I custodi della notte

detective
Guarda, ci sono i guardiani, le sentinelle i custodi della notte
qualcuno deve avergli dato le chiavi, tanto tempo fa,
qualcuno che poi è scappato, ha lasciato il regno vuoto,
sabbia e polvere e spumante,
ed ora sta riempiendo il giorno d’oro
Ma loro non lo sanno, i guardiani le sentinelle i custodi
e perseverano notte dopo notte, buio dentro al buio
ridendo a volte, tacendo spesso, ascoltando il minimo sussurro
Perché se Lui torna, e torna col premio, loro vorranno essere pronti
fronte alta mento dritto un po’ viola intorno all’occhio
ma che orgoglio
Hanno abitato fino adesso la notte ed ogni sua declinazione
sfiorando con la punta delle dita i primi spruzzi d’alba
Li hanno fotografati sull’uscio di locali, tra il selciato dei marciapiedi
nel riflesso del porfido bagnato, dentro la scatola sonora
lungo il fiume
Senza famiglia, senza un lavoro, senza un progetto
che non sia quello di custodire la notte
ed un poco appropriarsene
E sentirsi, per un istante, grazie all’alcol che freme,
come Lui, come il padrone fuggito, di un regno
che si crea e si disfa
continuamente, non si sa se sia davvero esistito,
e che, comunque, non vale niente

Booktrailer La vita va avanti

https://www.youtube.com/watch?v=Xq9kQFZictM

In teoria dovrei esserci abituato ormai: non sono più un giovane autore alle prime armi. Ma vi confesso, amici, che vedere questo booktrailer del mio ultimo romanzo mi ha fatto molto emozionare.
Ho ripensato alla prima volta che ho spedito un manoscritto ad un editore – avevo 16 anni – alla prima risposta positiva – dopo le trentamila negative – alla prima volta che ho preso in mano il mio libro stampato… Ai sogni, le speranze, gli stimoli che sentivo allora.
Adesso, da uomo bello che fatto (e che uomo…), posso confermarlo: è tutto come allora. Identico. Stessi brividi, stessa euforia, stessa gioia nel sapere che il libro viaggerà e verrà letto.
Grazie ad Alessio Cuffaro e Sara Madeo per avermi aiutato nella realizzazione del booktrailer, grazie a tutti voi che che lo guarderete e condividerete!

Perché ha vinto l’Appendino

L’analisi dei commentatori politici (e non) dopo il voto di domenica si è concentrata, per comprendere e motivare una sconfitta che – a troppi – appare incomprensibile, sulla differenza abissale tra centro e periferia, sul distacco creatosi tra queste due Torino, dicotomia che, ricordo, è stato il leitmotiv della campagna elettorale di Chiara Appendino nonché il punto focale nel suo discorso ad investitura compiuta.
E allora parliamone, di periferie.
Credo di poter dire qualcosa al riguardo. Sono nato e cresciuto alle Vallette di Torino. Estrema periferia nord della città. Quartiere sorto negli anni ‘50 come dormitorio per i lavoratori della Fiat.
Nonostante le intenzioni urbanistiche progressiste, le Vallette, così come Falchera, è un esperimento fallito. Avrebbe dovuto essere un’oasi verde dove i ceti più poveri avrebbero potuto vivere dignitosamente. Da subito è divenuto un ghetto.
L’analisi che fa Diego Novelli sulle Vallette, che pretende di essere distaccata e lucida, è superficiale, capziosa, incompleta, molto incompleta. Cercherò di spiegarvi perché.
Novelli concentra tutto il suo ragionamento su un aspetto “politico”: in sintesi dice che la mutazione antropologica del Partito ha creato un distacco tra politica e cittadini, le sezioni venivano chiuse e quelle attive non sempre aperte tutti i giorni feriali.
Alle Vallette, quindi, da che “nei primi anni Settanta era nato tra i primi comitati di quartiere spontaneo che vedeva promotori i compagni della sezione del Pci, i frequentatori del circolo Arci, con gli amici della parrocchia molti dei quali militanti della Dc” e i cui abitanti “alle amministrative del 1975 e del 1980 votarono in massa per il Pci che aveva un ruolo egemone, operando sulla realtà (asili, scuole materne, servizi sociali, tempo libero). Per aggregare con lo sport i giovani e le stesse famiglie” si passò, per via del distacco creatosi col Partito (che era, appunto, mutato, operando la famosa “svolta della Bolognina”) pian piano e inesorabilmente “al formarsi di piccole fazioni correntizie, molto impegnate a farci la guerra vicendevolmente”.
Perciò, conclude Novelli, ora il voto in massa all’Appendino delle Vallette è semplice voto di protesta: ingenuamente da sinistra contro Renzi e il partito locale, nostalgicamente da destra in quanto reazionarie camicie nere e leghisti esaltati per la sconfitta del Pd. Questo voto di protesta “ha prodotto una miscela esplosiva con l’illusione del cambiamento”.
Nella ultime quattro righe dell’analisi, Novelli cita, senza approfondire e rimandando ad un’inchiesta su “Nuovi Argomenti” di luglio, i risultati di uno studio epidemiologico che dice che tra abitanti della collina e quelli delle Vallette vi sono 4 anni di differenza nell’aspettativa di vita: in piazza Hermada si muore in media a 82,1 anni, alle Vallette a 77,8. “Le diseguaglianze sociali sono causa determinante di malattia” sentenzia Novelli. E con questa frase lapidaria chiude il suo articolo.

