La nuova casa

Giungemmo nelle nuova casa un luminoso sabato mattina. Nelle due settimane precedenti, mio padre, che è sempre stato un pacifico impiegato in una ditta matalmeccanica, aveva coordinato i  lavori di trasloco, che ci videro impegnati tutti. Riempimmo casse e scatoloni nella vecchia casa che andava arricchendosi di spazio ed echi.  Affidammo quindi, quel sabato mattina, i nostri armadi, le sedie, i vestiti, i mobili, i quadri e tutto il materiale accumulato nella vita di mio padre e di mia madre,  e di quella di qualche avo ormai lontano,  ad una ditta di trasporti formata da un gigantesco e non più giovane barbablù e due suoi figli, silenziosi e scostanti.
In una mezza giornata riempirono e svuotarono il loro furgoncino rosso e montarono il montabile.
A noi restava sbrogliare i nodi dei pacchi più piccoli e rendere l’abitazione la nostra casa.  Li congedammo con un già vivo senso di intimità tra quelle mure ancora ignote. Ripensai alla mia vecchia casa, mentre portavo a braccia scatolini di cartone coi miei libri, su nel piano a noi destinato, ame e ai miei fratelli (avevo due sorelle ed un fratello più piccolo). La mia vecchia casa che sapeva di ombra, aveva un piccolo giardino privato e celava discretamente i rumori della strada. Si trovava dall’altra parte della città, nella zona vecchia,  ed io, in quella casa c’ero perfino nato.
Esigenze di comodità e di vicinanza al lavoro di mio padre, trasferito insieme a tutta la ditta nei pressi della nuova dimora, ci portarono in quella via periferica, fatta da casa nuove, sorte negli ultimi cinque anni, brulicante di persone in movimento, auto, bici, suoni, attività.
La nostra casa era decisamente più grande della vecchia. Di due piani, perfettamente incastonata tra due palazzine similpopolari più alte. Non avevamo un giardino, ma una mansarda polverosa che non perdetti tempo a ritenere misteriosa.
Eravamo in soggiorno, dove mio padre aveva appena stappato uno bottiglia di prosecco. Per l’evento, pure mio fratello piccolo aveva visto riempirsi il bicchiere per brindare.  Mai dimenticherò come mio padre posava  lieve il suo sguardo liquido e fragile dalla contentezza che lo sconquassava su quello di mia madre, tremante, ilare, che continuava ad accarezzare la testa dei suoi figli, saltellando da uno scaffale ad un mobiletto, prendendo oggetti in mano e riposandoli subito, catturata da una sempre rinnovata ispirazione.

Mio padre pareva averla costruita lui quella casa, e non soltanto comprata a fatica con i risparmi di sempre. Bevemmo lo spumante e mia madre prese subito i bicchieri per deporli sul lavandino. Suonarono in quel momento.
“La ditta?” affermò domandando disse mio padre riferendosi ai traslocatori appena salutati.
“Cosa si sono dimenticati?” finse un’ansia mia madre,l’ansia bella di chi ha tante cose piacevoli da fare tutte assieme, ansia di chi non vedo l’ora di sistemarsi comoda in una nuova identità.

Andò ad aprire Giulietta, e noi tutti restammo in silenzio aspettando di veder comparire in soggiorno l’omone coi suoi due figli con qualche imballo sperduto. Silenzio. Ci guardammo.
Giulietta comparve sulla soglia con un’espressione seria, tra l’imbarazzato e l’impotente. Fece per aprire bocca, quando dalle sue spalle sopraggiunse una piccola folla di persone. Una coppia di mezza età, una vecchia, alcuni ragazzini, maschi e femmine. E la stanza si riempì di voci. Questa gente riuscì in pochi secondi a spargersi verso di noi, baciandoci sulle guance e ridendo, stringendoci le mani e pronunciando nomi che si mescolavano nel marasma. Con difficoltà decodificammo la parola “vicini”. Io mi trovai di fronte due ragazzini, pressappoco coetanei, dall’aria frusta, un viso furbo, molto somiglianti. A differenza mia portavano calzoni corti, e avevano i pugni chiusi mentre mi squadravano intenti e mi chiedevano per quale squadra tenessi.  Ammetto di essermi perso gran parte di ciò che contemporaneamente succedeva nella stanza agli altri miei familiari, anche perché  abbastanza presto fui condotto dai due al piano superiore sotto la pressante richiesta di mostrare loro la mia cameretta. Quello che vidi, con la coda dell’occhio, quando ancora ero in soggiorno e stavo di fronte ai due, fu che ogni membro della mia famiglia aveva qualcuno che, già vicinissimo al suo corpo, parlava, chiedeva, si faceva più vicino. Tutti ridevano e mio padre non riusciva a sciogliersi: gli succedeva spesso in situazioni di imbarazzo, di starsene sempre più rigido, timido, bloccato. Parlava in quei casi a voce bassa e prestava l’orecchio al suo interlocutore, che in quella occasione era l’uomo di mezza età, probabilmente il capo famiglia, ridanciano e elettrico. Aveva la barba a punta, che vibrava tutta sul mento. Mia madre era costretta a tenere una mano alla moglie del barbuto, poiché questa non smetteva di stringerla e sussurrarle parole all’orecchio che le facevano aprire gli occhi sempre più, in uno stupore che non saprei dire se vero o cortesemente simulato.

