Un pezzo dopo l’altro

Rientrò a casa puntuale, fece le scale (unica vera forma di movimento che si concedeva in tutta la giornata), aprì la porta. Cercò con la mano destra l’interruttore, evitando di guardare fisso davanti dove aveva messo lo specchio: all’accensione della luce, tutte le volte, gli pigliava un colpo a vedere riflesso lì quel suo faccione stanco, privo di sorriso, ogni giorno più vecchio, più stanco, più amaro. Tenne quindi gli occhi a terra, mentre la mano tastava il muro. Non trovava l’interruttore. Si voltò, nel buio assoluto (aveva già chiuso la porta alle spalle), e si aiutò con l’altra mano. Dove ragionevolmente avrebbe dovuto trovarsi l’interruttore, al tatto, sentiva solo muro liscio, freddo. Aprì la porta di casa, fece entrare la fredda luce del pianerottolo, che diede al suo ingresso un aspetto lunare. Il muro, ora più evidente, non mostrava traccia dell’interruttore. Dove era sempre stato, dove era quella mattina, c’era solo muro. Neanche la più piccola traccia dell’interruttore, della mascherina, un taglio, un contorno, niente. Era stupito, ma anche indignato. Come era possibile? Tirò fuori dalla tasca del cappotto il cellulare. Accese il display e lo puntò sul muro. Niente. Vuoto. Spalancò la porta di casa, voltò a sinistra, verso la cucina. Come un presentimento. Puntò sulla parete a destra, appena varcata la soglia della stanza, approssimativamente dove avrebbe dovuto essere l’interruttore della cucina. Niente anche qui. Ma ho pagato le bollette? Fanno così, adesso, quelli della compagnia della luce? Tolgono gli interruttori? Impossibile, impossibile. A parte che pago tutto, pago sempre. Come avrebbero potuto entrare, togliere gli interruttori, murare il buco, passarci lo stucco, la vernice, farlo sparire, così, una volta per tutte. Si fece guidare dalla luce del cellulare, addentrandosi nel profondo dell’appartamento, là dove la luce dell’androne non arrivava. Le imposte tutte chiuse. Aria ferma, odorosa di sonno, come se la casa ancora dormisse dalla mattina in cui l’aveva lasciata. Apparentemente nessuno sembrava essere entrato: altri segni di presenze non riusciva a scorgerne, tutto in ordine, tutto fermo. Niente interruttore in salotto, niente in camera da letto, idem nel bagno nello sgabuzzino nello studiolo. Non riusciva a capire. Doveva essere una specie di ritorsione, ma di chi? E perché? L’amministratore. Il condominio. Aveva pagato? Qualcuno lamentava un suo atteggiamento, un comportamento non consono, tanto da fargli quel dispetto? Anche qui, pagava sempre, non rompeva il cazzo a nessuno. Eppure, se fossero entrati la mattina appena uscito, avrebbero avuto tutto il tempo di giocargli quello scherzo. Due o tre persone che si mettono di buona lena possono togliere gli interruttori e murare il buco che resta. E non ladri, nessuno pareva aver rubato nulla, a parte gli interruttori. Gente che lo conosceva. Poi gli venne l’idea: intanto che ragiono, meglio scacciare questo buio. Le lampade del salotto. Quelle sono attaccate alla presa a terra. Ne accese una, nulla. Seguì il tragitto del filo: mestamente sdraiato sul pavimento, non attaccato a niente. Sul muro nessuna presa. Passò le due ore successive a verificare ogni attacco di corrente nell’appartamento. Spariti tutti. Ormai stranito, e rassegnato, cenò a lume di candela senza vera fame. Come spiegare all’elettricista, che avrebbe chiamato l’indomani, l’accaduto? Perché aveva tolto e murato tutti gli interruttori e le prese elettriche gli avrebbe chiesto quello, ovviamente. Lo prese una spossatezza inconsueta. Andò a dormire e non sognò nulla. Al mattino, grazie alla luce del sole, quello strano fenomeno gli mise meno inquietudine. Uno scherzo. Dirò uno scherzo. In fondo lo pago, si faccia i fatti suoi. L’importante è che mi rimetta tutto come era prima. Fece per cercare sul telefono il contatto dell’elettricista: il cellulare era scarico. Niente solita ricarica di corrente della notte. Chiamerò dall’ufficio, si disse. Verrà domattina, solo un’altra sera e una notte senza corrente. Fu la prima cosa che fece entrando a lavoro. Diede appuntamento all’elettricista per l’indomani mattina alle sette, poi lavorò cercando di non pensare all’accaduto. Vennero le sette. Rientrando a casa si preparò con la luce del display del cellulare. Niente