Preferirei di no

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Dibattito interessante quello sui dati dell’Istat riguardo ai lettori in Italia. Soltanto il 40% degli Italiani dichiara di aver letto un libro negli ultimi 12 mesi.
Interessante ma non nuovo: sono almeno 30 anni che il trend è questo.
In compenso, paradossalmente, cresce il numero della produzione di libri, il numero degli editori e la grande massa di chi scrive.
Quest’anno, al questionario dell’Istat abbiamo partecipato anche noi come Autori Riuniti: fisicamente l’ho compilato io.
Era richiesto, tra le altre cose, di rispondere a possibili motivazione per comprendere un così scarso risultato (impietoso se confrontato con gli altri paesi europei).
Le domando avevano molte opzioni di risposta: tutte comprensibili, pensate, logiche, ma tutte parziali.
Non si legge per il costo dei libri, il poco tempo a disposizione, politiche scolastiche nulle o carenti, la distribuzione, la sovrapproduzione, ecc.
Non voglio e non posso negare che questi e altri fattori incidano negativamente sulla pratica della lettura degli Italiani, ma dubito che siano esaustivi per comprendere il fenomeno e poter sperare di risolvere la situazione.

L’opzione che mi aspettavo di trovare nel questionario Istat e che, invece, non ho trovato, fa riferimento ad un libro (ovviamente). Questa opzione avrebbe avuto, al suo interno, varie sotto opzioni, in grado di analizzare il fenomeno da diversi punti di vista ma in un’ottica unitaria.
René Girard, critico letterario, filosofo, antropologo e studioso delle religioni, scrive nel 1961 un libro intitolato “Mensonge romantique, vérité romanesque”. Questo testo ha al suo interno un nuovo metodo di indagine letteraria (i passi tra virgolette sono riportati dalla voce relativa a Girard su Wikipedia):

“Invece di cercare la “originalità” delle opere, cerca ciò che esse possono avere in comune e si accorge che i personaggi creati dai romanzieri si muovono in una dinamica di rapporti che si ritrova nei vari autori. La legge universale del comportamento umano, descritta dai grandi romanzieri, secondo Girard consiste nel carattere mimetico (nel senso di imitativo) del desiderio.
Noi imitiamo dagli altri i nostri desideri, le nostre opinioni, il nostro stile di vita.”

Curioso che per arrivare a logiche di comportamento (che, vedremo, sono “metafisiche”* e non solo antropologiche per Girard) egli sia partito dai personaggi dei romanzi.

“Ma chi imitiamo esattamente? Imitiamo le persone che stimiamo e rispettiamo, mentre contro-imitiamo le persone che disprezziamo, cioè cerchiamo di fare il contrario di ciò che fanno loro e sviluppiamo opinioni opposte.”

Questo disprezzo si iscrive nella rivolta dal basso verso i poteri, le istituzioni, i possessori di cultura e di scienza, i detentori di sapere, che negli ultimi anni sta montando dappertutto nel mondo, ma in forme speciali (perché atavicamente anarcoidi) nel nostro paese: chi legge libri non è un modello da ammirare, ma da disprezzare (e chi disprezza i lettori, fenomeno grottesco, molto spesso non si risparmia dallo scrivere libri).

“Quindi il nostro comportamento è sempre un’imitazione, perché è sempre in funzione dell’altro, nel bene come nel male. I tipici modelli che si presentano nella vita di un uomo sono per esempio i genitori, il miglior amico, il leader del gruppo, la persona amata, un politico, un cantante, una guida spirituale o anche la massa in generale”.

Questo è un punto fondamentale: riporta violentemente il discorso sulla lettura ad un approccio identitario. Quanti di noi hanno per modello un “lettore”? Per la nostra società, per la nostra cultura, l’uomo lettore è un modello? Un modello appetibile, vincente, capace cioè di trascinarsi il desiderio mimetico degli altri?

“Perché imitiamo gli altri? Il nostro desiderio è sempre suscitato dallo spettacolo del desiderio di un altro per il medesimo oggetto: la visione della felicità dell’altro suscita in noi (che ce ne rendiamo conto oppure no) il desiderio di fare come lui per ottenere la stessa felicità, o, ancora più intensamente, suscita in noi il desiderio di essere come lui.”

