Il feticismo delle parole

 

Come sosteneva con grande preveggenza Marx riguardo le merci, esiste un feticismo simile anche delle parole?
A cominciare dalla prima, terribile che definisce il nostro ruolo globale: consumatori? Letteralmente consumare significa usare qualcosa fino al suo esaurimento (logorarla poco a poco, dilapidare un bene) e, in accezione riflessiva, “danneggiarsi” (“una malattia mi consuma”, “logorarsi la vista”).

Accettiamo questa definizione e ne abbiamo fatto senso identitario profondo. Nonostante rispecchi una concezione della vita distruttiva e paradossale.
Presuppone che la cosa consumata finisca per sempre e, al tempo stesso, che le cose da consumarsi siano infinite.
La prima azione la realizziamo con altissimo spreco di energia e materiali e risorse e con conseguenze spesso dannose, la seconda è una menzogna: le cose, o meglio i materiali che servono a produrre cose da consumare, siano esse cibi/oggetti/relazioni/ non sono infinite. Anzi, si stanno esaurendo per sempre.
Ora: è possibile che noi ci comportiamo allo stesso modo con le parole? Siamo consumatori di esse in quanto feticci?
Quando utilizziamo una parola, in fondo, non la stiamo svuotando di senso, logorandola, rendendola inutile, inefficace, non più utilizzabile?
E perché adoperiamo certe parole piuttosto che altre? Cosa ci porta a servirci di termini coniati da poco, o presi in prestito (rubati?) da altre lingue, o mutuati da un potere che sottilmente li impone a tutti?
Parole che erano attinenti alla sfera religiosa sono state “abbassate” ad un livello di quotidianità comune, generalizzate, impoverite. Anima, spirito, Dio, sacrificio, peccato, ma anche altre meno evidenti e pregnanti come angelo, santo, preghiera sono entrate nel vocabolario d’uso comune della nostra società. Sono dentro le canzoni che ascoltiamo alla radio, sono nelle pubblicità sui manifesti, sono in bocca agli attori delle fiction, sono esclamazioni, un intercalare costante e ripetitivo, battute.
Parallelamente al sacco della religione, vi è stato quello della filosofia, dell’arte, della politica, della letteratura.
Termini densi di significato in un contesto ben preciso, portati, distribuiti, deconstestualizzati nel parlato quotidiano appaiono diluiti, depotenziati, logorati, consumati.
Perché è avvenuta questa degradazione? Perché le parole estrapolate dal loro nido naturale non hanno mantenuto la loro carica, la loro aurea, propagando luce e calore intorno, di fatto migliorando la comunicazione interpersonale, la comprensione del reale, la gestione del nostro pensiero?
Perché molte volte arrivano a significare concetti opposti al loro senso originario?
Vi è un limite intrinseco nella parole stesse o la forza del contesto (del potere che lo ha creato) è così pervasiva da travolgere e modificare tutto, perfino il linguaggio?
Se è vero però che il linguaggio è espressione del pensiero, si è ormai accettato che esso sia anche modificazione di esso: le parole orientano le nostre idee, danno loro forma e sostanza.
Prova di questo è l’estrema varietà di differenze presente tra popoli di culture lontane tra loro (e sotto l’influsso di poteri diversi), che posti di fronte alla stessa esperienza, la decodificano e la interpretano in modi spesso completamente opposti.
Il senso di soffocamento che a tratti proviamo tutti, la sensazione di non poter cambiare, mutare le nostre esistenze, uscire da una gabbia che impedisce di condurre un’esistenza realmente autentica, ha il suo avvio e la sua radice nell’uso delle parole.
Ho sempre ritenuto che l’unico vero ambito di libertà (e di conseguenza di benessere), fosse quello mentale. Tutti gli altri sono, in fondo, un venire a compromessi con questo.
Nella costruzione continua del mio pensiero io posso essere realmente libero. E questa libertà può riflettersi, sempre ridotta, sempre mediata certo, nel mio agire sociale, nel mio essere gettato nel mondo.
A patto che il pensiero indaghi a fondo la natura delle parole, la loro origine, le accezioni ma soprattutto il pervertimento che esse hanno subito nel tempo.
Così che l’esercizio di libertà sia un esercizio di stile, e l’etimologia un’etica.

Per parlare con uno che ha fede

O della vita come il SuperEnalotto

Un uomo che ha fede crede, per definizione, in ciò che non si può spiegare. Per parlare con me, che non ho fede, che non credo in ciò che non si possa spiegare (come si fa con le vele: aprirle, far sì che il vento le gonfi, che servano a viaggiare),è costretto a chiedermi di salire con lui sul carro dell’assurdo, dell’illogico, dell’incomprensibile, del mistero. 

Io per parlare con lui, e per comunicargli la mia visione del mondo, non ho bisogno di fare ciò. Per trasmettergli la mia (?) idea di causalità, la mia idea di origine e fondamento del mondo, dell’uomo, dell’etica, il mio senso della vita che da queste premesse deriva, non lo costringo a credere nell’assurdo: semplicemente nell’accertato e, dove non ci sia accertamento di verità (ancora), nel possibile, nel fortemente probabile, nel, in sintesi, buon senso. Io parlo la lingua comune, io parlo il metodo della logica, della scienza, della razionalità. Il mio discorso, contestabile e migliorabile (contestabile in quanto migliorabile, affinché sia migliorato), è comunque comprensibile. Porta prove a sostegno, esperimenti e risultati, teorie suffragate dai fatti, fatti che fioriscono sotto l’occhio attento delle teorie che vogliono giustificarli. 

La fede non ha tutto questo armamentario a disposizione. La fede ha la scelta (perché è una scelta) individuale di immergersi nell’assurdo, nel mistero, accettandolo senza pretese di svelarlo, poiché esso si dovrebbe svelare (togliere il velo) da solo, una volta che la vita finisce e il mistero ha il suo compimento finale. Un circolo vizioso: credo nella vita dopo la morte, è indimostrabile ed assurdo, tutto mi fa credere al contrario ma io ci credo lo stesso, quando sarò morto mi si rivelerà che è così, che c’è vita dopo. 

Un po’ come se chiedessi soldi in prestito a qualcuno dandogli come garanzia i suoi stessi soldi, quelli che gli ho chiesto. 

Il movente della fede è la morte. Senza morte non ci sarebbe “bisogno” di credere nella vita eterna, nella vita dopo la vita. E qui che la fede diventa malafede. Senza quel “bisogno”, si potrebbe parlare ancora di fede, o tutto si regolerebbe sulla vita terrena, su di un credo terreno, un tempo a disposizione, un’etica fondata non su premesse metafisiche ma necessariamente umane? 