Quando fui in camera, cercai di iniziare a mostrare i miei giocattoli, i miei libri, come farebbe una guida in un museo: aspettandomi di vedere quei due come i visitatori di un museo, le mani conserte, pazienti di fronte alle cose, silenziosi. Non fu così. Quelli si fiondarono verso gli scaffali, presero macchinine, spostarono libri accumulandoli per terra, commentando tra loro in un gergo che non capii. Ero disarmato, avrei voluto fermarli, portare ordine, ma sapevo di non aveva quella capacità. Come mio padre, in certi momenti, mi eclisso.

Tentai di avvicinarmi a loro ed inserirmi in quello sfacciato utilizzo delle mie cose.  Anche se me lo dissero, non ricordavo il loro nome.
“Questa me l’ha regalata mia nonna” dissi indicando una trottola di legno molto grande, di cui andavo fiero.
Nessuno mi rispose, solo i due si guardarono e subito uno di essi la mise in tasca. Vidi benissimo la scena, e quello che feci fu il mio primo sbaglio, anche se oggi, non so dire quanto realmente potesse servire cercare di contrastare il flusso degli eventi.  Mi dico così, e in parte mi assolvo. Non saprò mai il contrario.
“Se vuoi te la presto” sussurrai al ladro che mi dava le spalle. Mi sentii stupido e vigliacco, ma tanto era lo stupore che proprio non capivo come fosse possibile. Quello non rispose. Aprirono cassetti, salirono con le scarpe sul letto per rovistare nei piani più alti del mio armadio. Ero sempre più ghiacciato. Avrei potuto affrontarli, non erano più robusti di me, ma quell’imbarazzo, la novità, il pensare che cosa potesse succedere se fosse scoppiato un litigio in quel momento, con le nostre famiglie di sotto, la vergogna, mi impedirono di fare alcunché. Provai paura per i miei genitori, non so perché. Ad un certo punto sembrava che i due fratelli si fossero accontentati dell’ispezione: stavano seduti sul metto con lo sguardo a terra, come in ascolto.  Io mi ritrovai come al principio sull’uscio a guardarli, perfino imbarazzato per quel silenzio pesante.

“Voi dove andate a scuola?” chiesi tirando al massimo un sorriso che mi costò fatica.
Rispose quello che mi aveva rubato la trottola. “Dove non vai tu”, disse secco.
“Come fai a sapere dove vado io?”
“Ce l’ha detto nostro padre”.
Rimasi scosso da quella rivelazione. Cosa significava? Come poteva loro padre sapere dove mi ero iscritto (due giorni prima), come potevano sapere anche la più insignificante informazione su di noi, loro, dal momento che quello era il nostro primo giorno nella nostra nuova casa?
Di sotto il vociare si era fatto più piano, più misurato. Le parole indistinguibili in un brusio di fondo, ma evidentemente, nessuna risata.
“Scendiamo?” proposi titubante e subito dopo averlo chiesto sentii l’impulso di rafforzare quella richiesta con una moina “mia madre ha delle paste per festeggiare…”.
I due si alzarono lentamente, senza parole, senza guardarmi. Mi superarono mentre io mi scansavo per farli passare e ammetto di essermi sentito vittorioso: la vittoria dei deboli  quando i più forti decidono di non batterli, quando la scampano non per merito loro. Respirai. Li sentii scendere gli scalini con passo cadenzato. Andai dietro loro, dopo aver pulito con una mano le impronte fangose delle scarpe sul mio copriletto.

Scesi in soggiorno, e subito una vampata di calore e di vergogna mi invase. La mia e quella famiglia, stavano seduti in circolo attorno al tavolo, in silenzio, l’aria greve, e mi guardarono mentre arrivai. Il padre barbuto mi fece segno con la testa di prendere posto su di uno scatolone.  Il ragazzino ladro aveva tirato fuori dalla tasca la trottola e la faceva girare sul palmo della mano, guardandomi di scherno. Giulietta piangeva senza lacrime, silenziosamente. Mio padre e mia madre si tenevano vicini, le spalle che si sfioravano. Poi lui mi disse con un filo di voce: “stasera abbiamo i nostri vicini a cena, Mauro”, come se fosse compito mio pensare ai preparativi, come se fosse una notizia che  mi doveva riguardare di persona. Mio padre è sempre stato così: in difficoltà, non chiedeva mai aiuto direttamente agli altri, ma lanciava quei segnali neutri che ormai avevamo imparato a decifrare come il grido della sua disperazione. Mi sedetti e piansi un poco.

Autori Riuniti al Salone del Libro di Torino

Quest’anno tante sorprese al Salone Internazionale del Libro di Torino: la nostra ultima uscita “Il Battito oscuro del mondo” di Luca Quarin, un nuovo progetto che sveleremo in anteprima durante il salone, i nostri amici di Carie con cui condivideremo lo stand!
Non potete mancare!

