L’altra sera

Gli alberi spogli di piazza Rivoli, tutti rami come dita secche. L’aria fredda ma odorosa di promesse. La luce gialla del Kebabbaro. Diciamo la verità, eravamo tesi, eh? E quel panino l’abbiamo mangiato piano, quasi in silenzio, per fortuna le birre, grazie al cielo le Moretti da 66 che addolciscono i pensieri. “Il bello è che domani sempre 1000 euro al mese guadagno, eppure…”.  
Tavolo prenotato a nome Conte al bar cinese Boom Boom di corso Lecce. Arriviamo che mancano dieci minuti al fischio d’inizio. La luce da obitorio, l’arredamento spoglio, stracolmo di gente, dietro al bancone un uomo e una donna magri, tirati, col giubbotto perché fa freddo, e che parlano un italo-cantonese inestricabile, tutto consonanti e colpi di denti. “Abbiamo un tavolo prenotato“ diciamo senza neanche più crederci troppo. E infatti. 
“Tu ****** (parola incomprensibile) 枱 檯 alle otto, adesso vedele ******* (parola incomprensibile) del bal ola tutto poi plendi 枱 檯 no sedie se telefono eh no adesso capile ieli licoldo ma dile otto tavolo 枱 檯 vedi c’è lì” tutto di un fiato, mostrandoci il tavolo, che in effetti c’è, al centro della sala, libero, vuoto di birre bicchieri panini, la targhetta rossa con scritto “Conte” ma attorno nemmeno una sedia, le han prese tutte, pace la guardiamo in piedi, non stare a polemizzare che ti risponde di nuovo in questo idioma misto italiano cinese che fa venire mal di testa più dell’alcol. 
“Vabbè, ci dai tre birre?” 
“Moletti? Gualdale paltita? alola 5 eulo” e non ci stacca gli occhi di dosso fino a che non le paghiamo, mezzora dopo. 

Veniamo alla sala: uno schermo televisivo che, da dove stavamo noi, ci faceva vedere i giocatori come si vedevano al Delle Alpi. La voce di Caressa a scatti. Minacce di morte ad Allegri, tanto per chiarire la situazione. Vecchi, vecchissimi alcuni (ad uno di essi, inavvertitamente, nella foga del rigore concesso, darò una manata sulla schiena scambiandolo per il mio amico), uomini di mezza età, in carne, la voce rauca di mille diana rosse, tamarri, l’immancabile vallettano che incontro sempre, dappertutto, in ogni luogo del mondo, ragazzi, uno in tuta da lavoro, marocchini, qualche ragazzetto che si prende le patatine, due ragazze di 15 16 anni che non so perché e come siano finite in questo bar e che volevano solo andare a pisciare al bagno, che era sempre occupato. 
Intanto bevo, beviamo. Una birra, poi un’altra, poi la sambuca, pago io il giro, ma no dai, vabbè allora prendiamone un’altra. 

E la rimonta comincia. Perdo la voce al gol annullato dopo pochi minuti. Mi maledico, come faccio domani in classe cazzo!?
Il ragazzo con la tuta da lavoro, da solo, commenta le azioni cercando una sponda: è pelato, gli occhi strizzati, il sorriso buono. Diamo la colpa all’alcol, ma il merito è del calcio, che ti affratella, e tale lo sento, fratello. Credi in quello che credo io, non ci siamo mai visti, non ci vedremo mai più. Al primo gol lo abbraccio e sento odore di segatura e commozione. 
Esco ogni quindici minuti a fumare. Desisto dall’andare in bagno a pisciare, tanto è sempre occupato, e fuori sul marciapiede saltellano le due adolescenti: “mettiti in coda” dice una all’altra, “see, vabbè” risponde l’amica. Con la sigaretta in bocca piscio contro i platani del controviale, sorridendo beato. 
Fuori, fumando, scorgo un’altra categoria di umanità: quelli che per non pagare i 5 euro di consumazione al bar la guardano da fuori, dalle vetrine schermate malamente dalle tende. Un uomo con i capelli ben pettinati la guarda tutta sulla bici, una gamba appoggiata a terra. Noto che esprime pareri tecnico-tattici notevoli. 
Ogni volta che rientro il ragazzo delle Vallette ha un’espressione diversa sulla faccia: ansia, furia, angoscia, ferocia, poi depressione nera, poi euforia, poi ripete ogni commento che sente dalla gente del bar, poi mi dice “socio, ho sognato il 2-0 fino al 94° poi segnano loro di rimpallo”, gli rispondo “i sogni lasciano il tempo che trovano”, sembra convincersi di questa mia acutissima analisi psicoanalitica, allora Gianluca interviene e dice: “anche io ho sognato una cosa, ma non la dico per scaramanzia”. 
Il primo gol è una scarica di elettricità che sposta il pavimento, dura qualche secondo, poi scattano gli inviti a ricomporsi che non è successo niente, stiamo calmi, calmi, ripete l’uomo con la maglia rossa, che la partita non la guarda, fa avanti e indietro e mi dice “l’ultima volta che siamo usciti ho vomitato”. Scopro che è il padre di una delle due adolescenti con la vescica ormai prossima al collasso. Ma è unito anche, per qualche strano legame di parentela, al ragazzo delle Vallette che ora grida “Dai dai dai che gli facciamo il secondo”. 

