Avevo un solco lungo il viso

Venerdì è stata una giornata speciale.
Cominciata con una lezione di scienze sui “perché”, sorprendendomi a leggere la curiosità profonda dei bambini sul mondo, la natura, l’essere umano.
Proseguita con musica: ho fatto ascoltare loro “Il pescatore” di Fabrizio De André.
In silenzio, in classe, si è creata una piccola magia. Ho spiegato loro verso per verso la canzone, hanno immaginato la scena, la storia dietro i versi, il sorriso muto del vecchio, gli occhi grandi dell’assassino.
Si sono commossi. A. ha perfino pianto.
Io ho avuto il privilegio speciale di sentire la canzone attraverso le loro orecchie: è riemersa intatta, potentissima, inedita.
E ho visto me stesso quando l’ascoltai, per la prima volta, alla loro età.
La canzone ci ha permesso di parlare di sbagli, del bene e del male, della ricerca inevitabile dei motivi dietro ad ogni comportamento, per capire davvero l’umanità e il cuore degli altri.
“Sarebbe bello continuarla, la canzone” mi dice D.
Ha ragione: le storie, d’altronde, non finiscono mai.

Nel pomeriggio la mia giornata si è spostata all’Università di Torino, al DAMS. Ospiti di Alessandro Perissinotto, io e i miei compagni di sogni, l’arruffato Roccioletti e il perennemente stressato Alessio, abbiamo parlato di Autori Riuniti, di editoria, di libri, di scrittura davanti ad una platea di 160 studenti.
Un’aula piena. 160 studenti. All’Università.
Il cuore all’inizio si è rattrappito dall’emozione. Ma penso che mai prima di ieri abbiamo spiegato così bene il nostro progetto. Utilizzando le parole giuste, sentendoci davvero in sintonia.
Sono momenti simbolici: anni fa da quel luogo uscimmo confusi e insicuri. Ieri ci siamo tornati per togliere un po’ di confusione e insicurezza dagli occhi grandi di quei ragazzi che ci fissavano dalle gradinate.
“Mi avete dato speranza” ci dice uno studente giovane a fine incontro. “Vi ascoltavo, e provavo a mettermi nei vostri panni. Difficile portare avanti un progetto così, ma ce la state facendo: vuol dire che si può.”
D’altronde le storie non solo non finiscono mai: servono a farne nascere altre.

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Il collare

Quando lo vide uscire dal labirinto era sporco di sangue e radioso. Un dio, sembrava, e la sua fronte rifletteva i bagliori del mare. La guardò eccitato. Ora il premio.
“Ci sei riuscito?” gli sorrise.
Teseo non rispose. Lasciò cadere la spada e il collare, e tese le sue braccia.
“Mi ha quasi ucciso…” la sua voce aveva una cadenza febbrile.
“Quasi.”
“Perché il collare?”
Arianna distolse lo sguardo. Iniziò a spogliarsi lentamente. Poi spogliò lui. Il membro tendeva verso di lei. Lo prese per mano e si diressero verso un piccolo bosco di ulivi.
“Sarà qui. Ma prima indossalo.”
Teseo obbedì.
La spinse contro l’albero, le piegò la testa, la penetrò subito.
Solcava la sua pelle come fossero onde del mare. I colpi da profondi divennero frenetici, tra mugugni e i profumi forti del pomeriggio. In alto scaglie di cielo, nel cuore sussulti.
Arianna immaginò le membra possenti del fratello. La coda, le corna. Le narici che fremono. Il sangue sulla sua bocca. Mentre Teseo non si fermava, ancora e ancora, la montava come una giumenta, come sua madre. Pasifae, moglie di Minosse, il re. Madre che per la troppa voglia si unì con un toro e partorì il mostro. Cosa aveva provato? Quanto fu forte? Questo si era sempre chiesta Arianna, mentre percorreva, ogni giorno, il perimetro dell’enorme palazzo di suo padre. Esiste piacere più grande?
Il collare di cuoio e metallo sbatteva frenetico sul petto dell’uomo, mentre le sue mani la cingevano stretta. Arianna teneva il viso appoggiato alla corteccia. Le sfregava la guancia.
Ancora, ancora, non fermarti. Più forte. L’odore del giovane era quello che lei sognava, tra sangue, sudore, e pelo animale.
Con la mano sinistra raggiunse il collo di Teseo, la vena gonfia, il collare. Lo strinse forte. Lo avvicinò a sé. Chiuse gli occhi. Il desiderio era all’apice. Non smettere, non placarti, lo scongiurava nella mente. Anche io, anche io, come mia madre…
Venne trafitta da un piacere incandescente. Il bosco vorticò sempre più piano, poi si fermò.
La guancia le doleva, e la schiena, e tra le gambe era come avere fiamme accese.
Teseo stava sdraiato sulla terra, respirando forte.
“Mi hai quasi ucciso…”
“Quasi.”
“Vieni con me” le disse Teseo, ancora pieno d’ebrezza.
Arianna sapeva che non esisteva nessun filo abbastanza lungo da ricondurla a casa, dal posto in cui lui l’avrebbe abbandonata.