Al LINGOTTO da giovedì 18 a lunedì 22 maggio 2017
SPAZIO INCUBATORE, PADIGLIONE 2, STAND G31

La lettrice

Il tuo profilo è così netto,
il volto assorto
come una dea paziente
né gioia né fremito
mentre ti scorgo
nel dehor del bar dei cinesi

Sul tavolino
un pacchetto di sigarette
l’accendino, il caffè,
il solco di un’attesa

Penso a dove tu stia andando
in questo mondo
e nell’altro:
ad un incontro
d’amore a fine Ottocento
forse sperduta nel mezzo
dell’universo, alla stazione
dei pullman ma senza bagaglio

Tra poco, il caffè ormai freddo,
alzerai lo sguardo da quelle scie
di parole sulla carta
sentirai di colpo il rumore del mondo
Lascerai il conto, chiuderai il libro
ti perderai nel reale che ti reclama
come il dovere dopo il sogno
Ed io non saprò mai il tuo nome
né cosa tu stia leggendo

Racconto sbagliato

Si trovarono all’improvviso dentro il suo racconto. Li rese amanti a pagina 12. Ma era uno scrittore distratto, e con poca dimestichezza coi tasti. Li misi sul TETTO (voleva scrivere LETTO) e presero freddo tutta la notte. Li fece vorticare, preda di un CALLO (voleva dire BALLO). Li spedì in un viaggio romantico a CARPI (ma in realtà intendeva una più suggestiva CAPRI). Sfiniti da un amore pieno di refusi, si lasciarono con SABBIA (era RABBIA). E non si capì mai chi avesse messo la parola FUNE a quella storia.

La mia pagina su Switch on future

Da ieri è presente la mia pagina personale su Switch on future, il portale che valorizza e sostiene gli artisti (non solo gli scrittori) nella realizzazione del loro percorso, favorendone l’incontro con il pubblico.

Qui trovate la mia scheda.

Il battito oscuro del mondo

Il Grande Romanzo americano, quest’anno, l’ha scritto un italiano.

L’America dei ricchi, del consumo, degli scontri razziali, della deriva; L’America dell’immaginario televisivo, cinematografico, musicale, letterario, denso, vivo, pulsante che ci ha colonizzato la mente; L’America viscida, l’America del sogno, del viaggio, delle scoperte; L’America e la sua breve, contorta storia, un filo sottile che la unisce con la vecchia Europa; L’America perversa, l’America dei soldi, degli uomini e le donne pronti a ripartire dopo un fallimento, e rifallire; l’America di luoghi simbolici, sterminati, di posti deserti, abbandonati; l’America dei segreti, delle bugie, dell’odio e degli amori. Insomma, tutta l’America e qualcosa di più.
Tutto nel libro di Luca Quarin autore del romanzo “Il battito oscuro del mondo” edito da Autori Riuniti, in libreria dal 11 maggio.
Verrà presentato in esclusiva il 5 maggio alla Libreria Pantaleon alle ore 19. Insieme all’autore, la La McMusa Marta Ciccolari Micaldi. Come on guys!

I volti e le storie dietro la Liberazione

Valdo Fusi è un giovane e brillante avvocato di Torino. Quasi per caso entra nella Resistenza: viene scelto per rappresentare la Democrazia Cristiana nel Comitato militare piemontese del Comitato di liberazione nazionale.
Un giorno l’avvocato Guglielminetti, luminare e suo Collega Importante, si presenta nel suo ufficio.

– Il Comitato dei cinque partiti antifascisti ha costituito il Comitato militare regionale. Io rappresento la Democrazia Cristiana nel Comitato politico. Ho pensato a te per il militare. Cominci subito. Domani a Vercelli c’è la prima riunione.

Valdo Fusi è recalcitrante: “Mi sento libero e libero intendo rimanere: non accetto; a Vercelli non andrò.”
L’indomani andrà a Vercelli e diverrà parte fondamentale della prima lotta partigiana in Piemonte.

