L’appartamento

a Julio Cortáz

Doveva essere stato un figlio una volta, o comunque un parente. Non ci sono testimonianze ufficiali di questo, ma un vago sentore nelle loro coscienze lo faceva pensare a tutti gli altri abitanti dell’appartamento. Quando seduti in salotto, fumando parlando bevendo guardando la tele, percepivano il rumore lieve della serratura che si apriva, lo spostamento d’aria procurato dalla porta, il cigolio delle sue giunture avvicinandosi al bagno, la stanza più vicina alla sua di tutte le altre.
In bagno, quando ci entrava (il meno possibile, va detto, una, massimo due volte al giorno, che diventavano tre alla domenica, poiché si faceva la doccia) il rumore prodotto era più evidente, per forza di cose: lo sciacquone attivato scemava la sua intensità solo dopo qualche minuto, il rubinetto strideva nel momento in cui lo si apriva, e le porte degli armadietti sbattevano sorde anche se accompagnate. Il fruscio degli asciugamani invece, era difficilmente avvertibile.
Quando era in stanza, non faceva quasi nessun rumore. Ogni tanto un oggetto particolare (una scarpa, una penna, un tappo) gli cadeva per terra, improvvisamente: il solito lievissimo brusio che emetteva camminando allora si arrestava completamente, si sarebbe detto che stesse immobile, non respirando, come a voler placare la eco inevitabile della cosa rotolante, come a discolparsi per essa; queste cadute improvvise (rare comunque), venivano avvertite dagli altri abitanti dell’appartamento in maniera netta, quasi amplificata.
Creavano rapidi sguardi di intesa tra loro, se non addirittura esclamazioni rotte in gola, abortite quasi subito, sfiati d’aria che facevano vibrare le corde vocali inarticolate.
In cucina c’andava di notte, e prendeva davvero il minimo indispensabile.
Molte volte nessuno si accorgeva della mancanza di cibo o bottiglie dal frigo colmo, per cui era facile chiedersi tra sé se avesse mangiato quel giorno.
Non usciva quasi mai, e loro non avrebbero saputo dire se negli ultimi tempi l’avesse fatto.
Non lo vedevano rientrare da anni e si poteva tranquillamente pensare che proprio non uscisse. Da fuori poi, guardando verso la sua stanza, le serrande quasi del tutto abbassate impedivano di scorgere la sua ombra sfilante, la sua presenza.
Doveva essere stato un figlio una volta, o comunque un parente.
Ora era estremamente semplice dimenticarsi di lui.
E succedeva ogni tanto un po’ a tutti gli abitanti dell’appartamento, recandosi in bagno, di spaventarsi, in uno scatto irrazionale, ché al posto di un probabile muro ci trovavano quella porta, la porta della sua stanza.
Si riprendevano subito dallo stupore patito (come dopo uno scherzo grossolano), e continuavano a fare ciò che facevano.

