L’altra sera

Gli alberi spogli di piazza Rivoli, tutti rami come dita secche. L’aria fredda ma odorosa di promesse. La luce gialla del Kebabbaro. Diciamo la verità, eravamo tesi, eh? E quel panino l’abbiamo mangiato piano, quasi in silenzio, per fortuna le birre, grazie al cielo le Moretti da 66 che addolciscono i pensieri. “Il bello è che domani sempre 1000 euro al mese guadagno, eppure…”.  
Tavolo prenotato a nome Conte al bar cinese Boom Boom di corso Lecce. Arriviamo che mancano dieci minuti al fischio d’inizio. La luce da obitorio, l’arredamento spoglio, stracolmo di gente, dietro al bancone un uomo e una donna magri, tirati, col giubbotto perché fa freddo, e che parlano un italo-cantonese inestricabile, tutto consonanti e colpi di denti. “Abbiamo un tavolo prenotato“ diciamo senza neanche più crederci troppo. E infatti. 
“Tu ****** (parola incomprensibile) 枱 檯 alle otto, adesso vedele ******* (parola incomprensibile) del bal ola tutto poi plendi 枱 檯 no sedie se telefono eh no adesso capile ieli licoldo ma dile otto tavolo 枱 檯 vedi c’è lì” tutto di un fiato, mostrandoci il tavolo, che in effetti c’è, al centro della sala, libero, vuoto di birre bicchieri panini, la targhetta rossa con scritto “Conte” ma attorno nemmeno una sedia, le han prese tutte, pace la guardiamo in piedi, non stare a polemizzare che ti risponde di nuovo in questo idioma misto italiano cinese che fa venire mal di testa più dell’alcol. 
“Vabbè, ci dai tre birre?” 
“Moletti? Gualdale paltita? alola 5 eulo” e non ci stacca gli occhi di dosso fino a che non le paghiamo, mezzora dopo. 

Veniamo alla sala: uno schermo televisivo che, da dove stavamo noi, ci faceva vedere i giocatori come si vedevano al Delle Alpi. La voce di Caressa a scatti. Minacce di morte ad Allegri, tanto per chiarire la situazione. Vecchi, vecchissimi alcuni (ad uno di essi, inavvertitamente, nella foga del rigore concesso, darò una manata sulla schiena scambiandolo per il mio amico), uomini di mezza età, in carne, la voce rauca di mille diana rosse, tamarri, l’immancabile vallettano che incontro sempre, dappertutto, in ogni luogo del mondo, ragazzi, uno in tuta da lavoro, marocchini, qualche ragazzetto che si prende le patatine, due ragazze di 15 16 anni che non so perché e come siano finite in questo bar e che volevano solo andare a pisciare al bagno, che era sempre occupato. 
Intanto bevo, beviamo. Una birra, poi un’altra, poi la sambuca, pago io il giro, ma no dai, vabbè allora prendiamone un’altra. 

E la rimonta comincia. Perdo la voce al gol annullato dopo pochi minuti. Mi maledico, come faccio domani in classe cazzo!?
Il ragazzo con la tuta da lavoro, da solo, commenta le azioni cercando una sponda: è pelato, gli occhi strizzati, il sorriso buono. Diamo la colpa all’alcol, ma il merito è del calcio, che ti affratella, e tale lo sento, fratello. Credi in quello che credo io, non ci siamo mai visti, non ci vedremo mai più. Al primo gol lo abbraccio e sento odore di segatura e commozione. 
Esco ogni quindici minuti a fumare. Desisto dall’andare in bagno a pisciare, tanto è sempre occupato, e fuori sul marciapiede saltellano le due adolescenti: “mettiti in coda” dice una all’altra, “see, vabbè” risponde l’amica. Con la sigaretta in bocca piscio contro i platani del controviale, sorridendo beato. 
Fuori, fumando, scorgo un’altra categoria di umanità: quelli che per non pagare i 5 euro di consumazione al bar la guardano da fuori, dalle vetrine schermate malamente dalle tende. Un uomo con i capelli ben pettinati la guarda tutta sulla bici, una gamba appoggiata a terra. Noto che esprime pareri tecnico-tattici notevoli. 
Ogni volta che rientro il ragazzo delle Vallette ha un’espressione diversa sulla faccia: ansia, furia, angoscia, ferocia, poi depressione nera, poi euforia, poi ripete ogni commento che sente dalla gente del bar, poi mi dice “socio, ho sognato il 2-0 fino al 94° poi segnano loro di rimpallo”, gli rispondo “i sogni lasciano il tempo che trovano”, sembra convincersi di questa mia acutissima analisi psicoanalitica, allora Gianluca interviene e dice: “anche io ho sognato una cosa, ma non la dico per scaramanzia”. 
Il primo gol è una scarica di elettricità che sposta il pavimento, dura qualche secondo, poi scattano gli inviti a ricomporsi che non è successo niente, stiamo calmi, calmi, ripete l’uomo con la maglia rossa, che la partita non la guarda, fa avanti e indietro e mi dice “l’ultima volta che siamo usciti ho vomitato”. Scopro che è il padre di una delle due adolescenti con la vescica ormai prossima al collasso. Ma è unito anche, per qualche strano legame di parentela, al ragazzo delle Vallette che ora grida “Dai dai dai che gli facciamo il secondo”. 