 

 

Teseo_Minotauro

Aperilibro a Carmagnola!

Vuoi salire a vedere la mia collezione di scuse per scopare?

Penosa
Ho il cancro. Mi restano tre mesi di vita. Mi sono ammalato in Africa, mentre cercavo di salvare un villaggio dalla malaria, da solo, a mani nude.

Raccomandata
Sono il nipote della nipote di Mubarak.

Gender
Dovresti approfittarne: prossima settimana cambio sesso. Me lo faccio togliere insomma.

Indifferente
Che poi, il sesso è sopravvalutato, diciamoci la verità. Molto meglio una profonda discussione intellettuale, un’affinità di anime elette. La mano sul tuo pube? Guarda non me m’ero manco accorto, deve essersi addormentata.

Insensibile
Ho questo problema di salute che sono praticamente insensibile a livello di stimolazioni nervose
– un incidente da piccolo sotto la doccia – per cui posso andare avanti per ore. Un problema serio.

Aliena
Sono l’ultimo discendente di una razza superiore aliena. Entro la mezzanotte il mio seme imploderà e non potrò fermare l’estinzione della mia specie.

Misteriosa
Presto, potrebbero arrivare da un momento all’altro e per me sarà la fine.

Ginnica
Ho letto su Tv sorrisi e canzoni che con dieci minuti di rapporto si bruciano calorie per l’equivalente di mezzora di squash. Tu giochi a squash? Manco io.

Letteraria
C’è questa scena nell’ultimo di Saramago che mi è rimasta in testa, cazzo. Lui e lei contro la ringhiera del balcone, trasporto pazzesco: Non ho mai avuto un momento così, Neanche io, Vorrei continuasse anche dopo, Pensiamo al momento.
Pensiamo al momento?

Fiscale
L’agenzia delle entrate ha stabilito che è detraibile.

Funzionale
Ho scoperto questa cosa di avere il glande poroso. Mi dicono che funzioni.

Orientale
A Goa c’era ‘sta scuola tantrica. Per me era un momento di ricerca interiore, stavo lasciandomi dietro pezzi della mia vita. Ho frequentato così, per curiosità. Non pensavo, ti dico. E invece… Adesso sono cintura nera di penetrazione e faccio i workshop nel week end.

Saggezza
Ma sia io prendo la vita così, come viene. Oggi qui, domani là. Non mi lego a nulla, volo, plano, riparto. Tanto guarda, stiamo qui su questa terra così poco… tanto vale assaporare le cose belle senza stare a pensarci troppo. Altro bicchiere di alcol puro?

Familiarista
Non vedo l’ora di avere figli miei. Di accudirli, cullarli, allattarli. Sono proprio portato per queste cose.