(“Se Dio non c’è, allora tutto è permesso” diceva Dostoevskij. Niente di più scorretto. Avete mai visto atei diventare criminali soltanto perché sostenevano l’inesistenza di un dio? C’è davvero una relazione tra questi fattori? Semmai, la storia lo dimostra, l’odio, il tutto è permesso, spunta, fungo velenoso, quando si crede di avere la certezza di un dio esistente e provvidente e somigliante a noi, e a noi soltanto (non agli ebrei, non agli arabi, non agli indiani). 

Che Dio ci sia o no, paradossalmente, parlando di etica, non ha importanza. Non deve avere importanza. Se l’etica è l’insieme di norme che debbono regolare il nostro comportamento negli/con gli altri, al fine di una convivenza pacifica, felice, umana, dio non trova posto. Tirarlo dentro è minare alle fondamenta la possibilità stessa di etica. Se l’etica è fondata da lui, l’uomo che parte ha nel gioco? Chi di noi non cerca, prima o poi, di staccarsi dalla gonna della mamma per provare la sua forza, coscienza, libertà? Chi di noi non ucciderebbe mai un essere umano per il semplice fatto che trova moralmente ingiusto farlo, e non perché dio ha deciso che sia moralmente ingiusto farlo? Se Dio ha deciso, non significa che io abbia deciso. Se io ho deciso, riconoscendo semplicemente l’altro come me e viceversa, dio non ha meriti o colpe. Basta appunto assumersi la responsabilità (onestà) di riconoscere questa similitudine, esistente, fondante, imprescindibile, innegabile). 

Il discorso con uno che ha fede quindi si arena su questo punto, necessariamente: la morte e la presunta vita dopo la morte. La mia fede, da uomo che credo, è tutta orientata e motivata da questo evento umano e dal bisogno di superarlo, in qualche modo. Ecco che l’assurdità della mia stessa fede (che io stesso, fedele, trovo assurda: non sto dicendo che chi crede sia per forza sordo alla ragione, al dubbio, all’inciampo; la fede, forse, per essere tale deve essere vacillante di continuo, o almeno così si dice), la mia fede trova un senso. Credo in un assurdo parziale, momentaneo, per avere il certo eterno, la risposta definitiva. Pascal, con una logica da superenalotto, ce lo spiega benissimo: che cosa ho da perdere credendo in dio? Nulla! Che cosa ho da perdere non credendo? Tutto! Quindi: su cosa conviene scommettere? La risposta pare scontata. Ma, come tutte le cose scontate, nasconde il tranello. 

Io posso decidere di impiegare il mio euro (sprecare?) giocando al superenalotto. Sono liberissimo di farlo. Attenderò fiducioso l’evento (nel caso del superenalotto comunque possibile seppur altamente improbabile), e nell’attesa, in questa attesa, regolerò la mia vita. Oppure io posso cercare di utilizzare il mio euro diversamente, e nell’agire senza attesa regolare la mia vita. Fare come se il superna lotto non esistesse. O meglio: non funzionasse mai. 

(Certo, il paragone non è perfettamente attinente: nel superenalotto qualcuno, prima o poi, vince, ed io di queste vincite favolose ne ho testimonianza. Nella vita dopo la morte no. Ma teniamo l’esempio per buono). 

Ricordandoci che, se l’euro immaginario equivale alla nostra vita, il superenalotto (e l’attesa della vincita) ad una scelta di fede e l’impiego dell’euro in una non attesa, in questo gioco strano e meraviglioso che è l’esistenza dell’universo, noi, uomini, abbiamo solo un euro a disposizione. A differenza del gioco vero e proprio, replicabile più e più volte, qui noi abbiamo solo un tentativo. E l’azzardo più grande. 

Rovesciamo quindi, in maniera ironica, la scommessa di Pascal: io non punto niente, non scommetto in dio, e faccio come se (perché non posso, onestamente, dire che sia così) dio non ci fosse, e quindi non ci fosse vita eterna. Vivrò la mia vita cercando altri sensi, regolandola su altre mete, altri obiettivi, altre priorità e fondamenti. Meno alti, meno eterni, meno trascendentali. Se scopro che dio non c’è (ma al suo posto sta un nulla infinito), la mia vita l’ho comunque vissuta, orientata su qualcosa che, dopo, non avrò più. Se dio invece è presente, e quindi ci regala un’altra, diversa vita, in questo caso si suppone eterna, io avrò comunque vissuto la mia, in maniera profondamente mia. 

Ma se nella puntata del cinquanta e cinquanta del fedele, la scommessa è persa, ovvero dio non c’è, non c’è vita, come è stata utilizzata la vita? Al di là della “delusione” per una vita/ricompensa (questa parola è fondamentale) aspettata (così tanto da credere nonostante l’assurdo) e non ricevuta, la vera vita terrena, quella di cui possiamo essere certi di disporne (perché la stiamo vivendo) non è andata sprecata? Non è stata condizionata dall’attesa, non è stata svilita? Io credo di sì. 

Se mi mettono in mano duecento euro e mi dicono che domani ne avrò duecentomilioni di miliardi, sfido chiunque a godersi, nell’immediato, i duecento euro, a gioirne, a sentirsi ricchi solo con le due banconote da cento! 

Ovviamente mi si replicherà che i fedeli, sia quelli in una buona (mala)fede che quelli in una cattiva (mala)fede, vivono comunque una vita piena, ricca, aperta alle gioie della terra, ai piaceri che esistono a migliaia. Certo. Ma questa vita non la stanno fondando su quelle cose. Bensì su un supervalore che quelle cose di fatto le nega, poiché le supererà, le cancellerà senza trattenerle. Nella vita ultraterrena dei fedeli (di qualsiasi religione) non c’è il nostro mondo, non c’è spazio per i nostri sensi, piaceri, pensieri, istinti: noi saremo altro, saremo in dio e per dio, mai più bisogno, mai più dolore, mai più felicità (che esiste in quanto polarità avversa alla sua mancanza, come alternarsi) saremo luce nella luce a cantare le lodi di dio(permettetemi: che palle!). 

(Nel cristianesimo c’è un tempo indefinito in cui sarà così, poi ci sarà la resurrezione dei corpi sulla terra. Ma sarà un ritorno alla terra, dopo essere stati luce. Si suppone che torneremo in qualche modo cambiati e non sarà più la stessa vita. E allora tanto vale, dopo aver provato la luce di dio, rimanerci). 

Il discorso ci ha portato lontano. Come avrete capito non si è cercato di dimostrare l’inesistenza di dio: si è cercato di dimostrare la non utilità della fede. Il suo andare contro la vita, così come l’abbiamo e la stiamo vivendo. Con il suo carico di dolore e morte (morte che aleggia sempre, che ci condiziona, che ci strappa gli amori più cari), ma anche con il suo carico di felicità meravigliosa, che quella morte allontana ogni secondo, che ce la rende accettabile, ce la fa comprendere, che ci regala, ad ogni battito di ciglia, gli amori più cari.