Arriva l’intervallo, il bar si svuota, sul marciapiede si stabiliscono i prossimi ingaggi di mercato della Juventus per i prossimi dieci anni, in quindici minuti abbiamo venduto mezza squadra e comprato mezza Europa, abbiamo in difesa ora Koulibaly, De Ligt, Skriniar, Marcelo, a centrocampo è tornato Pogba, viene Isco, poi Kross, Modric, Coutinho, in attacco il più scarso che siamo riusciti a mettere sotto contratto è Icardi. 
Il più magheggione di tutti noi, il vero uomo mercato, è un curioso individuo magro, capelli corti, vestito in tuta che sembra un lungodegente smarritosi in una corsia d’ospedale, età indefinibile, pallido, spiritato, come ricoperto da una polvere bianca che gli fa la faccia da bambino vecchio, fosse per lui la Juve dovrebbe spendere, ogni estate, l’equivalente del Pil dell’Olanda. “Altrimenti, cazzo vinci?”. L’uomo in bicicletta pare invece più attento ai conti perciò scuote la testa. 
Il ragazzo in tuta da lavoro, mio fratello ormai, se la ride e sembra un bonzo. Chiedo al suo sorriso di rassicurarmi, di dirmi che in una notte così l’impresa non solo è possibile ma ci farà orgogliosi come non mai. 
Rientriamo, altra birra, altra sambuca. 

Chi si accorge del secondo gol? Quasi nessuno: si urla tutti, suoni inarticolati, vedendo i giocatori correre esultanti, “han dato rigore?”, “che cazzo è successo?”, poi arriva la goal line tecnology e così godiamo in differita, siamo pari, eh già, siamo pari adesso. E io credo che nella testa di tutti ci sia la sicurezza che stasera si passa. Sento distintamente promesse ed ex voto strabilianti. 
La distanza dal televisore e le misure ridotte del medesimo non ci permettono di vedere il contatore dei minuti. Il secondo tempo della partita è perciò un unico blocco di sofferenza e attesa, scandito solo dalle folate rabbiose dei nostri, accompagnate dalle urla di tutti. 
Ad un certo punto Federico Bernardeschi compie quell’ultimo strappo, di corsa e tecnica, viene spinto giù in area, rigore, silenzio, preghiere, “io non guardo” dice l’uomo con la maglia rossa, ma tanto lo sapevamo già, Ronaldo parte, Ronaldo segna, io sento solo un dolore fortissimo al braccio, vedo uno sgabello volare, do la manata al vecchio, mi sembra di captare la voce del cinese che chiede cosa sia successo, e uno che gli risponde pure, c’è come più luce, davanti a me il magma di uomini seduti davanti al televisore ondeggia, oscilla, sale e scende, come una pozza di fango che ribolle, e che urla, mi mancava una serata così, da tanto tempo, il calcio è la cosa più bella che esista. 
Gli ultimi dieci minuti sono uno scacciare fantasmi da davanti agli occhi, sono un battere i piedi, stringere bottiglie di birre, l’uomo con la maglia rossa tira fuori da un portafogli vuoto di soldi una schedina di scommesse “guarda, guarda,” mi dice “mi sono giocato il 3-0, guarda”, io guardo e sono contento per lui. Vincerà 28 euro. 
“Ecco, questo era il mio sogno: tre a zero ed io che chiedevo a Mauro quanto abbiamo vinto?” dice Gianluca: anche loro si sono giocati il passaggio del turno. 
Quando l’arbitro fischia la fine il bar esulta mentre si svuota: dove corrono quegli uomini? Devono tornare subito dalle mogli? Come sarà la loro casa, la loro vita, questa loro notte? Che fine ha fatto il lungodegente? Dove è andato il mio amico in tuta da lavoro, che volevo salutarlo? Il Valletano, chissà, lo ribeccherò in quartiere?  
“Non si può già andare a casa” e allora andiamo a bere ancora, c’è la birreria dietro casa mia, le medie sono tutte a 3,50 e il proprietario è del Toro. Quanto è dolce la Guiness, ogni parola di Allegri nel post partita, ogni risposta di Simeone un sorso, noi il sorriso paralizzato in faccia mentre compulsiamo i primi meme di Ronaldo che esulta. 
“Sono ubriaco” scrivo su whatsapp a Cristina. “E sono felice”. 
Poi il proprietario della birreria stacca l’audio delle interviste sulla faccia triste da funambolo del circo di Griezmann e mette la musica. 
The moment I wake up, before I put on my makeup (makeup), I say a little (prayer for you).
Ora è davvero tardi, domani si lavora, “sempre mille euro al mese”, ma “la prossima di nuovo in quel bar, ovviamente”. 
Sì, perché ci sarà una prossima.