Ora cercherò di spiegare perché Novelli è stato superficiale, capzioso, incompleto.
Innanzitutto omette molti, moltissimi dati. Non dice ad esempio che negli anni, alle Vallette, sono stati costruiti: un carcere, le cui condizioni di vita sono impossibili; un mattatoio comunale; un mercato del pesce di cui si è occupato addirittura Guariniello per “gravi carenze igienico-sanitarie” (topi e piccioni morti: ma era risaputo, io lo scoprii svolgendo un’inchiesta video anni fa); una casa di cura psichiatrica, che ho avuto modo di visitare in quanto ci finì mio nonno e che era, a tutti gli effetti, un manicomio pre-Basaglia, pieno di malati lasciati soli, alcolisti, tossicodipendenti, vecchi con demenza senile; la principale discarica a cielo aperto d’Italia, la Barricalla, il cui odore dolciastro e acre avvolge le Vallette quando tira vento; una centrale di teleriscaldamento mostruosa; un dormitorio per senza fissa dimora; un palazzetto per eventi ora in rovina; un’arena rock mai utilizzata e costata parecchio; un parco, anch’esso molto costoso, abbandonato a se stesso; una orrenda linea tramviaria che ha deturpato e tagliato a metà il quartiere; una piazza principale spoglia, brutta, assolata; un posteggio per i giostrai; Novelli non dice che la Continassa, prima che passasse, svenduta dalla appena scaduta giunta, alla Juventus (insieme a moltissimi ettari di terreno con la promessa di costruire in cambio per il quartiere un “giardinetto”), era pericolante dimora di sbandati ed extracomunitari; non dice che uno degli insediamenti rom più antichi della città si è, ciclicamente, riproposto nei prati del quartiere (da che ne ho memoria io, da bambino, gli zingari in quartiere ci sono sempre stati); non parla del fatto che alle Vallette manchi, da sempre una biblioteca comunale, figuriamoci una libreria; sorvola sul fatto che i servizi sono assenti dalla fondazione del quartiere, e i pochi rimasti, boccheggiano; non parla dell’amianto nelle case popolari che falcia anziani su anziani: per saperlo mi è bastato andare dal medico della mutua (a Lucento, ovviamente); trascura il fatto che di giorno come di notte nei vialoni che delimitano la zona passeggino prostitute; dimentica che il sabato il piazzale antistante il mattatoio diventi una stazione per i pullman che arrivano dalla Moldavia, dalla Romania e dai paesi limitrofi, e si improvvisi una sorta di suk spontaneo di merci e cibi; ignora che l’unica proposta culturale provenga da Stalker Teatro i cui fondi vengono, anno dopo anno, drasticamente tagliati; non sa o fa finta di non sapere che non c’è un cinema, un centro d’incontro per giovani, una ludoteca, un luogo di accoglienza per i ragazzi; sorvola sul fatto che negli anni, la popolazione anziana del quartiere (la maggioranza) è stata elettoralmente comprata costruendo prefabbricate bocciofile; non vede a quante poche bancarelle si sia ridotto il mercato rionale; evita di dire che la parrocchia e i beni da essa posseduti (notevoli) vengono da sempre gestiti in maniera manageriale: quando avevo 16 anni, in oratorio si entrava se si faceva la  tessera e si pagava per affittare i campi di calcetto o per vedere le partite su Sky; Novelli parla di ruolo egemone del Pci che ha agito “operando sulla realtà (asili, scuole materne, servizi sociali, tempo libero)”: peccato che non conosca come sia degenerata la situazione delle scuole e dei servizi sociali in quartiere, non sia mai stato nelle Medie (Quasimodo e Orione) degli anni ’80 e ’90, non abbia visto che sorta di riformatorio erano, con pluriripetenti di 16/17 anni ancora in prima media, altissimo abbandono scolastico, aggressioni, violenze, portatori d’handicap abbandonati a se stessi e alle famiglie e un corpo docenti in massima parte ridicolo; non comprende che i servizi sociali hanno da sempre trascurato le tante forme di disagio familiare e mai, dico mai, hanno assunto un atteggiamento di premura nei confronti della cittadinanza; si scorda del tributo pagato dal quartiere alla droga; come fa a non leggere i dati della disoccupazione, soprattutto giovanile (antico retaggio di un’infamia escludente che non dava lavoro a chi diceva di provenire dalle Vallette?), come può non rendersi conto che dal brutto, dal trascurato, dall’abbandonato a se stesso, dalla mancanza di mediazione a 360° non possa in nessun modo nascere partecipazione, bellezza, senso di comunità?
Novelli non è mai stato dentro i palazzoni popolari dell’Atc, non ha mai respirato l’odore negli androni, in ascensore, non ragiona sulla bruttezza di queste case;  non ha mai osservato gli orti abusivi, i prati incolti, i beni comuni vandalizzati, le manutenzioni assenti; non ha seguito l’involuzione del quartiere nel tempo, il suo spegnersi lentamente, avvolto dall’apatia e dall’inedia, il suo invecchiare escludendo possibilità di azione, progetti, partecipazione: da dormitorio a ospizio; negli ultimi anni, infatti, che le Vallette non sono più cuccia di lavoratori ma enorme casa di cura a cielo aperto, dal momento che l’attrito sociale e la devianza si sono drasticamente smorzate, perché i giovani rimasti sono pochi (e quasi tutti disoccupati cronici e depressi), ancora meno è apparso necessario a politici e fini pensatori come Novelli intervenire per operare un cambiamento, una trasformazione, una rivitalizzazione: d’altronde, perché mai, dal momento che non ci sono neanche più quei pochi a chiedere, protestare, lottare?
Novelli, tutta questa realtà, la liquida come “diseguaglianza sociale”. Una formuletta. Una parolina magica. Che copre tutto, tutto avvolge e non dice nulla. Per lui, poi, è tutta colpa del fatto che abbiano chiuso le sezioni di partito, e il risultato è il voto di protesta, la stupida, sorda, ingenua “illusione del cambiamento”.
Facile, eh, come analisi. Facile e scorretta, viziata dalla solita, immortale arroganza della sinistra da salotto.
Per lui, la conseguenza ultima dell’allontanamento del partito dalla vita sociale del quartiere sono solo “piccole fazioni correntizie, molto impegnate a farci la guerra vicendevolmente”. Tutto qui: le fazioni che si fanno guerra! Non la pluriennale gestione scriteriata della circoscrizione (con tra l’altro l’ultima giunta – Presidente Pd compreso – indagata per riunioni fantasma per cui tutti percepivano rimborsi) che ha sempre e tenacemente trascurato le Vallette e mai sostenuto iniziativa alcuna, se non di facciata e col contagocce (e questo quando vi era un amministratore locale “illuminato” che aveva qualche margine di manovra individuale, ma mai scelte organiche, durature, strutturate).

Oggi, per i commentatori di sinistra, quindi l’analisi è questa. Un popolo stupido, ingenuo, manovrato da forze occulte che si è lasciato abbindolare con “l’illusione del cambiamento”. I commenti sono pieni di parole come “paura”, “catastrofe”, “disastro”, “rovina”. Ma permettete che vi mostri una foto:
foto vallette seggi

Questa immagine, sfocata e buia (così stridente da quelle brillanti, patinante, in pizzerie chic e con l’hashtag pd #NoiAbbiamoVotatoFassino), ritrae un gruppo di cittadini del mio quartiere, quello dove sono nato e cresciuto e vissuto per più di trent’anni. Guardatela bene: cercate di decifrare volti, atteggiamenti, espressioni. Quando parlate di “paura”, commentando la situazione da oggi in avanti, queste persone dovrebbero rappresentare l’oggetto della vostra paura.
Al centro c’è Deborah Montalbano: è un’attivista del Movimento Cinque Stelle, è stata eletta consigliere comunale, la prima donna consigliere comunale che proviene dalla Vallette. È una ragazza dinamica, un po’ rude nei modi, la cicca sempre in bocca, la voce roca. Lavora nel bar della piazza del mercato del quartiere, quello che una volta si chiamava Cantine Pia (il posto dove nel mio romanzo Festival Maracanã ai protagonisti viene in mente l’idea del festival). Si è spesa tantissimo: in quartiere tanti le vogliono bene.
Queste persone sono state ritratte nella notte di domenica fuori dalla scuola elementare Gianelli, la mia scuola dell’infanzia, dietro al capolinea dei pullman. Stanno aspettando lo spoglio delle schede e i risultati.
A voi non dirà nulla questa foto, a me tantissimo.
In mezzo a loro, tra i tanti che conosco, c’è una persona: si chiama Sergio, è un amico, non più giovanissimo e che mi conosce da prima che nascessi, amico dei miei genitori allora neanche sposati. Sergio è un batterista ed io e mio fratello suonammo con lui per diversi anni. Rappresenta una delle figure più folcloristiche del quartiere. Tutti lo conoscono e lui conosce tutti. È un uomo mite, piccolino, spesso un po’ schernito per via di un difetto fisico, una di quelle figure tanto spesso presenti nei paesini e nei quartieri popolari, che raccolgono simpatia ma poi li si considera poco.
Sergio è un amico ed è anche un simbolo. Di un piccolo, concreto riscatto.
Sergio, come tanti nel quartiere, ha potuto partecipare. Per la prima volta. Finalmente. Lo vedevi al banchetto (perenne, in pratica) dei Cinque Stelle in piazza Montale, discutere, dire la sua, fermare le persone, chiedere di firmare o prendere un volantino.
A Sergio, come a tutti gli altri, nessuno mai aveva chiesto: “vuoi partecipare?”. Mai. Ma mai mai. Sempre escluso, da tutto, da ogni benedetta scelta, iniziativa, proposta. Sempre tenuto ai margini, continuamente ignorato, costantemente scavalcato. Con spocchia, arroganza, cattiveria.
Fino ad oggi. Oggi che è stato semplicemente accolto. Eccola la parola magica vera: accoglienza. Il Movimento Cinque Stelle ha vinto, e nella mia circoscrizione in maniera schiacciante, perché ha accolto. Le persone, tutte, e le loro idee.
Io non sono un attivista del Movimento, magari non lo è neanche Sergio (sinceramente non lo so), ma il “miracolo” a Torino non è stato un miracolo. Ci si è semplicemente ripresi una voce, un ruolo, un agire che mai ci erano stati concessi prima. Nessun partito, Pd in primis, ha mai voluto e cercato di accogliere le persone come hanno fatto i 5 stelle. E lo sa bene chi ci ha provato, in passato, con forza e tenacia e pazienza: io, ad esempio.
I Cinque stelle invece, sono partiti da un semplice, banale, presupposto: sul territorio che vivo, io sono il primo a dovere e potere dire la mia. In prima persona, senza ostacoli, barriere, filtri, gerarchie. E dico la mia perché lo conosco, il territorio che vivo. Lo abito, ci lavoro, ho le mie relazioni, i miei affetti, i miei ricordi, il mio futuro.
Il tanto dileggiato uno vale uno, fa meno ridere se si trasforma in “il voto di Sergio vale quanto quello di Novelli”. Il Novelli che parla, anche di Sergio, e analizza senza sapere e senza volere realmente capire.
Sento e leggo tanti commenti indignati, spaventati, snobistici: non voglio entrare in queste discussioni. Non voglio cambiare idea a nessuno. Io so le cose come stanno, soprattutto nella periferia che conosco bene (e non solo la mia). Ho cercato di spiegarlo con questa nota. Mi basta questo.
Ma una cosa la voglio dire, ai commentatori che nulla sanno di periferia e però parlano, parlano, parlano: andate tutti a fare in culo, a nome mio e di Sergio.