Nel libro che scriverà anni dopo, “Fiori rossi al Martinetto”, c’è la cronaca fedele di quel percorso, tragico e amaro, doloroso e, sembra pazzesco, nonostante tutto pieno di ironia e leggerezza. Valdo Fusi racconta con umorismo affettuoso quegli anni, le persone che incontra, i personaggi generosi, attivi, eccezionali e normali con cui lotterà insieme, pieno di ammirazione e tenerezza nei confronti di uomini politicamente distanti da lui, ma che sente umanamente vicini, fratelli.
Eusebio Giambone, ad esempio, operaio comunista, uomo di altissimi valori e padre premuroso di Gisella, la sua bambina, al confino in Campania nel 1943, anziché aspettare l’imminente arrivo degli Alleati, scappa e torna a Torino a riprendere la lotta; Paolo Braccini, docente universitario in Zootecnica, che entra, all’indomani dell’8 settembre, nel Partito d’Azione e quindi nella Brigata Giustizia e Libertà, spinto da ideali profondi (“il più intelligente tra di noi” dirà Fusi): è padre e marito affettuoso; il giovane Errico Giachino, giovane militare di 28 anni, soprannominato Erich, che formerà le prime bande armate resistenti ed entrerà poi nella brigata Matteotti: si è appena fidanzato; e poi ancora Franco Balbis, militare ironico e valoroso, Quinto Bevilacqua, figlio di braccianti, è nel Comitato militare da soli due settimane; Giulio Biglieri, partigiano dall’inizio, arrestato già a 21 anni, anche lui torna a Torino dal meridione per combattere ancora, Massimo Montano, alpino, la cui giovane sposa è in attesa di un bimbo, e Giuseppe Perotti, il Generale, combattente già premiato durante la Prima guerra mondiale, figura di prestigio per la prima resistenza che necessitava di uomini come lui, in grado di fornire organizzazione e disciplina alle azioni militari di un Comitato che stava formandosi. Valdo Fusi conosce tutta la rete incredibile di civili, militari, partigiani, uomini e donne che, a vario titolo, si sono riuniti attorno alla resistenza contro il Nazifascismo. Valdo Fusi ne rende un ritratto vario, profondo e sfaccettato.
Sente di condividere con questi uomini, animati da ideali di libertà e uguaglianza, una battaglia decisiva. Nel libro li racconta soprattutto nei loro aspetti umani, antieroici, come semplici individui che hanno scelto, liberamente, da che parte stare: perché sentivano che non si poteva fare altrimenti, che quella era l’unica scelta possibile, pensando al bene collettivo, al futuro dell’Italia e delle generazioni a venire. Anche se la scelta sapevano, erano certi, che li avrebbe portati al sacrificio.
La Resistenza fu, innanzitutto, una questione di scelta. Assunta in piena responsabilità, totalizzante, sofferta spesso, ma mai messa in discussione.
Questi uomini (insieme altri precedentemente catturati) operano fino a che, forse per via di una spia, vengono arrestati in piazza del Duomo a Torino il 31 marzo del 1944, prima di una riunione segreta. Chi di loro ha subodorato il pericolo, e notato i poliziotti fascisti, non scappa: vuole avvisare gli altri compagni. Vengono presi e condotti, prima in Procura, poi alle Nuove.
Inizierà il cosiddetto processo di Torino.
Il Nord Italia è in mano ai Nazisti. Mussolini, da Salò, preme affinché le condanne siano durissime, esemplari: vuole mostrare all’alleato tedesco che anche gli Italiani sanno essere intransigenti e duri contro i “terroristi”.
Il processo, una farsa montata ad hoc, per simulare una parvenza di diritto, è già deciso.
La notte prima della sentenza, in carcere, ben sapendo quale sarà l’esito del processo, questi uomini la passano a parlare tra loro, scherzando.

Il Capitano Balbis dice: – Ragazzi, avete pensato al desiderio da esprimere questa sera? Io chiederò di fare il giro del mondo in bicicletta. E voi?
Braccini dice: – Io chiederò che mi lascino vedere come finirà la guerra.
Giambone dice: – Io mi accontento di un cappuccino.
– Desiderio non proprio ortodosso per un comunista.
Giambone sorride, divertito, e mi domanda: – E tu?
– Dirò che desidero imparare il cinese. Ci vogliono dodici anni.

L’indomani gli imputati sono in aula. I capi d’accusa sono: aver commesso attentati contro l’integrità, l’indipendenza e l’unità della Repubblica Sociale Italiana; avere, in tempo di guerra, concorso tra loro, tenendo intelligenza col nemico, commesso fatti diretti a favorire le operazioni militari del nemico stesso, raggiungendo l’intento; aver promosso una insurrezione armata, poi avvenuta e in atto contro i poteri dello Stato; aver commesso, in concorso tra loro, fatti che hanno suscitato la guerra civile tuttora in atto;

Valdo Fusi, da avvocato, rassicura così i compagni:
– Le ultime tre imputazioni non ci preoccupano, – spiego.
– È già qualcosa, – dice Giambone – ma perché?
– Perché la prima contempla la pena di morte.
– Così li freghiamo, – dice Geuna, – le ultime non le scontiamo.

Queste le condanne:
Giuseppe Perotti: condannato a morte.
Gustavo Leporati: ergastolo.
Franco Balbis: condannato a morte.
Silvio Geuna: ergastolo.
Massimo Montano: condannato a morte.
Cornelio Brosio: due anni di reclusione.
Pietro Carlando: ergastolo.
Giuseppe Giraudo: ergastolo.
Giulio Biglieri: condannato a morte.
Paolo Braccini: condannato a morte.
Eusebio Giambone: condannato a morte.
Errico Giachino: condannato a morte.
Quinto Bevilacqua: condannato a morte.
Assolti per insufficienza di prove Luigi Chignoli e Valdo Fusi.
Chi abita a Torino, soprattutto, assocerà molti di questi nomi a delle vie e piazze cittadine: è necessario che questi nomi tornino ad essere volti, storie, racconti, immagini e non solo retorica. La Resistenza e la Liberazione si festeggiano soprattutto rendendo noi stessi testimoni attivi.

