Fiabe ai tempi di WhatsApp

La principessa aveva una splendida treccia. Ma cos’è quel bagliore sotto il letto? Uno gnomo dispettoso, le forbici in mano.

La formula per bloccare il tempo esiste e basta pronunciarla così: la formula per bloccare il tempo esiste e basta pronunciarla così…

Cammina cammina per monti e foreste, boschi e caverne. In cerca del tesoro. Finalmente, dopo tanto viaggiare, ecco qualcuno a cui chiedere aiuto: un amico.

Nel mondo dei contrari si è no e no è si. E questo è già il finale.

Gli animali sanno tanti segreti per salvare il mondo. Se solo imparassimo a parlare la loro lingua…

Il cavaliere vide il drago addormentato con il suo piccolo. Sguainò la spada. Lo vide sorridere nel sonno. Ripose la spada. Si addormentò al loro fianco.

Cosa vola nel cielo? Una strega con la sua scopa! Sta correndo al mercato, prima che chiuda. Ha dimenticato un ingrediente per la pozione dei ricordi.

Tutti prendevano in giro l’orco da piccolo per i suoi denti, grossi e storti. Per questo ora non ride mai.

“Se indossi questa cintura diventerai subito come un monte” disse il mago al bambino. Scordandosi di aggiungere: “mettila solo fuori da questa stanza”.

Hilga aveva sette fratelli. Tutti più piccoli di lei. E dire che lei era alta come un fagiolo! Il più giovane le stava aggrappato ad un orecchio.

“Baciami e diventerò un rospo!” Disse il girino innamorato alla girina dagli occhi azzurri.

Quando il bambino sfregò la lampada magica, si realizzò il suo più grande desiderio: di notte la luce.

Partirono in tre: il bruco, il vitellino e un bambino. Tornarono farfalla, toro e bambino, solo tanto più alto.

Inseguire il cervo magico è difficile, raggiungerlo quasi impossibile. Parlargli molto divertente.

Nella vecchia casa abbandonata nel bosco, di giorno sempre silenzio. Di notte si scatena la festa dei fantasmi.

La bella addormentata venne svegliata dal principe con un bacio. Le sue prime parole: “ancora cinque minuti!”.

C’era un bambino che aveva paura del buio. Ma nel suo buio, chiudendo gli occhi, stava bene.

“Il re è nudo!” disse il bimbo davanti a tutti. Avrà caldo, pensò andandosene fischiando.

Gli ingredienti per la super pozione sono: dente di drago, crine d’unicorno, bava di lupo, tela di ragno. In realtà non servono a niente, ma dì la verità: quanto è stato divertente cercarli? 

In realtà tutti sapevano estrarre la spada dalla roccia: il difficile era rimettercela.

Dopo centinaia di tentativi finalmente il bimbo riuscì a dire supercalifragilistichespiralidoso! Nella stanza era da solo. 

Pochi sanno che, in realtà, Biancaneve non mangiò mai la mela: preferiva le fragole. 

Persi nel bosco pauroso da ore, Hansel e Gretel videro finalmente un edificio. Si avvicinarono: era una scuola. Tornarono nel bosco.

Esiste un cavallo che parla. Ma lo fa soltanto con chi gli sta simpatico. Chi gli sta simpatico? Chi vuole parlare con lui.

Il re e la regina ebbero un figlio. Lo chiamarono Arturo Francesco Liprando Evaristo Federico Attilio Riccardo Gerardo. Richiamarlo era impossibile. Crebbe molto indisciplinato.

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La top ten dei contatti (ignoti) che ti chiedono l’amicizia su Facebook

10) La porno porca 
Stragnocca, in pose che definire esplicite è davvero poco, spesso dietro si nasconde o un sito a pagamento o qualche curiosissimo utente del sud est asiatico che, dopo le prime due o tre foto porno, mette le sue in compagnia di donne velate o in sella a motorini fatiscenti, con sfondo la Malesia o l’Indonesia. In quest’ultimo caso, cosa voglia da te è davvero un mistero. Grado di pericolosità: 7

9) Il poeta/la poetessa 
Individui pericolosissimi, spargono richieste di amicizia come se dovessero ricongiungere il mondo e attirarlo nel loro vortice nero di versi terribili, lunghi, estenuanti, macchinosi, illeggibili. Mai accettare l’amicizia: puntuali come cartelle esattoriali, arriveranno i post quotidiani di versi con il tuo nome taggato. Particolare curioso: le “poesie” si alternano con immagini di natura selvaggia. Sempre. Variante simile: il ricettaro. Al posto delle poesie ricette di cucina, al posto delle immagini di natura, piatti cucinati. Grado di pericolosità: 6

8) L’amico dell’amico dell’amico dell’amico
Osvaldo Bernardi. Leggi il nome di chi ti chiede l’amicizia. “Ma chi cazzo è?” ti chiedi smarrito. Quindi controlli le amicizie in comune. 3367. Quasi l’86% dei tuoi contatti. In pratica dovrebbe essere perlomeno tuo fratello. Il buon Osvaldo è uno che vampirizza i contatti degli altri. Compulsivamente. Ne punta uno e, a cascata, chiede l’amicizia a tutti gli amici di questo. Ti arrivano messaggi in privato: “scusa, ma Osvaldo è un tuo amico?”. No, rispondi, e un po’ ti vergogni. C’è da dire che spesso l’Osvaldo di turno non si palesa quasi mai, mai un like, mai un commento. Evidentemente gli basta essere entrato nella tua cerchia. Grado di pericolosità: non classificabile

7) Il nemico 
Se sei juventino, viene uno del Toro. Se voti Democrazia Cristiana, arriva un vecchio bolscevico; se sei buddista, ecco il testimone di Geova. Ti studia, ti segue silente per un po’, e quando ti ha profilato per bene, tac, cerca di penetrare nella tua cerchia. Dopo c’è solo la deflagrazione di bombe atomiche di polemica. Grado di pericolosità: 9

6) Il senza volto 
Può essere uomo, donna, animale; può essere giovane, vecchio, coetaneo; può essere ricco, povero, straniero, italiano, magro, grasso, alto, basso; può essere tutto, insomma, ma tu non puoi saperlo. Dal suo profilo nulla trapela. Non una sola immagine che spieghi chi sia. Non un post personale, uno sfogo intimo, qualcosa che fornisca coordinate emotive per comprendere con chi hai a che fare. Solo foto di: quadri, gatti, tramonti, spiagge, barattoli di marmellata, arcobaleni, unicorni, meme motivazionali, battute, citazioni di discutibile attribuzione. Potrebbe essere un account robotico, per quello che ne sai. Potrebbe essere chiunque. Tra tutti è quello che più ti fa chiedere: ma che cosa vuole da me? Sì, perché il senza volto raramente interagisce con te, una volta accettata la sua amicizia. Compariranno solo questi post insulsi, a ritmo continuo. 
Grado di pericolosità: non classificabile. 