Perché ha vinto l’Appendino

L’analisi dei commentatori politici (e non) dopo il voto di domenica si è concentrata, per comprendere e motivare una sconfitta che – a troppi – appare incomprensibile, sulla differenza abissale tra centro e periferia, sul distacco creatosi tra queste due Torino, dicotomia che, ricordo, è stato il leitmotiv della campagna elettorale di Chiara Appendino nonché il punto focale nel suo discorso ad investitura compiuta.
E allora parliamone, di periferie.
Credo di poter dire qualcosa al riguardo. Sono nato e cresciuto alle Vallette di Torino. Estrema periferia nord della città. Quartiere sorto negli anni ‘50 come dormitorio per i lavoratori della Fiat.
Nonostante le intenzioni urbanistiche progressiste, le Vallette, così come Falchera, è un esperimento fallito. Avrebbe dovuto essere un’oasi verde dove i ceti più poveri avrebbero potuto vivere dignitosamente. Da subito è divenuto un ghetto.
L’analisi che fa Diego Novelli sulle Vallette, che pretende di essere distaccata e lucida, è superficiale, capziosa, incompleta, molto incompleta. Cercherò di spiegarvi perché.
Novelli concentra tutto il suo ragionamento su un aspetto “politico”: in sintesi dice che la mutazione antropologica del Partito ha creato un distacco tra politica e cittadini, le sezioni venivano chiuse e quelle attive non sempre aperte tutti i giorni feriali.
Alle Vallette, quindi, da che “nei primi anni Settanta era nato tra i primi comitati di quartiere spontaneo che vedeva promotori i compagni della sezione del Pci, i frequentatori del circolo Arci, con gli amici della parrocchia molti dei quali militanti della Dc” e i cui abitanti “alle amministrative del 1975 e del 1980 votarono in massa per il Pci che aveva un ruolo egemone, operando sulla realtà (asili, scuole materne, servizi sociali, tempo libero). Per aggregare con lo sport i giovani e le stesse famiglie” si passò, per via del distacco creatosi col Partito (che era, appunto, mutato, operando la famosa “svolta della Bolognina”) pian piano e inesorabilmente “al formarsi di piccole fazioni correntizie, molto impegnate a farci la guerra vicendevolmente”.
Perciò, conclude Novelli, ora il voto in massa all’Appendino delle Vallette è semplice voto di protesta: ingenuamente da sinistra contro Renzi e il partito locale, nostalgicamente da destra in quanto reazionarie camicie nere e leghisti esaltati per la sconfitta del Pd. Questo voto di protesta “ha prodotto una miscela esplosiva con l’illusione del cambiamento”.
Nella ultime quattro righe dell’analisi, Novelli cita, senza approfondire e rimandando ad un’inchiesta su “Nuovi Argomenti” di luglio, i risultati di uno studio epidemiologico che dice che tra abitanti della collina e quelli delle Vallette vi sono 4 anni di differenza nell’aspettativa di vita: in piazza Hermada si muore in media a 82,1 anni, alle Vallette a 77,8. “Le diseguaglianze sociali sono causa determinante di malattia” sentenzia Novelli. E con questa frase lapidaria chiude il suo articolo.