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Non diteci che è solo un gioco

Una volta ho giocato a 11 con la mia squadra contro una squadra di ragazze: chiesi di giocare dietro, in marcatura; una volta, al vecchio Delle Alpi, durante un Juventus-Ancona 5-1, io e il mio amico Bixio abbiamo visto un tipo strano che, la mano dentro i pantaloni, si masturbava ad ogni azione; una volta ho parlato con Zidane: era molto timido; una volta ho parlato con Davids: non era timido; una volta ho vinto il titolo di capocannoniere in un torneo e ho ricevuto un trofeo a forma di pallone d’oro: fu una delle più grandi giornate della mia vita, avevo 16 anni; al terzo gol di Nedved in semifinale di Champions contro il Real ho pianto in ginocchio; una volta uno mi è entrato dritto sul ginocchio in area e non mi han fischiato manco il rigore; una volta, campo del Pozzomaina, il mio cane Dylan ha fatto invasione di campo per venire a salutarmi; solo una volta ho giocato col 10 sulle spalle: ho preso una gomitata in faccia a gioco fermo, mai più indossato; l’unica rovesciata che ho fatto in vita mia me l’ha salvata sulla linea un terzino; l’unica ammonizione che ho preso in vita mia è stata per eccesso di esultanza (avevo tolto la maglia in un derby sentitissimo contro il Borgata Lesna); quando feci il mio primo gol in assoluto, torneo estivo a Venaria, mio padre a fine partita comprò il gelato a tutta la squadra anche se avevamo perso 3-1; ricordo di aver fatto follie per acquistare O’Neil al fantacalcio: non sono granché a fantacalcio; una volta ho giocato al totonero; ho imparato a giocare a calcio tirando la palla contro il muro della cantine: dovetti smettere quando la vecchie pugliese che abitava sopra mi minacciò di morte, per fortuna avevo già imparato i fondamentali; una volta alla Vallette in oratorio davano le partite di Tele+ a pagamento e la gente bestemmiava; arrivando in centro, dopo la finale di Roma, vidi un ragazzo arrampicato sopra un semaforo che esultava al cielo; quella finale la vidi con mio padre a casa di amici granata; durante Italia ’90 rimasi folgorato dai tifosi brasiliani a Torino, avremmo voluto, io e mio fratello, la loro maglia ma mio padre non ce la comprò; ho giocato in porta solo una volta: ho preso solamente un gol; sono mancino ma probabilmente il gol più bello che ho fatto l’ho fatto di destro; non so quanti pomeriggi ho passato a giocare con mio fratello e gli amici a Manager con l’Amiga; una volta ci presentammo al campo in 9: raccattai due disgraziati per strada e facendoli passare per compagni assenti: vincemmo e uno segnò pure; la sera prima delle partite stavamo sempre da Tony, il nostro allenatore, che faceva la formazione e ci spiegava le tattiche sul tavolo da biliardo, tra le palle e i bicchieri di Glen Grant che si beveva… più passa il tempo e più non ricordo tante cose fondamentali della mia vita: ma quelle legate al calcio le ho tutte.

Natale, un ricordo

Anni fa, il 24 dicembre, mi ritrovai con mio fratello al Carrefour di Corso Grosseto mezzora prima della chiusura. Il supermercato, già triste di suo nel resto dell’anno, quella sera era particolarmente desolato: scaffali semivuoti e disordinati, merci fuori posto, sotto sopra, confezioni mezze aperte, strappate, rovinate, segni di un turbolento passaggio, di uno shopping natalizio selvaggio e famelico. In tutto il supermercato rimanevano soltanto cose non volute da nessuno, le ultime delle ultime, pochissimi desolati avventori (in mano pandori senza farcitura, spumanti senza bolle, pantofole, occhiaie meste), io e mio fratello. In cerca del regalo di Natale per la sua nuova ragazza, conosciuta qualche giorno prima.

“Certo, avresti potuto pensarci un po’ prima” ma ormai eravamo lì, io e mio fratello, in mezzo a quella landa disgregata, in mezzo alle rovine, al lato deteriorato del consumismo, nel retro del Natale, e ci toccava cercare. Mezzora alla chiusura.

Fu una ricerca disperata e divertentissima. Più che cercare oggetti, cercavamo giustificazioni plausibili per gli orrori che rinvenivamo. Relitti di epoche dimenticate, robe tirate fuori da magazzini umidi per rimpolpare vuoti, testimonianze fuori moda dal gusto discutibile, scarti di scarti di scarti.