5) Il professionista 
Broker, assicuratori, piastrellisti, agenti immobiliari, carrozzieri, impiegati di concessionarie, killer, spacciatori, ristoratori, guru di sette psicomanipolatorie. Sono pagine di lavoro, cavalli di troia per venderti qualsiasi cosa. Copertine con loghi anni ’80, post con lo stesso logo che si ripetono a cadenza settimanale, foto in giacca e cravatta o tailleur, ambigue proposte commerciali. E i messaggi in privato. Continui, martellanti, “vuoi un prestito?” e via con le condizioni. Elimini, elimini con foga. Torna sotto altri nomi, con altre sigle, cambia di continuo ragione sociale per rientrare tra le tue amicizie. Apre e chiude srl, sas, cambia categoria merceologica con un ritmo forsennato. Forse è sempre lo stesso individuo. Grado di pericolosità: 8 

4) L’ex di turno
Compagno di scuola, collega di lavoro, amante, amico. L’ex prima o poi si ripresenta. Di per sé questa è una tipologia di contatto innocua: in fondo Facebook è nato anche per questo, per ricongiungere persone lontane. Il problema nasce quando – quasi sempre – tu di quest’ex non ricordi nulla, ma nulla di nulla. 
“Ti ricordi in gita in quarta?”, “Hai presente quel collega che avevamo, al piano di sotto? Quello basso con le basette rosse?”, “Quella notte in spiaggia a Gallipoli? Io e te sulla sdraio a San Lorenzo mentre Carmine affogava?”: le domande si fanno serrate, sempre più specifiche, dettagli su dettagli, date, orari, una tabella meticolosa. E in te il vuoto. Ma chi ero? Chi sono stato? Ti chiedi in preda alla confusione. Il passato incalza, ti rotola addosso, cerca di afferrarti e trascinarti un varco spaziotemporale dal quale temi di non poter più uscire. La Stasi aveva metodi meno invasivi. Dopo qualche ora di continuo scandagliamento della tua memoria, è probabile che l’ex di turno ti dica: “Ma sai che forse mi sono sbagliato? Noi non ci conosciamo mi sa… Ti ho scambiato per un altro! Che ridere! Va bè piacere di averti conosciuto!” e sparisce. Grado di pericolosità: relativo. 

3) Lo spirito affine 
Fa parte del tuo ambito professionale, fa il tuo stesso lavoro, ha la tua stessa passione, condivide gli stessi interessi, vive la tua stessa vita. Sei editore, lo è anche lui. Sei insegnante, perfetto, idem. Se accetti l’amicizia il disastro si compie in due passaggi: primo ti inonderà la pagina di discussioni SEMPRE e SOLO relative alla vostra professione in comune. Non riesci a intervenire e spiegargli che, magari, su Facebook, ti piacerebbe scrivere e leggere di cose diverse, per svagarsi insomma. Non sente ragioni, ti inchioda al tuo ruolo sociale, al tuo mestiere. Secondo passaggio, quello finale, è mostrarti in ogni occasione quanto lui sia MEGLIO di te nel lavoro. Conosce più a fondo le regole, è sempre aggiornato sulle ultime novità, dispone di una rubrica di contatti affini pari all’elenco telefonico di Roma. Ti viene voglia di cambiare lavoro. A volte lo fai: sfinito, ti licenzi. E lì, lo spirito affine prima ti toglie l’amicizia, poi ti manda altri spiriti affini alla professione nuova che ti sei scelto. E la giostra ricomincia. Grado di pericolosità: 8+

2) Quello/a che nella vita reale conosci appena 
Può essere il/la proprietario/a di un cane che incroci la sera all’area cani, uno con cui hai giocato a calcetto una volta, l’affabile tipo ccon cui ha scambiato due parole in fila in posta. Esso/a a volte ha la malsana idea di fare il salto: da semisconosciuto garbato, tollerabile, decide di chiederti l’amicizia. Rifiutare pare scortese. Accettare imbarazzante. Scopri di lui/lei e lui/lei di te cose che dovrebbero essere condivise. Penetra nella tua intimità, segue le tue evoluzioni social, scopre cosa fai, cosa mangi, dove vai in vacanza, per chi voti, per chi tifi, per chi preghi, chi ami. E, a differenza di tante amicizie SOLAMENTE virtuali, in questo caso capita SICURAMENTE di rincontrarlo nella vita reale. Scatta l’imbarazzo fortissimo: ti fa notare come ti sei accalorato per quella discussione sull’aborto; di come sei stato poco obbiettivo nel giudicare il rigore di domenica, di quanto sia stupito per le cose che scrivi e pensi: “non ti facevo così, sai?”. Ormai si sente tuo amico e quindi in diritto di commentare. Ma amico non lo è, cazzo. Proprio per niente. Solitamente in questi casi, si cerca di sfuggirlo dalla vita reale. Niente più area cani, il cane piscia nell’ingresso la sera, niente più calcetto e prendi dodici chili, in posta non ritiri più manco le raccomandate. Grado di pericolosità: 8 ½

1) Il freak  
Ce ne sono tanti. Ognuno con il suo bel grado di stranezza. Hanno un vantaggio rispetto alle altre categorie sopra: la loro foto profilo spesso è talmente indicativa da metterti in guardia immediatamente. Negli anni io ho accumulato richieste di amicizia da: donne meridionali sovrappeso e di mezza età truccate come Moira Orfei e in pose sensualissime, uomini nudi pelosi abbracciati ad alberi, gente che si è cancellata il corpo con Photoshop lasciando solo la testa e intorno una macchia bianca, esseri umani in groppa a improbabili esseri animali, gente travestita da verdure, uomini e donne malamente vittime di fotomontaggi atti ad abbellire la persona. Grado di pericolosità: altissimo, tendente al massimo. Sono quelli che, ormai, accetto esclusivamente.

Perdere gli anni

Recensione su Minervaonline a cura di GIULIETTA ROVERA.