Il bar delle sette meno un quarto

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Bisogna immaginare una mattina d’inverno. In una città del nord. Come Torino. Sono le sette meno un quarto. Stai andando a lavorare. Fa freddo, ed è buio ancora. Per strada l’asfalto luccica. I lampioni ancora accesi. Il fiato che si condensa mentre lo sputi. Come al solito non sei preparato ad uscire. Hai freddo, sonno, fastidio. Ti pesa più del solito la giornata che si appresta ad iniziare.
Sulla strada per il lavoro, vorresti entrare al bar. Non è un bel bar. Anzi è quasi brutto. È il bar archetipico della periferia italiana. A gestione familiare, grigio e marrone, odore di soffritto, la macchinetta slot machine, i giornali sul frigo dei gelati (non Algida), tazzine sporche di caffè, le occhiaie del barista, addobbi di natale dimenticati da settimane, tutta una clientela speciale, possibile solo in un bar simile, già a quell’ora, le solite battute, i soliti discorsi.
Insomma, il posto più bello del mondo. Sì, perché rispetto a dove devi andare tu, al lavoro che ti aspetta, quel bar è Shangri La, quel bar è territorio diplomatico, è terra di nessuno, è isola felice, nella quale ti vorresti rifugiare per tutta la mattinata, guardando dietro la vetrina impolverata tutte le gradazioni del mattino cambiare, una dentro l’altra, entrare e uscire gente, sfilare umanità lì davanti, la spesa al mercato, gli anziani a passeggio, mamme coi bambini, studenti ritardatari, gente che va a lavoro (e tu no), spazzini, postini, agenti immobiliari e falsi controllori Enel, e chiunque viva la mattina per strada (sono categorie ben precise).
Vorresti l’ozio dentro al bar. Fino a mezzogiorno, l’una, fino a che si disinneschi la portata distruttiva del mattino d’inverno nella città del nord, fino a che un sole pallido, restituisca energia alla tua mente. Il bar è il prolungamento del letto, la riproduzione di un utero, la caverna nella quale stai accucciato, drago apatico.
Più di tutto godresti del fatto di essere assente ingiustificato. Dove sei finito, si chiederebbero a lavoro. Che cosa ti è successo. Malattia, impegno familiare, un incidente. Le chiamate al cellulare che si diradano. Fino a che ti lasciano in pace. Il bar sarebbe come l’attesa del volo per sparire definitivamente. Leggeresti il giornale fino all’ultima riga, anche gli articoli che di solito non leggi, sfoglieresti piano le pagine, ti prenderesti il lusso di tornare indietro, cosa ha deciso il governo indonesiano, che cosa è successo in Texas, perché cambiano i lampioni in provincia, e intanto l’odore dei cornetti scongelati nel fornetto, il latte del cappuccino che un po’ si brucia, l’ubriacone del quartiere che si lamenta, tu abbandonato, vicino al frigo dei gelati (ma non Algida), prima un caffè, poi un succo, un altro cornetto grazie, un bicchiere di bianco, sono già le undici d’altronde, c’è di buono che dentro non fa freddo, e l’odore misto comincia a piacerti, i tuoi occhi, ora svegli, lucidi, quell’euforia da scampato pericolo, tutto sembra possibile, iniziare una nuova vita, progettare nuovi scenari, nuovi modi di arricchirsi e vivere per sempre così, rifugiato politico al bar dell’angolo, lungo, la strada anonima che porta fuori Torino, casette basse, un’autorimessa, da qualche parte una scuola, i dossi, un parchetto striminzito, la fermata dell’autobus, tutto quel grigio colato sulla realtà, da cui solo il bar è escluso. Guarderesti fuori, lentamente, dolcemente, pezzi di cielo, grumi di verde, colori attenuati.
E invece con l’auto al semaforo, alle sette meno un quarto, buio, freddo, tu non hai tempo neanche per un caffè. E poi la macchina dove la lascio, lo prendo alle dieci alla macchinetta, e poi stamattina ho già fatto colazione, tanto sai già che il senso di colpa, sai già che sarebbe risvegliarsi da un sogno, alla luce piena al cristallo finissimo di mezzogiorno, scomparsa la poesia, finita la fuga, non scherziamo, siamo seri, non ho sedici anni, è la vita, non si è mai visto, allontana la tentazione, sono solo fantasie.
Un ultimo sguardo alla vetrina, prima del verde, ti pare quasi di sentire l’odore di brioche e alcol, devo solo svegliarmi, appena mi riprendo tutto fila liscio, come ieri, come sempre.
Verde.

Photo by James Sutton on Unsplash

Dichiarazione d’indipendenza. Oggi.

Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità®: che tutti gli uomini® sono creati eguali®; che essi sono dal Creatore® dotati di certi inalienabili diritti®, che tra questi diritti® sono la Vita®, la Libertà®, e il perseguimento della Felicità®; che per garantire questi diritti® sono istituiti tra gli uomini® governi® che derivano i loro giusti poteri® dal consenso dei governati®; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo® tende a negare questi fini®, il popolo® ha diritto® di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo® fondato su tali principi® e di organizzarne i poteri® nella forma che sembri al popolo® meglio atta a procurare la sua Sicurezza® e la sua Felicità®.