L’altoparlante aumentava la nostra ansia col suo conto alla rovescia gracchiante, strascicato.

Dlin dlon, cinque minuti alla chiusura, si invitano i gentili clienti ad affrettarsi.

Alla fine, tra una macchinetta elettrica e un tosaerba, li trovammo. Tre cestini di legno a matrioska, quadrati, semplici, tutto sommato delle perle, là dentro, in quel momento. Non costavano poco: tre prezzi diversi a salire, dal più piccolo al più grande. Il totale troppo.

“Prenderne solo uno?”

“Naa, da solo non rende”

“Tutti e tre costano un bel po’…”

“Pace. É Natale”.

Li infilammo uno dentro l’altro e via.

Alla cassa solo noi. Donne delle pulizie già al lavoro tra i reparti. Il Natale era già finito dentro al supermercato. Si stava smantellando.

La cassiera era stanca ma non sgarbata. Truccata, sarebbe scappata dai suoi cari non appena fossimo andati via.

Con due, tre occhiate, comprese tutto di noi. Accennò ad un sorriso. Non sapremo mai se lo fece apposta o meno.

Passò soltanto il cestino più grande, ignorando gli altri due dentro. Io e Edy deglutimmo. Muti.

Pagammo, ringraziammo, augurammo e uscimmo.

“Il prossimo anno conviene tornare qui, all’ultimo” disse mio fratello.

Mio fratello si è sposato con quella ragazza. E quei tre cestini li hanno ancora.

Arte di/in classe

In classe abbiamo diversi artisti, ognuno col suo stile e un tratto grafico specifico. Questo a seconda della corrente artistica che si intende seguire. Tutti, ci tengo a ribadirlo, d’avanguardia. 
Io, fortunatamente, sono stato scelto come modello privilegiato. Nei secoli a venire si parlerà della mia immagine in queste opere, verrò studiato, analizzato, comparato, su di me si faranno indagini e si scriveranno saggi, proprio come successe per le modelle di Manet o i ragazzi di Caravaggio. 
Volendo agevolare il lavoro dei critici del futuro, ed essendo oltre che modello anche testimone della teorizzazione dell’arte di ognuno dei miei artisti, fornisco qui alcune brevi note riguardo le opere in oggetto.

OPERA NUMERO 1 “LA LAVAGNA”

Ci troviamo di fronte ad uno splendido esempio di arte neoscolastica, che recupera e valorizza gli stilemi dell’idea archetipica della Scola antica modernizzandoli attraverso l’uso di simbologie e sincretismo grafico.  
Notare la plasticità della mia figura mentre spiego la imprescindibile differenza sillabica delle parole NODO e DONO (altamente simboliche). 
I tacchi delle scarpe danno l’impressione di un’autorità che si eleva ma in maniera discreta. Sono infatti un tacco 3. 
Il numero 21 è di significato oscuro, sicuramente è un’auto citazione della lezione di matematica precedente. 
La mano dell’allievo seduto al banco si avvicina come quella dell’uomo nella cappella Sistina: tende verso il sapere. 
L’artista, V., che si è autorappresentata sulla destra, invece cerca di uscire dall’aula: chiaro riferimento alla concezione di arte come ricerca nel mondo di fuori, esterno alle regole e alle convezioni, o forse è solo suonato l’intervallo. 
Lascia nell’aula il suo zaino e il materiale: cercherà nel mondo della realtà gli strumenti per penetrare il mistero della vita.
Dettaglio: in mano ho un oggetto. Sembrerebbe un cancellino: qui la critica si fa feroce, e mira a mettere in luce i limiti della nostra conoscenza, destinati a svanire come polvere di gesso. 
L’opera, foglio a4 a quadretti forato, è stata quotata 23 milioni di euro.

OPERA NUMERO 2 “IL FACCIONE”

Qua siamo in un territorio diverso dall’opera numero 1. Le convenzioni saltano, vengono smantellate, per una ricerca del vero quasi parossistica. La mia faccia, ingrandita e dettagliata, ricca di verosimiglianza e dettagli precisi, sorride quasi di scherno. L’artista è implacabile nella sua rappresentazione: non nasconde niente, non abbellisce niente: quei pochi capelli c’ho e quelli disegna. Anche le orecchie, ammetto, sono proprio così. 
Però, e qui sta la genialità, di fronte a cotanto realismo, lo spirito creativo inserisce elementi di rottura del reale, pregni di significato direi metafisico: un paio d’occhi, il numero 10, dei cuori, un triangolo rovesciato, uno strano essere sulla sinistra che sembra un pesce senza testa ma con due code, un volto innamorato, due scatole antropomorfe che sicuramente rimandano all’idea di conoscenza come custodia di segreti, scrigni pronti a schiudersi e a rivelare tutto quello che c’è da rilevare sulle doppie consonanti o sulla sillaba DE. Oscuro il salame sulla destra: potrebbe essere un elemento del Triavialismo, o il tentativo di verificare se la penna fosse scarica o meno.
L’opera è realizzata su foglio bianco da fotocopia stropicciato. 
Ingegnosa e, direi, commovente, la didascalia che indirizza la comprensione dell’opera.