interruttori, e soprattutto la casa era fredda come una caverna. Ma il riscaldamento non va a corrente, si disse. Punto la lucina verso il radiatore dell’ingresso: sparito. Girò per casa, con frenesia. Spariti tutti. Nessun segno di rottura, di smontaggio, di danneggiamento. Dove c’erano i radiatori, bianco muro liscio. Non riusciva a togliersi il cappotto. Al buio, al freddo, gli venne voglia di gridare. Otto meno dieci. Troppo tardi per chiamare un idraulico. Domattina. Lo chiamerò mentre inizia a lavorare l’elettricista. “Non ho mai sentito di uno scherzo del genere” disse l’elettricista passeggiando per la casa, dopo che lui gli ebbe spiegato sommariamente la cosa. “Scherzo pesante, ora mi tocca riaprire il muro, lei al telefono mi ha detto solo che le servivano interruttori nuovi… qui con me non ho gli attrezzi, devo tornare in magazzino. E mi sa che entro stasera non riesco a ripristinarli tutti.” “Faccia quello che riesce: almeno il bagno, la cucina… in mattinata verrà un idraulico. Ho problemi anche con i radiatori.” L’elettricista istintivamente ne cercò uno. “Sempre lo stesso scherzo?” Lui se ne vergognò. Lo salutò sbrigativamente e uscì. Dalle scale sentì l’uomo in casa sua iniziare a fischiare un motivetto di cui lui non ricordava il titolo. A metà mattina ricevette una telefonata. Era l’elettricista. “Senta, sono qui con l’idraulico. C’è un problema. Un grosso problema. Noi abbiamo aperto il muro, ma mancano sia i fili che i tubi. Lei non è attaccato a nulla. Non ci sono proprio gli impianti. Non so come sia possibile, ma è così. Non sappiamo come aiutarla, vede senza impianti non possiamo rifarle i collegamenti. Ha parlato con l’amministratore? Altro che scherzo, non le hanno mai portato né corrente, né acqua…è sicuro di averle mai avute?” Lui avvertì chiaramente che quell’uomo lo riteneva un pazzo. “Le stucchiamo i buchi e chiudiamo, non so come aiutarla…” “Va bene, non importa, va bene così. Parlerò con l’amministratore. Grazie, mi dica quanto vi devo”. Non chiamò nessun’altro. Lavorò più taciturno del solito. Era certo di essere sprofondato in un incubo. Assurdo. Possibile che si stesse smarrendo? Che non ricordasse di non aver mai avuto la luce e l’acqua in casa? Ma come era possibile, in uno stabile come il suo, che un appartamento non avesse gli allacci? Sentiva di stare scontando una colpa ignota. Che lo faceva vergognare. Tornò a casa, quella sera, rassegnato al peggio. Scomparsi tutti gli infissi e le finestre. Da fuori entrava aria gelida, fischiando rumorosa. La sera dopo niente mobili. Il letto, l’armadio, i cassetti, le sedie. E con loro gli oggetti che contenevano, piatti, vestiti, soprammobili, libri. Dopo un altro giorno le piastrelle del pavimento di ogni stanza. Camminò su un manto ruvido di cemento, sconnesso. Il nylon che aveva messo sui monconi di finestre non faceva più di tanto. Il materassino senza lenzuola, dormì vestito. Avrebbe dovuto andarsene, ma come lasciare la casa in quello stato? Cosa avrebbero pensato tutti? L’amministratore, i proprietari, a lavoro? E soprattutto, dove andare? Una camera ammobiliata, un albergo? Da sua madre? Come spiegarle? La sera successiva non c’era più intonaco: le pareti erano rosse e grigie, i mattoni a vista, i solchi della malta rugosi. La casa si era spogliata, un pezzo dopo l’altro, ed ora stava nuda, essenziale, invivibile. Non riconosceva più gli spazi, la sua traccia nell’appartamento. Come un rudere abbandonato, ostile. Confuso, al limite delle forze, cercò di elaborare un piano, una scusa, una giustificazione che fosse plausibile, per motivare il suo abbandono della casa in quello stato. Seduto a terra, sentendosi addosso l’odore di chi non si lava da giorni, trattenne le lacrime e pensò, pensò a lungo. Dirò i ladri, farò una denuncia, dirò che son stato via giorni e son tornato e ho trovato così, tanto nessuno mi ha visto, non ho incrociato nessuno per le scale finora, dirò che non ne so niente, che andrò a denunciare alla polizia, ma i rumori?, nessuno ha sentito nulla?, fa rumore smontare un pavimento, scrostare un muro, divellere radiatori… eppure nessuno è venuto a lamentarsi, a dirmi niente, dirò che ne so quanto loro, mi spiace, maledetti zingari, mi è capitata una disgrazia. Sì, è l’unica, non c’è alternativa. In quel momento suonarono il campanello.