In Congresso®, 4 luglio 1776

Profeti e profezie

“Qualche vanerello ha proclamato per l’ennesima volta la disfatta della scienza. Chimica applicata ai gas asfissianti, lacrimogeni, ulceranti; meccanica applicata ai cannoni di lunga portata… Sì, ma anche la zappa può spaccare i crani, la scrittura può anche servire a falsificare cambiali e a stendere lettere anonime… E non perciò si proclama la disfatta dell’agricoltura e della calligrafia.
La scienza ha il compito disinteressato dì rintracciare rapporti nuovi tra le energie, tra le cose. Fallisce solo quando diventa ciarlataneria. Gli uomini si servono dei ritrovati per straziare e uccidere invece che per difendersi dal male e dalle cieche forze naturali? Entra in gioco una volontà che è estranea alla scienza, che non è disinteressata, ma dipende intrinsecamente dalla società, dalla forma di società in cui si vive. Il ritrovato scientifico segue la sorte comune di tutti i prodotti umani in regime capitalistico; diventa merce, oggetto di scambio e quindi viene rivolto ai fini prevalentemente propri del regime, a straziare e distruggere.
Ecco che il dottor Carrel ha aperto una via nuova alla chirurgia: le possibilità di innesti umani si moltiplicano.
Non siamo ancora giunti all’intensità prevista da Edmondo Perrier: l’innesto del cervello, uso degli organi sani dei cadaveri da sostituire nei viventi ai corrispondenti organi logorati. Siamo ancora lontani dalla vittoria scientifica sulla morte promessa da Bergson: per ora la morte è la trionfatrice e per trionfare piú rapidamente si serve con prodigalità della scienza e dei suoi segreti. Ma arriveremo. La vita diventerà anch’essa una merce, se il regime capitalistico non sarà stato sostituito, se la merce non sarà stata abolita.
Secondo una comunicazione fatta all’Accademia di medicina di Parigi, il professore Laurent è riuscito a sostituire il cuore di Fox con quello di Bob, e viceversa, senza che i due innocenti cani abbiano troppo sofferto, senza turbare per nulla la vita del viscere delicato. Da questo momento il cuore è diventato una merce: può essere scambiato, può essere comprato. Chi vuol cambiare il suo cuore logoro, sofferente di palpitazioni, con un cuore vermiglio di zecca, povero, ma sano, povero, ma che ha sempre onestamente palpitato? Una buona offerta: c’è la famiglia da mantenere, l’avvenire dei figli preoccupa il genitore; si cambi dunque il cuore per non apparire di esserne sprovvisto.
Il dottor Voronof ha già annunziato la possibilità dell’innesto delle ovaie. Una nuova strada commerciale aperta all’attività esploratrice dell’iniziativa individuale. Le povere fanciulle potranno farsi facilmente una dote. A che serve loro l’organo della maternità? Lo cederanno alla ricca signora infeconda che desidera prole per l’eredità dei sudati risparmi maritali. Le povere fanciulle guadagneranno quattrini e si libereranno di un pericolo. Vendono già ora le bionde capigliature per le teste calve delle cocottes che prendono marito e vogliono entrare nella buona società. Venderanno la possibilità di diventar madri: daranno fecondità alle vecchie gualcite, alle guaste signore che troppo si sono divertite e vogliono ricuperare il numero perduto. I figli nati dopo un innesto? Strani mostri biologici, creature di una nuova razza, merce anch’essi, prodotto genuino dell’azienda dei surrogati umani, necessari per tramandare la stirpe dei pizzicagnoli arricchiti. La vecchia nobiltà aveva indubbiamente maggior buon gusto della classe dirigente che le è successa al potere. Il quattrino deturpa, abbrutisce tutto ciò che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce.
La vita, tutta la vita, non solo l’attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell’attività, si distacca dall’anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno.”

Antonio Gramsci, “Sotto la Mole”, Avanti 6 giugno 1918

Quello che hai sognato

Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi
Quello che hai sognato
– mi racconti fumando, parlando -,
un uomo, debole come l’aria
potente come il tempo
che respirava l’odore della tua casa
– lo stesso odore che ho addosso,
mentre sfuma il pomeriggio –
ti ha portato alle lacrime
lacrime di gioia lacrime piene
Non è da tutti avere Leopardi
in cucina, seduto addosso al
radiatore, sospirante, sereno
Me lo racconti come se fosse
davvero capitato
e forse è successo, in fondo
– questo penso mentre mi guardano
sornioni i tuoi libri ordinati,
promesse di tesori, come parole silenti
tra le nostre vivaci –
Allora ecco il pensiero
della fine (ok, pensarlo è sano, però…)
che già incrina il bordo della tazzina, slabbra
il contorno di ogni prossimo progetto, e in parte
ci nega, amico, futuro letture passeggiate
chiacchierate come questa, all’ombra
del tuo sogno:
forse non lo sai ma ormai già lo conservo
come se fosse uno dei tanti libri che
in questi anni mi hai donato
come uno dei tanti che insieme abbiamo letto

Lari

«Dicit quidem et animas hominum daemones esse et ex hominibus fieri lares, si boni meriti sunt; lemures, si mali, seu larvas; manes autem deos dici, si incertum est bonorum eos seu malorum esse meritorum.»

« [Apuleio] afferma inoltre che anche l’anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati dèi Mani se è incerta la loro qualificazione. »

Agostino di Ippona, La città di Dio IX,11

Fiducia

Non ho simpatia per Renzi.
Ma questo significa poco: non ho simpatia neanche per l’inverno, i gatti, il fegato con cipolle, la Ztl, i rasoi usa e getta e, credo, un milione di altre cose eppure ciò non porta come conseguenza il fatto che tali cose debbano sparire dalla faccia della terra. Ne mi aspetto che spariscano solo per il fatto che a me non piacciano.
Ma la cosa che davvero non mi piace (e mi spaventa), più di tutto è sentire e leggere che “se fallisce Renzi, non c’è nessuna altra possibilità di salvarci”.
Non ci credo, e anche se mi mostrassero altissime probabilità che ciò si verifichi, ottusamente cercherei di non crederci e sosterrei il contrario, col pensiero e con l’azione, e inviterei tutti a farlo.
Questo senso assoluto di sfiducia che pervade ognuno di noi è la crisi.
La mancanza di un’aspettativa, la scomparsa di un orizzonte nel quale proiettarsi, agire, progettare, costruire. L’annullamento del futuro.
La crisi è negare l’eventualità di una svolta, che la provochi un qualche politico o che venga dal basso, dall’azione comune di cittadini che fanno il loro dovere, fosse anche il prodotto di una congiuntura favorevole di situazioni fortunate, addirittura figlia di un atto della provvidenza divina, misterioso e segreto.
La crisi è accettare che non ci sia alternativa, via d’uscita, salvezza.
Non voglio con questo sminuire o giustificare il comportamento scriteriato di chi ci governa da sempre. Ci mancherebbe. Ma la politica non potrà mai essere un alibi per la nostra rassegnazione: fosse così, dentro al fascismo saremmo rimasti per sempre. Invece gli italiani di allora, ad un certo punto, hanno alzato la testa e si sono ripresi la loro vita.
Io non so come si possa uscire da questa situazione, temo non lo sappia di preciso Renzi, né il M5S, né Obama o chiunque altro su questo pianeta.
Ma di sicuro so che se lasciamo andare via l’immaginazione e la speranza di una situazione migliore, perderemo tutto, perfino la capacità di riconoscere la salvezza quando questa tornerà e goderne.