Estate 1996

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Era l’estate del 1996. Avevo 18 anni. La mia ragazza di allora ne aveva 16 ed era partita per il mare a Cattolica, con una specie di colonia del comune. Due settimane senza, allora, era un tempo che mi appariva intollerabile.
Ricordo la prima domenica da solo: vagavo per le Vallette come un poeta maledetto, magrissimo, i capelli spettinati, disperato. Pochi avevano il cellulare allora, la mia ragazza per sentirmi doveva andare alla reception della struttura ad orari prestabiliti. Io la chiamavo da una cabina rossa dietro la posta, la fontanella unico riverbero di suono nell’estate immobile. Fremente, triste, geloso, malinconico, esaltato, pieno pienissimo di una energia vitale che ricordo bene, meravigliosa forza dentro di me nei miei neanche vent’anni, decisi di raggiungerla. L’unico problema erano i soldi: come oggi, anche allora ne ero sprovvisto.
Vendetti ad una bancarella di corso Siccardi ad un prezzo ridicolmente basso la mia collezione originale di Nathan Never. Tenni soltanto il numero zero. Quello proprio non riuscii a svenderlo. I soldi furono sufficienti per un biglietto del treno andata e ritorno. Non avevo nient’altro. Partii senza sapere dove avrei dormito né come avrei mangiato. Chiaro che questo non mi fermò: io volevo vederla. Era più che sufficiente.
Partii. Arrivai e l’abbracciai come un reduce del Vietnam. Passammo insieme tutto il giorno. La sera chiesi ai responsabili di quell’enorme, gigantesca struttura, fatta da edifici pieni di camerate e stanze e stanzette e locali un posto per dormire: mi dissero che non c’era posto. Bastardi. Mangiai dividendomi la cena con la mia ragazza.
La prima notte, così com’ero, un jeans e una maglietta, il mio ciuffo ribelle e le mie sigarette, la passai in spiaggia. Manco una coperta. Mi buttai sulla sabbia. Chiusi gli occhi. Di notte, al mare, in riva al mare, fa un freddo impossibile. Tremavo. Fu una notte lunghissima. Un sonno debole, sempre interrotto dai brividi. Ebbi anche delle allucinazioni: dall’acqua, verso l’alba, mi parve di vedere uscire mio fratello e Fabio Vullo, sorridenti. Tesi loro le mani. Prima di accorgermi che era illusione, ricordo che quella visione mi diede conforto. Avevo i vestiti umidi quando il primo sole, ancora troppo debole, iniziò a riempire la spiaggia.
Passai il resto del giorno come se non dovesse mai venire notte. Ma poi la notte venne. Recuperai una felpa. Verso mezzanotte iniziò a piovere secco. Non c’era nessun tipo di riparo. Dopo pochi minuti ero zuppo. Dalla colonia vidi arrivare verso la spiaggia (recintata) due sagome. Era la responsabile con la mia ragazza. Impietosita, mi disse che avevano trovato una stanza libera. Mi condusse in un lungo corridoio pieno di stanze vuote. La mia era uno sgabuzzino. Ma aveva un letto asciutto.
Appena quella se ne andò, sbucai fuori, furtivamente, e raggiunsi la mia ragazza nella sua camerata femminile. Dormimmo stretti in un letto minuscolo. Da quella sera feci così tutte le volte: mi nascondevo sotto il suo letto, finita l’ispezione serale uscivo e dormivo con lei.
La questione cibo l’affrontai in questo modo: finsi semplicemente di essere un ospite della colonia. Prendevo il mio bel vassoio, come gli altri, nell’enorme mensa comune e ordinavo a scoppiare. Bis, tris, contorni, frutta, bevande.
Il penultimo giorno vidi al tavolo affianco gli animatori che confabulavano, guardandomi storto.
Il capo si alzò e venne da me. Durante quel colloquio non smisi mai di mangiare.
“Hai pagato per mangiare?”
“No” risposi masticando una forchettata di pasta. Quello esplose: “Intollerabile, non esiste, impossibile, adesso io ti denuncio, ora chiamo, dico, faccio… se lo sapessero i genitori degli altri ragazzi, è una cosa inconcepibile!” e via di questo passo.
Lo lasciai finire, posai la forchetta e gli dissi, quasi sottovoce: “Non so se i genitori si arrabbierebbero più per me o se sapessero che sostanze girano nelle camerate di notte. Tu che dici?”.
Quello sbiancò. “Che sostanze?”
“Pastiglie, canne, acidi…” ed era verità: roba girava. Lo vidi coi miei occhi.
“Mangia pure” mi disse quello. Nessuno mi ruppe più i coglioni. La vacanza finì. Ne conservo un ricordo meraviglioso. Tra tutte le canzoni di quell’estate, non so perché, mi è restata nella mente questa:
https://www.youtube.com/watch?v=r6RjVZIn_OA
Ascoltandola stamattina mi si è stretto lo stomaco e una sensazione calda mi ha avvolto.
Darei tutto per passare quella notte in spiaggia col me stesso ragazzino di vent’anni fa. Avremmo un sacco di cose da dirci, tra un brivido e un’allucinazione.

Dichiarazione d’indipendenza. Oggi.

Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità®: che tutti gli uomini® sono creati eguali®; che essi sono dal Creatore® dotati di certi inalienabili diritti®, che tra questi diritti® sono la Vita®, la Libertà®, e il perseguimento della Felicità®; che per garantire questi diritti® sono istituiti tra gli uomini® governi® che derivano i loro giusti poteri® dal consenso dei governati®; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo® tende a negare questi fini®, il popolo® ha diritto® di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo® fondato su tali principi® e di organizzarne i poteri® nella forma che sembri al popolo® meglio atta a procurare la sua Sicurezza® e la sua Felicità®.