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Casermette

Tutto era grigio. Grigi i muri, le strade ricoperte da pozzanghere, le porte delle varie costruzioni. Panni bianchi stesi tra un albero e un altro. Gente che camminando si riparava con dei giornali. Anche se aveva appena smesso di piovere, gocce di pioggia ancora cadevano dai tetti, dai rami.
Filippo era entrato dall’ampio cancello di ferro stando dietro suo padre e sua mamma. Aveva in mano una trottola di legno. Nella tasca della giacchetta (i pantaloni erano corti), un libro sugli indiani con le illustrazioni in bianco e nero. Suo fratello, Nicola, era in braccio a sua mamma. Sua sorella, Giusy invece, era accanto a suo padre. Stava sempre attaccata a suo padre. L’uomo le sfiorava il cappottino camminando. Teneva un foglio spiegazzato con la sinistra, e guardava come un animale sospettoso.
Tanta gente. Alberi spogli. Odori di cucina già di primo mattino. Aglio, e qualcosa che friggeva. Sopra il puzzo di fogna.
Un ampio e squadrato cortile centrale, attorno al quale sorgevano i bassi fabbricati, rendeva il tutto ancora più desolato. In lontananza, una folla di bambini vagava, indolente e rumorosa. Loro erano tutti bagnati.
“Chistu è” disse l’uomo rivolto alla moglie.
“Eh va bene, Vì, ci lo faccimo piaciri” rispose la donna alzando un po’ il figlio. Dopo quella lunga camminata, la fatica era tanta.
“Filì, unni stai?”
“Sono qui, mamma”
“Vena cà, pigghia a Nicò, a mamma, tengo malu a vrazzu.”
Il bambino si avvicinò alla madre e prese in braccio il fratello. Sul bavaglino aveva rigurgitato un po’ di latte. Filippo ignorò l’odore e gli diede un bacio. Aveva le piccole guance gelate.
“Patri, cà aviri a stari?” Giusy si guardava intorno, occhi spalancati, il naso tenuto tappato con due dita.
“Cà, che nun ti piacia?” chiese il padre sorridendo. Due rughe profonde si aprirono ai lati della bocca.
“ Pè nienti pà!” rispose la bambina imbronciata.
“Sienti ammia: ogni cani è liuni na so casa”
“Nun vulia essiri liune!” e iniziò un pianto che le scuoteva il petto.
Anche a Filippo quel posto non piaceva, ma non disse nulla. Si avvicinò alla sorella e cercò di confortarla sottovoce: “non dobbiamo stare tanto. Poi ce ne andiamo.” Ma per Giusy fu come non sentirlo. Singhiozzò più forte.
Un uomo intanto si era fatto loro incontro. Portava un cappello di feltro tutto sgualcito. Li squadrò a lungo, toccandosi il naso.
“Siete nuovi?” chiese lentamente.
“Sì” rispose Vito.
“L’avete il foglio?”
“Cà sta” disse e lo mostrò.
“No, non a me, dovete darlo a Don Franco. Sta laggiù, in quella baracca.”
La famiglia si diresse verso quella minuscola casetta in lamiera. Anche il tetto era fatto di lamiera e l’acqua che scendeva dagli alberi, battendogli contro, produceva un rumore gradevole.
Entrarono. Faceva caldo.
Don Franco era un uomo grasso, due baffi neri e gli occhi che ridevano. Si presentarono. Era l’uomo addetto a gestire quel luogo. Non aveva avuto un incarico ufficiale. Per quello c’erano i militari. Ma la sua bonaria disponibilità l’aveva reso, di fatto, il responsabile delle casermette. Anche lui viveva lì, come gli altri.
