L’orco

Da qualche giorno gira sui gruppi Facebook di quartiere e di paese e su varie chat di whatsapp, un annuncio corredato da alcune foto. In tutti gli annunci si allertano le persone, soprattutto i genitori, a stare attenti al tizio ritratto perché, pare, “è un pedofilo che cerca di rapire i bambini”.

Sto seguendo, divertito ma anche perturbato, l’evolversi della vicenda, le trasformazioni di questa specie di leggenda metropolitana 2.0 di gruppo in gruppo, di chat in chat: ad Orbassano giurano che è stato arrestato e rilasciato in serata; in zona Barca pare che abbia tentato di inseguire una ragazza fin dentro ad un supermercato, dove la povera sventurata si era rifugiata; in altre zone ha tentato di prelevare un bambino e/o una bambina direttamente dalle giostrine.

C’è un folclore antico dietro questo annuncio: l’uomo nero, il pifferaio di Hamlin, l’orco. Ci sono dinamiche arcaiche mescolate all’uso scriteriato delle tecnologie; la diceria che diventa foto segnaletica, il passaparola da paese a paese che non viaggia più sulle ali del vento ma attraverso le condivisioni su un social; vi lascio immaginare i commenti che si autoalimentano e rilanciano sempre più fantasiosi modi per fargliela pagare, a ‘sto farabutto. Le foto dovrebbero raffigurare il prototipo del pedofilo: cappuccio nero, occhiali da sole, posa ingobbita e sguardo che scruta sordido (certo, c’è una chitarra rosa che stona un po’: ragionevolmente, per mettere in atto turpi propositi sarebbe preferibile non dare nell’occhio… ma su questo dettaglio sorvolano tutti).
L’uomo è dappertutto: è ubiquo. Si muove scivolando nelle pieghe della città, ora qui, ma ieri era altrove e domani potrebbe essere davanti alla scuola di tuo figlio.

Nelle immagini si intravedono altre persone, forse bambini, scorci di parchetti. Appare improbabile che siano foto recenti: si intuiscono molte persone assembrate, e nessuno indossa mascherine. Pochissimi, nei commenti, fanno notare l’improbabilità di questo annuncio, ancora meno mettono in guardia le persone dall’additare superficialmente una persona.
Nessuno pare rendersi conto della pericolosità della condivisione (di una calunnia bella e buona) e prova ad immaginarne le estreme conseguenze. Che un povero cristo, che si aggira per la città con una chitarra rosa, rischi il linciaggio perché tantissime persone si siano volontariamente ubriacate di psicosi e confondano il senso civico con l’irrazionalità più oscura, feroce e arcaica.
Certo, qualcuno che ha dato il via alla follia ci sarà: per scherzo o per ripicca, ha spinto la prima pietra dal monte. E uno così mette i brividi.
Ma tutti gli altri? Tutti questi solerti e integerrimi cittadini, con le torce in una mano e il cellulare nell’altra, non vi fanno ancora più paura?
Diceva Stanislav Lem: “I roghi non illuminano le tenebre”. Neanche gli schermi degli smartphone.

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