Ora cercherò di spiegare perché Novelli è stato superficiale, capzioso, incompleto.
Innanzitutto omette molti, moltissimi dati. Non dice ad esempio che negli anni, alle Vallette, sono stati costruiti: un carcere, le cui condizioni di vita sono impossibili; un mattatoio comunale; un mercato del pesce di cui si è occupato addirittura Guariniello per “gravi carenze igienico-sanitarie” (topi e piccioni morti: ma era risaputo, io lo scoprii svolgendo un’inchiesta video anni fa); una casa di cura psichiatrica, che ho avuto modo di visitare in quanto ci finì mio nonno e che era, a tutti gli effetti, un manicomio pre-Basaglia, pieno di malati lasciati soli, alcolisti, tossicodipendenti, vecchi con demenza senile; la principale discarica a cielo aperto d’Italia, la Barricalla, il cui odore dolciastro e acre avvolge le Vallette quando tira vento; una centrale di teleriscaldamento mostruosa; un dormitorio per senza fissa dimora; un palazzetto per eventi ora in rovina; un’arena rock mai utilizzata e costata parecchio; un parco, anch’esso molto costoso, abbandonato a se stesso; una orrenda linea tramviaria che ha deturpato e tagliato a metà il quartiere; una piazza principale spoglia, brutta, assolata; un posteggio per i giostrai; Novelli non dice che la Continassa, prima che passasse, svenduta dalla appena scaduta giunta, alla Juventus (insieme a moltissimi ettari di terreno con la promessa di costruire in cambio per il quartiere un “giardinetto”), era pericolante dimora di sbandati ed extracomunitari; non dice che uno degli insediamenti rom più antichi della città si è, ciclicamente, riproposto nei prati del quartiere (da che ne ho memoria io, da bambino, gli zingari in quartiere ci sono sempre stati); non parla del fatto che alle Vallette manchi, da sempre una biblioteca comunale, figuriamoci una libreria; sorvola sul fatto che i servizi sono assenti dalla fondazione del quartiere, e i pochi rimasti, boccheggiano; non parla dell’amianto nelle case popolari che falcia anziani su anziani: per saperlo mi è bastato andare dal medico della mutua (a Lucento, ovviamente); trascura il fatto che di giorno come di notte nei vialoni che delimitano la zona passeggino prostitute; dimentica che il sabato il piazzale antistante il mattatoio diventi una stazione per i pullman che arrivano dalla Moldavia, dalla Romania e dai paesi limitrofi, e si improvvisi una sorta di suk spontaneo di merci e cibi; ignora che l’unica proposta culturale provenga da Stalker Teatro i cui fondi vengono, anno dopo anno, drasticamente tagliati; non sa o fa finta di non sapere che non c’è un cinema, un centro d’incontro per giovani, una ludoteca, un luogo di accoglienza per i ragazzi; sorvola sul fatto che negli anni, la popolazione anziana del quartiere (la maggioranza) è stata elettoralmente comprata costruendo prefabbricate bocciofile; non vede a quante poche bancarelle si sia ridotto il mercato rionale; evita di dire che la parrocchia e i beni da essa posseduti (notevoli) vengono da sempre gestiti in maniera manageriale: quando avevo 16 anni, in oratorio si entrava se si faceva la  tessera e si pagava per affittare i campi di calcetto o per vedere le partite su Sky; Novelli parla di ruolo egemone del Pci che ha agito “operando sulla realtà (asili, scuole materne, servizi