Si fece consegnare il foglio da Vito. Lo lesse con attenzione e, dopo aver esclamato – Tutto apposto – si fece seguire.
“Vedrete, non si sta male qui” disse mentre percorrevano un sentiero di pietre in mezzo al fango, tra cespugli alti, bidoni e taniche appoggiate contro i muri. La pioggia li aveva quasi del tutto riempiti.
“Questi sono i bagni” indicò una costruzione rettangolare, ampia.
“Da una parte è per gli uomini e lì per le donne.”
Filippo guardava meravigliato. Era una meraviglia strana, uno straniamento che non aveva mai provato: avrebbero vissuto lì. Per quanto? Per poco aveva detto suo padre. E lui gli credeva. Ma per quanto poco sarebbe stato, c’era da stringere i denti. Ripensò alla Toscana. Al mulino. Faceva freddo d’inverno, ma c’era il bosco, e i suoi cugini, e la scuola. Lì era bello. Più bello di questo. Troppa gente, e nessun bosco in cui giocare. Come sarebbe stata la scuola?
“Venite, qui è dove starete” Don Franco scostò una porta di legno verniciata di verde. Entrarono in un caseggiato basso, addossato contro il muro di cinta di quelle casermette. Si chiamavano così perché erano quello: una caserma. Trasformata in un grande campo di accoglienza per profughi, indigenti, alluvionati, immigrati in cerca di fortuna.
Era una sola stanza enorme, divisa in lotti più piccoli da tende di stoffa grezza. Un corridoio centrale e ai lati cubicoli di qualche metro quadrato ricavati da quelle pareti sottili. Alcuni erano più ampi di altri: le famiglie più numerose.
Sul muro, in vernice, era segnato un numero in corrispondenza di una tenda. 89 c’era scritto sopra lo spazio a loro assegnato. Una decina di metri quadrati, 5 letti, affiancati, un armadio senza ante, una lampadina che pendeva dal soffitto. Casa.
Nicola si era addormentato tra le braccia di Filippo. Il bambino lo depose su di un letto. Giusy si sdraiò subito accanto a lui. Si addormentò quasi subito. Dalla stazione fino alle casermette c’erano una decina di chilometri. Li avevano fatti a piedi, sotto una pioggia persistente, attorno a loro una città sconosciuta.
“Grazie di tutto” disse Vito all’uomo che li guardava sorridendo. Si aspettava più entusiasmo? D’altronde come non essere soddisfatti: c’era un letto, un posto caldo. Da lì a poco avrebbero avuto da mangiare…
“Vedrete, non si sta male qui” ripeté l’uomo uscendo. “Per ogni cosa, cercate me.”
Marito e moglie si sedettero sul bordo del letto affianco al quale dormivano i due figli.
“Filippo, che dici?” chiese il padre, con un sorriso mesto, al figlio maggiore. Il ragazzino si strofinava le gambe nude. Erano ancora rosse dal freddo, ma dentro il caseggiato c’era un bel tepore.
“Tanto non stiamo a lungo, vero papà?”
“No. Appena trovo lavoro ce ne andiamo”
“E allora va bene. Almeno stiamo insieme” disse guardando i genitori, sua madre, sul punto di piangere.
“Venì cà” sua madre allargò le braccia e lo strinse a sé forte. Filippo sentì l’odore buono del sapone che usava sempre sua mamma e il caldo di lacrime che gli bagnavano i capelli.

