridevo…
Quella volta che sono andato al funerale di mia madre…
Quella volta che i medici mi hanno detto quella brutta parola…
Quella volta che io non capivo…
Quella volta che sulla bici ho fatto tutta la strada dal mio paese fino a Palermo…
Quella volta che ho visto il suo corredo, come lei lo tirava fuori dal baule…
Quella volta che ho pescato la trota e l’ho portata a casa…
Quella volta che mi è arrivata la prima pensione…
Quella volta che hanno tentato di farmi rispondere al telefonino ed io l’ho spento per sbaglio…
Quella volta che ci hanno rubato la macchina e dentro c’erano gli zainetti con i libri di scuola dei miei figli…
Quella volta che Francesca aveva la febbre alta e l’abbiamo portata di corsa all’ospedale avvolta da una coperta, ed io la tenevo in braccio ed avevo paura…
Quella volta che abbiamo mangiato in quel ristorante vicino alla spiaggia…
Quella volta che ho fatto pace con mio padre…
Quella volta che ho visto mio figlio farsi la barba…

Nella sala ricreazione dell’ospizio, Giovanni come al solito parla a sproposito da solo, seduto vicino alla finestra.

Padrone

 

 

 

 

 

 

 

 

Ingrassato da quel cappotto nero
alla ricerca di ore di lavoro
non ti passa l’abitudine
di guardare per terra
contando mattonelle sporche
sperando in banconote sperse
La tua sciarpa avrà visto
la guerra in Crimea
e le scarpe sono arieggiate come
una gabbia di pappagallo
Dove vai con quelle suole
sottili? Dove vai con le mani
fredde, il fiato pesante?
La gente ti scansa come
fossi incandescente
ma di un rosso opaco, spento
come fossi portatore
di un brutto messaggio
di un cattivo presentimento
La città ha le sue strade
ogni giorno più lunghe
e se non fosse per i portici
del centro, assaggeresti
ogni goccia di questo autunno
anonimo e freddo

Una volta qualcuno ti ha detto poeta
han battuto le mani
annunciando “lei ha vinto”
un quarto posto ad un concorso
di poesia organizzato
da una cooperativa, sotto natale
Ti sei sentito importante
nonostante il premio fosse una coppa
e non un cesto di mangiare
La coppa l’hai impegnata
quasi subito
per procurarti il mangiare
Ma il marchio, infamante pensi
estirpando le unghie,
di poeta, quello t’è rimasto
E’ così che ti chiamano, per scherno,
alla stazione
gli altri randagi adagiati sul cartone
Ma loro non sanno, nessuno sa,
che nemmeno i tuoi sogni
son privi di versi
e i giorni passano lievi
sul tempo in cui sai
che sei già padrone
di tutti i beni del mondo:
ti basta scrivere
sul retro degli scontrini
e imparare a memoria
i tuoi stessi pensieri.
Ti basta andare a capo
per non sentire la fame

Avevo un solco lungo il viso

Venerdì è stata una giornata speciale.
Cominciata con una lezione di scienze sui “perché”, sorprendendomi a leggere la curiosità profonda dei bambini sul mondo, la natura, l’essere umano.
Proseguita con musica: ho fatto ascoltare loro “Il pescatore” di Fabrizio De André.
In silenzio, in classe, si è creata una piccola magia. Ho spiegato loro verso per verso la canzone, hanno immaginato la scena, la storia dietro i versi, il sorriso muto del vecchio, gli occhi grandi dell’assassino.
Si sono commossi. A. ha perfino pianto.
Io ho avuto il privilegio speciale di sentire la canzone attraverso le loro orecchie: è riemersa intatta, potentissima, inedita.
E ho visto me stesso quando l’ascoltai, per la prima volta, alla loro età.
La canzone ci ha permesso di parlare di sbagli, del bene e del male, della ricerca inevitabile dei motivi dietro ad ogni comportamento, per capire davvero l’umanità e il cuore degli altri.
“Sarebbe bello continuarla, la canzone” mi dice D.
Ha ragione: le storie, d’altronde, non finiscono mai.