L’ultima notte in carcere, prima dell’esecuzione della sentenza, questi uomini la passano a scrivere lettere ai loro cari.
Giachino scrive ai genitori e alla fidanzata: chiede loro di incontrarsi (non si conoscono), di rimanere in contatto e aiutarsi a vicenda, di volersi bene; chiede scusa alla fidanzata di non averle dedicato gli ultimi tempi. Montano scrive alla moglie: aspettano un figlio, che lui non vedrà mai. Le dice che, in questo suo ultimo giorno di vita, se lo immagina nascere e crescere roseo e paffutello.
Inserisco al fondo di questo articolo solo quella di Giambone alla figlia di Gisella: è una delle più famose, toccanti e dolci, documento altissimo di un uomo che ha saputo fare la cosa giusta. Sempre.
Invito a leggere le altre, qui ne trovate alcune: http://www.storiaxxisecolo.it/documenti/documenti7.html

La mattina del 5 aprile 1944 gli otto condannati a morte vengono condotti al poligono di tiro del Martinetto, a Torino, dove varranno fucilati, seduti e legati di spalle al plotone.

Per questo oggi, la celebrazione della Liberazione a Torino passerà per il Martinetto.

Valdo Fusi, la cui storia continua, e a cui il destino ha riservato il ruolo di testimone, non potrà che raccontare.
“Fiori rossi al Martinetto” è così una delle tante testimonianze della lotta partigiana. Forse non è la più celebrata, accurata, elevata. Io però l’ho trovata illuminante. Leggerla mi ha aiutato a vedere, e non solo a sapere. Vedere uomini concreti, come potremmo (dovremmo?) essere noi, in una situazione al limite, che costringe ad una scelta drammatica, vanno fino in fondo, mettono da parte tutto, ma proprio tutto, gli affetti più cari, la loro stessa vita, e agiscono avendo come unica guida il bene degli altri.
Se oggi io scrivo questo articolo, e voi lo leggete, e tra poco usciremo di casa, in questo girono di festa, passeggeremo, parleremo, rideremo, immersi in una libertà che spesso trascuriamo, è semplicemente grazie a questi uomini che hanno scelto.
Oggi festeggiamo loro.

Cara Gisella,
quando leggerai queste righe il tuo papà non sarà più.
Il tuo papà che ti ha tanto amata malgrado i suoi bruschi modi e la sua grossa voce grossa voce che in verità non ti hai mai spaventata.
Il tuo papà è stato condannato a morte per le sue idee di Giustizia e di Eguaglianza.
Oggi sei troppo piccola per comprendere perfettamente queste cose, ma quando sarai più grande sarai orgogliosa di tuo padre e lo amerai ancora di più, se lo puoi, perché so già che lo ami tanto. Non piangere, cara Gisellina, asciuga i tuoi occhi, tesoro mio, consola tua mamma da vera donnina che sei. Per me la vita è finita, per te incomincia, la vita vale di essere vissuta quando si ha un ideale quando si vive onestamente, quando si ha l’ambizione di essere non solo utili a sé stessi ma a tutta l’Umanità.
Tuo papà ti ha sempre insegnato a fare bene e fino ad ora sei stata una brava bambina, devi essere maggiormente brava oggi per aiutare tua mamma ad essere coraggiosa, dovrai essere brava domani per seguire le ultime raccomandazioni di papà.
Studia di buona lena come hai fatto finora per crearti un avvenire.
Un giorno sarai sposa e mamma, allora ricordati delle raccomandazioni di tuo papà e soprattutto dell’esempio di tua mamma. Studia non solo, per il tuo avvenire ma per essere anche più utile nella società, se un giorno i mezzi non permetteranno di continuare gli studi e dovrai cercarti un lavoro, ricordati che si può studiare ancora ed arrivare ai sommi gradi della cultura pur lavorando.
Mentre ti scrivo ti vedo solo nell’aspetto migliore, non vedo i tuoi difetti ma solo le tue qualità perché ti amo tanto: ma non ingannarti perché anche tu hai i tuoi difetti come tutte le bambine (ed anche i grandi), ma saprai fare in modo di divenire sempre migliore, ed è questo il modo migliore di onorare la memoria del tuo papà.
Tu sei giovane, devi vivere e crescere e se è bene che pensi sovente al tuo papà, devi pensarci senza lasciarti sopraffare dal dolore, sei piccola, devi svagarti e divertirti come lo vuole la tua età e non solo piangere.
Devi far coraggio alla mamma, curarla e scuoterla se è demoralizzata. Sii brava, sempre, ama sempre la mamma che lo merita tanto. Il tuo papà ti ha amata immensamente ti abbraccia ed il suo pensiero sarà sono alla fine per te e mamma