Arriva l’intervallo, il bar si svuota, sul marciapiede si stabiliscono i prossimi ingaggi di mercato della Juventus per i prossimi dieci anni, in quindici minuti abbiamo venduto mezza squadra e comprato mezza Europa, abbiamo in difesa ora Koulibaly, De Ligt, Skriniar, Marcelo, a centrocampo è tornato Pogba, viene Isco, poi Kross, Modric, Coutinho, in attacco il più scarso che siamo riusciti a mettere sotto contratto è Icardi. 
Il più magheggione di tutti noi, il vero uomo mercato, è un curioso individuo magro, capelli corti, vestito in tuta che sembra un lungodegente smarritosi in una corsia d’ospedale, età indefinibile, pallido, spiritato, come ricoperto da una polvere bianca che gli fa la faccia da bambino vecchio, fosse per lui la Juve dovrebbe spendere, ogni estate, l’equivalente del Pil dell’Olanda. “Altrimenti, cazzo vinci?”. L’uomo in bicicletta pare invece più attento ai conti perciò scuote la testa. 
Il ragazzo in tuta da lavoro, mio fratello ormai, se la ride e sembra un bonzo. Chiedo al suo sorriso di rassicurarmi, di dirmi che in una notte così l’impresa non solo è possibile ma ci farà orgogliosi come non mai. 
Rientriamo, altra birra, altra sambuca. 

Chi si accorge del secondo gol? Quasi nessuno: si urla tutti, suoni inarticolati, vedendo i giocatori correre esultanti, “han dato rigore?”, “che cazzo è successo?”, poi arriva la goal line tecnology e così godiamo in differita, siamo pari, eh già, siamo pari adesso. E io credo che nella testa di tutti ci sia la sicurezza che stasera si passa. Sento distintamente promesse ed ex voto strabilianti. 
La distanza dal televisore e le misure ridotte del medesimo non ci permettono di vedere il contatore dei minuti. Il secondo tempo della partita è perciò un unico blocco di sofferenza e attesa, scandito solo dalle folate rabbiose dei nostri, accompagnate dalle urla di tutti. 
Ad un certo punto Federico Bernardeschi compie quell’ultimo strappo, di corsa e tecnica, viene spinto giù in area, rigore, silenzio, preghiere, “io non guardo” dice l’uomo con la maglia rossa, ma tanto lo sapevamo già, Ronaldo parte, Ronaldo segna, io sento solo un dolore fortissimo al braccio, vedo uno sgabello volare, do la manata al vecchio, mi sembra di captare la voce del cinese che chiede cosa sia successo, e uno che gli risponde pure, c’è come più luce, davanti a me il magma di uomini seduti davanti al televisore ondeggia, oscilla, sale e scende, come una pozza di fango che ribolle, e che urla, mi mancava una serata così, da tanto tempo, il calcio è la cosa più bella che esista. 
Gli ultimi dieci minuti sono uno scacciare fantasmi da davanti agli occhi, sono un battere i piedi, stringere bottiglie di birre, l’uomo con la maglia rossa tira fuori da un portafogli vuoto di soldi una schedina di scommesse “guarda, guarda,” mi dice “mi sono giocato il 3-0, guarda”, io guardo e sono contento per lui. Vincerà 28 euro. 
“Ecco, questo era il mio sogno: tre a zero ed io che chiedevo a Mauro quanto abbiamo vinto?” dice Gianluca: anche loro si sono giocati il passaggio del turno. 
Quando l’arbitro fischia la fine il bar esulta mentre si svuota: dove corrono quegli uomini? Devono tornare subito dalle mogli? Come sarà la loro casa, la loro vita, questa loro notte? Che fine ha fatto il lungodegente? Dove è andato il mio amico in tuta da lavoro, che volevo salutarlo? Il Valletano, chissà, lo ribeccherò in quartiere?  
“Non si può già andare a casa” e allora andiamo a bere ancora, c’è la birreria dietro casa mia, le medie sono tutte a 3,50 e il proprietario è del Toro. Quanto è dolce la Guiness, ogni parola di Allegri nel post partita, ogni risposta di Simeone un sorso, noi il sorriso paralizzato in faccia mentre compulsiamo i primi meme di Ronaldo che esulta. 
“Sono ubriaco” scrivo su whatsapp a Cristina. “E sono felice”. 
Poi il proprietario della birreria stacca l’audio delle interviste sulla faccia triste da funambolo del circo di Griezmann e mette la musica. 
The moment I wake up, before I put on my makeup (makeup), I say a little (prayer for you).
Ora è davvero tardi, domani si lavora, “sempre mille euro al mese”, ma “la prossima di nuovo in quel bar, ovviamente”. 
Sì, perché ci sarà una prossima.

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