In Congresso®, 4 luglio 1776

Oggi esce “La distrazione di Dio”

Oggi esce in tutte le librerie “La distrazione di Dio” di Alessio Cuffaro, il primo libro edito da Autori Riuniti.
Per me è un’emozione fortissima: un libro che sento mio pur non avendolo scritto. Al di là della bellezza del romanzo, il suo valore aggiunto è nel segnare, per me, l’inizio di una nuova avventura professionale e umana, quella da editore.
Ricordo ancora la prima volta che lo lessi: “eccolo!” pensai “questo libro io lo devo pubblicare”. Così è stato. Ora è nelle librerie d’Italia. Lettori sconosciuti lo leggeranno, viaggeranno col protagonista e la sua vicenda.
Accarezzeranno le pagine e non sapranno quanto sia stato bello e gratificante vederlo ancora in fasce, farsi vivo sempre più, grazie alla sapiente capacità di scrittura di Alessio Cuffaro. Auguro il meglio a questa storia così originale, profonda, avvincente: di trovare soprattutto cuori aperti ad accoglierla!

Ecco il book trailer: https://youtu.be/2IZM7BflKT8

Mia mamma

Gli anni dell’infanzia, quartiere popolare Vallette, Torino.
Il quartiere, allora, era un piccolo universo che a me sembrava sterminato e, come in un paese, tutti conoscevano tutti, ed ognuno aveva il suo ruolo ben definito. I cortili dei palazzi brulicavano di bambini. Io e mio fratello eravamo due di quelli.
Nel nostro cortile c’era un vecchio (per noi che eravamo gagni, ma avrà avuto una cinquantina d’anni) cacciatore. L. si chiamava: ora è morto. Lo odiavano tutti. Tutti lo temevano. Faccia che dire arcigna è poco, modi rudi, avambracci muscolosi sempre scoperti, occhi taglienti, un borbottio costante, due cani aggressivi come lui tenuti sempre liberi (e che una volta morsero il mio cane di allora, da cucciolo). Mai un sorriso con nessuno da parte di quell’uomo, mai un gesto amichevole da buon vicino di casa. In compenso si lamentava di tutto e tutti e se c’era da litigare ovviamente non si tirava indietro. Aveva dei fucili, con uno di essi, qualche anno prima di morire, cercò di uccidere la moglie. Venne la polizia, lui barricato in casa, la moglie per strada con la gente, che show pazzesco quella volta. Per dire il tipo. Il suo ruolo in quartiere era quello del cattivo, ovviamente.
I bambini, quando lui scendeva in cortile coi cani, gli stavano alla larga. Un giorno capitò che mio fratello che allora avrà avuto sì e no sei sette anni, forse giocando a pallone forse a nascondino (non ricordo più bene), si avvicinò troppo ai cani di L. Un affronto per il cacciatore. Si avvicinò a mio fratello e gli diede uno schiaffo. Lo schiaffo non credo fosse stato violento, ma bastevole a far piangere mio fratello. Il cortile, come scosso da una scarica elettrica, propagò la notizia. “L. ha picchiato Edy”. Le voci si diffusero insieme al pianto, più spaventato che dolorante, di Edy. Volarono tra panchine di cemento e alberi frondosi, tra auto e biciclette, aiuole e panni stesi e raggiunsero il balcone di casa mia, dove mia madre stava stirando.
“Chi? Chi ha picchiato Edy?” chiese dal balcone mia madre, che è sempre stata uno scricciolo di una cinquantina di chili.
“L., è stato L., gli ha dato uno schiaffo” rispose chissà chi di sotto.
Mia madre scese. Lo ricordo come fosse adesso. Era pomeriggio, era estate. Il cortile pieno.
Mia madre si diresse verso quell’uomo, uno dei tanti malati marci come definiva lei le persone corrotte e cattive, putride nell’anima (ancora adesso non trovo definizione migliore), a passo deciso. Quello, dopo lo schiaffo a mio fratello, se ne stava in cortile, coi cani sciolti, senza minimo rimorso.
Mia madre lo raggiunse. Non chiese, non parlò, non disse nulla.
Solo lo afferrò con entrambe le mani e iniziò a strozzarlo.
Quello strabuzzò gli occhi, per la sorpresa e per la mancanza d’aria, cercò soltanto di togliere le mani di mia madre dal suo collo prendendole per i polsi. Non ci riuscì. Mia madre stringeva, quello soffocava.
Occorsero diverse persone per staccarlo a mia madre. Allora divenne una furia, trattenuta a stento. Lo minacciò di morte. Minacce concrete. L. scappò. Scappò letteralmente.
Da allora non diede più fastidio a nessuno, se non alla moglie come dicevo, nell’ultimo atto della sua vita.
Ecco, questa è mia madre. Il mio amore, il mio orgoglio.
Auguri, ti voglio bene.

mamma

Il terrore della pagina bianca

Nell’ambito delle iniziative del SALONE OFF 2016, il sottoscritto, in collaborazione con Autori Riuniti, vi invita al workshop:

Il TERRORE della pagina bianca

L’angoscia più grande, lo spauracchio per eccellenza di chi scrive: da dove iniziare? Come far procedere la propria storia? Come non bloccarsi e deprimersi?
Un incontro per padroneggiare l’ispirazione, allenare lo sguardo, migliorare la propria scrittura, giocare con la creatività, superare il terrore della pagina bianca. Attraverso esercizi pratici e giochi letterari, l’incontro offrirà ai partecipanti l’occasione di confrontarsi con stimoli curiosi e impadronirsi di tecniche e trucchi della scrittura creativa.

Quando: domenica 15 maggio 2016, dalle 10 alle 13 (vi offriamo il caffè!)
Dove: Campus San Paolo, Via Caraglio 97 – Torino
Costi: solamente 14€ con omaggio il libro “Questo libro si può anche leggere” – Antologia di racconti e tecniche narrative (Autori Riuniti, 2016)
Gestore: Vito Ferro, autore, fondatore della casa editrice Autori Riuniti e insegnante di scrittura creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Torino
Materiale: Fogli, penna, curiosità
Numero partecipanti: max 20 – affrettatevi!!!
Info e iscrizione obbligatoria (entro il 14 maggio):
info@autori-riuniti.it

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In tv

Oggi l’allegra banda di Autori Riuniti è stata intervistata da Laura De Donato per il Tg3 Piemonte. Molto emozionante, soprattutto per chi, come me, non è mai stato in televisione. A breve sapremo giorno e ora della messa in onda del servizio. Intanto, ricordatevi la data di domani, giovedì 21 aprile dalle 19: al Samo (Corso Tortona 52 a Torino) è festa Autori Riuniti!

Nella foto: Da sinistra, la giornalista Laura De Donato, il balbettante sottoscritto, un paralizzato Alessio Cuffaro, la dolce Laura Caputo e il divo Andrea Roccioletti.

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Festa di lancio Autori Riuniti

Giovedì 21 aprile 2016 dalle ore 19
AUTORI RIUNITI – LA FESTA DI INAUGURAZIONE

e presentazione de “LA DISTRAZIONE DI DIO” di Alessio Cuffaro

Siete tutti invitati! Venite a conoscere la nostra casa editrice, gli autori, i libri, i progetti!

PROGRAMMA DELLA SERATA:
h. 19.00 – Andrea Roccioletti e Andrea D’Agostino presentano il romanzo LA DISTRAZIONE DI DIO di ALESSIO CUFFARO con l’autore;
dalle h. 20.00 in poi – FESTA di inaugurazione della casa editrice con dj set a cura di Dj Bubba: musica R&B, SWING, R&R, BOSSANOVA e BEAT.