Femminista
Mi fanno ridere i miei amici: l’uomo comanda, l’uomo è cacciatore, e cazzate simili. Al mondo comandano le donne. Te, ad esempio, diciamocelo con franchezza: te hai già deciso che ora mi prendi e mi sbatti. E non ci sono cazzi, la vincerai tu. Ah, voi donne. Dovrebbero darvi più potere, più soldi.

Matematica
La media è 15 miknuti e 23 secondi. Ma sai, la media vuol dire tutto e niente. C’è chi dura tre quattro minuti e chi va avanti le mezzore. Qualcuno, ehm, anche di più.

Vittimista
Ho questo tarlo che ti devo dire, che tanto lo scopriresti comunque. La mia ex, che ho lasciato io, si è vendicata caricando su internet questo video che avevamo fatto insieme. Ho provato di tutto, avvocati, polfer, niente. Sai per me è una vergogna, un’infamia. 12 milioni di visualizzazioni, con picchi di 15 sul mio cunniligus, 3400 commenti ad oggi (3413), 29876 mi piace, 500 mila iscritti al canale. Un incubo.

Interior design
Ho appena preso questo materasso riempito all’olio di mandorle, con incorporate vibrazioni olistiche e aromi di fiori di bach. Credo molto nel feng shui.

Vibrante
Prima ero molto più frivolo. Mi buttavo un po’ via. Poi sono cambiato. Adesso lo faccio solo con chi mi fa sentire certe vibrazioni. Ora sto vibrando ad esempio. Senti, senti che risonanza.

Professionale
Dopo 12 anni di carriera nel porno, ho voglia di ripartire con una nuova purezza. Sai, gesti lenti, assaporare tutto, lentezza, dodici minuti di frontale, cinque da dietro, zoom sulle parti basse, venire fuori, scrollarlo.

Artistica
Hai mai provato il body painting?

Fisiologica
No, guarda non serve essere infermiere. Potresti aiutarmi perfino tu. Dovresti solo stimolarmi un attimo, di solito poi passa, non dovesse mi chiami la guardia medica e ci pensano loro che sanno, ma secondo me passa prima.

Fantascientifica
Ho questo microchip transgenico, sperimentale a bestia. Registra tutta la prestazione, ti salva i dati sull’app, fa anche uno screening al partner, glicemia, colesterolo, tutto. Mi trovo da dio.

Subliminale
Così mi dicevi, che stai facendo Architettura, – fa caldo, eh? – Poi vuoi entrare in uno studio, ovvio, – ti spiace se tolgo la maglia? – Ma di interni o esterni? Perché sai, son cose diverse… – io intanto sbottono un secondo i pantaloni che la pizza ha gonfiato, ma tu dimmi, dimmi mi interessa moltissimo.

Animalesca
Cazzo, stanotte è luna piena! Non senti? Cioè, lo sento solo io? Davvero? Madonna come lo sento…

Contabile
La benzina fa 5 euro. Ristorante 23,50. La rosa 1 euro. C’è poi la luce dell’abatjour, hai tirato l’acqua? Allora l’acqua del condominio, la birra che hai preso dal frigo… fai un po’ tu.

Novità
Sai che non l’ho mai fatto con una senza tette?

Proverbiale
Ogni lasciata è persa. Non c’è due senza tre. Chi non risica non rosica. Ah, chi fa da sé fa per tre, dici?

Precauzionale
No ma guarda che non voglio fare sesso, ti sbagli. Cosa te lo fa pensare? Questo? Ma no, cos’hai capito, ma va l’ho messo solo per i colpi d’aria.

Record
C’è sta cosa che mi rode, di non essere riuscito ancora a superare il mio record. Quanto tempo? L’ultima cacciata via di casa dopo sette minuti. Posso fare meglio.

Romantica
Che dici se dopo ce ne fuggiamo in moto al mare e guardiamo l’alba da uno scoglio abbracciati?
Non ho la moto? Vabbè, si prende il regionale per Savona prossimo week end.