Nessun modello, sociale e culturale, che legge è felice. Chi legge non è mai alla moda, vincente, popolare, nel mezzo della scena. Come potrebbe d’altronde? Leggere è fisicamente appartarsi, farsi da parte, restare indietro, sullo sfondo, godere di un piacere e soddisfare un bisogno egoistico che non reclama tributi e omaggi, anzi ha come una patina di mestizia, di esclusione per colpa; il lettore è “un topo di biblioteca”, uno snob, un asociale, uno che “si rovina gli occhi e la salute” (povero Giacomo!), “che ti servono tutti quei libri?”; quant’anche fosse visto con affetto, il lettore suscita un’ammirazione numinosa che è il controcanto dell’insulto, un’ipocrisia celata da finto complimento per una pratica  che non si capisce e che non si intende imitare, di cui si ha ribrezzo e paura e che si considera infelice.
Per poter inserirsi negli schemi di accettazione sociale, e far passare questa sua infamia, tenerla sotto controllo agli occhi degli altri, farla considerare semplice pratica naif, un po’ bizzarra ma tutto sommato innocua, chi legge deve compiere azioni in grado di cementare il desiderio mimetico, giustificarlo, accreditarlo per sé e per tutti: deve, innanzitutto, giustificare la lettura come puro intrattenimento o, al contrario, come pratica professionale.
Chi divora romanzi come noccioline (ma senza pretese identitarie) e l’addetto ai lavori (che coi libri ci mangia) godono di una specie di immunità: non fanno niente che realmente metta in discussione la non lettura degli altri. Niente che dica “leggere è fondamentale per la mia esistenza”. In questa duplice veste, amatoriale/professionale, la lettura è tutto sommato accettabile, rassicurante, depotenziata.
I problemi nascono quando si eleva la lettura a pratica esistenziale fondamentale e bisogno totale (come bere, dormire, fare l’amore): se dico che la lettura dei libri mi ha cambiato e mi cambia la vita, è come se svelassi una mancanza decisiva negli altri. E questo è inaccettabile.
Il modello lettore, che esiste e viene da lontano nel tempo, non è più socialmente e culturalmente degno di imitazione. Non in Italia almeno. Negli altri paesi sì, evidentemente.
Questo perché in Italia da sempre, purtroppo, non è stato mai, se non a sprazzi e folate che poco segno hanno lasciato e che spesso hanno corrotto politicamente, proposto e incentivato un modello di cittadino consapevole e partecipe, un modello di essere umano completo, premiato per la sua adesione a forme di esistenza che mettessero anche e soprattutto la lettura come componente essenziale del suo essere (sarebbe curioso a questo fine, appoggiare vicini i dati sulla lettura a quelli sul voto politico, la fiducia nelle istituzioni, la partecipazione civica, il dilagante razzismo, le pratiche di cura alternative e fai da te, l’uso distorto dei social, il possesso di beni e oggetti di un certo tipo, ecc e confrontarli con quelli di Svezia, Francia, Germania…).
Chi è approdato alla lettura lo ha fatto per vie intime e personali, per modelli vicini, familiari, amichevoli, non per un percorso istituzionale e istituzionalizzato.

“I desideri delle persone che stimiamo ci “contagiano”. Pertanto l’oggetto del desiderio assume un valore del tutto relativo e funzionale solo per il raggiungimento della stessa condizione dell’altro.”

E nessuno vuole essere nella condizione dell’infelicità. Come per lo schiavo del mito della caverna di Platone, io lettore non vengo creduto quando torno al buio della caverna, dopo aver visto la luce, dagli altri schiavi: nel mito questi cercando di uccidere il risvegliato. Nessuno può fargli credere che fino ad allora sono stati in una non realtà, buia e opprimente, e che sarebbe bastato andare avanti dopo le prime due pagine per acce(n)dere alla luce.

