La visita

Fuori le lepri selvatiche escono e rientrano nelle tane. Il posteggio è troppo grande. Una rotonda, più avanti un’altra. La facoltà di Agraria. I campi. Lo store dei cinesi scorbutici. Le nuvole a brandelli, la luce del sole.
La donna quando entra saluta il custode che non la saluta. Sta chino sul suo bancone dietro al gabbiotto di vetro, ingobbito nell’ombra artificiale, la camicia azzurra e senza giacca.
Vede da lontano il viavai dei parenti, l’agitarsi strascinato di sedie, l’affanno di pacchi, le borsette per terra (delle tante donne: mogli, madri, figlie). 
Suo marito è sull’orlo della corsia, le mani dietro la schiena, in punta di piedi.
“Come stai?” Il sorriso è dolente, come dovesse lottare con un grande dolore prima di uscire.
“Sto bene, sto bene Giulio” risponde la donna nascondendo lo sguardo dentro la borsa, fingendo di cercare qualcosa. Crede sia la soluzione migliore, farsi vedere affannata, pensierosa, distratta.
“Ti ho portato questo” dice estraendo (e guardandolo) un piccolo oggetto bianco, un cane di marmo di pochi centimetri.
“Guarda che bello, lo metto qui, che dici? Non assomiglia a Lucky? Eh, guarda, identico…”
L’uomo guarda le mani della moglie appoggiare sul piano di pietra la statuetta, vicino alle altre decine di statuette. Ognuna assomiglia a qualcun altro, secondo la moglie. La pietà di Michelangelo sono zia Carla e il figlio, la Venere di Botticelli la loro figlia maggiore, un puttino grasso il nipote quando è nato. 
Si renderà conto della pena e dell’imbarazzo e di quanto sia doloroso vivere quei momenti? Di  quanto sia difficile guardarlo? Ora che sa che le tocca prendere la sedia, e affrontarlo. Lui la tiene sotto tiro con gli occhi.
“Vuoi che cambi l’acqua ai…”
“Voglio uscire da qui, devi firmare!” sempre lo stesso esordio, sempre uguale.
La moglie sospira. Un giorno lontano nel tempo quell’uomo le prese le mani sull’altare e lei era realmente felice.
“Giulio, lo sai, ne abbiamo già parlato…”
L’uomo non si arrabbia. Non sembra mai arrabbiato. Penoso, sì, affannato, ma non ha rabbia.
“Ma perché?”
“Non si può, lo sai, devi avere pazienza”
“Sono anni che ho pazienza, Elvira, anni!”
“Ma cosa c’è qui che non va, non ti trovi bene con gli altri?”
“Non è questo il punto…” per la prima volta l’uomo distoglie lo sguardo dalla moglie. Sembra circondare tutto lo spazio attorno a loro, come cercasse qualcuno in particolare. 
“A casa non puoi tornare. Ma io vengo tutti i giorni…”
“Ad uno più in là” e l’uomo indica un punto confuso, dietro una fontana e un porticato “i parenti devono aver firmato, perché è da un po’ che non lo vedo.”
“Ma non dire fesserie, Giulio, non può essere!”
“Non vuoi tu, dì la verità!”
“Non è vero, io…”
“Sì, è così Elvira, che credi, che non ho capito? Altro che sindaco… deve firmare il sindaco… non c’entra niente, proprio niente…” l’uomo scivola sulla panchina all’ombra. Davanti a loro sfila una coppia con due bambini. I bambini tengono in mano dei fiori.
“Quante volte ne abbiamo parlato, eh Giulio? Pensa a tua figlia: ci pensi a lei e al bambino? Anche volendo… come si farebbe col bambino? Non va bene Giulio che tu…”
Il volto dell’uomo sembra addolcirsi: la pena profonda che gli tirava i lineamenti, ora distende i tratti. L’argomento del nipote è sempre forte. La figlia e il nipote vivono ancora con sua moglie.
“Quando viene col bambino?”
“Voleva venire oggi, ma non ha potuto, aveva il pediatra”.
“Cos’ha?” L’uomo ha un guizzo che gli solleva il mento.
“Niente, un po’ di tosse…”
Quando la moglie inizia a guardarsi intorno, a muovere le gambe sulla sedia, ad alzare e ad abbassare ritmicamente le punte dei piedi, significa che la visita sta per finire. Ora dirà la solita frase “Giulio, io vado, ma tanto torno. E prima o poi resto”. Davvero è convinta che quella sia una dichiarazione d’amore?
“Salutali, e al bambino digli che nonno…” l’uomo non sa continuare.
La moglie interviene per toglierlo da quell’imbarazzo. “Lo sanno.”
La vede allontanarsi, piano, senza che si volti mai.
La sirena del cimitero suona forte per un minuto intero, gli ultimi parenti escono portandosi via brandelli di discorsi. Il custode si alza dalla sedia, esce dal gabbiotto, chiude il cancello e si gratta la pancia guardando verso il mondo fuori.

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