Ingresso libero fino alle h. 21.00 – Giovedì 21 aprile 2016

SAMO – C.so Tortona 52 Torino http://www.same-oh.it
Locandina_21_aprile

 

Tempo di manifesti culturali

Che cos’è #adotta1blogger? Una community online di 1000 blogger sparsi in tutta Italia, che scrivono sulle tematiche più disparate: filosofia, psicologia, turismo, cucina, letteratura, cinema, arte, design, sharing economy. Noi ci occupiamo di creare connessioni di valore aggregando i contenuti in una rassegna stampa settimanale, best practice di condivisione, partecipazione attiva e ricerca. L’attivismo digitale sinergico che contraddistingue il suo operato l’ha resa di fatto una smart community.

Un manifesto inteso come programma culturale, a volte racchiude in sé una carica energetica tipica di chi non si accomoda  in una non vita, in un non luogo e in un tempo indefinibile, sintesi dell’inettitudine umana. E’ il caso degli Autori Riuniti, per i quali pubblicare è come fare l’amore: è commovente solo se è gratis. Perciò al bando marchette, scambi di recensioni e nicchie troppo affollate! Abbiamo valori per cui lottare, tradizioni da portare avanti, vite da indossare e da riscattare. Senza clamore, con incedere sicuro ed elegante.

Quando si pensa che l’esistenza di Drogo sia condannata a svanire nel silenzio e nella solitudine, spezzata solo dalle scarse conversazioni con il medico militare e qualche altro ufficiale con cui però il maggiore Drogo non trova affinità, la Fortezza prende nuovo vigore perché accade l’insperato: il nemico è alle porte, i rinforzi arrivano dalla città, ma Drogo -ormai gravemente malato- non sarà protagonista della battaglia più importante, quella attesa per tutta una vita.
Ultima lettura: “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati , di Elena Tamborrino

In questo mondo fermo, immobile, che sta marcendo sotto ai nostri occhi, nel coro delle lamentele di tutti, noi abbiamo deciso di ripartire da zero: dalle storie, dalle emozioni, dalla meraviglia. Dagli Autori. Finalmente riuniti.
Nasce Autori Riuniti , di Vito Ferro

Ho comprato un cappello rosso piccolo e leggero, così quando lo indosso,  mia nonna Ines mi ricorda da dove vengo e che non sono sola come una lettera messa lì a caso su un foglio bianco. Mi fa credere che c’è un senso di parole e frasi e storie da continuare a scrivere. Mi fa credere che io sono le storie che mi hanno preceduto.
Come un dispetto , di Tiziana Calabrò

http://www.lastampa.it/2016/04/09/blogs/adottaunblogger/tempo-di-manifesti-culturali-SrpsKnfzTphJ7FQkR4ye5M/pagina.html

Chi ci toglie la memoria

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Chi ci toglie la memoria
l’ha studiata bene
Fa come i vampiri che non eccedono
ogni notte un sorso
appena più abbondante

Lentamente ci consuma
non sapere ricordare le cose più facili:
l’indirizzo di un amico
il proprio numero di telefono
il volto del nostro amore
quando non è presente

Chi ci toglie la memoria
sa il suo tornaconto
agisce senza scampo
frantumando un ricordo dopo l’altro
lo manda al macero
e ci controlla se si piange troppo

Lentamente ci consuma
smarrire i passi
non capire
dove stiamo andando
chi stiamo pregando
con chi eravamo furenti
nel minuto appena trascorso
Il nome del nostro brutto male

Chi ci toglie la memoria
potrebbe infine prenderci tutto
senza che capissimo l’affronto
Come pesci in rete, stretti e
niente aria da respirare
vedremmo il mondo finire
e non si alzerebbe un grido

Lentamente ci consuma
lo spazio immenso dentro
dove ormai stagna l’eco sbiadita
di un volto
il volto del nostro amore
quando era presente

Profeti e profezie

“Qualche vanerello ha proclamato per l’ennesima volta la disfatta della scienza. Chimica applicata ai gas asfissianti, lacrimogeni, ulceranti; meccanica applicata ai cannoni di lunga portata… Sì, ma anche la zappa può spaccare i crani, la scrittura può anche servire a falsificare cambiali e a stendere lettere anonime… E non perciò si proclama la disfatta dell’agricoltura e della calligrafia.
La scienza ha il compito disinteressato dì rintracciare rapporti nuovi tra le energie, tra le cose. Fallisce solo quando diventa ciarlataneria. Gli uomini si servono dei ritrovati per straziare e uccidere invece che per difendersi dal male e dalle cieche forze naturali? Entra in gioco una volontà che è estranea alla scienza, che non è disinteressata, ma dipende intrinsecamente dalla società, dalla forma di società in cui si vive. Il ritrovato scientifico segue la sorte comune di tutti i prodotti umani in regime capitalistico; diventa merce, oggetto di scambio e quindi viene rivolto ai fini prevalentemente propri del regime, a straziare e distruggere.
Ecco che il dottor Carrel ha aperto una via nuova alla chirurgia: le possibilità di innesti umani si moltiplicano.
Non siamo ancora giunti all’intensità prevista da Edmondo Perrier: l’innesto del cervello, uso degli organi sani dei cadaveri da sostituire nei viventi ai corrispondenti organi logorati. Siamo ancora lontani dalla vittoria scientifica sulla morte promessa da Bergson: per ora la morte è la trionfatrice e per trionfare piú rapidamente si serve con prodigalità della scienza e dei suoi segreti. Ma arriveremo. La vita diventerà anch’essa una merce, se il regime capitalistico non sarà stato sostituito, se la merce non sarà stata abolita.
Secondo una comunicazione fatta all’Accademia di medicina di Parigi, il professore Laurent è riuscito a sostituire il cuore di Fox con quello di Bob, e viceversa, senza che i due innocenti cani abbiano troppo sofferto, senza turbare per nulla la vita del viscere delicato. Da questo momento il cuore è diventato una merce: può essere scambiato, può essere comprato. Chi vuol cambiare il suo cuore logoro, sofferente di palpitazioni, con un cuore vermiglio di zecca, povero, ma sano, povero, ma che ha sempre onestamente palpitato? Una buona offerta: c’è la famiglia da mantenere, l’avvenire dei figli preoccupa il genitore; si cambi dunque il cuore per non apparire di esserne sprovvisto.
Il dottor Voronof ha già annunziato la possibilità dell’innesto delle ovaie. Una nuova strada commerciale aperta all’attività esploratrice dell’iniziativa individuale. Le povere fanciulle potranno farsi facilmente una dote. A che serve loro l’organo della maternità? Lo cederanno alla ricca signora infeconda che desidera prole per l’eredità dei sudati risparmi maritali. Le povere fanciulle guadagneranno quattrini e si libereranno di un pericolo. Vendono già ora le bionde capigliature per le teste calve delle cocottes che prendono marito e vogliono entrare nella buona società. Venderanno la possibilità di diventar madri: daranno fecondità alle vecchie gualcite, alle guaste signore che troppo si sono divertite e vogliono ricuperare il numero perduto. I figli nati dopo un innesto? Strani mostri biologici, creature di una nuova razza, merce anch’essi, prodotto genuino dell’azienda dei surrogati umani, necessari per tramandare la stirpe dei pizzicagnoli arricchiti. La vecchia nobiltà aveva indubbiamente maggior buon gusto della classe dirigente che le è successa al potere. Il quattrino deturpa, abbrutisce tutto ciò che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce.
La vita, tutta la vita, non solo l’attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell’attività, si distacca dall’anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno.”