“Attraverso quella dei personaggi, è la nostra vita ad essere raccontata. Ciascuno di noi è attaccato all’illusione dell’autenticità dei propri desideri; i grandi romanzieri, invece, rappresentano implacabilmente tutte le menzogne, le dissimulazioni, le manovre, lo «snobismo» messi in scena dagli eroi proustiani per evitare di vedere in faccia la verità: i nostri desideri sono sempre imitazione di desideri altrui e per questo sfociano in invidia e gelosia.”

La soluzione per comprendere il nostro stato, ci dice Girard, è nei libri, nello specifico nei romanzi che mettono in scena la vita di personaggi che siamo noi. Ma chi non legge difficilmente avrà modo di svelare le dinamiche reali dietro a quelle di finzione che lo riguardano e lo descrivono.

 

*“Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato. Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira. In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente all’essere del modello. Per questo, René Girard parla di desiderio «metafisico»: non si tratta assolutamente di un semplice bisogno o appetito, perché «ogni desiderio è desiderio d’essere», è aspirazione, brama di una pienezza attribuita al mediatore”.

 


Photo by Katie Treadway on Unsplash

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Quella volta


Quella volta che ho spinto la macchina per tre chilometri che si era fermata per la benzina…

Quella volta che ho dato un bacio a Margherita, si chiamava così quella ragazza bellissima che veniva a prendere il pane la mattina…
Quella volta che ho detto al capo: “io me ne vado” e poi ho riso e ho buttato il camice per terra…
Quella volta che ho corso come un pazzo per raggiungere il rifugio e le bombe piovevano come grandine malvagia…
Quella volta che al mare sul moscone mio figlio mi ha detto “guarda papà che bel tuffo che faccio!”…
Quella volta che ho preso i soldi ed ho comprato quell’anello, costava caro, ma le è piaciuto molto… l’avrà ancora addosso?…
Quella volta che c’era silenzio in classe, e nessuno sapeva la risposta, allora ho alzato la mano che mi tremava, e piano pianissimo, con la mia voce di ragazzino ho dato la risposta giusta…
Quella volta che bruciava la casa e abbiamo fatto in tempo a portare fuori solo le fotografie…
Quella volta che abbiamo aperto la porta della nuova casa per la prima volta…
Quella volta che siamo andati in gita al lago di Garda…
Quella volta che alle giostre guardavo la gente sulle montagne russe e pensavo “pazzi” e poi ci sono salito pure io…
Quella volta che mia figlia mi ha detto “sei nonno” ed io mi sono ricordato di quando, ragazzino, mio nonno mi raccontava le storie di paese ed io sognavo, allora mi è venuto da piangere…
Quella volta che abbiamo raccolto i punti dei detersivi e ci è arrivata la lavatrice nuova…
Quella volta che ho fatto dodici alla schedina…
Quella volta che le ho chiesto di sposarmi alla festa di San Giulio a giugno…
Quella volta che lei mi ha detto sì tremando…
Quella volta che di notte in ospedale, fumavo ed aspettavo…
Quella volta che ho visto la discussione della tesi dei miei figli…
Quella volta che mi aveva fatto impressione pensare che i miei figli avevano scritto un libro…
Quella volta che a me hanno fatto l‘esame di quinta elementare…
Quella volta che tornavo militare, e in osteria i miei amici mi hanno fatto festa con il vino rosso, il salame, e ci siamo ubriacati, ed io ridevo, ridevo…
Quella volta che sono andato al funerale di mia madre…
Quella volta che i medici mi hanno detto quella brutta parola…
Quella volta che io non capivo…
Quella volta che sulla bici ho fatto tutta la strada dal mio paese fino a Palermo…
Quella volta che ho visto il suo corredo, come lei lo tirava fuori dal baule…
Quella volta che ho pescato la trota e l’ho portata a casa…
Quella volta che mi è arrivata la prima pensione…
Quella volta che hanno tentato di farmi rispondere al telefonino ed io l’ho spento per sbaglio…
Quella volta che ci hanno rubato la macchina e dentro c’erano gli zainetti con i libri di scuola dei miei figli…
Quella volta che Francesca aveva la febbre alta e l’abbiamo portata di corsa all’ospedale avvolta da una coperta, ed io la tenevo in braccio ed avevo paura…
Quella volta che abbiamo mangiato in quel ristorante vicino alla spiaggia…
Quella volta che ho fatto pace con mio padre…
Quella volta che ho visto mio figlio farsi la barba…

Nella sala ricreazione dell’ospizio, Giovanni come al solito parla a sproposito da solo, seduto vicino alla finestra.