il tuo papà

Un pezzo dopo l’altro

Rientrò a casa puntuale, fece le scale (unica vera forma di movimento che si concedeva in tutta la giornata), aprì la porta. Cercò con la mano destra l’interruttore, evitando di guardare fisso davanti dove aveva messo lo specchio: all’accensione della luce, tutte le volte, gli pigliava un colpo a vedere riflesso lì quel suo faccione stanco, privo di sorriso, ogni giorno più vecchio, più stanco, più amaro. Tenne quindi gli occhi a terra, mentre la mano tastava il muro. Non trovava l’interruttore. Si voltò, nel buio assoluto (aveva già chiuso la porta alle spalle), e si aiutò con l’altra mano. Dove ragionevolmente avrebbe dovuto trovarsi l’interruttore, al tatto, sentiva solo muro liscio, freddo. Aprì la porta di casa, fece entrare la fredda luce del pianerottolo, che diede al suo ingresso un aspetto lunare. Il muro, ora più evidente, non mostrava traccia dell’interruttore. Dove era sempre stato, dove era quella mattina, c’era solo muro. Neanche la più piccola traccia dell’interruttore, della mascherina, un taglio, un contorno, niente. Era stupito, ma anche indignato. Come era possibile? Tirò fuori dalla tasca del cappotto il cellulare. Accese il display e lo puntò sul muro. Niente. Vuoto. Spalancò la porta di casa, voltò a sinistra, verso la cucina. Come un presentimento. Puntò sulla parete a destra, appena varcata la soglia della stanza, approssimativamente dove avrebbe dovuto essere l’interruttore della cucina. Niente anche qui. Ma ho pagato le bollette? Fanno così, adesso, quelli della compagnia della luce? Tolgono gli interruttori? Impossibile, impossibile. A parte che pago tutto, pago sempre. Come avrebbero potuto entrare, togliere gli interruttori, murare il buco, passarci lo stucco, la vernice, farlo sparire, così, una volta per tutte. Si fece guidare dalla luce del cellulare, addentrandosi nel profondo dell’appartamento, là dove la luce dell’androne non arrivava. Le imposte tutte chiuse. Aria ferma, odorosa di sonno, come se la casa ancora dormisse dalla mattina in cui l’aveva lasciata. Apparentemente nessuno sembrava essere entrato: altri segni di presenze non riusciva a scorgerne, tutto in ordine, tutto fermo. Niente interruttore in salotto, niente in camera da letto, idem nel bagno nello sgabuzzino nello studiolo. Non riusciva a capire. Doveva essere una specie di ritorsione, ma di chi? E perché? L’amministratore. Il condominio. Aveva pagato? Qualcuno lamentava un suo atteggiamento, un comportamento non consono, tanto da fargli quel dispetto? Anche qui, pagava sempre, non rompeva il cazzo a nessuno. Eppure, se fossero entrati la mattina appena uscito, avrebbero avuto tutto il tempo di giocargli quello scherzo. Due o tre persone che si mettono di buona lena possono togliere gli interruttori e murare il buco che resta. E non ladri, nessuno pareva aver rubato nulla, a parte gli interruttori. Gente che lo conosceva. Poi gli venne l’idea: intanto che ragiono, meglio scacciare questo buio. Le lampade del salotto. Quelle sono attaccate alla presa a terra. Ne accese una, nulla. Seguì il tragitto del filo: mestamente sdraiato sul pavimento, non attaccato a niente. Sul muro nessuna presa. Passò le due ore successive a verificare ogni attacco di corrente nell’appartamento. Spariti tutti. Ormai stranito, e rassegnato, cenò a lume di candela senza vera fame. Come spiegare all’elettricista, che avrebbe chiamato l’indomani, l’accaduto? Perché aveva tolto e murato tutti gli interruttori e le prese elettriche gli avrebbe chiesto quello, ovviamente. Lo prese una spossatezza inconsueta. Andò a dormire e non sognò nulla. Al mattino, grazie alla luce del sole, quello strano fenomeno gli mise meno inquietudine. Uno scherzo. Dirò uno scherzo. In fondo lo pago, si faccia i fatti suoi. L’importante è che mi rimetta tutto come era prima. Fece per cercare sul telefono il contatto dell’elettricista: il cellulare era scarico. Niente solita ricarica di corrente della notte. Chiamerò dall’ufficio, si disse. Verrà domattina, solo un’altra sera e una notte senza corrente. Fu la prima cosa che fece entrando a lavoro. Diede appuntamento all’elettricista per l’indomani mattina alle sette, poi lavorò cercando di non pensare all’accaduto. Vennero le sette. Rientrando a casa si preparò con la luce del display del cellulare. Niente