C’è la storia di un ragazzo che si accorge con angoscia e stupore di “perdere gli anni”, alle volte a manciate altre in modo quasi inavvertito. E quella di chi scopre che esistono luoghi dove si mettono all’asta occasioni mancate accadute nel passato. E quella del giovane che assiste impotente al mutare di una fotografia che ritrae una bellissima sconosciuta, che esercita su di lui la fascinazione che solo le creature dotate di mistero sono in grado di esercitare: quasi una rilettura ma in chiave personalissima del capolavoro di Oscar Wilde, “Il racconto di Dorian Gray”. E quella del marito divorato dalla gelosia, che vaga nella notte alla ricerca di indizi e conferme ai suoi sospetti. 24 racconti scritti con mano felicissima costituiscono un libro da non mancare: “La perdita degli anni”. L’autore, Vito Ferro, docente di scrittura creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Torino, non è alla sua prima prova letteraria: ha già infatti al suo attivo alcuni romanzi che hanno ottenuto successo di critica e di pubblico. Ma quest’ultima sua opera va segnalata per originalità, capacità di trasmettere emozioni, descrivere paesaggi, atmosfere, umori. La semplicità con la quale sa costruire la frase, rendendo la lettura quanto mai scorrevole, ricorda quella di un grande della letteratura americana: Raymond Carver, anche lui autore di racconti inimitabili per la capacità di “scrivere per sottrazione”, ossia ridurre all’essenziale la storia e le parole per raccontarla. Nella prosa di Vito Ferro aleggia Raymond Carver, ma anche Kafka, con le sue atmosfere cariche di brume e smarrimenti e angoscia. E Boris Vian, per lo humor nero (vedi il racconto “La veglia funebre”), le atmosfere surreali, l’amore per il jazz – non a caso Johnny di Saint Louis, il personaggio di “Fino alle stelle”, suona musica jazz.

Leggere “La perdita degli anni” significa lasciarsi immergere in una Torino che esercitò un’incontestabile influenza su Nietzsche – pare che proprio nel capoluogo piemontese perdesse la ragione – ma anche su Mark Twain, Gogol, Melville e Dumas. Libro di atmosfere, questo di Vito Ferro, cariche di odori, suoni, luci, ombre, colori, dove “il buio spesso” della strada “deserta di auto e di passi” ti avvolge e nasconde, dove le donne ti ammaliano con i loro “sguardi fragili”, “sguardi di pioggia”, e il “profumo morbido” del neonato ti turba e intenerisce. 

Il tempo, il suo inesorabile scorrere, sembra essere il leitmotiv che accompagna ogni storia: “La prima notte” del primo uomo e della prima donna dopo la cacciata dall’Eden; “Un pezzo dopo l’altro”, che narra l’avventura di chi tornando a casa dal lavoro, giorno dopo giorno vede scomparsi gli interruttori della luce, i caloriferi, le tubature dell’acqua, gli allacci del telefono, gli infissi e le finestre, i mobili, le piastrelle, l’intonaco …; “L’ascensore”, strumento perfettamente funzionante in un caseggiato dove però vige il ferreo divieto di usarlo – pena la cacciata dell’inquilino; “Scrittore a ore”, dove al supermercato puoi comprare pane e formaggio, ma anche farti scrivere racconti, saggi, romanzi e poesie.

“La perdita degli anni” è un libro di atmosfere, in cui l’autore si sposta con maestria fra realtà e sogno, sogno e incubo, incubo e humor, cogliendoti sempre di sorpresa. Come nella numerazione delle pagine. E anche per questo, da non mancare. 

Odore di un’altra neve

Freddo come a Salisburgo. L’odore diverso però: di neve, di fumo, di cuoio, di caffè, di sudore, di merda di cavallo. Puntavano dritto al Regio, per il padre tutto era invisibile. Il ragazzo invece rallentava a guardare. Era bella quella città. Le montagne. Il fiume che tagliava il centro. Le colline sinuose. 
Compiva quindici anni quel giorno. Dopo l’esibizione avrebbe incontrato i Reali e la Corte. 
“Dobbiamo fare bella figura” diceva suo padre. Ma lui ora era preso dalla piazza del Duomo, da via Dora Grossa piena di botteghe, da stracci di parole che sembravano francese, dal suono di campanelle oltre i portoni di San Lorenzo. Ecco Palazzo Reale. “Padre, il violino…” disse fermandosi. Il padre si voltò, le due rughe intorno alle labbra marcate (anche lui, e sua sorella, avrebbero preso quella fisionomia seria?). 
“Che cosa!? Torna subito a prenderlo!” Corse, le scarpe di vernice nera che schizzavano neve sulle ghette; le facce bonarie, cocchieri in attesa, donne con ceste colme, suoni, profumi, tutto scorreva mentre volava alla Dogana Nuova, dietro le porte romane. 
Salì le scale, aprì la porta e la vide. La figlia del locandiere, qualche anno più grande, piena, la cuffia che tratteneva i capelli e delimitava l’ovale bianco del viso, era china sul suo letto. Bellissima. Trasalì sollevandosi. 
“Scusate il disturbo, sono…” disse lui, in un italiano traballante, prendendo il violino. 
“Lo so chi siete…” rispose lei tirando la gonna. Aveva mani rosa, nervose. Occhi profondi. “Io sono Fioralba”. E, come tutti in città, sorrise. 
Il ragazzo uscì intontito. Non sapeva perché. Quello che successe poi fu confuso. Seppe che conobbe re Carlo Emanuele III di Savoia, al quale il padre chiese un incarico per il figlio, e poi conti, duchi, baronesse, musicisti. Ma nei battiti in ¾ del suo cuore ci fu solo Fioralba.
“Padre, non suonerò in questa città, vero?” 
“No, il Re non vuole, questioni di corte…”. 
Wolfang Amadeus Mozart lasciò Torino pochi giorni dopo, il 31 gennaio 1771 con una strana nostalgia mescolata a una voglia impellente di creare bellezza.

Albergo Dogana vecchia, via Corte D’Appello 4, Torino

Mozart ha realmente soggiornato nell’albergo che oggi è chiamato Dogana Vecchia. La camera è la più elegante dell’hotel. Il 27 gennaio 1771 Wolfgang compì il suo quindicesimo compleanno a Torino, probabilmente festeggiando alla locanda dove alloggiava.

Il libro.