Il feticismo delle parole

Come sosteneva con grande preveggenza Marx riguardo le merci, esiste un feticismo simile anche delle parole? A cominciare dalla prima, terribile che definisce il nostro ruolo globale: consumatori? Letteralmente consumare qualcosa significa usare qualcosa fino al suo esaurimento (logorarla poco a poco, dilapidare un bene) e, in accezione riflessiva, “danneggiarsi” (“una malattia mi consuma”, “logorarsi la vista”).
Accettiamo supinamente questa definizione e ne abbiamo fatto senso identitario profondo. Ma essa rispecchia una concezione della vita distruttiva e paradossale.
Presuppone che la cosa consumata finisca per sempre e che le cose da consumarsi siano infinite.
La prima azione la realizziamo con altissimo spreco di energia e materiali e risorse e con conseguenze spesso dannose, la seconda è una menzogna: le cose, o meglio i materiali che servono a produrre cose da consumare, siano esse cibi/oggetti/relazioni/ non sono infinite. Anzi, si stanno esaurendo per sempre.
Consumiamo, da consumatori (ci avete mai fatto caso? esistono perfino le “associazioni di consumatori!”), tendenzialmente merci. Che vogliamo sia per il loro valore d’uso (mi servono per) sia soprattutto per il loro valore di scambio.
Non entro nel merito dell’analisi socio economica avviata da Marx e ripresa nel tempo da pensatori e studiosi. Propongo soltanto un ardito parallelo: è possibile che noi ci comportiamo allo stesso modo con le parole? Siamo consumatori di esse in quanto feticci?
Quando utilizziamo una parola, in fondo, non la stiamo svuotando di senso, logorandola, svuotandola, rendendola inutile, inefficace, non scambiabile?
E perché utilizziamo certe parole piuttosto che altre? Cosa ci porta a servirci di termini coniati da poco, o presi in prestito (o rubati?) da altre lingue, o mutuati da un potere che sottilmente li impone a tutti?
Sullo svuotamento della portata profonda di una parola è facile convenire. Parole che erano attinenti alla sfera religiosa sono state “abbassate” ad un livello di quotidianità basso, generalizzate, impoverite. Anima, spirito, Dio, sacrificio, peccato, ma anche altre meno evidenti e pregnanti come angelo, santo, preghiera sono entrate nel vocabolario d’uso comune della nostra società. Sono dentro le canzoni che ascoltiamo alla radio, sono nelle pubblicità sui manifesti, sono in bocca agli attori delle fiction, sono esclamazioni, un intercalare costante e ripetitivo, battute.
Si potrebbe pensare che esse, provenendo da un ambito elevato, abbiano operato una sorta di raffinamento del contesto di vita nel quale le abbiamo fatte precipitare: potrebbe anche darsi, sempre che riconoscessimo alle parole una così ampia forza. E se l’analisi empirica delle nostre vite e del nostro habitat socio culturale non ci svelasse una miseria dilagante.
Parallelamente al sacco della religione, vi è quello della filosofia, dell’arte, della politica, della letteratura. Tantissimi termini densi di significato in un contesto ben preciso, portati, distribuiti, deconstestualizzati, appaiono diluiti, depotenziati, logorati, consumati.
Perché è avvenuta questa degradazione? Perché i termini estrapolati dal loro nido naturale non hanno mantenuto la loro carica, la loro aurea, propagando luce e calore intorno, di fatto migliorando la comunicazione interpersonale, la comprensione del reale, la gestione del nostro pensiero?
Forse perché le parole sono da sempre state funzionali ad un potere e strumenti di esso, e quindi non vi era interesse alcuno a far sì che esse realmente operassero ad un miglioramento.
Il loro valore d’uso è stato adombrato dal valore di scambio, proprio come succede al lavoro come lo intendeva Marx.
La padronanza di determinati termini (penso a quelli presi dalla lingua inglese, a quelli che hanno una patina di scientificità, alle creazioni dell’argot metropolitano, addirittura a quelli impigliati tra le pagine dei romanzi, quelli prettamente politici e quelli lavorativi) è requisito per accedere ad una determinata sfera sociale, ad un gruppo di potere particolare, ad una identità specifica.
Se è vero però che il linguaggio è espressione del pensiero, si è ormai accettato che esso sia anche modificazione di esso: le parole orientano le nostre idee, danno loro forma e sostanza.
Prova di questo è l’estrema varietà di differenze presente tra popoli di culture lontane tra loro, che posti di fronte alla stessa esperienza, la decodificano e la interpretano in modi spesso completamente opposti. Bacio per me Italiano ha un significato, rimanda ad un concetto, per un Arabo ad un altro molto diverso.
Non sono un linguista, di semiotica ne so ben poco, la glottologia non è il mio forte.
Eppure mi rendo conto che il senso di soffocamento che a tratti proviamo tutti, la sensazione di non poter cambiare, mutare le nostre esistenze, uscire da una gabbia che impedisce di condurre un’esistenza realmente autentica, ha il suo avvio e la sua radice nell’uso delle parole.
Se politicamente il mio pensiero è pessimista, se sono sconfortato dalla trasformazione del mondo da luogo di relazioni a luogo di scambi mercantili, umanamente ho sempre ritenuto che l’unico vero ambito di libertà (e di conseguenza di benessere), fosse quello mentale. Tutti gli altri sono un venire a compromessi con questo.
Nella costruzione continua del mio pensiero io posso essere libero. E questa libertà può riflettersi, sempre ridotta, sempre mediata certo, nel mio agire sociale, nel mio essere gettato nel mondo.
A patto che il pensiero indaghi a fondo la natura delle parole, la loro origine, le accezioni ma soprattutto il pervertimento che esse han subito nel tempo.
Così che l’esercizio di libertà sia un esercizio di stile, e l’etimologia un’etica.

C’è posta per noi

Ieri sera sono stato a casa a guardare la tv.
Capita a gente come me che ha la carta d’identità ancora fatta di papiro.
Stavo guardando un film di guerra, già iniziato quando mi ci sono messo davanti e così, per principio (tanto non sto capendo un cazzo: sapevo solo che avrei dovuto tifare per alcuni soldati  tedeschi), cambiavo canale.
Il sabato sera in tv è come rovistare tra gli scaffali di un autogrill d’agosto. Ci trovi robe che non troveresti mai da altre parti, e che soprattutto non compreresti mai in altre occasioni.
Ho visto stralci di “C’è posta per te”.
Premessa: avevo già guardato qualche volta il programma. Ma non con sufficiente attenzione, evidentemente.
Ieri sera mi ha colpito in modo particolare. Ho visto fondamentalmente quattro casi (uno di essi in maniera incompleta). Mi hanno fatto capire alcune cose decisive.

a) Da scrittore, ho ancora tantissimo da imparare.
Se la mia idea di trama, di plot come si dice adesso, pensavo la si dovesse desumere da Tolstoj, da Dostoevskij, da Bolanõ, da narratori complessi, abili, che mettevano carne su carne sul fuoco dell’attenzione del lettore, che edificavano cattedrali di intrecci, di svolte, di incroci, di regressioni, di anticipazioni, dialoghi complessi, raffinati, pregni di senso, che stavano attenti al dettaglio, alla sfumatura, che approfondivano la psicologia perfino del personaggio minore, che scrutavano con una lente di ingrandimento la psiche e i sogni e i segreti dei loro soggetti, insomma se pensavo che si dovesse fare questo per essere un narratore, mi sbagliavo. E di grosso.
Maria De Filippi mi ha insegnato che basta rappresentare pochi, pochissimi elementi per creare una trama.
Questi elementi sono: riconoscenza e separazione; i personaggi sono ridotti all’essenziale, caricature, maschere: madre e figli, marito e moglie, amanti, parenti, gente comune per eccellenza insomma che, per dire ciò che ha da dire, si serve della tv e delle lacrime, della mediazione intellettuale di questa donna fredda, potente psicologicamente, ricattatoria e, spesso, di un personaggio celebre, che sbuca all’improvviso a memento perenne della inferiorità di queste persone.