Padrone

 

 

 

 

 

 

 

 

Ingrassato da quel cappotto nero
alla ricerca di ore di lavoro
non ti passa l’abitudine
di guardare per terra
contando mattonelle sporche
sperando in banconote sperse
La tua sciarpa avrà visto
la guerra in Crimea
e le scarpe sono arieggiate come
una gabbia di pappagallo
Dove vai con quelle suole
sottili? Dove vai con le mani
fredde, il fiato pesante?
La gente ti scansa come
fossi incandescente
ma di un rosso opaco, spento
come fossi portatore
di un brutto messaggio
di un cattivo presentimento
La città ha le sue strade
ogni giorno più lunghe
e se non fosse per i portici
del centro, assaggeresti
ogni goccia di questo autunno
anonimo e freddo

Una volta qualcuno ti ha detto poeta
han battuto le mani
annunciando “lei ha vinto”
un quarto posto ad un concorso
di poesia organizzato
da una cooperativa, sotto natale
Ti sei sentito importante
nonostante il premio fosse una coppa
e non un cesto di mangiare
La coppa l’hai impegnata
quasi subito
per procurarti il mangiare
Ma il marchio, infamante pensi
estirpando le unghie,
di poeta, quello t’è rimasto
E’ così che ti chiamano, per scherno,
alla stazione
gli altri randagi adagiati sul cartone
Ma loro non sanno, nessuno sa,
che nemmeno i tuoi sogni
son privi di versi
e i giorni passano lievi
sul tempo in cui sai
che sei già padrone
di tutti i beni del mondo:
ti basta scrivere
sul retro degli scontrini
e imparare a memoria
i tuoi stessi pensieri.
Ti basta andare a capo
per non sentire la fame

Avevo un solco lungo il viso

Venerdì è stata una giornata speciale.
Cominciata con una lezione di scienze sui “perché”, sorprendendomi a leggere la curiosità profonda dei bambini sul mondo, la natura, l’essere umano.
Proseguita con musica: ho fatto ascoltare loro “Il pescatore” di Fabrizio De André.
In silenzio, in classe, si è creata una piccola magia. Ho spiegato loro verso per verso la canzone, hanno immaginato la scena, la storia dietro i versi, il sorriso muto del vecchio, gli occhi grandi dell’assassino.
Si sono commossi. A. ha perfino pianto.
Io ho avuto il privilegio speciale di sentire la canzone attraverso le loro orecchie: è riemersa intatta, potentissima, inedita.
E ho visto me stesso quando l’ascoltai, per la prima volta, alla loro età.
La canzone ci ha permesso di parlare di sbagli, del bene e del male, della ricerca inevitabile dei motivi dietro ad ogni comportamento, per capire davvero l’umanità e il cuore degli altri.
“Sarebbe bello continuarla, la canzone” mi dice D.
Ha ragione: le storie, d’altronde, non finiscono mai.

Nel pomeriggio la mia giornata si è spostata all’Università di Torino, al DAMS. Ospiti di Alessandro Perissinotto, io e i miei compagni di sogni, l’arruffato Roccioletti e il perennemente stressato Alessio, abbiamo parlato di Autori Riuniti, di editoria, di libri, di scrittura davanti ad una platea di 160 studenti.
Un’aula piena. 160 studenti. All’Università.
Il cuore all’inizio si è rattrappito dall’emozione. Ma penso che mai prima di ieri abbiamo spiegato così bene il nostro progetto. Utilizzando le parole giuste, sentendoci davvero in sintonia.
Sono momenti simbolici: anni fa da quel luogo uscimmo confusi e insicuri. Ieri ci siamo tornati per togliere un po’ di confusione e insicurezza dagli occhi grandi di quei ragazzi che ci fissavano dalle gradinate.
“Mi avete dato speranza” ci dice uno studente giovane a fine incontro. “Vi ascoltavo, e provavo a mettermi nei vostri panni. Difficile portare avanti un progetto così, ma ce la state facendo: vuol dire che si può.”
D’altronde le storie non solo non finiscono mai: servono a farne nascere altre.