I posti più pericolosi al mondo negli anni ‘80

Negli anni ’80 i posti più pericolosi al mondo erano: Chernobyl, Medellin, le giostre della Vallette. 
Le giostre delle Vallette, grazie al cielo, venivano in piazza una volta all’anno, per Carnevale. C’erano un tirapugni, l’autoscontro, il tagada, le navicelle su cui salivi e sparavi, i calcinculo. Basta. Ma nonostante l’esiguo numero di attrazioni, queste erano in grado di attirare un numero altissimo di personaggi pericolosi: si andava dal prototamarro (quello col bomber portato a petto nudo) al criminale in erba, dal veterano dello spaccio all’eroe di mille rapine. 
C’erano tutti i miei compagni di scuola, da R.F, 17 anni, la barba e ancora in prima media, a D.C., che per vendicarsi del prof di ginnastica, una volta chiamò i fratelli grandi fuori dalla scuola e insieme gli distrussero l’auto; c’erano i fratelli V., due iene, bulli gregari ma (forse per questo) senza scrupoli; c’era gente che forava i gettoni dell’autoscontro e li legava ad un cordino, per restare in pista ad oltranza, seduto sullo schienale del veicolo, una mano sola sul volante, l’altra a mulinello sulle teste degli altri; c’era A.C. in piedi al centro del tagada, c’era droga, c’era l’alcool, c’erano le ragazze – peggio dei maschi -, c’era la musica trash, c’erano le risse. Che io sappia, mai nessuno oltre Lucento si è mai spinto fino alle giostre delle Vallette. 
(Ah: ho messo le iniziali non per rispetto della privacy, ovviamente). 
Il mio amico Massimo, – noi preadolescenti inermi -, un giorno si avventurò alle giostre, salì sulle navicelle e inizio a vorticare e a sparare. Fzz fzz fzz il raggio laser. E piano piano, le altre navicelle colpite scendevano a terra. Ne sarebbe restato solo uno, in aria, da solo, vincitore di un altro giro gratis. Fzz fzz fzz. In cielo si ritrovano il mio amico Massimo, uno già con una bella esperienza formativa da bullizzato nonostante la giovane età, e M.I., il più pericoloso, il più fuori di testa di quella strana fauna umana che popolava la periferia di Torino in quegli anni. Solo loro due. Uno di fronte all’altro. Sarà stata l’euforia delle giostre, l’aria frizzantina in alta quota, l’inesperienza, ma… fzz, Massimo spara per primo. La navicella del pazzo sanguinario inizia a scendere. Questi fissa serio Massimo. Senza aprire bocca, fa roteare il dito, come a dire: “dopo, dopo”. 
Massimo, mi racconterà poi, pensò che avrebbe voluto non scendere mai più, restare lassù, immerso in quell’aria fredda ma tonificante, la musica leggermente ovattata, isolato, salvo. 

Oggi, Chernobyl ha perso la sua carica radioattiva. Medellin non è più la capitale dello spaccio mondiale. E alle Vallette sono anni che le giostre non vengono più. Sono altri i luoghi da temere. E l’equivalente delle giostre alle Vallette per me oggi è Facebook. 
Proprio come le giostre, in sé innocue, anche questo posto virtuale non è ontologicamente sbagliato. Anzi, come le giostre, è capace di esercitare un’attrazione incredibile: sa di leggerezza, sa di svago, di gioco, di allegria. Un tempo sospeso, dedicato all’inutile, alla manutenzione delle “amicizie”. Eppure, bisogna essere onesti: qualcosa deve essere andato storto. Perché Facebook è diventato come le giostre delle Vallette. 
Se ci vai, rischi di subire violenza o di esercitarla. Inghiottito in un’aggressività livorosa, nervosa, pronta a scattare, a formare branchi, a compiere spedizioni punitive, a prendertela col più debole, con il primino che resta appoggiato al bordo del punchball o osa montare su una macchinetta degli scontri. Come per le risse alle giostre, vai a sapere chi ha iniziato, chi ha provocato per primo, e poi ha davvero importanza saperlo, mentre volano calci con gli anfibi e cazzotti con le chiavi tra le nocche? 

Mi sono sempre tenuto lontano dalle giostre. Nonostante sognassi di sentire esclamare SUPERMACHO dalla macchinetta dopo un mio pugno, di volteggiare in aria, di saltellare sul tagada, di sbirciare le ragazze truccate di terza. Troppa paura di prendere botte o di doverle dare, proprio nel luogo del massimo divertimento. Così sto imparando a tenermi lontano da Facebook. Cerco di ridurre al minimo la mia presenza, a misurare sempre le parole, a evitare scontri, per rispettare gli altri, per ricevere rispetto. Perché un commento acido ti lascia un tremore molesto e il cuore batte a scatti, e ci pensi e ci ripensi e se rispondi la cosa si prolunga, dura ore, e arrivano squadracce di commentatori contro di te o a favore tuo: e ti senti in un caso umiliato, nell’altro meschino. Il dolore è quasi fisico, com’era negli anni ’80, su quella piazza, dopo l’innesco di un “cazzo ti guardi?” e il primo colpo.  
E così senza manco accorgertene, magari con persone che conosci bene, di persona, sprofondi nel livore: intorno c’è sempre la stessa musica trash e l’odore dello zucchero filato, nauseabondo. 
Non sono mai salito su quelle giostre, ci passavo vicino, buttavo un’occhiata, il resto del quartiere, svuotato, mi sembrava un piccolo paradiso (anche se realmente non lo era). Ma l’inferno erano sicuramente le giostre: tiravano fuori il peggio da tutti. L’avrebbero tirato fuori pure da me. 
Il mondo fuori da Facebook non è il paradiso, ma ancora resistono freni alla nostra aggressività latente. Qui dentro no, questi freni non li vedo. Ed io vorrei stare in alto, dove l’aria è fredda ma tonificante, la musica leggermente ovattata, isolato, salvo: senza aver dovuto sparare neanche un fzz.