Antonio Gramsci, “Sotto la Mole”, Avanti 6 giugno 1918

Quello che hai sognato

Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi
Quello che hai sognato
– mi racconti fumando, parlando -,
un uomo, debole come l’aria
potente come il tempo
che respirava l’odore della tua casa
– lo stesso odore che ho addosso,
mentre sfuma il pomeriggio –
ti ha portato alle lacrime
lacrime di gioia lacrime piene
Non è da tutti avere Leopardi
in cucina, seduto addosso al
radiatore, sospirante, sereno
Me lo racconti come se fosse
davvero capitato
e forse è successo, in fondo
– questo penso mentre mi guardano
sornioni i tuoi libri ordinati,
promesse di tesori, come parole silenti
tra le nostre vivaci –
Allora ecco il pensiero
della fine (ok, pensarlo è sano, però…)
che già incrina il bordo della tazzina, slabbra
il contorno di ogni prossimo progetto, e in parte
ci nega, amico, futuro letture passeggiate
chiacchierate come questa, all’ombra
del tuo sogno:
forse non lo sai ma ormai già lo conservo
come se fosse uno dei tanti libri che
in questi anni mi hai donato
come uno dei tanti che insieme abbiamo letto

Il manifesto di Autori Riuniti

1- Una casa per gli autori, una casa degli autori
I nostri libri verranno selezionati e tradotti, editati e corretti, impaginati e promossi esclusivamente da autori.

2- Pubblicare è come fare l’amore: è commovente solo se è gratis.
Gli autori non dovranno mai pagare per essere pubblicati dalle edizioni Autori Riuniti.

3- Un libro che piace a tutti è solo ovvietà in formato tascabile
Ogni libro, anche qualora fosse di un autore già membro della Autori Riuniti, sarà sottoposto al vaglio insindacabile del comitato di lettura. Il comitato deciderà a maggioranza e non sarà necessaria l’unanimità. Crediamo infatti che la ricerca di un parere uniforme nei comitati editoriali sia causa di un progressivo appiattimento delle proposte sul minimo comun denominatore. Non esistono membri permanenti del comitato di lettura. A turno ne faranno parte gli autori della casa editrice. Nessun autore potrà mai far parte del comitato di lettura incaricato di valutare il proprio manoscritto.

4- Siamo una coppia aperta
Gli autori non saranno costretti a sottoscrivere contratti pluriennali di esclusiva con la Autori Riuniti.

5- Si vive per scrivere, certo, ma nessuno vieta che si possa anche scrivere per vivere
Agli autori verranno corrisposti diritti d’autore più alti della media del mercato: – Libro cartaceo: 12% sul prezzo di copertina – Libro cartaceo venduto direttamente dalla casa editrice: 24% sul prezzo di copertina – Ebook: 24% sul prezzo di copertina – Ebook venduto direttamente dalla casa editrice: 30% sul prezzo di copertina

6- Questa è casa tua
Un autore che aderisce al collettivo Autori Riuniti diventa parte integrante del progetto. Potrà partecipare, in base alle proprie doti o alla propria professione, alla nascita dei libri degli altri autori, così come gli altri autori hanno fatto per la nascita del suo. Quindi partecipando a un comitato di lettura se ha la vena dello scopritore di talenti, oppure correggendo delle bozze se è un nemico giurato dei refusi, presentando i libri di altri autori nella propria città se è affetto da un elevato grado di estroversione ecc.

7- Tutto il resto è noia
Cerchiamo opere di qualunque genere letterario in cui siano presenti questi tre elementi: la storia, l’affabulazione, lo stile. Sarà una lunga ricerca.

8- C’è una vita da vivere
La Autori Riuniti non sprecherà mai le energie mentali dei propri autori per definire norme tipografiche, l’eventuale uso delle “d” eufoniche, dei doppi apici o delle virgolette “a sergente”. Lasciamo volentieri che queste questioni rimangano parte saliente dell’ortodossia dei cosiddetti “professionisti dell’editoria”. Ogni autore deciderà le proprie norme e le comunicherà all’autore incaricato di correggergli le bozze.

9- Tocca anche al lettore
Noi faremo sempre il possibile per emozionare il lettore, per fagli spendere il meno possibile, svegliarlo dal torpore, scandalizzarlo laddove sia ingenuo e ammorbidirlo laddove si sia inaridito. In cambio chiediamo al lettore solo di parlare (bene o male) dei nostri libri e dei nostri autori con intensità e passione. In fondo vogliamo solo che un libro non si riduca a semplice merce.

10- Non abbiamo idea di come andrà finire
Partiamo da una casa editrice, lo facciamo con l’intento di sperimentare, ri-elaborare, contaminare, ibridare. Alcuni esperimenti andranno a buon fine, altri si riveleranno utilissimi buchi nell’acqua. Probabilmente invaderemo ambiti non canonici, utilizzeremo media non per forza cartacei, saremo un agente culturale a tutto tondo. Comunque vada non vi avremo annoiato.

http://www.autori-riuniti.it/il-manifesto-autori-riuniti/

Nasce Autori Riuniti

logo buonoIn un mondo di grandi gruppi editoriali che si fondono, di libri distillati, di marchette, di scambi di recensioni, di nicchie troppo affollate, di editori che si considerano indipendenti partendo con 6 milioni di euro di capitale, di poeti demenziali, di libri brutti, di libri alla moda, di libri che vivono un mese, di apocalittici dati Istat sulla lettura, di libri imposti a scuola, di meccanismi complessi e stritolanti, di premi letterari da spartirsi, di grandi catene che chiudono in un posto e aprono in un altro, di libri pubblicati a pagamento, di traduttori non pagati, di voci che si perdono, che non hanno lo spazio che meritano, di lettori considerati vacche da mungere, di opere abbandonate sul bordo dello scaffale, immolate sull’altare del comodino, in questo mondo fermo, immobile, che sta marcendo sotto ai nostro occhi, nel coro delle lamentele di tutti, noi abbiamo deciso di ripartire da zero: dalle storie, dalle emozioni, dalla meraviglia. Dagli Autori. Finalmente RIUNITI.

http://www.autori-riuniti.it

Ho sognato un mondo perfetto

la-tempesta
Ho sognato un mondo perfetto
Le salamandre parlavano un
dialetto tortuoso, ricco di melodia
Anziani al bar, nel fumo di vino rosso,
litigavano fremendo, il pugno in alto,
su Leopardi e Dylan Thomas
Ecco, il tram arancio – le panche romantiche –
attraversa la nebbia di gennaio
e sfrigola scintille
tra via Po e Piazza Castello
Tu hai perso l’uso dell’ansia ma non sembri spiacertene più di tanto
mentre ti accompagno nel posto segreto
della mia infanzia: é un magazzino in disuso, a più piani, di legno, contiene
giocattoli antichi riposti ordinati sugli  scaffali
Un mondo perfetto, le sigarette non
si contano, le lettere d’amore non si buttano
e i bimbi si perdono ancora nei mercati
Come erano facili gli accordi di chitarra!
I fiori secchi usati come segnalibri
Camminiamo ancora, verso quel punto
della notte dove termina la città straniera,
incuranti della sveglia
impazienti della prossima partenza
Un pantalone scuro, un maglione verde
Infila le mani nella panna di questa torta
il naso dentro al pomeriggio
e insegnami a fischiare i motivetti
delle pubblicità
Ridere ai funerali era considerato appropriato
così come prendere a calci negli stinchi
impiegati sgarbati alle poste
Il nostro letto era una piazza ricoperta
di libri, una zattera negli anni,
lontane le coste
Tra flutti di ebbrezza, spuma di gioia
incagliati nel “come faremo”
di colpo la vela sdrucita
del “ce l’abbiamo fatta, anche stavolta”
si gonfia con uno strappo
Ho sognato un mondo perfetto
Non é stato facile il risveglio
tornare al respiro
Scrutare la penombra della stanza
i mobili la coperta la sedia ingombra
di vestiti, l’ordine banale del tempo
Accettare che non sono realmente
esistiti i desideri se non nel sogno
e tra pochi istanti non sarò in grado
di ricordarli
Ma tu ancora dormi, toccando Uva
con la mano, e i bulbi dei tuoi occhi
coperti, tracciano movimenti sospesi:
In quei segni, la mappa del sogno
che ho perso
Li decifreremo al tavolo della colazione
giù al bar dei cinesi