Il collare

Quando lo vide uscire dal labirinto era sporco di sangue e radioso. Un dio, sembrava, e la sua fronte rifletteva i bagliori del mare. La guardò eccitato. Ora il premio.
“Ci sei riuscito?” gli sorrise.
Teseo non rispose. Lasciò cadere la spada e il collare, e tese le sue braccia.
“Mi ha quasi ucciso…” la sua voce aveva una cadenza febbrile.
“Quasi.”
“Perché il collare?”
Arianna distolse lo sguardo. Iniziò a spogliarsi lentamente. Poi spogliò lui. Il membro tendeva verso di lei. Lo prese per mano e si diressero verso un piccolo bosco di ulivi.
“Sarà qui. Ma prima indossalo.”
Teseo obbedì.
La spinse contro l’albero, le piegò la testa, la penetrò subito.
Solcava la sua pelle come fossero onde del mare. I colpi da profondi divennero frenetici, tra mugugni e i profumi forti del pomeriggio. In alto scaglie di cielo, nel cuore sussulti.
Arianna immaginò le membra possenti del fratello. La coda, le corna. Le narici che fremono. Il sangue sulla sua bocca. Mentre Teseo non si fermava, ancora e ancora, la montava come una giumenta, come sua madre. Pasifae, moglie di Minosse, il re. Madre che per la troppa voglia si unì con un toro e partorì il mostro. Cosa aveva provato? Quanto fu forte? Questo si era sempre chiesta Arianna, mentre percorreva, ogni giorno, il perimetro dell’enorme palazzo di suo padre. Esiste piacere più grande?
Il collare di cuoio e metallo sbatteva frenetico sul petto dell’uomo, mentre le sue mani la cingevano stretta. Arianna teneva il viso appoggiato alla corteccia. Le sfregava la guancia.
Ancora, ancora, non fermarti. Più forte. L’odore del giovane era quello che lei sognava, tra sangue, sudore, e pelo animale.
Con la mano sinistra raggiunse il collo di Teseo, la vena gonfia, il collare. Lo strinse forte. Lo avvicinò a sé. Chiuse gli occhi. Il desiderio era all’apice. Non smettere, non placarti, lo scongiurava nella mente. Anche io, anche io, come mia madre…
Venne trafitta da un piacere incandescente. Il bosco vorticò sempre più piano, poi si fermò.
La guancia le doleva, e la schiena, e tra le gambe era come avere fiamme accese.
Teseo stava sdraiato sulla terra, respirando forte.
“Mi hai quasi ucciso…”
“Quasi.”
“Vieni con me” le disse Teseo, ancora pieno d’ebrezza.
Arianna sapeva che non esisteva nessun filo abbastanza lungo da ricondurla a casa, dal posto in cui lui l’avrebbe abbandonata.

 

 

Teseo_Minotauro

Vuoi salire a vedere la mia collezione di scuse per scopare?

Penosa
Ho il cancro. Mi restano tre mesi di vita. Mi sono ammalato in Africa, mentre cercavo di salvare un villaggio dalla malaria, da solo, a mani nude.

Raccomandata
Sono il nipote della nipote di Mubarak.

Gender
Dovresti approfittarne: prossima settimana cambio sesso. Me lo faccio togliere insomma.

Indifferente
Che poi, il sesso è sopravvalutato, diciamoci la verità. Molto meglio una profonda discussione intellettuale, un’affinità di anime elette. La mano sul tuo pube? Guarda non me m’ero manco accorto, deve essersi addormentata.