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Colloquio

Sua madre gli aveva stirato la camicia bianca. 
– Mettiti la giacca.
– Ma è per un call center, non serve…
– Tu mettila. 
In bagno certi giorni la chierica non si vedeva. Quella mattina brillava. 
Aveva preso il caffè in cucina, in piedi, mentre suo padre fissava La7. 
“Ora me lo chiede, ora…”. Suo padre non gli aveva chiesto niente. Era inaccettabile. 
– Comunque vado a un colloquio. 
Lo disse male, con poca convinzione, e quella poca era malcelata dalla solita arroganza. Il padre aveva alzato una spalla. Lui gli vedeva la nuca vibrare. Era così da tanto. Da quanto? Da quando aveva lasciato l’università? Forse da prima. 
– Non te ne frega niente? 
Si trovava ancora nel crinale, sul filo sottile tra quella che lui credeva una vittoria e il degenerare (per l’ennesima volta) in uno dei loro litigi vischiosi, crescenti, che in fondo lo annientavano. Sua madre, acuta come un insetto, aveva avvertito i segnali. Era entrata in cucina di fretta, li aveva guardati dalla porta, un istante, la postura, quel silenzio ancora odoroso di sonno eppure già rauco. Non era una donna intelligente. Era stremata. Tra due fuochi, perennemente tra quei due fuochi onnivori. Suo marito. Suo figlio. Lui invece era un ragazzo intelligente. Ma non abbastanza stremato. Dal dare e ricevere mortificazioni. 
– Va bene, non te ne frega un cazzo. Io vado a cercare un lavoro e a te non importa. 
Per un attimo, un breve frammento di forza parve attraversarlo. Così aggrumato a quella verità minima, debole ma oggettiva, stavolta pareva potersi riscattare dalle troppe volte in cui si era difeso senza armi e per questo attaccando, esagitato. Stavolta sentiva di avere tra le mani almeno un tris di figure. Sorriso sarcastico. 
– Vedi, come al solito: se non cerco o se cerco è uguale – disse a sua madre che aprì la bocca, come un pesce. Sua madre, l’unico animale in casa, tutto istinto e sensibilità. Quella forza durò un soffio. Prima di tossire, il padre, senza voltarsi, senza alzarsi, senza cattiveria disse: – Sì, ormai è uguale. Full di donne. 
E mentre saliva la vergogna, si ricordò, nitidamente, come un’illuminazione, che non aveva i soldi per le sigarette e i biglietti dell’autobus. O per le une o per gli altri. A piedi non si poteva andare fino in piazza Benefica: non sarebbe mai arrivato in tempo. Avrebbe dovuto chiederli a suo padre. Posò la tazzina. 
– Mamma, hai visto la borsa grigia? 
L’animaletto di casa capì immediatamente. Uscirono dal cucinotto insieme. La madre estrasse silenziosa il portafogli dalla borsa. Gli diede cinque euro. Sperava almeno in dieci. La madre glieli mise in mano con la solita manovra del “prendi prendi e zitto, non ti preoccupare”. Lui avrebbe dovuto replicare con l’altrettanto solita manfrina “No, tranquilla, li ho”. Non ne ebbe la sfrontatezza. 
Uscì e l’androne, le scale, il palazzo, il mondo gli sembrarono più grandi, spogli, nitidi. 
Se fino alla sera prima quell’ipotesi del call center gli pareva la cosa più vicina allo sterminio del suo essere, ora, nonostante la spossatezza, era determinato a ottenere quel lavoro, ma soprattutto a farselo piacere. Come una donna non bella ma premurosa. Come qualcuno da aiutare per sentirsi moralmente migliore, riflesso nel suo grazie. 
Odorò ascelle e si perse dietro discorsi frammentati fino in via Duchessa Jolanda, dove scese. 
Il 29 era una palazzina di tre piani, elegante. La Contacto aveva l’unico citofono scritto a mano e attaccato con lo scotch. Seminterrato. Scrivanie da usciere, telefoni a tastiera, macchie di caffè, sigarette spente male, cinque ragazzi tutti dita e occhi e un uomo biondo con la coda. Una specie di sicario. 
– Piacere, Aliosha. 
Gli tese la mano quello. Poi gli spiegò il lavoro. Una prova di mezza giornata. Lui vide le pile di pagine bianche, logore. Un calendario dei Carabinieri. Un orologio. 
“Buongiorno, mi chiamo *nome di fantasia*, sono dell’Ufficio – mi raccomando, non Agenzia – delle Entrate. La tranquillizzo subito, non è questione di tasse. Stiamo chiamando i contribuenti regolari come Lei per proporle la guida per la compilazione del modello unico. Sono tre uscite. Centoquarantacinque euro, le paga anche a rate, noi gliele facciamo avere comodamente a casa…” tutto scritto in un foglio, non c’era da sbagliarsi. 
I nomi a caso dagli elenchi.
– Tu sei in prova, inizia dal difficile: tieni il Molise.
La prima telefonata fu terribile. Subito un insulto. Dopo un’ora e mezza iniziò a sentire una pena fortissima per quella gente. Stava per avvisare un vecchio che continuava a ripetergli: – Mi scusi, sono anziano, non capisco, è una multa? Quanto devo pagare? Mi aiuti. 
Gli ricordò suo padre, suo padre di quella mattina, voleva salvarlo da quella truffa, da se stesso. Stava per farlo. “È uno scherzo” era pronto a dire. Per fortuna alzò gli occhi: si accorse che Aliosha, dietro una porta a vetri, stava controllando, serio, con un telefono collegato, la sua chiamata. Dismise l’empatia. Finse entusiasmo. Andò avanti fino alle tredici. 
– Per me vai bene, puoi venire da domani: sono tre e quaranta al mese e dieci per ogni abbonamento. 
– Non so… non so se sono portato… Balbettò.
– Per me vai bene.
– Non ho venduto niente. 
– Venderai.
Uscì deciso a non tornare più. Si tolse la giacca. Avrebbe camminato: risparmiava un biglietto. 

tratto da LA PERDITA DEGLI ANNI – Vito Ferro (Autori Riuniti, 2018) 109 pagine, 13 euro