b) Questi elementi base (riconoscenza e separazione, declinati in forme varie) vanno diluiti, gestiti con attenzione, finta specificità, dosati, forzati, “narrati”: il vero messaggio che i protagonisti di un caso hanno da dirsi, lo scrivono quelli del programma (si assomigliano per stile e contenuto) e lo legge la donna bionica, fredda e prepotente psicologicamente. Il pubblico, come nelle arene romane, parteggia per uno o per l’altro dei soggetti coinvolti, non sempre per quello che viene chiamato a decidere se “alzare o meno la busta”.
La donna bionica non solo sa trattenere le lacrime, altrimenti scontate perché tutto viene strutturato al fine di esse, ma interviene, orienta, forza, prende le veci, intellettualizza la richiesta accorata ma spesso illogica, irrazionale, sentimentalmente sgrammaticata della persona che si è rivolta a lei. E’ un atto molto violento, supportato ripeto da un pubblico vociante e dalla sua forza di persuasione quasi ipnotica, dalla sua autorevolezza, dalla sua influenza.
Di fronte a risposte emotive plateali, molto nette, decise (“Non voglio aprire la busta”), Maria De Filippi non si arrende: insiste, gira intorno, propone altre argomentazioni, sminuisce la portata del problema che ha portato ad una situazione, passa sopra il disagio, l’imbarazzo, la decisione di questa gente. Questa gente che, è bene dirlo, accetta in maniera kafkiana le regole e il contesto e si esprime attraverso le prime, rispettando il secondo: non c’è nessuno che si alza e se ne va, semplicemente, non accettando quella forma di violenza, facendo l’unica cosa sensata possibile.
No, tutti entrano nel meccanismo e debbono “lottare” per svicolarsi da quella stretta emotiva. In tv, davanti a milioni di persone, davanti ad uno studio pieno di gente, incalzati dalle argomentazioni di un personaggio pubblico molto popolare, di fronte alla pubblicizzazione della loro vicenda umana, di aspetti di essa decisamente personali, fragili, tendenzialmente riservati e  indicibili.
La gente accetta il processo come lo accetta Joseph K. Uso la parola processo non a caso: di questo si tratta. Ha tutte le forme esteriori (leggermente camuffate) e i rituali di un processo. C’è un giudice, un tribunale, una giuria popolare, un colpevole, una vittima, un perdono.
Anche quando non si tratta di casi di separazione per colpa, in cui appare plateale la richiesta di perdono, si tratta sempre di una sorta di “risarcimento”.

c) Maria De Filippi sta, lentamente, rivoluzionando la grammatica degli affetti delle persone. Si tratta proprio di linguaggio, verbale e non.
Il programma, seguitissimo e di lunga data, opera nel vocabolario affettivo delle persone, incanalandolo in una espressività standardizzata, fatta di lacrime, sospiri, parole topiche, sguardi contriti, umiliazione, stupore, gesti plateali. C’è tutto un campionario che le persone assorbono, imparano, eseguono.

d) Nessuno si sente indignato, ferito, umiliato dal fatto che per esprimersi e sentirsi dire certe verità, occorra il medium (il mezzo, la mediazione) televisivo. Nessuno si scandalizza che la confessione più intime avvenga davanti ad un pubblico sterminato. Nessuno trova assurdo che i panni sporchi vangano mostrati, discussi, dibattuti e, in qualche modo, lavati (all’apparenza: cosa succede al ritorno alla realtà?) in pubblico. La cancellazione del pudore (parola e concetto bellissimi) è una forza, un’arma, l’estrema ratio. Ci si rivolge a Maria come una volta ci si rivolgeva alla Madonna, nell’odore di candele inginocchiati su di un banco di legno.

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Contro Wired

http://www.wired.it/attualita/media/2014/01/03/contro-lapologia-dilagante-dellignoranza/