Di bilanci sbilanciati

Non sono bravo a fare i bilanci. Falso sempre tutto per colpa della mia memoria. Se ciò che mi é capitato da poco é stata una cosa bella, il bilancio dell’anno intero mi pare buono. Viceversa, se brutta, l’anno pare una merda.
Mi sforzo. Impegno la mia memoria. Cerco di essere onesto, preciso, oggettivo.
Nel 2015 ho finito di lavorare. La disoccupazione non é ancora arrivata (e sono tanti mesi). In questo momento ho, in tutto, circa 47€. Ma a febbraio ho fatto un viaggio favoloso in Birmania. A settembre ho visto la Grecia e profughi accampati sulle spiagge di Bodrum e nel porto di Kos.
Devo dare l’equivalente di una Golf turbo al dentista.
Ho vissuto l’esperienza di accudire delle mucche.
Ho conosciuto un bambino splendido.
Ho lavorato in un asilo pieno di bambini stranieri.
A parte un persistente dolore ad una costola, procuratomi cercando di recuperare dei libri buttati in un cassonetto, son stato bene.
Uva sta bene, e il suo problema all’orecchio che tanto ci ha fatto preoccupare in estate, é scomparso.
Cri sta bene, e la notte cerca le mie gambe con le sue per intrecciarci; i miei stanno bene, gli amici stanno bene. Alcuni si sono traferiti, ma ci sentiamo e li porto dentro, dove li ho sempre tenuti.
Ho conosciuto gente nuova, ho giocato poco a calcio. Ho scoperto musica che ascolterei continuamente. Ho letto un botto.
Ho fatto più sogni che incubi. É inverno, ma il freddo é umano. Ho adorato il caldo supremo di luglio.
Stasera passerò l’ultimo dell’anno insieme a coloro con cui sto, pian piano, realizzando un piccolo grande sogno.
Sono vivo, innamorato, giovane, so scrivere, amo ridere, non mi dispiace piangere.
Ci sono ricascato: che anno meraviglioso é stato! Solo il prossimo sarà meglio.

Tic Toc

Tic Toc
La luna cola dal bordo del vetro
io vedo
l’artiglio di un ramo
graffiare il cuscino

Tic Toc
Il camino si quieta, la luce sfumata
di una candela ridona
alla credenza di noce
la sua origine vegetale

Tic Toc
le mie paure
hanno a che fare
con nomi di donne
e odore di neve

Tic Toc
la notte, pigra,
sull’uscio di casa
s’arresta, impreca,
scuote la brina
dalla sua veste piegata
e si stropiccia le mani

Lontano tra i campi
forse il vento
sta molestando
il grano
e poche stelle
nel cielo screpolato

Le ore intristite
della mia infanzia
in solitudine

Tic Toc
Chi viene a bussare?
Chi mi porterà via
da questo nido
d’afa e silenzio?

Tic Toc
la prima goccia di pioggia
scava in un rigo
la polvere di un secolo
e a me cala sul volto
finalmente
il sonno giusto
per un bimbo

night wood 2

Parola

italiano-origine-parole
Parola
Isola, pietra, tu sola, nuvola che si invola
radice che si spande
nel suolo del pensiero, immagine
sempre diversa, eredità antica

Sei tronca, ma non come un arto che manca
semplicemente una sospensione, un ruzzolo
finale dalle scale:
la felicità così è uguale alla realtà
perlomeno nel suono, per quel che vale

Spesso sei linea retta, tenera invenzione
una piana che si distende
dimori nel libro, sei ponte sospeso
tra vertigini d’altezza
ma ancora più frequente è vederti
sdrucciolare sul pavimento levigato
del palato, atterrando sul morbido
della lingua
la tua origine è nello zucchero
in una frase altrimenti imbevibile
e se esageri, allora dondolano
i tuoi riverberi, e sono cose che capitano
quando si rischia l’avventura
di una chiacchiera

Sei sostanza tenera e futile
orpello concreto e utile,
azione che viaggia nei tempi
verbali
rapporto fugace d’amore
tra qualcuno che si incontra
ogni tanto o sempre

Parola
essere di parola è una parola!
Perché, di parola in parola,
son tutti bravi a parole
ma avere una sola parola
(che spesso è l’ultima parola)
a volte è solo giocare con le parole
C’è chi dice due parole
e chi addirittura mezze parole
Chi ci mette una buona parola
ma non è mai detta l’ultima parola
C’è la parola di Dio
la parola d’ordine
la parola di Re
e le parole d’oro
Volano le parole grosse
ricadono parole pesanti
così che bisogna pesare le parole
Dopo aver passato parola
arriva chi prende parola
e poi sputa quattro parole in croce
(come quelle di nostro Signore in agonia:
Parole sante!)
Restare senza parola
nel momento in cui ci si rimangia la parola
o si toglie la parola di bocca,
come il pane, agli altri
per spendere una parola
(nel mercato del discorso)
Parola, insomma: come puoi vedere
ti prendo seriamente in parola

Il pensiero che assilla

Il pensiero che assilla squilla sul cuscino, mi sveglia inopportuno
la sua risata alta da gerarca rimbomba come grancassa, poi è
timpano vicino all’orecchio, unghia sullo specchio, l’unico ago di pino
secco sul sentiero sgombro
E’ un pensiero di malaugurio, è superstizione al plenilunio, fuga di passi
molesti nel pianerottolo, goccia che scava l’osso del desiderio
Non so stargli dietro, quando penso di averlo stretto alle corde
della logica, ha mutato forma, è diventato verme sottile filigrana
ovatta premuta sulla bocca, un’altra rincorsa a vuoto
Nella casa nella notte non si vede il suo marciare
nessuno sente ciò che io sento, perché il pensiero è mio e mio soltanto
Il pensiero che assilla non si accontenta di svegliarmi nel cuore del buio
non è felice fino a quando non mi ha ricoperto di una patina d’inverno
e allora, solo allora, quando infine son tremante, sfinito,
mi irride puntandomi il dito:
“e dire che non esisterei, se non fosse per te”