interruttori, e soprattutto la casa era fredda come una caverna. Ma il riscaldamento non va a corrente, si disse. Punto la lucina verso il radiatore dell’ingresso: sparito. Girò per casa, con frenesia. Spariti tutti. Nessun segno di rottura, di smontaggio, di danneggiamento. Dove c’erano i radiatori, bianco muro liscio. Non riusciva a togliersi il cappotto. Al buio, al freddo, gli venne voglia di gridare. Otto meno dieci. Troppo tardi per chiamare un idraulico. Domattina. Lo chiamerò mentre inizia a lavorare l’elettricista. “Non ho mai sentito di uno scherzo del genere” disse l’elettricista passeggiando per la casa, dopo che lui gli ebbe spiegato sommariamente la cosa. “Scherzo pesante, ora mi tocca riaprire il muro, lei al telefono mi ha detto solo che le servivano interruttori nuovi… qui con me non ho gli attrezzi, devo tornare in magazzino. E mi sa che entro stasera non riesco a ripristinarli tutti.” “Faccia quello che riesce: almeno il bagno, la cucina… in mattinata verrà un idraulico. Ho problemi anche con i radiatori.” L’elettricista istintivamente ne cercò uno. “Sempre lo stesso scherzo?” Lui se ne vergognò. Lo salutò sbrigativamente e uscì. Dalle scale sentì l’uomo in casa sua iniziare a fischiare un motivetto di cui lui non ricordava il titolo. A metà mattina ricevette una telefonata. Era l’elettricista. “Senta, sono qui con l’idraulico. C’è un problema. Un grosso problema. Noi abbiamo aperto il muro, ma mancano sia i fili che i tubi. Lei non è attaccato a nulla. Non ci sono proprio gli impianti. Non so come sia possibile, ma è così. Non sappiamo come aiutarla, vede senza impianti non possiamo rifarle i collegamenti. Ha parlato con l’amministratore? Altro che scherzo, non le hanno mai portato né corrente, né acqua…è sicuro di averle mai avute?” Lui avvertì chiaramente che quell’uomo lo riteneva un pazzo. “Le stucchiamo i buchi e chiudiamo, non so come aiutarla…” “Va bene, non importa, va bene così. Parlerò con l’amministratore. Grazie, mi dica quanto vi devo”. Non chiamò nessun’altro. Lavorò più taciturno del solito. Era certo di essere sprofondato in un incubo. Assurdo. Possibile che si stesse smarrendo? Che non ricordasse di non aver mai avuto la luce e l’acqua in casa? Ma come era possibile, in uno stabile come il suo, che un appartamento non avesse gli allacci? Sentiva di stare scontando una colpa ignota. Che lo faceva vergognare. Tornò a casa, quella sera, rassegnato al peggio. Scomparsi tutti gli infissi e le finestre. Da fuori entrava aria gelida, fischiando rumorosa. La sera dopo niente mobili. Il letto, l’armadio, i cassetti, le sedie. E con loro gli oggetti che contenevano, piatti, vestiti, soprammobili, libri. Dopo un altro giorno le piastrelle del pavimento di ogni stanza. Camminò su un manto ruvido di cemento, sconnesso. Il nylon che aveva messo sui monconi di finestre non faceva più di tanto. Il materassino senza lenzuola, dormì vestito. Avrebbe dovuto andarsene, ma come lasciare la casa in quello stato? Cosa avrebbero pensato tutti? L’amministratore, i proprietari, a lavoro? E soprattutto, dove andare? Una camera ammobiliata, un albergo? Da sua madre? Come spiegarle? La sera successiva non c’era più intonaco: le pareti erano rosse e grigie, i mattoni a vista, i solchi della malta rugosi. La casa si era spogliata, un pezzo dopo l’altro, ed ora stava nuda, essenziale, invivibile. Non riconosceva più gli spazi, la sua traccia nell’appartamento. Come un rudere abbandonato, ostile. Confuso, al limite delle forze, cercò di elaborare un piano, una scusa, una giustificazione che fosse plausibile, per motivare il suo abbandono della casa in quello stato. Seduto a terra, sentendosi addosso l’odore di chi non si lava da giorni, trattenne le lacrime e pensò, pensò a lungo. Dirò i ladri, farò una denuncia, dirò che son stato via giorni e son tornato e ho trovato così, tanto nessuno mi ha visto, non ho incrociato nessuno per le scale finora, dirò che non ne so niente, che andrò a denunciare alla polizia, ma i rumori?, nessuno ha sentito nulla?, fa rumore smontare un pavimento, scrostare un muro, divellere radiatori… eppure nessuno è venuto a lamentarsi, a dirmi niente, dirò che ne so quanto loro, mi spiace, maledetti zingari, mi è capitata una disgrazia. Sì, è l’unica, non c’è alternativa. In quel momento suonarono il campanello.