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Firma copie di Natale!

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Presentazione de LA VITA VA AVANTI a Firenze

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Storie da zero – Laboratorio di scrittura creativa a Torino

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La vita va avanti su Mangialibri

Armando si sveglia disteso nell’erba. Non sa assolutamente dove si trovi né ricorda come ci sia finito. Lentamente si alza. Non sente dolore. Solo una infinita spossatezza. Guarda il cielo. È notte. Le stelle splendono e non c’è una nuvola. Che cosa gli è successo? Come è finito disteso in un prato senza ricordare assolutamente nulla di quello che sia accaduto? Deve semplicemente ragionare, calmarsi e mettere in fila i ricordi. Che sia stato uno scherzo dei suoi amici? Comincia lentamente a camminare e a chiedere aiuto a gran voce sebbene tutto attorno a lui ci sia un silenzio quasi assordante. Ad un certo punto capisce dove si trova. È al cimitero del suo paese. Cerca il custode. Vuole assolutamente uscire e tornare alla sua vita. Eppure il custode, nonostante lui si sbracci e urli, sembra non sentire la sua voce e non percepire la sua presenza. Armando è sconcertato e furioso. Mentre continua a voler attirare l’attenzione del custode scorge tre uomini che sembrano attenderlo. Ad Armando non piacciono. Che diavolo ci fanno di notte al cimitero? E che diavolo ci fa lui in un luogo che frequenta pochissimo e soprattutto perché sembra che solo i tre uomini lo vedano e vogliano parlargli mentre il custode lo ignora completamente?

La vita va avanti è un romanzo intenso ed è, allo stesso tempo, una lunga meditazione sulla morte. Misurarsi con un tema così pregnante è una operazione molto complessa. Vito Ferro, classe 1977, autore di altri romanzi e racconti, lo fa regalandoci un lavoro molto interessante. La storia potrebbe, di primo acchito, parere già letta mille e mille volte. Il protagonista che è deceduto e non ne ha consapevolezza, il cimitero come luogo in cui transitano le “anime” che non hanno ancora trovato pace, potrebbero apparire dei cliché. Sta invece nella scrittura e nella profonda sensibilità dell’autore lo scarto tra quello che può apparire “scontato” e quel tocco che rende una storia inconfondibile e totalmente diversa da tutte le altre che affrontano le stesse tematiche. Vito Ferro ha un modo di narrare avvolgente, non lascia mai che ci siano momenti di stasi nel suo racconto. Il periodare è complesso e sembra quasi un lungo flusso di coscienza del protagonista. Mentre leggiamo la storia di Armando, con tanto di colpo di scena finale, cominciamo ad interrogarci su noi stessi, sul nostro rapporto con la morte, con le persone che abbiamo amato e che sono venute a mancare, con i mille ricordi che ognuno ha e che custodisce gelosamente. Vito Ferro fa sì che il lettore si metta in discussione, che una fitta sottile di malinconia ci attraversi il petto. Ed è già questo un grande risultato.