sociali, tempo libero)”: peccato che non conosca come sia degenerata la situazione delle scuole e dei servizi sociali in quartiere, non sia mai stato nelle Medie (Quasimodo e Orione) degli anni ’80 e ’90, non abbia visto che sorta di riformatorio erano, con pluriripetenti di 16/17 anni ancora in prima media, altissimo abbandono scolastico, aggressioni, violenze, portatori d’handicap abbandonati a se stessi e alle famiglie e un corpo docenti in massima parte ridicolo; non comprende che i servizi sociali hanno da sempre trascurato le tante forme di disagio familiare e mai, dico mai, hanno assunto un atteggiamento di premura nei confronti della cittadinanza; si scorda del tributo pagato dal quartiere alla droga; come fa a non leggere i dati della disoccupazione, soprattutto giovanile (antico retaggio di un’infamia escludente che non dava lavoro a chi diceva di provenire dalle Vallette?), come può non rendersi conto che dal brutto, dal trascurato, dall’abbandonato a se stesso, dalla mancanza di mediazione a 360° non possa in nessun modo nascere partecipazione, bellezza, senso di comunità?
Novelli non è mai stato dentro i palazzoni popolari dell’Atc, non ha mai respirato l’odore negli androni, in ascensore, non ragiona sulla bruttezza di queste case;  non ha mai osservato gli orti abusivi, i prati incolti, i beni comuni vandalizzati, le manutenzioni assenti; non ha seguito l’involuzione del quartiere nel tempo, il suo spegnersi lentamente, avvolto dall’apatia e dall’inedia, il suo invecchiare escludendo possibilità di azione, progetti, partecipazione: da dormitorio a ospizio; negli ultimi anni, infatti, che le Vallette non sono più cuccia di lavoratori ma enorme casa di cura a cielo aperto, dal momento che l’attrito sociale e la devianza si sono drasticamente smorzate, perché i giovani rimasti sono pochi (e quasi tutti disoccupati cronici e depressi), ancora meno è apparso necessario a politici e fini pensatori come Novelli intervenire per operare un cambiamento, una trasformazione, una rivitalizzazione: d’altronde, perché mai, dal momento che non ci sono neanche più quei pochi a chiedere, protestare, lottare?
Novelli, tutta questa realtà, la liquida come “diseguaglianza sociale”. Una formuletta. Una parolina magica. Che copre tutto, tutto avvolge e non dice nulla. Per lui, poi, è tutta colpa del fatto che abbiano chiuso le sezioni di partito, e il risultato è il voto di protesta, la stupida, sorda, ingenua “illusione del cambiamento”.
Facile, eh, come analisi. Facile e scorretta, viziata dalla solita, immortale arroganza della sinistra da salotto.
Per lui, la conseguenza ultima dell’allontanamento del partito dalla vita sociale del quartiere sono solo “piccole fazioni correntizie, molto impegnate a farci la guerra vicendevolmente”. Tutto qui: le fazioni che si fanno guerra! Non la pluriennale gestione scriteriata della circoscrizione (con tra l’altro l’ultima giunta – Presidente Pd compreso – indagata per riunioni fantasma per cui tutti percepivano rimborsi) che ha sempre e tenacemente trascurato le Vallette e mai sostenuto iniziativa alcuna, se non di facciata e col contagocce (e questo quando vi era un amministratore locale “illuminato” che aveva qualche margine di manovra individuale, ma mai scelte organiche, durature, strutturate).