Insensibile
Ho questo problema di salute che sono praticamente insensibile a livello di stimolazioni nervose
– un incidente da piccolo sotto la doccia – per cui posso andare avanti per ore. Un problema serio.

Aliena
Sono l’ultimo discendente di una razza superiore aliena. Entro la mezzanotte il mio seme imploderà e non potrò fermare l’estinzione della mia specie.

Misteriosa
Presto, potrebbero arrivare da un momento all’altro e per me sarà la fine.

Ginnica
Ho letto su Tv sorrisi e canzoni che con dieci minuti di rapporto si bruciano calorie per l’equivalente di mezzora di squash. Tu giochi a squash? Manco io.

Letteraria
C’è questa scena nell’ultimo di Saramago che mi è rimasta in testa, cazzo. Lui e lei contro la ringhiera del balcone, trasporto pazzesco: Non ho mai avuto un momento così, Neanche io, Vorrei continuasse anche dopo, Pensiamo al momento.
Pensiamo al momento?

Fiscale
L’agenzia delle entrate ha stabilito che è detraibile.

Funzionale
Ho scoperto questa cosa di avere il glande poroso. Mi dicono che funzioni.

Orientale
A Goa c’era ‘sta scuola tantrica. Per me era un momento di ricerca interiore, stavo lasciandomi dietro pezzi della mia vita. Ho frequentato così, per curiosità. Non pensavo, ti dico. E invece… Adesso sono cintura nera di penetrazione e faccio i workshop nel week end.

Saggezza
Ma sia io prendo la vita così, come viene. Oggi qui, domani là. Non mi lego a nulla, volo, plano, riparto. Tanto guarda, stiamo qui su questa terra così poco… tanto vale assaporare le cose belle senza stare a pensarci troppo. Altro bicchiere di alcol puro?

Familiarista
Non vedo l’ora di avere figli miei. Di accudirli, cullarli, allattarli. Sono proprio portato per queste cose.

Femminista
Mi fanno ridere i miei amici: l’uomo comanda, l’uomo è cacciatore, e cazzate simili. Al mondo comandano le donne. Te, ad esempio, diciamocelo con franchezza: te hai già deciso che ora mi prendi e mi sbatti. E non ci sono cazzi, la vincerai tu. Ah, voi donne. Dovrebbero darvi più potere, più soldi.

Matematica
La media è 15 miknuti e 23 secondi. Ma sai, la media vuol dire tutto e niente. C’è chi dura tre quattro minuti e chi va avanti le mezzore. Qualcuno, ehm, anche di più.

Vittimista
Ho questo tarlo che ti devo dire, che tanto lo scopriresti comunque. La mia ex, che ho lasciato io, si è vendicata caricando su internet questo video che avevamo fatto insieme. Ho provato di tutto, avvocati, polfer, niente. Sai per me è una vergogna, un’infamia. 12 milioni di visualizzazioni, con picchi di 15 sul mio cunniligus, 3400 commenti ad oggi (3413), 29876 mi piace, 500 mila iscritti al canale. Un incubo.

Interior design
Ho appena preso questo materasso riempito all’olio di mandorle, con incorporate vibrazioni olistiche e aromi di fiori di bach. Credo molto nel feng shui.

Vibrante
Prima ero molto più frivolo. Mi buttavo un po’ via. Poi sono cambiato. Adesso lo faccio solo con chi mi fa sentire certe vibrazioni. Ora sto vibrando ad esempio. Senti, senti che risonanza.

Professionale
Dopo 12 anni di carriera nel porno, ho voglia di ripartire con una nuova purezza. Sai, gesti lenti, assaporare tutto, lentezza, dodici minuti di frontale, cinque da dietro, zoom sulle parti basse, venire fuori, scrollarlo.

Artistica
Hai mai provato il body painting?

Fisiologica
No, guarda non serve essere infermiere. Potresti aiutarmi perfino tu. Dovresti solo stimolarmi un attimo, di solito poi passa, non dovesse mi chiami la guardia medica e ci pensano loro che sanno, ma secondo me passa prima.