Promessa
Ho promesso a mio padre in punto di morte che non l’avrei deluso. Son sicuro che papà da lassù ci assisterà.

Politica
E la crisi, la Brexit, il terrorismo, i vaccini, gli immigrati, sempre polemiche, continuamente polemiche. Non ne posso più. Non ti ci mettere pure tu dai!

Onestà
Non sono di quelli che cerca sempre scuse. Ne ho una e uso quella tutte le volte.

Il mio nemico

Il mio nemico è chi mette alle strette
con la fretta, con parole troppo dette
Chi mi spegne la candela, e non capisce
la potenza dei bisbigli, i passi decisivi
sull’uscio del mattino, ancora preda
di sbadigli

Il mio nemico è chi mi trattiene
poco prima del salto nel baratro
e non chi lascia che io prenda la rincorsa
Il mio nemico aspetta, gira intorno, – una morsa
un colpo di teatro
e nella vertigine di luce dimentica
la strada percorsa

Il mio nemico non conosce le sfumature
di ghiaccio nella voce, il fiore appena
esploso tra il dolore e l’estate
Crede, come religione senza fede, tetro
che tutto si assomigli, che gli altri
siano appigli per la scalata all’indietro

Il mio nemico proprio adesso
sta affilando le armi, gli artigli
sta, nell’ombra di un dispetto, al posto solito
dove fa sempre freddo
Il laccio, il pugnale, lo sguardo benevolo
e la verità che sempre dice
rispettosa della legge,
degli uomini e degli ideali
Pronto a balzarmi addosso
coi suo denti micidiali
Il mio nemico è colui che non sa
ancora che mentre mi divora
si distrugge

Io lo vedo, lo sento, nel letto
quando mi parlo, e poco prima del sonno,
come sempre, mi sfugge