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Diranno di me

Più o meno vent’anni fa, un ragazzo mi chiamo per propormi un’intervista. Io non avevo ancora pubblicato nulla, se non due piccoli racconti in un’antologia promossa dal Comune di Torino.
Mi disse che lavorava per un sito del Comune, appunto, nato per mettere in luce giovani creativi torinesi. “Nessun” si chiama il sito.
Al telefono (fisso, quello di casa, ovviamente, che il cellulare non ce l’avevo) la voce del ragazzo mi sembrò subito allegra, cristallina, diretta.
Ci demmo appuntamento una mattina davanti a Porta Nuova.
Arrivai, come mio solito, un dieci minuti prima. Scesi alla fermata e subito pensai: “e ora come lo riconosco?”.
Passarono i minuti e io scrutavo tutti. Mi avrebbe riconosciuto lui? Non esisteva Facebook, Google non aveva carpito ancora tutti i nostri segreti e tantomeno le nostre foto.
Alla fermata tanta gente. Iniziavo a disperare. Poi lo vidi. E lo riconobbi subito. Come se lo conoscessi da tempo, da sempre.
Andammo a prendere un caffè al Baretti. Parlammo a lungo. Aveva un piccolo registratore con il quale registrò tutta la prima ampollosa, logorroica, intervista della mia vita.
Ci salutammo ed io capii, come una folgorazione, che avrei avuto, da quel momento in poi, un nuovo, grande amico.
Quel ragazzo è Andrea Roccioletti. Oggi esce il suo ultimo libro “Diranno di me”. Un libro eccezionale, una storia come solo lui avrebbe potuto scrivere. Ed io ne sono l’editore. Andrea, con questo libro, ha raggiunto un altissimo grado di consapevolezza nella scrittura, e nel pensiero. Consapevolezza che, abbinata ad una mitezza e ad una umanità speciali, io gli ho sempre riconosciuto.
Spero che sarete in tanti a scoprire Andrea dal libro che ha scritto, e a capire un po’ di lui dal suo straordinario romanzo.
Io mi tengo stretta la sua amicizia, che negli anni è cresciuta pur rimanendo della stessa intensità.
Un’amicizia speciale: come è speciale lui, che, qualche tempo fa, si è presentato con una piccola cassetta e mi ha fatto risentire le nostre due voci adolescenti. Una mattina di venti anni fa, durante il nostro primo incontro.

 

Autori Riuniti: quando l’editoria diventa POP

«Un libro non si vende da solo. La sola presenza in libreria non giustifica il successo di vendite. È necessario accompagnarlo con un incoraggiamento un po’ più personale». «Un libro comincia…

Sorgente: Autori Riuniti: quando l’editoria diventa POP

I custodi della notte

Guarda, ci sono i guardiani, le sentinelle i custodi della notte
qualcuno deve avergli dato le chiavi, tanto tempo fa,
qualcuno che poi è scappato, ha lasciato il regno vuoto,
sabbia e polvere e spumante,
ed ora sta riempiendo il giorno d’oro
Ma loro non lo sanno, i guardiani le sentinelle i custodi
e perseverano notte dopo notte, buio dentro al buio
ridendo a volte, tacendo spesso, ascoltando il minimo sussurro
Perché se Lui torna, e torna col premio, loro vorranno essere pronti
fronte alta mento dritto un po’ viola intorno all’occhio
ma che orgoglio
Hanno abitato fino adesso la notte ed ogni sua declinazione
sfiorando con la punta delle dita i primi spruzzi d’alba
Li hanno fotografati sull’uscio di locali, tra il selciato dei marciapiedi
nel riflesso del porfido bagnato, dentro la scatola sonora
lungo il fiume
Senza famiglia, senza un lavoro, senza un progetto
che non sia quello di custodire la notte
ed un poco appropriarsene
E sentirsi, per un istante, grazie all’alcol che freme,
come Lui, come il padrone fuggito, di un regno
che si crea e si disfa
continuamente, non si sa se sia davvero esistito,
e che, comunque, non vale niente

Booktrailer La vita va avanti

In teoria dovrei esserci abituato ormai: non sono più un giovane autore alle prime armi. Ma vi confesso, amici, che vedere questo booktrailer del mio ultimo romanzo mi ha fatto molto emozionare.
Ho ripensato alla prima volta che ho spedito un manoscritto ad un editore – avevo 16 anni – alla prima risposta positiva – dopo le trentamila negative – alla prima volta che ho preso in mano il mio libro stampato… Ai sogni, le speranze, gli stimoli che sentivo allora.
Adesso, da uomo bello che fatto (e che uomo…), posso confermarlo: è tutto come allora. Identico. Stessi brividi, stessa euforia, stessa gioia nel sapere che il libro viaggerà e verrà letto.
Grazie ad Alessio Cuffaro e Sara Madeo per avermi aiutato nella realizzazione del booktrailer, grazie a tutti voi che che lo guarderete e condividerete!