Oggi, per i commentatori di sinistra, quindi l’analisi è questa. Un popolo stupido, ingenuo, manovrato da forze occulte che si è lasciato abbindolare con “l’illusione del cambiamento”. I commenti sono pieni di parole come “paura”, “catastrofe”, “disastro”, “rovina”. Ma permettete che vi mostri una foto:
foto vallette seggi

Questa immagine, sfocata e buia (così stridente da quelle brillanti, patinante, in pizzerie chic e con l’hashtag pd #NoiAbbiamoVotatoFassino), ritrae un gruppo di cittadini del mio quartiere, quello dove sono nato e cresciuto e vissuto per più di trent’anni. Guardatela bene: cercate di decifrare volti, atteggiamenti, espressioni. Quando parlate di “paura”, commentando la situazione da oggi in avanti, queste persone dovrebbero rappresentare l’oggetto della vostra paura.
Al centro c’è Deborah Montalbano: è un’attivista del Movimento Cinque Stelle, è stata eletta consigliere comunale, la prima donna consigliere comunale che proviene dalla Vallette. È una ragazza dinamica, un po’ rude nei modi, la cicca sempre in bocca, la voce roca. Lavora nel bar della piazza del mercato del quartiere, quello che una volta si chiamava Cantine Pia (il posto dove nel mio romanzo Festival Maracanã ai protagonisti viene in mente l’idea del festival). Si è spesa tantissimo: in quartiere tanti le vogliono bene.
Queste persone sono state ritratte nella notte di domenica fuori dalla scuola elementare Gianelli, la mia scuola dell’infanzia, dietro al capolinea dei pullman. Stanno aspettando lo spoglio delle schede e i risultati.
A voi non dirà nulla questa foto, a me tantissimo.
In mezzo a loro, tra i tanti che conosco, c’è una persona: si chiama Sergio, è un amico, non più giovanissimo e che mi conosce da prima che nascessi, amico dei miei genitori allora neanche sposati. Sergio è un batterista ed io e mio fratello suonammo con lui per diversi anni. Rappresenta una delle figure più folcloristiche del quartiere. Tutti lo conoscono e lui conosce tutti. È un uomo mite, piccolino, spesso un po’ schernito per via di un difetto fisico, una di quelle figure tanto spesso presenti nei paesini e nei quartieri popolari, che raccolgono simpatia ma poi li si considera poco.
Sergio è un amico ed è anche un simbolo. Di un piccolo, concreto riscatto.
Sergio, come tanti nel quartiere, ha potuto partecipare. Per la prima volta. Finalmente. Lo vedevi al banchetto (perenne, in pratica) dei Cinque Stelle in piazza Montale, discutere, dire la sua, fermare le persone, chiedere di firmare o prendere un volantino.
A Sergio, come a tutti gli altri, nessuno mai aveva chiesto: “vuoi partecipare?”. Mai. Ma mai mai. Sempre escluso, da tutto, da ogni benedetta scelta, iniziativa, proposta. Sempre tenuto ai margini, continuamente ignorato, costantemente scavalcato. Con spocchia, arroganza, cattiveria.
Fino ad oggi. Oggi che è stato semplicemente accolto. Eccola la parola magica vera: accoglienza. Il Movimento Cinque Stelle ha vinto, e nella mia circoscrizione in maniera schiacciante, perché ha accolto. Le persone, tutte, e le loro idee.
Io non sono un attivista del Movimento, magari non lo è neanche Sergio (sinceramente non lo so), ma il “miracolo” a Torino non è stato un miracolo. Ci si è semplicemente ripresi una voce, un ruolo, un agire che mai ci erano stati concessi prima. Nessun partito, Pd in primis, ha mai voluto e cercato di accogliere le persone come hanno fatto i 5 stelle. E lo sa bene chi ci ha provato, in passato, con forza e tenacia e pazienza: io, ad esempio.
I Cinque stelle invece, sono partiti da un semplice, banale, presupposto: sul territorio che vivo, io sono il primo a dovere e potere dire la mia. In prima persona, senza ostacoli, barriere, filtri, gerarchie. E dico la mia perché lo conosco, il territorio che vivo. Lo abito, ci lavoro, ho le mie relazioni, i miei affetti, i miei ricordi, il mio futuro.
Il tanto dileggiato uno vale uno, fa meno ridere se si trasforma in “il voto di Sergio vale quanto quello di Novelli”. Il Novelli che parla, anche di Sergio, e analizza senza sapere e senza volere realmente capire.
Sento e leggo tanti commenti indignati, spaventati, snobistici: non voglio entrare in queste discussioni. Non voglio cambiare idea a nessuno. Io so le cose come stanno, soprattutto nella periferia che conosco bene (e non solo la mia). Ho cercato di spiegarlo con questa nota. Mi basta questo.
Ma una cosa la voglio dire, ai commentatori che nulla sanno di periferia e però parlano, parlano, parlano: andate tutti a fare in culo, a nome mio e di Sergio.