Peccato che il giornalista, per portare avanti la sua analisi, utilizzi in pieno tutte le fallacie logiche (e oserei etiche) che condanna nella sua ispirata crociata contro una generica forma di ignoranza che, parrebbe, abbia investito la stragrande maggioranza del popolo italiano.
Innanzitutto la non rigorosità della sua analisi è stabilità già nella premessa.
Espressioni come “ho la percezione netta che”, “non ho modo di dimostrarla”, “servirebbe un’analisi rigorosa del fenomeno” e “ma la percezione resta” parlano da sole.
In pratica, nel condannare un certo tipo di atteggiamento conoscitivo, l’articolista lo usa in pieno: pressapochismo, superficialità, non rigore, ispirazione sovrumana, odio verso posizioni contrarie alla sua.
Dove sta la logica che auspica (addirittura sotto forma di corso obbligatorio) in questo modo di procedere?
Più avanti si supera, con la faziosità e il discorso “ispirato”: mette insieme delle voci rappresentati, secondo lui, forme di rivolta alla “cultura” dando per certo che:
a) esse siano in qualche modo una “parte considerevole dell’opinione pubblica” (su cosa sia l’opinione pubblica, in special modo oggi, si potrebbe dibattere per secoli);
b) esse siano, in realtà, una sola voce: la voce dell’ignoranza. Ma non dimostra che queste posizione specifiche siano riconducibili ad una stessa forma di pensiero: dove sono le prove che un rappresentante dei forconi sia anche a favore del metodo stamina, delle pretese animaliste, del Movimento 5 Stelle, della “rete” come forma primaria di democrazia, del popolo viola. Semplicemente accostandole, l’autore le pone su uno stesso piano di identità e di valore: ma non è così. Una cosa sono (stati?) i forconi, altro sono i malati che difendono il metodo stamina, altro ancora il M5S, il popolo viola, ecc cc. Diverse sono le motivazioni, le rivendicazioni, la forma mentis che anima queste realtà. Ma l’ispirato giornalista non vede (o non vuole vedere?) differenze, specificità, profondità alcuna. Sono, per lui, “quelli insomma che dicono basta alle forme del sapere riconosciuto, perché è sempre e comunque irrimediabilmente corrotto”.
Ecco il sempreverde “appello all’autorità”: che cosa sia il sapere riconosciuto, come si sia prodotto, quali siano nello specifico e nelle sua ramificazioni, quali siano i suoi limiti soprattutto, non viene minimamente accennato. D’altronde è il sapere riconosciuto, che diamine!
E così diamo il benvenuto ad un’altra famosissima (e conseguente) fallacia argomentativa: il falso dilemma. Far credere, cioè, che esistano SOLTANTO due alternative ad un problema, ed obbligare, in questo caso chi legge, a scegliere una delle due. Tertium non datur di Aristotelica memoria, insomma.
Quindi, ricapitoliamo: da una parte il Moloch del “sapere riconosciuto”, intoccabile e, a quanto pare, ineffabile (come Dio), dall’altra “il buon senso, il sapere popolare”. Pace se tra i sostenitori della fazione ignorante vi siano scienziati e tecnici, intellettuali e uomini di cultura: sono fuoriusciti sacrileghi dalla cerchia, ristretta, del sapere riconosciuto, sono apostati, eretici, sbandati. Sono gli ignoranti.
Il giornalista, va detto, prova a mettersi nei panni di questa sfortunata categoria umana: rintraccia colpa e responsabilità nella politica e di una generica “comunicazione” sbagliata. Peccato però non approfondisca abbastanza le posizioni della fazione che avversa. Certo, per un attimo sembra passargli per la mente che, se non addirittura la causa, perlomeno il contesto primario di tanta dilagante ignoranza possa essere la tecnologia. Ma la mano che lancia il sasso viene ritirata repentinamente quando cita l’autorità di tale Massimo Mantellini, il quale ravvede nel carattere nazionale del popolo italiano la componente ineliminabile dell’ignoranza (solamente quindi amplificata da Facebook e dalle Iene, da Twitter e dagli hashtag, ma connaturata con l’esemplare italiano).
Su questa drastica, inconfutabile, inattaccabile, perentoria posizione, il giornalista concorda.
Come dire: Scozzesi tutti tirchi, i neri col ritmo nel sangue, gli italiani ignoranti.
Adesso, sarebbe curioso capire quanto di questa componente del carattere nazionale italiano sia presente anche in Massimo Mantellini e in Fabio Chiusi, ma parrebbe di capire che non lo sia affatto. Essi ne sarebbero, per fortuna loro, immuni insomma, nonostante italiani.
Si va avanti con il teorema che svelerebbe il male dei nostri tempi.
L’analisi si fa serrata, penetrante, acutissima.
“La sensazione” (sensazione?) “è che l’atteggiamento abbia travolto la sfera del pensiero, dandole il colpo di grazia” siamo alla deriva cosmica.
“È così che si finisce per respirare, in una parte che mi pare considerevole dell’opinione pubblica, l’odio per qualunque cosa odori anche solo lontanamente di culturale” ecco la tesi, olfattiva, fondamentale del buon giornalista. L’ignoranza è odio contro la cultura. Non semplice mancanza di essa, no, proprio odio.
Ecco, tutto l’articolo sta in piedi su di una semplice confusione di termini, su di uno scambio (non so quanto voluto): “culturale” al posto di “istituzionale”.

Cultura è l’insieme delle cognizioni intellettuali che, acquisite attraverso lo studio, la lettura, l’esperienza, l’influenza dell’ambiente e rielaborate in modo soggettivo e autonomo diventano elemento costitutivo della personalità, contribuendo ad arricchire lo spirito, a sviluppare o migliorare le facoltà individuali, specialmente la capacità di giudizio. Ma anche il complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico.

Il termine istituzione invece deriva da istituire, che vuol dire “stabilire un ordine, fondare, regolare”, e può avere una grande varietà di significati. Talvolta è usato per indicare un gruppo organizzato o un apparato che persegue un particolare scopo in maniera sistematica, seguendo determinate regole e procedure. Istituzioni in questo senso sono le scuole, gli ospedali, le imprese economiche.
Istituzioni totali sono dette quelle che esercitano un controllo globale e costante sui membri di una comunità. Rientrano in questa categoria le prigioni, i campi di concentramento, gli ospedali psichiatrici, le caserme: in generale, cioè, tutti quegli apparati che tendono a cancellare ogni espressione dell’individualità trasformando in semplici numeri tutti coloro che, perlopiù involontariamente, ne fanno parte.
In antropologia e in sociologia il concetto di istituzione è usato spesso in un significato estremamente ampio e generalizzato per indicare azioni e comportamenti modellati da sistemi di regole.
Le istituzioni, come ogni prodotto dell’attività umana, sono soggette a nascere e a scomparire.

Come si può ben leggere, ciò che l’ignoranza dilagante, secondo il signor Chiusi, cerca di odiare non è la cultura, semmai l’istituzione. Come si potrebbe d’altronde odiare la propria “seconda natura”? E anche se volessimo considerare solo la seconda accezione del termine, ovvero, il complesso delle istituzioni che regolano ogni aspetto della vita umana, appare quanto meno difficile pensare che ci siano individui con l’intento consapevole di odiare e distruggere tutto il complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico. Mi sembra un poco pretenzioso aspettarsi quest’opera così nichilista da un ammalato su sedia a rotelle che vorrebbe poter eseguire il metodo stamina o da un animalista che pensa di trovare un metodo di sperimentazione alternativa a quella animale.
Quello che mi sembra di scorgere, invece, è un tentativo particolare di mettere in discussione parti del sistema istituzionalizzato, parti di potere, insomma. E non spegnando il “pensiero in quanto astrazione”, e quindi “lontano dai problemi reali delle persone”: ciò che viene considerato astrazione, e questo sì lontano dai problemi reali, è proprio l’esercizio del potere da parte dell’istituzione.
Invece il giornalista è convinto che, per tanti, troppi, il “pensiero sarebbe un lusso che non ci possiamo permettere, in tempi di miseria arrembante”.
La diretta conseguenza di questa rinuncia al pensiero si concretizza nella nascita di “forconi che vogliono bruciare i libri a Savona”, dalla sostituzione del “metodo scientifico e la peer review con “servizi delle Iene e dai memi su Facebook”, “nell’idea che il digitale possa magicamente risolvere tutti i problemi della democrazia con l’esattezza di un algoritmo”, “nei complottismi più vari, e sempre in ottima salute”.
E qui entriamo in pieno nelle due argomentazioni tipiche del Cum hoc ergo propter hoc e Post hoc ergo propter hoc, ovvero che la relazione tra alcuni eventi (ingigantiti e deformati) sia necessariamente di tipo causale. Il massimo però viene raggiunto nel finale. Dopo tanta analisi perentoria, si ribalta completamente l’argomentazione finora sostenuta e si tirano furi “umiltà” e “dubbio”, finora non presenti nell’articolo.
“La cultura costa fatica, è un lavoro – perché è una costante ricerca, e un costante invito all’umiltà”.
Adesso, concludendo, ognuno è libero di assumere la posizione che preferisce e criticare chi ne ha un’altra di posizione, ma questo andrebbe fatto con onestà intellettuale e volontà di comprendere.
Quello che ho letto io nell’articolo di Chiusi, invece, è una confusa invettiva contro tutto ciò che va contro un determinato potere (potere che lo stesso giornalista sente in qualche modo di possedere). Facendo così, però, non solo non si attaccano minimamente i limiti e le storture di tante posizioni in rivolta (e limiti e storture sono molti), ma ci si asserraglia dentro il recinto confortevole di una presunta scientificità, si diventa casta per davvero, una casta presuntuosa, distante, a tratti disumana, facendo un danno enorme alla scienza in sé, vero e unico baluardo contro l’ignoranza.
La scienza non si difende attaccando qualcuno: si difende avvicinandola al maggior numero di persone possibili. Chiusi, nel suo articolo, non avvicina nessuno. Io non difendo i forconi, non difendo Stamina, non difendo i complottisti, non difendo nessuno in particolare. Ma trovo più inutile e dannoso ergersi a paladini del sapere riconosciuto, della “cultura”, adottando un atteggiamento come quello presente nell’articolo, pieno di condanna e senso di superiorità (seppur non supportato da reali argomentazioni), privo di empatia e profondità, senza nessuna volontà di reale insegnamento. Un atteggiamento vecchio, elitario, repressivo, che porterà molti, troppi, a sentirsi confortati nelle loro posizioni confuse, estreme.
Se questa è la risposta alla presunta ignoranza dilagante, non avremo nessuna possibilità di “distinguere i ciarlatani del nuovo dagli innovatori”.