Il territorio

La luce sopra le nuvole era pura, dorata, calma. Stavano volando da due ore ormai e lui non le aveva rivolto neanche uno sguardo. Come poteva essere così insensibile, così freddo? Possibile che non avesse capito nulla, proprio nulla? No, aveva capito. E’ che di lei non gliene fregava niente.
Lo guardava. Teneva un braccio sollevato, aggrappato al maniglione di sicurezza. Il profilo del viso regolare, le ciglia che sbattevano piano. Orientato un po’ verso il finestrino, ogni tanto si voltava verso la compagnia che rideva forte, sembrava immerso in pensieri pesanti, più pesanti della pressione che c’era là sotto, e che copriva il territorio. Erano in aria, ma lui era rimasto a terra. Stava pensando a una donna?
Fanny era delusa. Aveva sperato tanto in quella gita. Credeva che sarebbe stata l’occasione perfetta per dichiararsi ufficialmente. C’erano state sere prima in cui lui pareva avvicinarsi. Niente di esplicito, ma comunque loro due, soli, ogni tanto a parlare. Soprattutto della gita.
“Non pensi mai a cos’era prima, il territorio?” le chiese una volta. “Come fosse diverso rispetto ad adesso?”. Fanny non sapeva che rispondere. Non ci aveva mai pensato. Aveva studiato, come tutti. Ma non le importava granché. D’altronde cosa sarebbe servito, ripensare al passato, rimpiangere il passato? Il mondo era così, ormai. Il territorio era così, ormai. E non c’era niente da fare. Se non difendere il loro spazio, sempre più piccolo, e viverci meglio che si poteva. Il mare, il loro mare ritiratosi nei secoli, li proteggeva.   A lui invece, la questione interessava molto. Era convinto che prima, tanto prima, il territorio dovesse essere molto diverso da quanto raccontavano i professori a scuola. Non una vasta distesa di terra ricca e piena di meraviglie. Uomini raffinati che si sentivano al massimo grado dell’evoluzione. E, per presunzione, avevano esagerato. Un errore scientifico dopo l’altro. Qualcosa che sfugge al controllo.
Uomini, lo abitavano, sicuramente. Ma, senza sapersi spiegare come e perché avesse quella convinzione, era certo che fossero uomini pieni di sofferenza. Più dolenti, tormentati, più poveri. E innocenti.
Non credeva, – a Fanny la cosa sembrava inconcepibile – che si erano “meritati” ciò che gli era capitato. Quando lei gli chiese come fosse stato possibile allora, lui non aveva saputo rispondere.
L’altoparlante zittì le risate del gruppo. L’hostess si sedette. Il comandante annunciò la discesa. Sarebbero planati, lentamente, verso il terreno, posizionandosi ad un’altezza tale da poter vedere lo spettacolo. La compagnia si irrigidì. Era un momento carico di tensione. Li avrebbero visti. Da vicino. Davvero. Non sarebbero stati soltanto un frame in uno schermo. Le tante, tantissime riprese della guardia di confine mostravano sempre corpi che galleggiavano, annaspavano, si immergevano in quel mare scuro ritiratosi per buona parte. Il surriscaldamento. A volte quei corpi riaffioravano, ma spesso no, si perdevano tra i flutti oleosi, tra le onde quasi solide. Sempre ripresi da distanza di sicurezza, sembravano masse opache e indistinte, rese goffe dal tentativo, sterile, di nuotare. No, stavolta, li avrebbero osservati bene, a terra.    L’hostess illustrò le procedure di sicurezza da osservare: nella cupola inferiore bisognava rimanere legati, anche quando il vetro li avrebbe ricoperti. Poi, al momento di apertura massima, nessuno avrebbe dovuto fare alcun movimento inconsulto né tendere le braccia, non sporgersi, mai, e non gridare. Nessuno avrebbe dovuto gettare cibo autonomamente, ci avrebbe pensato il dispenser automatico. Se qualcuno non se la sentiva di scendere, lo avrebbe dovuto dire ora. Nessuno parlò.
Fanny aspettò che lui si alzasse. La sua pelle, più scura di quella degli altri amici, era distesa. Sembrava più magro e non aveva la stessa euforia di tutti. Gli occhi le parvero annacquati. Quando si mise in fila, davanti alle scale, prese coraggio. Toccò la sua spalla, lo fece voltare. “Posso stare vicino a te, ho paura”. Lui le prese la mano, senza sorriderle. Scesero le scale. L’hostess li aiutò a sistemarsi nelle posizioni. Li legò, in piedi, e poi si accomodò a sua volta.    Erano ancora abbastanza alti, si distinguevano appena, nella pianura senz’acqua, di un giallo opprimente, poche montagnole mangiate dal vento, scarne.
L’aeromobile allargò le ali, e fece uscire i razzi verticali. Sopra le loro teste videro i cannoni spuntare.  Il mezzo fece un rumore come di vetro che si incrina, poi quasi si arrestò. Era iniziata la vera discesa. Nessuno diceva nulla, tutti aprivano gli occhi, paralizzati dall’emozione e dalla paura. Meno cinquecento metri. Il giallo della terra era ora screziato da piccoli puntini che si muovevano, staccandosi da una massa scura che ondeggiava. Meno trecento, il sibilo dei motori sembrava salire, salire. Fanny cercò la sua mano, la trovò fredda e dalla stretta lenta. Non la guardò. Non sembrava eccitato o spaventato, solo triste. Meno cento, i puntini parvero muoversi in maniera diversa ora, accortisi del mezzo che li sorvolava. Prima si fermarono, poi si diressero verso di loro, la testa alzata. La massa enorme, una pozza che sfrigolava, iniziò a scomporsi. Meno cinquanta, la cupola di vetro si aprì. Restò l’intelaiatura di metallo a maglie larghe, e l’aria li investì come una folata di gas. Era leggera, senza odore, molto diversa a quella a cui erano abituati. Fanny poteva sentire il corpo tremante di lui accanto, con la gamba si avvicinò alla sua, e in quel momento, contemporaneamente, i loro schienali a cui erano fissati si inclinarono di parecchi gradi, sporgendoli verso l’esterno. Qualcuno soffocò un urlo. Ormai potevano osservare perfettamente i corpi di quegli esseri agitarsi, venire loro incontro, con un incedere sghembo, lento, disordinato. La massa, sfoltita dalle sue particelle, si rivelò per quello che era: un branco numeroso.
L’aeromobile orientò i motori, e lentamente si posizionò a pochi metri dal suolo. Gli esseri fecero cerchio verso la parte bassa del mezzo, dove sporgeva la cupola con loro legati. “Ne vale la pena, Dio se ne vale la pena” gridò un loro amico, gli occhi gonfi, il volto distorto dalla meraviglia, i capelli scompigliati dall’aria. “Hai ancora paura?” le chiese piano. Lei si stupì, di quell’attenzione. Appoggiò la sua testa sulla sua spalla. “Con te no” gli disse, e sapeva di essere sincera.
Li videro in volto. La carne, scavata e macilenta, era di un grigio scuro innaturale. Il bianco gelatinoso degli occhi spiccava, seppur opaco, senza vita. Erano nudi, magri, storti. L’odore di putrefazione salì verso la cupola, opprimente, insieme al verso gutturale che essi facevano.    Non erano vivi, non erano più neanche uomini, dicevano i libri. Erano una deformazione aberrante della loro umanità. Erano pericolosi. Non morti, non morivano. Però mangiavano. Erano tantissimi, sarebbe stato impossibile sterminarli tutti. C’era il mare a tenerli lontani. Il loro mare. E, per ogni evenienza, una guardia che vigilava continuamente. Nessuno era mai riuscito a raggiungerli. Ma non bisognava mai abbassare l’attenzione.
“Adesso daremo loro da mangiare” disse l’hostess “nessuno si sporga, mi raccomando”.
Ai lati della cupola portelloni si aprirono, facendo colare grossi pezzi di carne sintetica. Quella pioggia li fece impazzire. Accelerarono i movimenti, che si fecero frenetici, premevano gli uni sugli altri, si spingevano, si ammassavano, si calpestavano, pur di raggiungere i pezzi di cibo. Tendevano le mani. Aumentò il volume del loro verso. Era uno spettacolo tremendo: coloro che erano riusciti a raggiugere qualche pezzo di carne, lo divoravano aprendo a dismisura la bocca. La confusione, massima, creò scompiglio: si attaccarono tra di loro, strappandosi con le mani ossute, con i denti, il mangiare. Ferendosi, usciva loro sangue bluastro. Nessun animale mangia così, pensò Fanny. Poi si voltò verso di lui. Piangeva.
“Tutto bene?” gli chiese Fanny, premurosa.
“Mi sembra di essere a casa” rispose.
Fanny non capì.