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E la chiamano gita

Non so ancora come, ma la gita è finita e io sono sopravvissuto e non ho procedimenti penali a carico. 
Devo essere sincero: non è stato facile, per niente rilassante. 
Gran Bosco di Salbertrand, un’ottantina di bambini di prima elementare, 7 maestre ed io a gestire l’emergenza umanitaria. 
All’andata, sul pullman, il coro della canzone “Soldi” di Mahmod è scattato dopo circa nove minuti. Quando cercavo di appisolarmi, c’erano i battimani del ritornello a risvegliarmi. 
Tredici episodi di allarme vomito da autobus: solo due realmente genuini, gli altri pura emulazione. Ad un certo punto sentivo una nausea da terzo mese di gravidanza pure io. 
I bambini, ad un volume di decibel pari a quello del Concorde, indicavano ogni cosa che vedevano dai finestrini: case, macchine della polizia, mucche, castelli, neve, anziani. Un boato all’altezza di Decathlon in corso Allamano. 
Sosta obbligata per esigenza pipì di una bambina di prima B subito dopo Susa. 
Sbarchiamo alle 9 e mezza nella sede del ecomuseo come le truppe del D-Day. Probabilmente abbiamo delle perdite rilevanti, ma non molliamo. 
Qui ci aspettano le guide: a noi tocca Ilenia. Molto professionale, molto competente, madre di due bambini, esperta di fauna del territorio, inizia ad accusare sintomi di cedimento nervoso subito prima della merenda delle dieci. 
Io e la collega ci sentiamo in difficoltà, agitiamo le mani in aria come a fermare l’onda di uno tsunami. 
Ilenia cerca di spiegare e raccontare del bosco: viene interrotta ogni 13 centesimi di secondo dalle domande curiose dei nostri eroi: “ci sono alligatori?”, “l’aquila ci può afferrare?”, “il coccodrillo come fa?”, “quando andiamo nella foresta?”. 
Prima della passeggiata l’esodo ai bagni. Code come manco davanti alla Apple quando esce l’iphone. 
Realizzazione di cappellini da gnomo in carta crespa: si alza un vento di marino umido a raffiche da 200 km/h. I cappelli ci vengono sdradicati dalle mani e dalle teste dei piccoli. 
Giro dentro l’ecomuseo: animali imbalsamati che pare il Bates motel.  
Al “non tocc…” di Ilenia, 20 paia di mani son infilate nel manto ispido del cinghiale, poi tra i denti del lupo, la marmotta e lo stambecco si salvano perché sotto vetro. 
Inizia la passeggiata: allego schema disposizione fila della classe della collega decana e quello della nostra in calce.
Al trentesimo metro, G. chiede quando rientriamo a Torino. Si sentono lamenti da prefica calabrese. “Stanco… sono stancooooo…” l’eco risuona nella vallata. Un popolo disperato in fuga nel deserto ed io di Mosè ho solo un po’ la barba. L’avvistamento di una fontanella in legno fa recuperare le ultime risorse per trascinarci sui gomiti e sulle ginocchia verso l’oasi. 
I nostri piccoli mostriciattoli hanno però delle grandi risorse: riconoscono la betulla, notano un ramarro, fanno osservazioni intelligenti e sono curiosi. Intellettualmente sono avanti. È il carattere che li frega: in mano loro, quel bosco chiuderebbe dopo due giorni. 
E infatti, alla sosta pranzo al sacco, inquiniamo come un grattacielo di Dubai: solo estraendo le circa dodici tonnellate di panini, focacce, merende, brioche, pizzette, snack, occupiamo l’intera area picnic; la rimozione dei rifiuti ci prende mezzora buona lavorando a pieno ritmo, coinvolgendo le maestre delle altre classi e un margaro che passava di lì per caso e assunto per l’occasione con regolare contratto da personale Ata in trasferta. 
Approfitto di una pausa dai lavori per fumare una siga lontano, lungo le sponde di un torrentello: sono i tre minuti più dolci della giornata, nel quale respiro nicotina e silenzio. Resisto alla tentazione allettante di lasciarmi morire lì, abbandonato nella natura come un composto biodegradabile qualunque. Mi faccio forza e raggiungo la truppa.  
Quando si sta per partire, scatta il secondo turno della pipì. Estinguiamo tredici specie di conifere diverse e diversi arbusti. 
Ora c’è il sentiero che porta alla miniera, alla ghiacciaia, al laghetto. A., il più piccolino, che indossa un paio di scarpe da trekking professionali progettate per la scalata del Nanga Parbat, ingarbuglia i lacci del piede destro sui ganci della scarpa sinistra e cade due volte, senza conseguenze apparenti. Prima della terza, che potrebbe essere fatale, tento un nodo quadruplo con avvitamento carpiato e saldatura a stagno. Reggerà per pochi metri. 
S., bandana militare e sguardo affranto, accusa: mal di pancia, mal di testa, mal di schiena, male alle gambe. Le passa tutto quando le do la mano. Fermiamo appena in tempo tre bambini pronti ad infilarsi nella miniera di talco e sei che si stanno per tuffare nel laghetto. Invano noi insegnanti cerchiamo di invitarli ad osservarsi intorno in cerca di animali: questi, avvistatici da lontano, hanno organizzato una carovana e si stanno dirigendo verso la Svizzera. Pure i grilli tacciono. Un bosco morto, svuotato di vita, una Chernobyl naturale. 
Rientriamo controllando a vista A. e i suoi lacci. Sbrogliamo con un saldatore i cartellini identificativi dal collo dei bambini: sarà stato il vento, ma si sono stretti così tanto che alcuni sono già cianotici.  
Poco prima di salire sul pullman, – Ilenia si è dileguata senza salutarci -, tutti chiedono acqua. Dilemma mortale: farli bere col rischio che poi le loro vesciche richiedano un contributo di sangue (soste ad intermittenza sul ciglio della strada) o tenerli assetati e disidratati ma asciutti? Quando studi pedagogia, queste cose mica te le spiegano. 
Sull’autobus, come un sortilegio, crollano addormentati. Un’epidemia di sonno stronca anche i più coriacei. Li vediamo penetrare in uno stato catatonico uno ad uno. Sul mezzo si diffonde un dolcissimo russare. Ipnotico, psichedelico. Mi addormento pure io. Vengo svegliato da R., 6 anni e mezzo e un po’ di moccio al naso, verso Rivoli. “Maestro, devo dire che questa gita mi è proprio piaciuta. Ma si fa tutti gli anni?”.