Estate 1996

Era l’estate del 1996. Avevo 18 anni. La mia ragazza di allora ne aveva 16 ed era partita per il mare a Cattolica, con una specie di colonia del comune. Due settimane senza, allora, era un tempo che mi appariva intollerabile.
Ricordo la prima domenica da solo: vagavo per le Vallette come un poeta maledetto, magrissimo, i capelli spettinati, disperato. Pochi avevano il cellulare allora, la mia ragazza per sentirmi doveva andare alla reception della struttura ad orari prestabiliti. Io la chiamavo da una cabina rossa dietro la posta, la fontanella unico riverbero di suono nell’estate immobile. Fremente, triste, geloso, malinconico, esaltato, pieno pienissimo di una energia vitale che ricordo bene, meravigliosa forza dentro di me nei miei neanche vent’anni, decisi di raggiungerla. L’unico problema erano i soldi: come oggi, anche allora ne ero sprovvisto.
Vendetti ad una bancarella di corso Siccardi ad un prezzo ridicolmente basso la mia collezione originale di Nathan Never. Tenni soltanto il numero zero. Quello proprio non riuscii a svenderlo. I soldi furono sufficienti per un biglietto del treno andata e ritorno. Non avevo nient’altro. Partii senza sapere dove avrei dormito né come avrei mangiato. Chiaro che questo non mi fermò: io volevo vederla. Era più che sufficiente.
Partii. Arrivai e l’abbracciai come un reduce del Vietnam. Passammo insieme tutto il giorno. La sera chiesi ai responsabili di quell’enorme, gigantesca struttura, fatta da edifici pieni di camerate e stanze e stanzette e locali un posto per dormire: mi dissero che non c’era posto. Bastardi. Mangiai dividendomi la cena con la mia ragazza.
La prima notte, così com’ero, un jeans e una maglietta, il mio ciuffo ribelle e le mie sigarette, la passai in spiaggia. Manco una coperta. Mi buttai sulla sabbia. Chiusi gli occhi. Di notte, al mare, in riva al mare, fa un freddo impossibile. Tremavo. Fu una notte lunghissima. Un sonno debole, sempre interrotto dai brividi. Ebbi anche delle allucinazioni: dall’acqua, verso l’alba, mi parve d vedere uscire mio fratello e Fabio Vullo, sorridenti. Tesi loro le mani. Prima di accorgermi che era illusione, ricordo che quella visione mi diede conforto. Avevo i vestiti umidi quando il primo sole, ancora troppo debole, inizio a riempire la spiaggia.
Passai il resto del giorno come se non dovesse mai venire notte. Ma poi la notte venne. Recuperai una felpa. Verso mezzanotte iniziò a piovere secco. Non c’era nessun tipo di riparo. Dopo pochi minuti ero zuppo. Dalla colonia vidi arrivare verso la spiaggia (recintata) due sagome. Era la responsabile con la mia ragazza. Impietosita, mi disse che avevano trovato una stanza libera. Mi condusse in un lungo corridoio pieno di stanze vuote. La mia era uno sgabuzzino. Ma aveva un letto asciutto.
Appena quella se ne andò, sbucai fuori, furtivamente, e raggiunsi la mia ragazza nella sua camerata femminile. Dormimmo stretti in un letto minuscolo. Da quella sera feci così tutte le volte: mi nascondevo sotto il suo letto, finita l’ispezione serale uscivo e dormivo con lei.
La questione cibo l’affrontai in questo modo: finsi semplicemente di essere un ospite della colonia. Prendevo il mio bel vassoio, come gli altri, nell’enorme mensa comune e ordinavo a scoppiare. Bis, tris, contorni, frutta, bevande.
Il penultimo giorno vidi al tavolo affianco gli animatori che confabulavano, guardandomi storto.
Il capo si alzò e venne da me. Durante quel colloquio non smisi mai di mangiare.
“Hai pagato per mangiare?”
“No” risposi masticando una forchettata di pasta. Quello esplose: “Intollerabile, non esiste, impossibile, adesso io ti denuncio, ora chiamo, dico, faccio… se lo sapessero i genitori degli altri ragazzi, è una cosa inconcepibile!” e via di questo passo.
Lo lasciai finire, posai la forchetta e gli dissi, quasi sottovoce: “Non so se i genitori si arrabbierebbero più per me o se sapessero che sostanze girano nelle camerate di notte. Tu che dici?”.
Quello sbiancò. “Che sostanze?”
“Pastiglie, canne, acidi…” ed era verità: roba girava. Lo vidi coi miei occhi.
“Mangia pure” mi disse quello. Nessuno mi ruppe più i coglioni. La vacanza finì. Ne conservo un ricordo meraviglioso. Tra tutte le canzoni di quell’estate, non so perché, mi è restata nella mente questa:
https://www.youtube.com/watch?v=r6RjVZIn_OA
Ascoltandola stamattina mi si è stretto lo stomaco e una sensazione calda mi ha avvolto.
Darei tutto per passare quella notte in spiaggia col me stesso ragazzino di vent’anni fa. Avremmo un sacco di cose da dirci, tra un brivido e un’allucinazione.

Dichiarazione d’indipendenza. Oggi.

Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità®: che tutti gli uomini® sono creati eguali®; che essi sono dal Creatore® dotati di certi inalienabili diritti®, che tra questi diritti® sono la Vita®, la Libertà®, e il perseguimento della Felicità®; che per garantire questi diritti® sono istituiti tra gli uomini® governi® che derivano i loro giusti poteri® dal consenso dei governati®; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo® tende a negare questi fini®, il popolo® ha diritto® di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo® fondato su tali principi® e di organizzarne i poteri® nella forma che sembri al popolo® meglio atta a procurare la sua Sicurezza® e la sua Felicità®.

In Congresso®, 4 luglio 1776

Oggi esce “La distrazione di Dio”

Oggi esce in tutte le librerie “La distrazione di Dio” di Alessio Cuffaro, il primo libro edito da Autori Riuniti.
Per me è un’emozione fortissima: un libro che sento mio pur non avendolo scritto. Al di là della bellezza del romanzo, il suo valore aggiunto è nel segnare, per me, l’inizio di una nuova avventura professionale e umana, quella da editore.
Ricordo ancora la prima volta che lo lessi: “eccolo!” pensai “questo libro io lo devo pubblicare”. Così è stato. Ora è nelle librerie d’Italia. Lettori sconosciuti lo leggeranno, viaggeranno col protagonista e la sua vicenda.
Accarezzeranno le pagine e non sapranno quanto sia stato bello e gratificante vederlo ancora in fasce, farsi vivo sempre più, grazie alla sapiente capacità di scrittura di Alessio Cuffaro. Auguro il meglio a questa storia così originale, profonda, avvincente: di trovare soprattutto cuori aperti ad accoglierla!

Ecco il book trailer: https://youtu.be/2IZM7BflKT8

Pagine al contrario

I libri di Autori Riuniti hanno una piccola grande particolarità: le pagine sono numerate al contrario. Per sapere quanto manca alla fine della storia… I lettori apprezzano!
adele

 

“La vita va avanti”

estratto la vita

 

 

La vita va avanti, Vito Ferro (Autori Riuniti, 2016) pagina – 99

Mia mamma

Gli anni dell’infanzia, quartiere popolare Vallette, Torino.
Il quartiere, allora, era un piccolo universo che a me sembrava sterminato e, come in un paese, tutti conoscevano tutti, ed ognuno aveva il suo ruolo ben definito. I cortili dei palazzi brulicavano di bambini. Io e mio fratello eravamo due di quelli.
Nel nostro cortile c’era un vecchio (per noi che eravamo gagni, ma avrà avuto una cinquantina d’anni) cacciatore. Lipari si chiamava: ora è morto. Lo odiavano tutti. Tutti lo temevano. Faccia che dire arcigna è poco, modi rudi, avambracci muscolosi sempre scoperti, occhi taglienti, un borbottio costante, due cani aggressivi come lui tenuti sempre liberi (e che una volta morsero il mio cane di allora, da cucciolo). Mai un sorriso con nessuno da parte di quell’uomo, mai un gesto amichevole da buon vicino di casa. In compenso si lamentava di tutto e tutti e se c’era da litigare ovviamente non si tirava indietro. Aveva dei fucili, con uno di essi, qualche anno prima di morire, cercò di uccidere la moglie. Venne la polizia, lui barricato in casa, la moglie per strada con la gente, che show pazzesco quella volta. Per dire il tipo. Il suo ruolo in quartiere era quello del cattivo, ovviamente.
I bambini, quando lui scendeva in cortile coi cani, gli stavano alla larga. Un giorno capitò che mio fratello che allora avrà avuto sì e no sei sette anni, forse giocando a pallone forse a nascondino (non ricordo più bene), si avvicinò troppo ai cani di Lipari. Un affronto per il cacciatore. Si avvicinò a mio fratello e gli diede uno schiaffo. Lo schiaffo non credo fosse stato violento, ma bastevole a far piangere mio fratello. Il cortile, come scosso da una scarica elettrica, propagò la notizia. “Lipari ha picchiato Edy”. Le voci si diffusero insieme al pianto, più spaventato che dolorante, di Edy. Volarono tra panchine di cemento e alberi frondosi, tra auto e biciclette, aiuole e panni stesi e raggiunsero il balcone di casa mia, dove mia madre stava stirando.
“Chi? Chi ha picchiato Edy?” chiese dal balcone mia madre, che è sempre stata uno scricciolo di una cinquantina di chili.
“Lipari, è stato Lipari, gli ha dato uno schiaffo” rispose chissà chi di sotto.
Mia madre scese. Lo ricordo come fosse adesso. Era pomeriggio, era estate. Il cortile pieno.
Mia madre si diresse verso quell’uomo, uno dei tanti malati marci come definiva lei le persone corrotte e cattive, putride nell’anima (ancora adesso non trovo definizione migliore), a passo deciso. Quello, dopo lo schiaffo a mio fratello, se ne stava in cortile, coi cani sciolti, senza minimo rimorso.
Mia madre lo raggiunse. Non chiese, non parlò, non disse nulla.
Solo lo afferrò con entrambe le mani e iniziò a strozzarlo.
Quello strabuzzò gli occhi, per la sorpresa e per la mancanza d’aria, cercò soltanto di togliere le mani di mia madre dal suo collo prendendole per i polsi. Non ci riuscì. Mia madre stringeva, quello soffocava.
Occorsero diverse persone per staccarlo a mia madre. Allora divenne una furia, trattenuta a stento. Lo minacciò di morte. Minacce concrete. Lipari scappò. Scappò letteralmente.
Da allora non diede più fastidio a nessuno, se non alla moglie come dicevo, nell’ultimo atto della sua vita.
Ecco, questa è mia madre. Il mio amore, il mio orgoglio.
Auguri, ti voglio bene.