Il bar delle sette meno un quarto

Bisogna immaginare una mattina d’inverno. In una città del nord. Come Torino. Sono le sette meno un quarto. Stai andando a lavorare. Fa freddo, ed è buio ancora. Per strada l’asfalto luccica. I lampioni ancora accesi. Il fiato che si condensa mentre lo sputi. Come al solito non sei preparato ad uscire. Hai freddo, sonno, fastidio. Ti pesa più del solito la giornata che si appresta ad iniziare.
Sulla strada per il lavoro, vorresti entrare al bar. Non è un bel bar. Anzi è quasi brutto. È il bar archetipico della periferia italiana. A gestione familiare, grigio e marrone, odore di soffritto, la macchinetta slot machine, i giornali sul frigo dei gelati (non Algida), tazzine sporche di caffè, le occhiaie del barista, addobbi di natale dimenticati da settimane, tutta una clientela speciale, possibile solo in un bar simile, già a quell’ora, le solite battute, i soliti discorsi.
Insomma, il posto più bello del mondo. Sì, perché rispetto a dove devi andare tu, al lavoro che ti aspetta, quel bar è Shangri La, quel bar è territorio diplomatico, è terra di nessuno, è isola felice, nella quale ti vorresti rifugiare per tutta la mattinata, guardando dietro la vetrina impolverata tutte le gradazioni del mattino cambiare, una dentro l’altra, entrare e uscire gente, sfilare umanità lì davanti, la spesa al mercato, gli anziani a passeggio, mamme coi bambini, studenti ritardatari, gente che va a lavoro (e tu no), spazzini, postini, agenti immobiliari e falsi controllori Enel, e chiunque viva la mattina per strada (sono categorie ben precise).
Vorresti l’ozio dentro al bar. Fino a mezzogiorno, l’una, fino a che si disinneschi la portata distruttiva del mattino d’inverno nella città del nord, fino a che un sole pallido, restituisca energia alla tua mente. Il bar è il prolungamento del letto, la riproduzione di un utero, la caverna nella quale stai accucciato, drago apatico.
Più di tutto godresti del fatto di essere assente ingiustificato. Dove sei finito, si chiederebbero a lavoro. Che cosa ti è successo. Malattia, impegno familiare, un incidente. Le chiamate al cellulare che si diradano. Fino a che ti lasciano in pace. Il bar sarebbe come l’attesa del volo per sparire definitivamente. Leggeresti il giornale fino all’ultima riga, anche gli articoli che di solito non leggi, sfoglieresti piano le pagine, ti prenderesti il lusso di tornare indietro, cosa ha deciso il governo indonesiano, che cosa è successo in Texas, perché cambiano i lampioni in provincia, e intanto l’odore dei cornetti scongelati nel fornetto, il latte del cappuccino che un po’ si brucia, l’ubriacone del quartiere che si lamenta, tu abbandonato, vicino al frigo dei gelati (ma non Algida), prima un caffè, poi un succo, un altro cornetto grazie, un bicchiere di bianco, sono già le undici d’altronde, c’è di buono che dentro non fa freddo, e l’odore misto comincia a piacerti, i tuoi occhi, ora svegli, lucidi, quell’euforia da scampato pericolo, tutto sembra possibile, iniziare una nuova vita, progettare nuovi scenari, nuovi modi di arricchirsi e vivere per sempre così, rifugiato politico al bar dell’angolo, lungo, la strada anonima che porta fuori Torino, casette basse, un’autorimessa, da qualche parte una scuola, i dossi, un parchetto striminzito, la fermata dell’autobus, tutto quel grigio colato sulla realtà, da cui solo il bar è escluso. Guarderesti fuori, lentamente, dolcemente, pezzi di cielo, grumi di verde, colori attenuati.
E invece con l’auto al semaforo, alle sette meno un quarto, buio, freddo, tu non hai tempo neanche per un caffè. E poi la macchina dove la lascio, lo prendo alle dieci alla macchinetta, e poi stamattina ho già fatto colazione, tanto sai già che il senso di colpa, sai già che sarebbe risvegliarsi da un sogno, alla luce piena al cristallo finissimo di mezzogiorno, scomparsa la poesia, finita la fuga, non scherziamo, siamo seri, non ho sedici anni, è la vita, non si è mai visto, allontana la tentazione, sono solo fantasie.
Un ultimo sguardo alla vetrina, prima del verde, ti pare quasi di sentire l’odore di brioche e alcol, devo solo svegliarmi, appena mi riprendo tutto fila liscio, come ieri, come sempre.
Verde.

Il vecchio, il bambino e l’asino

Questa storiella, che scopro essere antica ed iraniana, me la raccontava mio nonno quando ero bambino. Lui la conosceva ambientata in Sicilia, ovviamente. Ma credo che valga per ogni luogo del mondo e, soprattutto, per ogni epoca.

Nella favolosa città di Teheran, si sta svolgendo un censimento sulla popolazione e tutti i cittadini, vi si devono recare per certificare la loro esistenza.
Un vecchio con il nipotino, abitanti sulle montagne, in un villaggio molto lontano dalla capitale, si preparano per fare questo lungo viaggio,
A disposizione hanno un solo asinello.
Pian piano si incamminano, per potersi presentare ai funzionari addetti al censimento.
Mentre il bambino è seduto sul dorso dell’asino e il vecchio gli cammina accanto, incontrano un gruppo di persone e dopo averle superate, quando queste si allontanano, il vecchio percepisce i loro commenti:
“Guarda come è maleducato quel bambino, lui sta sull’asino, mentre il vecchio che ha le gambe stanche, cammina a piedi…”
Il vecchio non dice nulla, fa scendere il bambino e sale sull’asino.
Incontrano un altro gruppo di persone e dopo averle superare, di nuovo sente dei commenti:
“ Guarda quel secchione, che egoista, con un bambino così piccolo, con le gambe così corte, lui sta sull’asino e il povero bimbo, deve corrergli appresso….”
Il vecchio, non commenta, ma prende il bambino, facendolo sedere sul dorso dell’asino vicino a sé.
Incontrano un altro gruppo di persone e dopo averle superare, sente nuovamente dei commenti:
“Hai visto quei due lì? Con un asinello così piccolo, gli stanno sopra entrambi, finiranno per sfiancarlo…”
Il vecchio, ancora una volta non dice nulla, ma prende il bambino per mano, scendendo dall’asino ed insieme si incamminano a piedi.
Dopo qualche chilometro incontrano ancora delle persone, che li salutano, ma mentre si allontanano, queste, commentano ridacchiando:
“Avete visto quei due lì? Devono essere proprio stupidi! Hanno un asino a disposizione e vanno a piedi….”