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Casermette

Tutto era grigio. Grigi i muri, le strade ricoperte da pozzanghere, le porte delle varie costruzioni. Panni bianchi stesi tra un albero e un altro. Gente che camminando si riparava con dei giornali. Anche se aveva appena smesso di piovere, gocce di pioggia ancora cadevano dai tetti, dai rami.
Filippo era entrato dall’ampio cancello di ferro stando dietro suo padre e sua mamma. Aveva in mano una trottola di legno. Nella tasca della giacchetta (i pantaloni erano corti), un libro sugli indiani con le illustrazioni in bianco e nero. Suo fratello, Nicola, era in braccio a sua mamma. Sua sorella, Giusy invece, era accanto a suo padre. Stava sempre attaccata a suo padre. L’uomo le sfiorava il cappottino camminando. Teneva un foglio spiegazzato con la sinistra, e guardava come un animale sospettoso.
Tanta gente. Alberi spogli. Odori di cucina già di primo mattino. Aglio, e qualcosa che friggeva. Sopra il puzzo di fogna.
Un ampio e squadrato cortile centrale, attorno al quale sorgevano i bassi fabbricati, rendeva il tutto ancora più desolato. In lontananza, una folla di bambini vagava, indolente e rumorosa. Loro erano tutti bagnati.
“Chistu è” disse l’uomo rivolto alla moglie.
“Eh va bene, Vì, ci lo faccimo piaciri” rispose la donna alzando un po’ il figlio. Dopo quella lunga camminata, la fatica era tanta.
“Filì, unni stai?”
“Sono qui, mamma”
“Vena cà, pigghia a Nicò, a mamma, tengo malu a vrazzu.”
Il bambino si avvicinò alla madre e prese in braccio il fratello. Sul bavaglino aveva rigurgitato un po’ di latte. Filippo ignorò l’odore e gli diede un bacio. Aveva le piccole guance gelate.
“Patri, cà aviri a stari?” Giusy si guardava intorno, occhi spalancati, il naso tenuto tappato con due dita.
“Cà, che nun ti piacia?” chiese il padre sorridendo. Due rughe profonde si aprirono ai lati della bocca.
“ Pè nienti pà!” rispose la bambina imbronciata.
“Sienti ammia: ogni cani è liuni na so casa”
“Nun vulia essiri liune!” e iniziò un pianto che le scuoteva il petto.
Anche a Filippo quel posto non piaceva, ma non disse nulla. Si avvicinò alla sorella e cercò di confortarla sottovoce: “non dobbiamo stare tanto. Poi ce ne andiamo.” Ma per Giusy fu come non sentirlo. Singhiozzò più forte.
Un uomo intanto si era fatto loro incontro. Portava un cappello di feltro tutto sgualcito. Li squadrò a lungo, toccandosi il naso.
“Siete nuovi?” chiese lentamente.
“Sì” rispose Vito.
“L’avete il foglio?”
“Cà sta” disse e lo mostrò.
“No, non a me, dovete darlo a Don Franco. Sta laggiù, in quella baracca.”
La famiglia si diresse verso quella minuscola casetta in lamiera. Anche il tetto era fatto di lamiera e l’acqua che scendeva dagli alberi, battendogli contro, produceva un rumore gradevole.
Entrarono. Faceva caldo.
Don Franco era un uomo grasso, due baffi neri e gli occhi che ridevano. Si presentarono. Era l’uomo addetto a gestire quel luogo. Non aveva avuto un incarico ufficiale. Per quello c’erano i militari. Ma la sua bonaria disponibilità l’aveva reso, di fatto, il responsabile delle casermette. Anche lui viveva lì, come gli altri.
Si fece consegnare il foglio da Vito. Lo lesse con attenzione e, dopo aver esclamato – Tutto apposto – si fece seguire.
“Vedrete, non si sta male qui” disse mentre percorrevano un sentiero di pietre in mezzo al fango, tra cespugli alti, bidoni e taniche appoggiate contro i muri. La pioggia li aveva quasi del tutto riempiti.
“Questi sono i bagni” indicò una costruzione rettangolare, ampia.
“Da una parte è per gli uomini e lì per le donne.”
Filippo guardava meravigliato. Era una meraviglia strana, uno straniamento che non aveva mai provato: avrebbero vissuto lì. Per quanto? Per poco aveva detto suo padre. E lui gli credeva. Ma per quanto poco sarebbe stato, c’era da stringere i denti. Ripensò alla Toscana. Al mulino. Faceva freddo d’inverno, ma c’era il bosco, e i suoi cugini, e la scuola. Lì era bello. Più bello di questo. Troppa gente, e nessun bosco in cui giocare. Come sarebbe stata la scuola?
“Venite, qui è dove starete” Don Franco scostò una porta di legno verniciata di verde. Entrarono in un caseggiato basso, addossato contro il muro di cinta di quelle casermette. Si chiamavano così perché erano quello: una caserma. Trasformata in un grande campo di accoglienza per profughi, indigenti, alluvionati, immigrati in cerca di fortuna.
Era una sola stanza enorme, divisa in lotti più piccoli da tende di stoffa grezza. Un corridoio centrale e ai lati cubicoli di qualche metro quadrato ricavati da quelle pareti sottili. Alcuni erano più ampi di altri: le famiglie più numerose.
Sul muro, in vernice, era segnato un numero in corrispondenza di una tenda. 89 c’era scritto sopra lo spazio a loro assegnato. Una decina di metri quadrati, 5 letti, affiancati, un armadio senza ante, una lampadina che pendeva dal soffitto. Casa.
Nicola si era addormentato tra le braccia di Filippo. Il bambino lo depose su di un letto. Giusy si sdraiò subito accanto a lui. Si addormentò quasi subito. Dalla stazione fino alle casermette c’erano una decina di chilometri. Li avevano fatti a piedi, sotto una pioggia persistente, attorno a loro una città sconosciuta.
“Grazie di tutto” disse Vito all’uomo che li guardava sorridendo. Si aspettava più entusiasmo? D’altronde come non essere soddisfatti: c’era un letto, un posto caldo. Da lì a poco avrebbero avuto da mangiare…
“Vedrete, non si sta male qui” ripeté l’uomo uscendo. “Per ogni cosa, cercate me.”
Marito e moglie si sedettero sul bordo del letto affianco al quale dormivano i due figli.
“Filippo, che dici?” chiese il padre, con un sorriso mesto, al figlio maggiore. Il ragazzino si strofinava le gambe nude. Erano ancora rosse dal freddo, ma dentro il caseggiato c’era un bel tepore.
“Tanto non stiamo a lungo, vero papà?”
“No. Appena trovo lavoro ce ne andiamo”
“E allora va bene. Almeno stiamo insieme” disse guardando i genitori, sua madre, sul punto di piangere.
“Venì cà” sua madre allargò le braccia e lo strinse a sé forte. Filippo sentì l’odore buono del sapone che usava sempre sua mamma e il caldo di lacrime che gli bagnavano i capelli.

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Firma copie di Natale!

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