Fantascientifica
Ho questo microchip transgenico, sperimentale a bestia. Registra tutta la prestazione, ti salva i dati sull’app, fa anche uno screening al partner, glicemia, colesterolo, tutto. Mi trovo da dio.

Subliminale
Così mi dicevi, che stai facendo Architettura, – fa caldo, eh? – Poi vuoi entrare in uno studio, ovvio, – ti spiace se tolgo la maglia? – Ma di interni o esterni? Perché sai, son cose diverse… – io intanto sbottono un secondo i pantaloni che la pizza ha gonfiato, ma tu dimmi, dimmi mi interessa moltissimo.

Animalesca
Cazzo, stanotte è luna piena! Non senti? Cioè, lo sento solo io? Davvero? Madonna come lo sento…

Contabile
La benzina fa 5 euro. Ristorante 23,50. La rosa 1 euro. C’è poi la luce dell’abatjour, hai tirato l’acqua? Allora l’acqua del condominio, la birra che hai preso dal frigo… fai un po’ tu.

Novità
Sai che non l’ho mai fatto con una senza tette?

Proverbiale
Ogni lasciata è persa. Non c’è due senza tre. Chi non risica non rosica. Ah, chi fa da sé fa per tre, dici?

Precauzionale
No ma guarda che non voglio fare sesso, ti sbagli. Cosa te lo fa pensare? Questo? Ma no, cos’hai capito, ma va l’ho messo solo per i colpi d’aria.

Record
C’è sta cosa che mi rode, di non essere riuscito ancora a superare il mio record. Quanto tempo? L’ultima cacciata via di casa dopo sette minuti. Posso fare meglio.

Romantica
Che dici se dopo ce ne fuggiamo in moto al mare e guardiamo l’alba da uno scoglio abbracciati?
Non ho la moto? Vabbè, si prende il regionale per Savona prossimo week end.

Promessa
Ho promesso a mio padre in punto di morte che non l’avrei deluso. Son sicuro che papà da lassù ci assisterà.

Politica
E la crisi, la Brexit, il terrorismo, i vaccini, gli immigrati, sempre polemiche, continuamente polemiche. Non ne posso più. Non ti ci mettere pure tu dai!

Onestà
Non sono di quelli che cerca sempre scuse. Ne ho una e uso quella tutte le volte.

Il mio nemico

 

 

 

 

 

 

 

Il mio nemico è chi mette alle strette
con la fretta, con parole troppo dette
Chi mi spegne la candela, e non capisce
la potenza dei bisbigli, i passi decisivi
sull’uscio del mattino, ancora preda
di sbadigli

Il mio nemico è chi mi trattiene
poco prima del salto nel baratro
e non chi lascia che io prenda la rincorsa
Il mio nemico aspetta, gira intorno, – una morsa
un colpo di teatro
e nella vertigine di luce dimentica
la strada percorsa

Il mio nemico non conosce le sfumature
di ghiaccio nella voce, il fiore appena
esploso tra il dolore e l’estate
Crede, come religione senza fede, tetro
che tutto si assomigli, che gli altri
siano appigli per la scalata all’indietro

Il mio nemico proprio adesso
sta affilando le armi, gli artigli
sta, nell’ombra di un dispetto, al posto solito
dove fa sempre freddo
Il laccio, il pugnale, lo sguardo benevolo
e la verità che sempre dice
rispettosa della legge,
degli uomini e degli ideali
Pronto a balzarmi addosso
coi suo denti micidiali
Il mio nemico è colui che non sa
ancora che mentre mi divora
si distrugge

Io lo vedo, lo sento, nel letto
quando mi parlo, e poco prima del sonno,
come sempre, mi sfugge