La nuova casa

Giungemmo nelle nuova casa un luminoso sabato mattina. Nelle due settimane precedenti, mio padre, che è sempre stato un pacifico impiegato in una ditta matalmeccanica, aveva coordinato i  lavori di trasloco, che ci videro impegnati tutti. Riempimmo casse e scatoloni nella vecchia casa che andava arricchendosi di spazio e di echi.  Affidammo quindi, quel sabato mattina, i nostri armadi, le sedie, i vestiti, i mobili, i quadri e tutto il materiale accumulato nella vita di mio padre e di mia madre, e di quella di qualche avo ormai lontano, ad una ditta di trasporti formata da un gigantesco e non più giovane barbablù e due suoi figli, silenziosi e scostanti.
In una mezza giornata riempirono e svuotarono il loro furgoncino rosso e montarono il montabile.
A noi restava sbrogliare i nodi dei pacchi più piccoli e rendere l’abitazione la nostra casa. Li congedammo con un già vivo senso di intimità tra quelle mure ancora ignote.
Ripensai alla mia vecchia casa, mentre portavo a braccia scatoloni di cartone coi miei libri, su nel piano a noi destinato, a me e ai miei fratelli (avevo due sorelle ed un fratello più piccolo). La mia vecchia casa che sapeva di ombra, aveva un piccolo giardino privato e celava discretamente i rumori della strada. Si trovava dall’altra parte della città, nella zona vecchia, ed io, in quella casa c’ero perfino nato.
Esigenze di comodità e di vicinanza al lavoro di mio padre, trasferito insieme a tutta la ditta nei pressi della nuova dimora, ci portarono in quella via periferica, fatta da casa nuove, sorte negli ultimi cinque anni, brulicante di persone in movimento, auto, bici, suoni, attività.
La nostra casa era decisamente più grande della vecchia. Di due piani, perfettamente incastonata tra due palazzine similpopolari più alte. Non avevamo un giardino, ma una mansarda polverosa che non perdetti tempo a ritenere misteriosa.
Eravamo in soggiorno, dove mio padre aveva appena stappato uno bottiglia di spumante. Per l’evento, pure mio fratello piccolo aveva visto riempirsi il bicchiere per brindare. Mai dimenticherò come mio padre posava lieve il suo sguardo liquido e fragile dalla contentezza che lo sconquassava su quello di mia madre, tremante, ilare, che continuava ad accarezzare la testa dei suoi figli, saltellando da uno scaffale ad un mobiletto, prendendo oggetti in mano e riposandoli subito, catturata da una sempre rinnovata ispirazione.

Mio padre pareva averla costruita lui quella casa, e non soltanto comprata a fatica con i risparmi di sempre. Bevemmo lo spumante e mia madre prese subito i bicchieri per deporli sul lavandino. Suonarono in quel momento.
“La ditta?” disse mio padre riferendosi ai traslocatori appena salutati.
“Cosa si sono dimenticati?” finse un’ansia mia madre, l’ansia bella di chi ha tante cose piacevoli da fare tutte assieme, ansia di chi non vede l’ora di sistemarsi comoda in una nuova identità.