mamma

Il terrore della pagina bianca

Nell’ambito delle iniziative del SALONE OFF 2016, il sottoscritto, in collaborazione con Autori Riuniti, vi invita al workshop:

Il TERRORE della pagina bianca

L’angoscia più grande, lo spauracchio per eccellenza di chi scrive: da dove iniziare? Come far procedere la propria storia? Come non bloccarsi e deprimersi?
Un incontro per padroneggiare l’ispirazione, allenare lo sguardo, migliorare la propria scrittura, giocare con la creatività, superare il terrore della pagina bianca. Attraverso esercizi pratici e giochi letterari, l’incontro offrirà ai partecipanti l’occasione di confrontarsi con stimoli curiosi e impadronirsi di tecniche e trucchi della scrittura creativa.

Quando: domenica 15 maggio 2016, dalle 10 alle 13 (vi offriamo il caffè!)
Dove: Campus San Paolo, Via Caraglio 97 – Torino
Costi: solamente 14€ con omaggio il libro “Questo libro si può anche leggere” – Antologia di racconti e tecniche narrative (Autori Riuniti, 2016)
Gestore: Vito Ferro, autore, fondatore della casa editrice Autori Riuniti e insegnante di scrittura creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Torino
Materiale: Fogli, penna, curiosità
Numero partecipanti: max 20 – affrettatevi!!!
Info e iscrizione obbligatoria (entro il 14 maggio):
info@autori-riuniti.it

snoopy

In tv

Oggi l’allegra banda di Autori Riuniti è stata intervistata da Laura De Donato per il Tg3 Piemonte. Molto emozionante, soprattutto per chi, come me, non è mai stato in televisione. A breve sapremo giorno e ora della messa in onda del servizio. Intanto, ricordatevi la data di domani, giovedì 21 aprile dalle 19: al Samo (Corso Tortona 52 a Torino) è festa Autori Riuniti!

Nella foto: Da sinistra, la giornalista Laura De Donato, il balbettante sottoscritto, un paralizzato Alessio Cuffaro, la dolce Laura Caputo e il divo Andrea Roccioletti.

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