Nel pomeriggio la mia giornata si è spostata all’Università di Torino, al DAMS. Ospiti di Alessandro Perissinotto, io e i miei compagni di sogni, l’arruffato Roccioletti e il perennemente stressato Alessio, abbiamo parlato di Autori Riuniti, di editoria, di libri, di scrittura davanti ad una platea di 160 studenti.
Un’aula piena. 160 studenti. All’Università.
Il cuore all’inizio si è rattrappito dall’emozione. Ma penso che mai prima di ieri abbiamo spiegato così bene il nostro progetto. Utilizzando le parole giuste, sentendoci davvero in sintonia.
Sono momenti simbolici: anni fa da quel luogo uscimmo confusi e insicuri. Ieri ci siamo tornati per togliere un po’ di confusione e insicurezza dagli occhi grandi di quei ragazzi che ci fissavano dalle gradinate.
“Mi avete dato speranza” ci dice uno studente giovane a fine incontro. “Vi ascoltavo, e provavo a mettermi nei vostri panni. Difficile portare avanti un progetto così, ma ce la state facendo: vuol dire che si può.”
D’altronde le storie non solo non finiscono mai: servono a farne nascere altre.

Il collare

Quando lo vide uscire dal labirinto era sporco di sangue e radioso. Un dio, sembrava, e la sua fronte rifletteva i bagliori del mare. La guardò eccitato. Ora il premio.
“Ci sei riuscito?” gli sorrise.
Teseo non rispose. Lasciò cadere la spada e il collare, e tese le sue braccia.
“Mi ha quasi ucciso…” la sua voce aveva una cadenza febbrile.
“Quasi.”
“Perché il collare?”
Arianna distolse lo sguardo. Iniziò a spogliarsi lentamente. Poi spogliò lui. Il membro tendeva verso di lei. Lo prese per mano e si diressero verso un piccolo bosco di ulivi.
“Sarà qui. Ma prima indossalo.”
Teseo obbedì.
La spinse contro l’albero, le piegò la testa, la penetrò subito.
Solcava la sua pelle come fossero onde del mare. I colpi da profondi divennero frenetici, tra mugugni e i profumi forti del pomeriggio. In alto scaglie di cielo, nel cuore sussulti.
Arianna immaginò le membra possenti del fratello. La coda, le corna. Le narici che fremono. Il sangue sulla sua bocca. Mentre Teseo non si fermava, ancora e ancora, la montava come una giumenta, come sua madre. Pasifae, moglie di Minosse, il re. Madre che per la troppa voglia si unì con un toro e partorì il mostro. Cosa aveva provato? Quanto fu forte? Questo si era sempre chiesta Arianna, mentre percorreva, ogni giorno, il perimetro dell’enorme palazzo di suo padre. Esiste piacere più grande?
Il collare di cuoio e metallo sbatteva frenetico sul petto dell’uomo, mentre le sue mani la cingevano stretta. Arianna teneva il viso appoggiato alla corteccia. Le sfregava la guancia.
Ancora, ancora, non fermarti. Più forte. L’odore del giovane era quello che lei sognava, tra sangue, sudore, e pelo animale.
Con la mano sinistra raggiunse il collo di Teseo, la vena gonfia, il collare. Lo strinse forte. Lo avvicinò a sé. Chiuse gli occhi. Il desiderio era all’apice. Non smettere, non placarti, lo scongiurava nella mente. Anche io, anche io, come mia madre…
Venne trafitta da un piacere incandescente. Il bosco vorticò sempre più piano, poi si fermò.
La guancia le doleva, e la schiena, e tra le gambe era come avere fiamme accese.
Teseo stava sdraiato sulla terra, respirando forte.
“Mi hai quasi ucciso…”
“Quasi.”
“Vieni con me” le disse Teseo, ancora pieno d’ebrezza.
Arianna sapeva che non esisteva nessun filo abbastanza lungo da ricondurla a casa, dal posto in cui lui l’avrebbe abbandonata.

 

 

Teseo_Minotauro