OPERA NUMERO 3 “MINION”

La pop art nel XXI secolo. La cultura popolare, commerciale, consumistica messa alla berlina. Ci troviamo di fronte ad una fusione ribelle, satirica, però illuminante, dell’autorità che cerca di mantenere una serietà e un decoro mentre lavora (il maestro) e la sua reale manifestazione agli occhi dell’artista (un minion). Dissacrante, sacrilega, ironica, la figura ne esce ridimensionata, l’istituzione stessa viene ripensata e portata sotto i riflettori della mediaticità in un modo mai osato prima. 
A rinforzare ulteriormente la critica ideologica e politica, vi sono le due facce che ridono, facendosi beffe del potere costituito e l’esasperazione tricologia della mia testa: “avere quattro capelli in testa” inteso alla lettera. 
La mediazione tra istituzione e anarchia però c’è, è adombrata nei due cuori, simbolo di pacatezza d’animo e affetto. 
Da “mettete dei fiori nei vostri cannoni” a “trasformate in minion i vostri maestri”, si compie il passaggio dal Novecento tribolato e martoriato da conflitti agli anni 2000, smarriti e confusi ma ricchi di possibilità e di voglia di riscatto. 
L’opera, sporca di merenda, è attualmente in tour nei più prestigiosi musei d’Europa.

Concludiamo per oggi la nostra carrellata di opere d’arte contemporanea, con un documento che NON è opera d’arte, ma crediamo meriti comunque di rientrare a pieno titolo in questa disamina. 
Il soggetto in questione mi ha fornito un contratto di assicurazione, forse a fronte del prevedibile dileggio a cui andrò incontro a causa di queste opere. Contratto che ho prontamente firmato, anche perché, faccio notare, le apposite caselle di sottoscrizione non permettevano altra scelta.



La perdita degli anni

Ho cominciato a perdere anni presto, molto presto. 
I miei coetanei avevano ancora tutti i loro anni, folti, fitti, scuri, densi. Io invece, da che ero come loro, iniziai – ricordo era un sabato mattina – a trovarmeli nel letto, sul cuscino, per terra, davanti allo specchio del lavandino. Erano anni che credevo potessi non perdere mai: sono sempre stato fiero dei miei anni. 
Da quel giorno è stata una caduta verticale, inarrestabile, ma non costante: a volte ne perdevo a manciate, altre pareva resistessero, attaccati al mio presente. 
Ho perso il ’94, tutto di colpo. Dell’88 e dell’89 si intravede ancora qualche segno, un piccolo bulbo, come un foro arrossato. Dietro questi il vuoto, liscio levigato lucido.    
Altri li ho persi per strada, alcuni guidando, spesso lavorando, quasi sempre aspettando. 
Uno pensa che a lui non succeda: vedi tutti quegli sconosciuti senza manco più un anno e dici “io non sarò mai come loro, io ci tengo ai miei anni, li curo, ci sto dietro” e invece succede. Non puoi farci niente.       
La mia compagna – che i suoi anni li ha quasi tutti (per le donne è diverso) e, di quelli che non ha più, non se ne cura, pace, amen, che importa? – nutre nei miei confronti, nei confronti di questa mia debolezza, una premura che mi conforta e mi umilia. 
Non posso fare a meno di pensare che riesca a soprassedere a questa mia grave mancanza semplicemente perché non mi ha conosciuto prima, quando gli anni li avevo tutti. 
Col tempo uno un po’ si abitua: lo facciamo per sopravvivere, come con le meschinità che non ci abbandonano.        
Ma stasera, rientrando a casa – l’aria così pesante, il buio opprimente – in ascensore, fissando i piedi, per terra, per la prima volta ho visto un anno perso, ma del futuro. 