Andò ad aprire Giulietta, e noi tutti restammo in silenzio aspettando di veder comparire in soggiorno l’omone coi suoi due figli con qualche imballo sperduto. Silenzio. Ci guardammo.
Giulietta comparve sulla soglia con un’espressione seria, tra l’imbarazzato e l’impotente. Fece per aprire bocca, quando dalle sue spalle sopraggiunse una piccola folla di persone. Una coppia di mezza età, una vecchia, alcuni ragazzini, maschi e femmine. E la stanza si riempì di voci. Questa gente riuscì in pochi secondi a spargersi verso di noi, baciandoci sulle guance e ridendo, stringendoci le mani e pronunciando nomi che si mescolavano nel marasma. Con difficoltà decodificammo la parola “vicini”.
Io mi trovai di fronte due ragazzini, pressappoco coetanei, dall’aria frusta, un viso furbo, molto somiglianti. A differenza mia portavano calzoni corti, e avevano i pugni chiusi mentre mi squadravano intenti e mi chiedevano per quale squadra tenessi.
Ammetto di essermi perso gran parte di ciò che contemporaneamente succedeva nella stanza agli altri miei familiari, anche perché abbastanza presto fui condotto dai due al piano superiore sotto la pressante richiesta di mostrare loro la mia cameretta. Quello che vidi, con la coda dell’occhio, quando ancora ero in soggiorno e stavo di fronte ai due, fu che ogni membro della mia famiglia aveva qualcuno che, già vicinissimo al suo corpo, parlava, chiedeva, si faceva più vicino. Tutti ridevano e mio padre non riusciva a sciogliersi: gli succedeva spesso in situazioni di imbarazzo, di starsene sempre più rigido, timido, bloccato. Parlava in quei casi a voce bassa e prestava l’orecchio al suo interlocutore, che in quella occasione era l’uomo di mezza età, probabilmente il capo famiglia, ridanciano ed elettrico. Aveva la barba a punta, che vibrava sul mento. Mia madre era costretta a tenere una mano alla moglie del barbuto, poiché questa non smetteva di stringerla e sussurrarle parole all’orecchio che le facevano aprire gli occhi sempre più, in uno stupore che non saprei dire se vero o cortesemente simulato.

Quando fui in camera, cercai di iniziare a mostrare i miei giocattoli, i miei libri, come farebbe una guida in un museo: aspettandomi di vedere quei due come i visitatori di un museo, le braccia conserte, pazienti di fronte alle cose, silenziosi. Non fu così. Quelli si fiondarono verso gli scaffali, presero macchinine, spostarono libri accumulandoli per terra, commentando tra loro in un gergo che non capii. Ero disarmato, avrei voluto fermarli, portare ordine, ma sapevo di non aveva quella capacità. Come mio padre, in certi momenti, mi eclisso.

Tentai di avvicinarmi a loro ed inserirmi in quello sfacciato utilizzo delle mie cose. Anche se me lo dissero, non ricordavo il loro nome.
“Questa me l’ha regalata mia nonna” dissi indicando una trottola di legno molto grande, di cui andavo fiero.
Nessuno mi rispose, solo i due si guardarono e subito uno di essi la mise in tasca. Vidi benissimo la scena, e quello che feci fu il mio primo sbaglio, anche se oggi, non so dire quanto realmente potesse servire cercare di contrastare il flusso degli eventi.  Mi dico così, e in parte mi assolvo. Non saprò mai il contrario.
“Se vuoi te la presto” sussurrai al ladro che mi dava le spalle. Mi sentii stupido e vigliacco, ma tanto era lo stupore che proprio non capivo come fosse possibile. Quello non rispose. Aprirono cassetti, salirono con le scarpe sul letto per rovistare nei piani più alti del mio armadio. Ero sempre più ghiacciato. Avrei potuto affrontarli, non erano più robusti di me, ma quell’imbarazzo, la novità, il pensare che cosa potesse succedere se fosse scoppiato un litigio in quel momento, con le nostre famiglie di sotto, la vergogna, mi impedirono di fare alcunché. Provai paura per i miei genitori, non so perché. Ad un certo punto sembrava che i due fratelli si fossero accontentati dell’ispezione: stavano seduti sul letto con lo sguardo a terra, come in ascolto. Io mi ritrovai come al principio sull’uscio a guardarli, perfino imbarazzato per quel silenzio pesante.

