Il feticismo delle parole

 

Come sosteneva con grande preveggenza Marx riguardo le merci, esiste un feticismo simile anche delle parole?
A cominciare dalla prima, terribile che definisce il nostro ruolo globale: consumatori? Letteralmente consumare significa usare qualcosa fino al suo esaurimento (logorarla poco a poco, dilapidare un bene) e, in accezione riflessiva, “danneggiarsi” (“una malattia mi consuma”, “logorarsi la vista”).

Accettiamo questa definizione e ne abbiamo fatto senso identitario profondo. Nonostante rispecchi una concezione della vita distruttiva e paradossale.
Presuppone che la cosa consumata finisca per sempre e, al tempo stesso, che le cose da consumarsi siano infinite.
La prima azione la realizziamo con altissimo spreco di energia e materiali e risorse e con conseguenze spesso dannose, la seconda è una menzogna: le cose, o meglio i materiali che servono a produrre cose da consumare, siano esse cibi/oggetti/relazioni/ non sono infinite. Anzi, si stanno esaurendo per sempre.
Ora: è possibile che noi ci comportiamo allo stesso modo con le parole? Siamo consumatori di esse in quanto feticci?
Quando utilizziamo una parola, in fondo, non la stiamo svuotando di senso, logorandola, rendendola inutile, inefficace, non più utilizzabile?
E perché adoperiamo certe parole piuttosto che altre? Cosa ci porta a servirci di termini coniati da poco, o presi in prestito (rubati?) da altre lingue, o mutuati da un potere che sottilmente li impone a tutti?
Parole che erano attinenti alla sfera religiosa sono state “abbassate” ad un livello di quotidianità comune, generalizzate, impoverite. Anima, spirito, Dio, sacrificio, peccato, ma anche altre meno evidenti e pregnanti come angelo, santo, preghiera sono entrate nel vocabolario d’uso comune della nostra società. Sono dentro le canzoni che ascoltiamo alla radio, sono nelle pubblicità sui manifesti, sono in bocca agli attori delle fiction, sono esclamazioni, un intercalare costante e ripetitivo, battute.
Parallelamente al sacco della religione, vi è stato quello della filosofia, dell’arte, della politica, della letteratura.
Termini densi di significato in un contesto ben preciso, portati, distribuiti, deconstestualizzati nel parlato quotidiano appaiono diluiti, depotenziati, logorati, consumati.
Perché è avvenuta questa degradazione? Perché le parole estrapolate dal loro nido naturale non hanno mantenuto la loro carica, la loro aurea, propagando luce e calore intorno, di fatto migliorando la comunicazione interpersonale, la comprensione del reale, la gestione del nostro pensiero?
Perché molte volte arrivano a significare concetti opposti al loro senso originario?
Vi è un limite intrinseco nella parole stesse o la forza del contesto (del potere che lo ha creato) è così pervasiva da travolgere e modificare tutto, perfino il linguaggio?
Se è vero però che il linguaggio è espressione del pensiero, si è ormai accettato che esso sia anche modificazione di esso: le parole orientano le nostre idee, danno loro forma e sostanza.
Prova di questo è l’estrema varietà di differenze presente tra popoli di culture lontane tra loro (e sotto l’influsso di poteri diversi), che posti di fronte alla stessa esperienza, la decodificano e la interpretano in modi spesso completamente opposti.
Il senso di soffocamento che a tratti proviamo tutti, la sensazione di non poter cambiare, mutare le nostre esistenze, uscire da una gabbia che impedisce di condurre un’esistenza realmente autentica, ha il suo avvio e la sua radice nell’uso delle parole.
Ho sempre ritenuto che l’unico vero ambito di libertà (e di conseguenza di benessere), fosse quello mentale. Tutti gli altri sono, in fondo, un venire a compromessi con questo.
Nella costruzione continua del mio pensiero io posso essere realmente libero. E questa libertà può riflettersi, sempre ridotta, sempre mediata certo, nel mio agire sociale, nel mio essere gettato nel mondo.
A patto che il pensiero indaghi a fondo la natura delle parole, la loro origine, le accezioni ma soprattutto il pervertimento che esse hanno subito nel tempo.
Così che l’esercizio di libertà sia un esercizio di stile, e l’etimologia un’etica.

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