da “La perdita degli anni“, Vito Ferro, Autori Riuniti 2018

La prima volta in discoteca

Era l’autunno del 1990. Primo anno di superiori, liceo classico Cavour di Torino. Festa d’istituto nella discoteca Pick Up di via Barge. Io non ero mai stato in discoteca in vita mia. Dopo lunghe ed estenuanti trattative convinco mia madre, in crisi d’apprensione, a mandarmici. Porto a casa il risultato a fronte di condizioni estremamente svantaggiose per me: rientro non dopo mezzanotte e dieci, in taxi fino al luogo del ritrovo con i compagni, nessun tipo di consumazione, alcolica o meno, ritorno con Tony, il vicino di casa, che sarebbe venuto a prendermi. 
“Ma che importa, l’importante è andarci!” pensai. 
Su quella serata avevo investito tante aspettative: ci sarebbe stata R., splendida dea di quinta ginnasio, truccatissima e bionda, inavvicinabile. L’ammiravo ancheggiare in corridoio durante l’intervallo e tremavo. 
Supportato dai miei due tre compagni preferiti avevo stabilito di provarci quella sera. Le luci basse, la musica, l’euforia. Era l’occasione perfetta. Ora o mai più. Ce la posso fare. Ce la posso fare. 
Arriviamo in discoteca: il paradiso. Il bar enorme, il dj, le luci, le balconate circolari sull’enorme pista da ballo. La notte che inizia. Avevo quattordici anni.  
Si chiacchiera e scherza con i compagni, si ride, ci si sente invincibili. Verso le dieci arriva R. Se a scuola mi sembrava l’essere vivente femminile più bello che avessi mai visto, quella sera, in versione discoteca, era qualcosa di strepitoso. Mi sembrava di sentire il suo profumo da quindici metri. I suoi ricci biondi tagliavano l’oscurità della sala, mandavano segnali che io solo sapevo decifrare. 
Gli amici iniziano: “Quando vai? Dai vai! Muoviti!”. Io tentenno, sento il peso dell’impresa. Avevo pur sempre 14 anni, gli occhiali, i capelli a caschetto e i primi brufoli. La musica (credo fossero i Roxette) di colpo cambia: parte un lento, Wind of change degli Scorpions. Per dire che cosa si ascoltava in discoteca una volta. 
Capisco che è arrivato il momento. Respiro. Guardo i miei amici dietro di me, vai vai fanno con la mano, deglutisco, alzo il primo piede, avanzo di un passo, poi un altro, R. è circondata da amiche che sono solo la sua scenografia, balla e scuote la testa, gli occhi chiusi, mi apro la strada tra i liceali come Mosè fece con le acque. Cinque metri. Respiro lungo. Tre metri. “The world closing in, did you ever think that we could be so close…”.
E di colpo il dramma. 
La musica si spegne, una voce tonante dal microfono dice: “VITO FERRO AL BAR DELL’INGRESSO, LO VUOLE SUA MADRE AL TELEFONO”.
In poco meno di un secondo ho un’extrasistole al cuore, le vene dei polsi si annodano, si accartocciano i polmoni, la gola si gonfia come per uno shock anafilattico, la pelle del volto si congela. Due secondi dopo, quel che resta della pappetta che è diventata la mia mente mi fornisce la soluzione più ragionevole per uscirne: fai finta di niente, R. non sa come ti chiami, tutti i liceali che ballano non sanno come ti chiami, nessuno sa che sei tu, quello chiamato al telefono. Dalla madre. In discoteca. 
Nessuno eccetto i miei compagni: sento roboanti alle mie spalle delle risate da iena, stridule, altissime, alcune gutturali, animalesche, risate incontrollabili, da soffocare. Mi volto e li vedo, disgraziati, che ridono e mi indicano. Mi si blocca la colonna vertebrale, dal collo al coccige. Per la prima volta scopro quanto sia pesante la vergogna. Un masso che ti schiaccia. 
Chino il capo, giro i tacchi, salgo mestamente le scale che portano all’ingresso. Le risate dei compagni sfumano. La mia adolescenza è finita prima ancora di iniziare. 
Vorrei scappare via, ma il vicino di casa verrà a prendermi solo tra qualche ora. Ormai in prossimità del bancone bar monta la rabbia. Il barista mi indica la cornetta appoggiata. 
“Che c’è?” urlo contro mia madre. 
“Niente, volevo solo sapere se stavi bene”. Giuro, ha detto così. Solo quello. La mia vita rovinata irreparabilmente. 
Non ricordo il resto della telefonata, non ricordo il resto della serata. Non so se son tornato indietro, a sorbirmi l’umiliazione, o se mi sono rintanato in qualche anfratto. Non ricordo come ho vissuto i giorni successivi, se mi presentai a scuola, o feci passare qualche giorno. So che non ebbi mai più il coraggio di sfiorare con lo sguardo R. 
La mia prima uscita in discoteca è stata questa. Negli anni ho vissuto attivamente figure di merda di tutti i tipi, e ho la certezza che altre mi aspettino nel prossimo futuro. 
Ma di una cosa sono sicuro: nessuna umiliazione sarà mai potente, devastante, totale, come quella notte al Pick Up. 
Ogni tanto, abitandoci vicino, ripasso in via Barge. Porca puttana, voi non ci crederete, ma io mi guardo ancora attorno furtivo e mi sembra di sentire ridere forte.