Un tranquillo intervallo di paura

Nonostante sul loro capo pendesse una severa interdizione all’intervallo in cortile, da me imposta con autorità per una brutta storia di sputi dentro gli zaini dell’altro giorno, decido per un’amnistia generale e quindi di portarli fuori, che tanto siamo a maggio e c’è il sole e nel week end piove e poi mi fanno tenerezza. 
Usciamo dopo un’arringa così lunga che si sarebbe annoiato perfino Fidel Castro, durante la quale enuncio punto per punto tutti i divieti possibili, anche quelli relativi a trasgressioni che un essere umano non arriverebbe mai a pensare possibili, a meno che non si stia parlando di ergastolani al 41 bis. 
Il cortile è pieno di bambini. Tutto sommato ordinati. Chi gioca a palla, chi disegna, chi raccoglie foglie, chi chiacchiera e ride. I miei si disperdono in un lampo per rendermi arduo il controllo. Ormai lo so, è una tattica che hanno appreso, credo, in Siria. 
Dodici secondi e si sono dileguati nel marasma. Comincia la mia ronda. Mi si moltiplicano gli occhi, ho la testa ricoperta di occhi. 
Impedisco la ricerca e la cattura dell’unico esemplare di scoiattolo esistente in cortile, dissuado i cacciatori e li riporto verso attività più blande, come ricoprirsi di terra, partendo dalla faccia.
Faccio saltare la gara di tuffi dal tavolo del giardino e la quasi scontata frantumazione di tre quattro rotule; rintraccio due che si stavano per avventurare verso la sala caldaie, nel sotterraneo dove loro sostengono, con determinazione, viva “It”; annullo il provino per Amici che stavano preparando tre mie bambine; sequestro due chili di ferraglia arrugginita rinvenuti nell’area adiacente il muro di cinta; sedo una faida a colpi di pigne; sto sudando freddo. Mentre sto gestendo l’ordinaria amministrazione di ginocchia e gomiti sbucciati all’osso, mi si parano sette o otto bambini di quarta. “I tuoi, l’altro giorno, mentre noi eravamo in mensa, dalla finestrella del cortile ci insultavano”. Trascrivo mentalmente gli insulti. Roba sentita solo nei locali attigui al porto di Marsiglia, alla fine dell’Ottocento. 
Convoco con un avviso di garanzia i sospettati. Compaiono B., M. e S., due maschi e una femmina. 
Non c’è bisogno nemmeno di chiedere, le loro facce parlano chiaro. Faccio la scena di sgridarli davanti ai più grandi, sembra ristabilirsi una specie di tregua, di armonia, ed ecco arrivare la collega del piano di sopra con due dei miei che, mentre ero impegnato in quella delicata mediazione, si stavano “scassando di botte”. Letteralmente. 
“Ma perché?” chiedo, sconsolato. Diverse paia di occhi, sia di adulti che di bambini, ci guardano. 
“Io non volevo: gliel’ho detto, andiamo a cercare lo scoiattolo piuttosto!” dice uno dei due. La mia collega si allontana sdegnata. Resto con la mia frustrazione, il mio senso di inadeguatezza e questi piccoli mostriciattoli carichi come bombe atomiche. 
Rientriamo in classe. Penombra e odore di sudore bambino mischiato a tempere. 
Dopo qualche minuto mi arrivano sulla cattedra dei bigliettini. Ne apro uno.
E gli voglio bene più che mai.

“Scusa Vito, ci siamo dati una punizione da soli”

Inizia il Salone!

Sta per iniziare la settimana più intensa dell’anno, quella del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Sarò dappertutto ma soprattutto:

– da venerdì a domenica allo stand di Autori Riuniti padiglione 2 K17 a mostrarvi le nostre ultime uscite e a chiacchierare con tutti! 

– giovedì 9 maggio alle ore 20 sarò alla Libreria Pantaleon a fare da relatore al bel libro di Philip O Ceallaigh LA MIA GUERRA SEGRETA (Racconti edizioni) insieme a Stefano Friani;

– Sabato 11 maggio di notte al Circolo B-Locale del bravissimo Luca Rinarelliper La Notte delle Riviste al B-Locale, insieme agli amici di Crack Rivista(nostro ospiti al Salone) e a gran parte della squadra autori di Autori Riuniti: si fa festa, appunto! 🙂

– domenica 12 maggio alle 13 in Sala Arancio, alla premiazione del concorso di scrittura 88.88 promosso da Yowras Young Writers & Storytellers (ritirerò un premio!)

– Sempre domenica, attiverò il potere di essere ubiquo, e mi troverete anche allo stand Las Vegas edizioni per firmare copie di Festival Maracanã.

L’altra sera

Gli alberi spogli di piazza Rivoli, tutti rami come dita secche. L’aria fredda ma odorosa di promesse. La luce gialla del Kebabbaro. Diciamo la verità, eravamo tesi, eh? E quel panino l’abbiamo mangiato piano, quasi in silenzio, per fortuna le birre, grazie al cielo le Moretti da 66 che addolciscono i pensieri. “Il bello è che domani sempre 1000 euro al mese guadagno, eppure…”.  
Tavolo prenotato a nome Conte al bar cinese Boom Boom di corso Lecce. Arriviamo che mancano dieci minuti al fischio d’inizio. La luce da obitorio, l’arredamento spoglio, stracolmo di gente, dietro al bancone un uomo e una donna magri, tirati, col giubbotto perché fa freddo, e che parlano un italo-cantonese inestricabile, tutto consonanti e colpi di denti. “Abbiamo un tavolo prenotato“ diciamo senza neanche più crederci troppo. E infatti. 
“Tu ****** (parola incomprensibile) 枱 檯 alle otto, adesso vedele ******* (parola incomprensibile) del bal ola tutto poi plendi 枱 檯 no sedie se telefono eh no adesso capile ieli licoldo ma dile otto tavolo 枱 檯 vedi c’è lì” tutto di un fiato, mostrandoci il tavolo, che in effetti c’è, al centro della sala, libero, vuoto di birre bicchieri panini, la targhetta rossa con scritto “Conte” ma attorno nemmeno una sedia, le han prese tutte, pace la guardiamo in piedi, non stare a polemizzare che ti risponde di nuovo in questo idioma misto italiano cinese che fa venire mal di testa più dell’alcol. 
“Vabbè, ci dai tre birre?” 
“Moletti? Gualdale paltita? alola 5 eulo” e non ci stacca gli occhi di dosso fino a che non le paghiamo, mezzora dopo. 

Veniamo alla sala: uno schermo televisivo che, da dove stavamo noi, ci faceva vedere i giocatori come si vedevano al Delle Alpi. La voce di Caressa a scatti. Minacce di morte ad Allegri, tanto per chiarire la situazione. Vecchi, vecchissimi alcuni (ad uno di essi, inavvertitamente, nella foga del rigore concesso, darò una manata sulla schiena scambiandolo per il mio amico), uomini di mezza età, in carne, la voce rauca di mille diana rosse, tamarri, l’immancabile vallettano che incontro sempre, dappertutto, in ogni luogo del mondo, ragazzi, uno in tuta da lavoro, marocchini, qualche ragazzetto che si prende le patatine, due ragazze di 15 16 anni che non so perché e come siano finite in questo bar e che volevano solo andare a pisciare al bagno, che era sempre occupato. 
Intanto bevo, beviamo. Una birra, poi un’altra, poi la sambuca, pago io il giro, ma no dai, vabbè allora prendiamone un’altra. 