Il bar delle sette meno un quarto

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Bisogna immaginare una mattina d’inverno. In una città del nord. Come Torino. Sono le sette meno un quarto. Stai andando a lavorare. Fa freddo, ed è buio ancora. Per strada l’asfalto luccica. I lampioni ancora accesi. Il fiato che si condensa mentre lo sputi. Come al solito non sei preparato ad uscire. Hai freddo, sonno, fastidio. Ti pesa più del solito la giornata che si appresta ad iniziare.
Sulla strada per il lavoro, vorresti entrare al bar. Non è un bel bar. Anzi è quasi brutto. È il bar archetipico della periferia italiana. A gestione familiare, grigio e marrone, odore di soffritto, la macchinetta slot machine, i giornali sul frigo dei gelati (non Algida), tazzine sporche di caffè, le occhiaie del barista, addobbi di natale dimenticati da settimane, tutta una clientela speciale, possibile solo in un bar simile, già a quell’ora, le solite battute, i soliti discorsi.
Insomma, il posto più bello del mondo. Sì, perché rispetto a dove devi andare tu, al lavoro che ti aspetta, quel bar è Shangri La, quel bar è territorio diplomatico, è terra di nessuno, è isola felice, nella quale ti vorresti rifugiare per tutta la mattinata, guardando dietro la vetrina impolverata tutte le gradazioni del mattino cambiare, una dentro l’altra, entrare e uscire gente, sfilare umanità lì davanti, la spesa al mercato, gli anziani a passeggio, mamme coi bambini, studenti ritardatari, gente che va a lavoro (e tu no), spazzini, postini, agenti immobiliari e falsi controllori Enel, e chiunque viva la mattina per strada (sono categorie ben precise).
Vorresti l’ozio dentro al bar. Fino a mezzogiorno, l’una, fino a che si disinneschi la portata distruttiva del mattino d’inverno nella città del nord, fino a che un sole pallido, restituisca energia alla tua mente. Il bar è il prolungamento del letto, la riproduzione di un utero, la caverna nella quale stai accucciato, drago apatico.
Più di tutto godresti del fatto di essere assente ingiustificato. Dove sei finito, si chiederebbero a lavoro. Che cosa ti è successo. Malattia, impegno familiare, un incidente. Le chiamate al cellulare che si diradano. Fino a che ti lasciano in pace. Il bar sarebbe come l’attesa del volo per sparire definitivamente. Leggeresti il giornale fino all’ultima riga, anche gli articoli che di solito non leggi, sfoglieresti piano le pagine, ti prenderesti il lusso di tornare indietro, cosa ha deciso il governo indonesiano, che cosa è successo in Texas, perché cambiano i lampioni in provincia, e intanto l’odore dei cornetti scongelati nel fornetto, il latte del cappuccino che un po’ si brucia, l’ubriacone del quartiere che si lamenta, tu abbandonato, vicino al frigo dei gelati (ma non Algida), prima un caffè, poi un succo, un altro cornetto grazie, un bicchiere di bianco, sono già le undici d’altronde, c’è di buono che dentro non fa freddo, e l’odore misto comincia a piacerti, i tuoi occhi, ora svegli, lucidi, quell’euforia da scampato pericolo, tutto sembra possibile, iniziare una nuova vita, progettare nuovi scenari, nuovi modi di arricchirsi e vivere per sempre così, rifugiato politico al bar dell’angolo, lungo, la strada anonima che porta fuori Torino, casette basse, un’autorimessa, da qualche parte una scuola, i dossi, un parchetto striminzito, la fermata dell’autobus, tutto quel grigio colato sulla realtà, da cui solo il bar è escluso. Guarderesti fuori, lentamente, dolcemente, pezzi di cielo, grumi di verde, colori attenuati.
E invece con l’auto al semaforo, alle sette meno un quarto, buio, freddo, tu non hai tempo neanche per un caffè. E poi la macchina dove la lascio, lo prendo alle dieci alla macchinetta, e poi stamattina ho già fatto colazione, tanto sai già che il senso di colpa, sai già che sarebbe risvegliarsi da un sogno, alla luce piena al cristallo finissimo di mezzogiorno, scomparsa la poesia, finita la fuga, non scherziamo, siamo seri, non ho sedici anni, è la vita, non si è mai visto, allontana la tentazione, sono solo fantasie.
Un ultimo sguardo alla vetrina, prima del verde, ti pare quasi di sentire l’odore di brioche e alcol, devo solo svegliarmi, appena mi riprendo tutto fila liscio, come ieri, come sempre.
Verde.

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