La perdita degli anni

Ho cominciato a perdere anni presto, molto presto.
I miei coetanei avevano ancora tutti i loro anni, folti, fitti, scuri, densi. Io invece, da che ero come loro, iniziai – ricordo era un sabato mattina – a trovarmeli nel letto, sul cuscino, per terra, davanti allo specchio del lavandino. Erano anni che credevo potessi non perdere mai: sono sempre stato fiero dei miei anni.
Da quel giorno è stata una caduta verticale, inarrestabile, ma non costante: a volte ne perdevo a manciate, altre pareva resistessero, attaccati al mio presente.

 

da giugno in tutte le librerie

LE PASSIONI (hobby è concetto superato) AL TEMPO DI INTERNET

Una “passione” per essere tale, oggi, al tempo di internet deve farci seguire dei passaggi precisi:

1) Deve, innanzitutto, nascere improvvisa, mentre si guardano video su youtube di notte, da insonni, cercando altro. Bisogna imbattersi in qualcosa che, nell’alternanza sogno veglia delle tre di notte di un martedì, catturi magneticamente l’attenzione. Faccia sembrare ogni altra attività umana inutile e causa di perdita di tempo; deve fare esclamare “cazzo, voglio farlo anche io! Cosa mi sono perso tutto questo tempo!”. Anche se si sta parlando di manutenzione di vecchi giradischi o di sculture in alluminio.

2) Andare nei siti e forum specializzati. Scoprirne centinaia, leggere migliaia di pareri di esperti fanatici ortodossi della passione in questione. Sentirsi un neofita, un po’ dilettante un po’ impostore. Volerne di più, voler diventare come loro, adepto accettato, membro della grande comunità specialistica della passione. Volere essere parte della grande famiglia. Farsi idee raffazzonata, caotiche e contradditorie su tutti i dettagli della passione in questione: “Per lavorare l’alluminio meglio una fresa a punta 8 o 11?” oppure “per pulire le puntine una spazzolina in polietilene può andare?”. Scegliere da che parte stare, quale partito sposare, quale scuola di pensiero, così, sulla fiducia, in base agli utenti che ci sembrano più dotti, competenti. Iniziare a venerarli come maestri.

3) Una volta nata, la passione, letto migliaia di pareri, scoperto il mondo che si cela dietro ad essa, occorre metodo, disciplina, razionalità, organizzazione.
Bisogna andare su Amazon.
Cercare gli strumenti/apparecchi/dispositivi che possano permetterci di impadronirci della tecnica. Trovare la versione ENTRY LEVEL (per forza, la più economica e facile da utilizzare). Comprare tutto di foga. Tra sei giorni arriva la fresa. Devo trovare un posto in casa per il kit di spazzoline in polietilene.

4) Una volta impadronitici della passione (o meglio, una volta che essa di è impossessata di noi), stabilito che siamo ufficialmente appassionati a quella cosa, essa va comunicata. Tendenzialmente la prima persona a saperlo è la compagna. Si valuta la profondità e l’importanza della passione scelta da quanto questa metta in crisi il rapporto sentimentale. Più crisi c’è, più siamo sprofondati nella passione. Senza rendercene conto siamo già infognati al punto giusto.

5) Dopo aver svolto tutti i punti sopra elencati, occorre crearsi adepti, compagni di meraviglia, sodali e complici. Si tasta il terreno, si parla ossessivamente con amici e parenti della passione, si gettano esche un po’ dappertutto. Qualcuno di solito abbocca. Ci chiede informazioni, si interessa, mostra curiosità viva. Ci sentiamo specialisti plurilaureati. Siamo felici. La passione ci ha travolti e ora ci rende tutto con gli interessi.
Nel frattempo continua la visione di video e lettura di forum specializzati: la lingua non è più straniera. Iniziamo a padroneggiare la materia. In cuor nostro sbeffeggiamo i nuovi adepti che fanno capolino con domande ingenue e velleità puerili. Pivelli.
Con il resto del mondo ormai, parliamo più soltanto della nostra passione. Non scorgiamo gli sguardi carichi di pena e fastidio degli altri che ci ascoltano. Anzi, proviamo dolore per loro che ne sono esclusi, da tanta meraviglia.

6) Si mette in pratica la passione, finalmente. Gli strumenti ordinati sono arrivati. La fresa, scopriamo, non è che lavori così bene l’alluminio (acquistato da un grossista di provincia a peso d’oro), ma è normale, non è un attrezzo professionale, d’altronde per imparare, col tempo, con la pratica, qualcosa però fa, guarda qui questa farfalla che ho realizzato, ok, sembra una piadina, ma comunque l’ho fatta io in mezzora, pensa fra tre quattro anni, cosa sarò in grado di realizzare… Si manda a questo punto la foto della farfalla piadina d’alluminio al disgraziato che abbiamo convinto a seguirci nella passione travolgente. Si sceglie l’angolatura migliore. Ci si sente fieri, aspettando il wow ammirato di risposta. E questo è niente, bisogna aggiungere.