E la rimonta comincia. Perdo la voce al gol annullato dopo pochi minuti. Mi maledico, come faccio domani in classe cazzo!?
Il ragazzo con la tuta da lavoro, da solo, commenta le azioni cercando una sponda: è pelato, gli occhi strizzati, il sorriso buono. Diamo la colpa all’alcol, ma il merito è del calcio, che ti affratella, e tale lo sento, fratello. Credi in quello che credo io, non ci siamo mai visti, non ci vedremo mai più. Al primo gol lo abbraccio e sento odore di segatura e commozione. 
Esco ogni quindici minuti a fumare. Desisto dall’andare in bagno a pisciare, tanto è sempre occupato, e fuori sul marciapiede saltellano le due adolescenti: “mettiti in coda” dice una all’altra, “see, vabbè” risponde l’amica. Con la sigaretta in bocca piscio contro i platani del controviale, sorridendo beato. 
Fuori, fumando, scorgo un’altra categoria di umanità: quelli che per non pagare i 5 euro di consumazione al bar la guardano da fuori, dalle vetrine schermate malamente dalle tende. Un uomo con i capelli ben pettinati la guarda tutta sulla bici, una gamba appoggiata a terra. Noto che esprime pareri tecnico-tattici notevoli. 
Ogni volta che rientro il ragazzo delle Vallette ha un’espressione diversa sulla faccia: ansia, furia, angoscia, ferocia, poi depressione nera, poi euforia, poi ripete ogni commento che sente dalla gente del bar, poi mi dice “socio, ho sognato il 2-0 fino al 94° poi segnano loro di rimpallo”, gli rispondo “i sogni lasciano il tempo che trovano”, sembra convincersi di questa mia acutissima analisi psicoanalitica, allora Gianluca interviene e dice: “anche io ho sognato una cosa, ma non la dico per scaramanzia”. 
Il primo gol è una scarica di elettricità che sposta il pavimento, dura qualche secondo, poi scattano gli inviti a ricomporsi che non è successo niente, stiamo calmi, calmi, ripete l’uomo con la maglia rossa, che la partita non la guarda, fa avanti e indietro e mi dice “l’ultima volta che siamo usciti ho vomitato”. Scopro che è il padre di una delle due adolescenti con la vescica ormai prossima al collasso. Ma è unito anche, per qualche strano legame di parentela, al ragazzo delle Vallette che ora grida “Dai dai dai che gli facciamo il secondo”. 

Arriva l’intervallo, il bar si svuota, sul marciapiede si stabiliscono i prossimi ingaggi di mercato della Juventus per i prossimi dieci anni, in quindici minuti abbiamo venduto mezza squadra e comprato mezza Europa, abbiamo in difesa ora Koulibaly, De Ligt, Skriniar, Marcelo, a centrocampo è tornato Pogba, viene Isco, poi Kross, Modric, Coutinho, in attacco il più scarso che siamo riusciti a mettere sotto contratto è Icardi. 
Il più magheggione di tutti noi, il vero uomo mercato, è un curioso individuo magro, capelli corti, vestito in tuta che sembra un lungodegente smarritosi in una corsia d’ospedale, età indefinibile, pallido, spiritato, come ricoperto da una polvere bianca che gli fa la faccia da bambino vecchio, fosse per lui la Juve dovrebbe spendere, ogni estate, l’equivalente del Pil dell’Olanda. “Altrimenti, cazzo vinci?”. L’uomo in bicicletta pare invece più attento ai conti perciò scuote la testa. 
Il ragazzo in tuta da lavoro, mio fratello ormai, se la ride e sembra un bonzo. Chiedo al suo sorriso di rassicurarmi, di dirmi che in una notte così l’impresa non solo è possibile ma ci farà orgogliosi come non mai. 
Rientriamo, altra birra, altra sambuca. 

Chi si accorge del secondo gol? Quasi nessuno: si urla tutti, suoni inarticolati, vedendo i giocatori correre esultanti, “han dato rigore?”, “che cazzo è successo?”, poi arriva la goal line tecnology e così godiamo in differita, siamo pari, eh già, siamo pari adesso. E io credo che nella testa di tutti ci sia la sicurezza che stasera si passa. Sento distintamente promesse ed ex voto strabilianti. 
La distanza dal televisore e le misure ridotte del medesimo non ci permettono di vedere il contatore dei minuti. Il secondo tempo della partita è perciò un unico blocco di sofferenza e attesa, scandito solo dalle folate rabbiose dei nostri, accompagnate dalle urla di tutti. 
Ad un certo punto Federico Bernardeschi compie quell’ultimo strappo, di corsa e tecnica, viene spinto giù in area, rigore, silenzio, preghiere, “io non guardo” dice l’uomo con la maglia rossa, ma tanto lo sapevamo già, Ronaldo parte, Ronaldo segna, io sento solo un dolore fortissimo al braccio, vedo uno sgabello volare, do la manata al vecchio, mi sembra di captare la voce del cinese che chiede cosa sia successo, e uno che gli risponde pure, c’è come più luce, davanti a me il magma di uomini seduti davanti al televisore ondeggia, oscilla, sale e scende, come una pozza di fango che ribolle, e che urla, mi mancava una serata così, da tanto tempo, il calcio è la cosa più bella che esista. 
Gli ultimi dieci minuti sono uno scacciare fantasmi da davanti agli occhi, sono un battere i piedi, stringere bottiglie di birre, l’uomo con la maglia rossa tira fuori da un portafogli vuoto di soldi una schedina di scommesse “guarda, guarda,” mi dice “mi sono giocato il 3-0, guarda”, io guardo e sono contento per lui. Vincerà 28 euro. 
“Ecco, questo era il mio sogno: tre a zero ed io che chiedevo a Mauro quanto abbiamo vinto?” dice Gianluca: anche loro si sono giocati il passaggio del turno. 
Quando l’arbitro fischia la fine il bar esulta mentre si svuota: dove corrono quegli uomini? Devono tornare subito dalle mogli? Come sarà la loro casa, la loro vita, questa loro notte? Che fine ha fatto il lungodegente? Dove è andato il mio amico in tuta da lavoro, che volevo salutarlo? Il Valletano, chissà, lo ribeccherò in quartiere?  
“Non si può già andare a casa” e allora andiamo a bere ancora, c’è la birreria dietro casa mia, le medie sono tutte a 3,50 e il proprietario è del Toro. Quanto è dolce la Guiness, ogni parola di Allegri nel post partita, ogni risposta di Simeone un sorso, noi il sorriso paralizzato in faccia mentre compulsiamo i primi meme di Ronaldo che esulta. 
“Sono ubriaco” scrivo su whatsapp a Cristina. “E sono felice”. 
Poi il proprietario della birreria stacca l’audio delle interviste sulla faccia triste da funambolo del circo di Griezmann e mette la musica. 
The moment I wake up, before I put on my makeup (makeup), I say a little (prayer for you).
Ora è davvero tardi, domani si lavora, “sempre mille euro al mese”, ma “la prossima di nuovo in quel bar, ovviamente”. 
Sì, perché ci sarà una prossima.