“Voi dove andate a scuola?” chiesi tirando al massimo un sorriso che mi costò fatica.
Rispose quello che mi aveva rubato la trottola. “Dove non vai tu”, disse secco.
“Come fai a sapere dove vado io?”
“Ce l’ha detto nostro padre”.
Rimasi scosso da quella rivelazione. Cosa significava? Come poteva loro padre sapere dove mi ero iscritto (due giorni prima), come potevano sapere anche la più insignificante informazione su di noi, loro, dal momento che quello era il nostro primo giorno nella nuova casa?
Di sotto il vociare si era fatto più piano, più misurato. Le parole indistinguibili in un brusio di fondo ma, evidentemente, nessuna risata.
“Scendiamo?” proposi titubante e subito dopo averlo chiesto sentii l’impulso di rafforzare quella richiesta con una moina “Mia madre ha delle paste per festeggiare…”.
I due si alzarono lentamente, senza parole, senza guardarmi. Mi superarono mentre io mi scansavo per farli passare e ammetto di essermi sentito vittorioso: la vittoria dei deboli quando i più forti decidono di non batterli, quando la scampano non per merito loro. Respirai. Li sentii scendere gli scalini con passo cadenzato. Gli andai dietro, dopo aver pulito con una mano le impronte fangose delle scarpe sul mio copriletto.

Scesi in soggiorno e subito una vampata di calore e di vergogna mi invase. La mia e quella famiglia, stavano seduti in circolo attorno al tavolo, in silenzio, l’aria greve, e mi guardarono mentre arrivai. Il padre barbuto mi fece segno con la testa di prendere posto su di uno scatolone.
Il ragazzino ladro aveva tirato fuori dalla tasca la trottola e la faceva girare sul palmo della mano, guardandomi di scherno. Giulietta piangeva senza lacrime, silenziosamente. Mio padre e mia madre si tenevano vicini, le spalle che si sfioravano. Poi lui mi disse con un filo di voce: “stasera abbiamo i nostri vicini a cena, Mauro”, come se fosse compito mio pensare ai preparativi, come se fosse una notizia che mi dovesse riguardare di persona. Mio padre è sempre stato così: in difficoltà, non chiedeva mai aiuto direttamente agli altri, ma lanciava quei segnali neutri che ormai avevamo imparato a decifrare come il grido della sua disperazione. Mi sedetti e piansi un poco.

Autori Riuniti al Salone del Libro di Torino

Quest’anno tante sorprese al Salone Internazionale del Libro di Torino: la nostra ultima uscita “Il Battito oscuro del mondo” di Luca Quarin, un nuovo progetto che sveleremo in anteprima durante il salone, i nostri amici di Carie con cui condivideremo lo stand!
Non potete mancare!

Al LINGOTTO da giovedì 18 a lunedì 22 maggio 2017
SPAZIO INCUBATORE, PADIGLIONE 2, STAND G31

La lettrice

Il tuo profilo è così netto,
il volto assorto
come una dea paziente
né gioia né fremito
mentre ti scorgo
nel dehor del bar dei cinesi

Sul tavolino
un pacchetto di sigarette
l’accendino, il caffè,
il solco di un’attesa

Penso a dove tu stia andando
in questo mondo
e nell’altro:
ad un incontro
d’amore a fine Ottocento
forse sperduta nel mezzo
dell’universo, alla stazione
dei pullman ma senza bagaglio

Tra poco, il caffè ormai freddo,
alzerai lo sguardo da quelle scie
di parole sulla carta
sentirai di colpo il rumore del mondo
Lascerai il conto, chiuderai il libro
ti perderai nel reale che ti reclama
come il dovere dopo il sogno
Ed io non saprò mai il tuo nome
né cosa tu stia leggendo