7) Si prova e riprova per qualche giorno. Sempre meno, sempre più saltuariamente. Non ho tempo, la vita, il lavoro, la fresa fa rumore, gli scarti per terra da pulire, avessi un laboratorio, anche solo una cantina attrezzata, magari con la bella stagione, mi metto in balcone e via.
La passione va seppellita dopo circa un mese e mezzo in un angolo sperduto dello sgabuzzino, col proposito ferreo che è soltanto un rinvio: riprenderò in mano la passione, altro che.

8) Dopo aver definitivamente abbandonato la passione, ci capita di imbatterci nel disgraziato che abbiamo trascinato con noi nel gorgo. In questo caso gli sviluppi sono due: o egli ha abbandonato prima e peggio di noi la passione, e allora è necessario farlo sentire in colpa, oppure è diventato un vero talento, realizza sculture che neanche Michelangelo, le espone già alla Gam, le vende per migliaia di euro. Sta dedicando la sua vita alla passione che NOI, CAZZO NOI, gli abbiamo trasmesso. In questo caso si tace. Un macigno nel petto, con una scusa si va via. E la notte stessa si cerca, verso le tre, su youtube una nuova passione a cui dedicare l’anima.

Io, oggi sono al punto 6 della mia nuova passione che amo tanto: la ricerca col metal detector.

Quel grumo di ricordo

Si è sciolto quel grumo di ricordo
sul marciapiede
inverno, esterno gelido,
mentre qualcuno
dorme in un letto,
con accanto la pistola
Le favole finiscono magnifiche
ed io non ho più le tue mani
per conversare

Quel grumo di ricordo
aveva attaccati capelli unghia frasi
lo conservavo nella tasca
interna della giacca, a sinistra
palpitava contro il cuore acceso
Gentile, mi chiedeva perdono
quando lo fissavo
come fosse colpa sua
e di nessun altro

Sul marciapiede
inverno, esterno gelido,
non passa nessuno
Perfino la luce del lampione
potesse, andrebbe a letto
sicura protetta da una pistola
accanto
ed invece fa il suo dovere giallo
di illuminare la fine
in una pozza che pare pianto
Non c’è rumore
rivedo me stesso e il mio cane
durante un tragitto circolare
nel vecchio quartiere
dove ci incontrammo
– il quartiere è fallito, l’hanno chiuso –
Era primavera di un anno
mai segnato nel calendario
ed io credetti speciale
il nostro stare insieme
a spendere soldi che non avevamo
a stringerci nel letargo

Ora che i pensieri mi spuntano radi
in testa come i capelli
e la barba è sempre un po’ più avanti
della lametta
Ora che è difficile farmi intenerire
la carne e gli occhi
da musiche struggenti
Ora che mio padre e mia madre
non hanno più parole per saturare
e gli amici sono naufraghi
dentro il loro stare bene
non c’è neanche il mio cane
(è morto di fatica e sta sepolto
nei suoi occhi fissi)
nessuno, oltre al lampione
e me
a testimoniare la fine
di quell’unico grumo di ricordo che avevo
l’unico di me e te assieme

Un quartiere, ora chiuso,
una primavera esplosa
di un anno ignoto
un volto, il tuo,
mi pare di ricordarlo,
non ho una pistola accanto al letto
cosa sta illuminando questo lampione
scema il principio di infarto nel petto
fa freddo
cosa faccio
un volto sta sfumando
chi stavo abbracciando
ch stavo baciando
l’aria ostile dell’inverno
dovrei procurarmi un arma
dovrei camminare
e non stare qui fermo

Un volto sbianca
due occhi una bocca
un giorno
un grumo indistinto
forse è tutto inganno
di questa nebbia sottile
chi stavo abbracciando
chi stavo baciando
mi scuote il vento
per un braccio
Di cosa stavo parlando?
chiedo al lampione
piegato dal freddo
sul suo pianto giallo

Ph by Nathaniel Watson @Nathanielw

Fare, dire

La luce lontana si sfoglia,
la copia perfetta sbadiglia.

Di questa folla, presa dalla fretta
di dire la cattiveria giusta, non resta,
vedi, che l’ombra e la camminata storta.

Saperti vicina
tra i sassi del viale, dopo dune di sale
le parole, al momento che scende
il sole e la città si fa glaciale,
sono l’unica fonte di calore.

Perderemo tutti i nostri ricordi
sbalzati dal sedile posteriore
e saranno pomeriggi e vuoti d’aria
a far posto ai nuovi discorsi.

Le nuvole rimpiante, le vie strette
e nel silenzio delle sette
di mattina, la luce vicina si sveglia
l’originale sbadiglia e
già appare sulla scena chi ancora
ti sceglie, perché non ti assomiglia.