(Le definizioni di cultura e istituzione sono sul sito della Treccani).

Le parole

Le parole sono l’oggetto artificiale che ci accompagnano da più tempo. Centinaia d’anni, alcune millenni. Nessun oggetto potrà durare così a lungo, senza diventare rovina/scarto/ maceria/rifiuto, inutilizzabile, vuoto di senso e scopo. La parola Dio è più antica di qualsiasi chiesa mai creata. E ancora si erge luminosa, potente, assoluta, indistruttibile come nessuna cattedrale gotica, nessuna moschea, nessun tempio.
Le parole sono antichissime e sempre nuove. Combinate tra loro, o tra termini nuovi di zecca, presi a prestito (o impostici) da altre lingue, creano nuovi significati, simboli, aperture sull’ignoto che è lo spazio di comprensione da colmare, che ci divide sempre e sempre ci avvicina.
La parola è universale, piena, concetto della mente e incarnazione del reale, compendio di esso, epitome di ogni archetipo, fondamentalmente archetipo essa stessa, quando non la si cali nella vita quotidiana e la si faccia diventare
faro nel buio, attrezzo umile di artigiano. La parola parola ad esempio: non vuol dire niente in particolare, ma significa tutto. Unità minima dotata di senso, è parola d’ordine, è nucleo autosufficiente, è addirittura mondo che contiene
tutti i mondi. Quale altre oggetto durando da così tanto tempo ha la stessa freschezza della parola amore? Quale è più nuova, sempre nuova, sempre abbagliante, seppur usata a sproposito, continuamente, dappertutto, in ogni ambito, declinata in tutte le sue sfumature, pervertita, volgarizzata, banalizzata, ridotta, abbassata, affiancata alla materia: si ama Dio, si ama una donna, si ama un paese, si ama una città, si ama un programma televisivo. Ma non tutto allo stesso modo, ovviamente, non tutto con la stessa intensità. E, quando non si tirino fuori i suoi surrogati depotenziati, sfumati
per così dire (l’affetto ad esempio) o quelli al contrario potenziati (l’adorazione), essa stessa contiene le sue gradazioni.  Chi ci permette un’aderenza così immediata con il naturale? Quale altro dispositivo ci congiunge con la nostra storia ed ogni altra storia, passata presente o futura? Esiste un qualcosa in grado di svolgere la funzione così perfetta dell’approssimarsi alla corrispondenza profonda tra ogni sensazione, emozione, stato d’animo, fantasia di ogni vivente? Un’immagine può fare tutto questo? E, in definitiva, un’immagine non è prima già parola?
Le parole ci sostengono, strutturano il flusso delle idee, gli danno un senso, uno spazio, un tempo, un limite, ci impediscono di diventare pazzi invasi da immagini turbinanti, ma al tempo stesso ci permettono di immetterci nell’eterno. Platone pensava che la loro essenza fosse nell’iperuranio, eterna incorruttibile dimensione ideale: sbagliava. La loro essenza è a nostra disposizione ora e qui, continuamente, sfondo e seme allo stesso tempo, archetipo e copia
congiunti indissolubilmente, materia e forma aristotelica. (O forse le parole sono davvero l’anima delle cose, e pre-estino a queste, non la semplice convenzione usata per nominarle. Se così fosse, non potremmo crearne di nuove e
di nuove che non abbiano attinenza coll’esistente. Se tavolo rappresenta un tavolo, libertà non esiste nel reale: è una creazione concettuale, astrazione. Nel reale esistono cose libere e cose non libere. Esistono cose che possiedono, in gradi diversi, la libertà, oggetto mentale che non ha un suo corrispondente concreto, oggettivo. I concetti sono reali però, si potrebbe obiettare. Non come una mela, ma reali comunque. In realtà lo divengono, dopo averli creati. E li si crea pensandoli, ovvero nominandoli…).
Le parole sono l’unico vero tesoro in nostro possesso. Niente potrà restarci accanto come loro fanno. Potremmo perdere tutto, ma esse resteranno sempre, anche se sprofondassimo nel silenzio più assoluto. Ci sarebbero sempre: attutite,
smorzate, soffocate, rimbomberebbero nella nostra mente con tutta la forza dell’universale e con tutta la minuzia del particolare. Una parola sola può salvarci la vita o perderla, una semplice parola può ricoprirci di luce o di tenebra, una parola può, realmente, darci quel senso che cerchiamo con una sete inestinguibile, o essere il primo scalino verso l’ascesa del discorso infinito, l’unica forma di rimanenza di fronte al vuoto della morte.

Il sogno oscuro

Spunti per un discorso su illusione e disincanto

di Emilio De Cedi

E si marcia stretti col fiato che punge, attraverso stoffe pregiate e falsi abiti laceri. Mentre scivoliamo, attraverso i tempi immobili di questi anni, oltre il millennio scialbo, nel tempio ormai in rovina, tra calcinacci ideologici che ancora precipitano, sibilando e poi lo schianto.

            Comunismo, Cristianesimo, Capitalismo, Rivoluzione, idoli dalle teste infrante, come non si può non scorgere, dentro i termini fasulli coi quali questi concetti tuttora si rivestono, viscidi parti di pelle ormai morta? Le loro braccia, rami nodosi senza linfa, afferrano le nostre ossa come a stritolarle, ma siamo noi che ci buttiamo incontro ad esse, come ultimo sollievo.

            La società di oggi. Le amebe individui che cozzano non appena affluiscono in masse sparpagliate, isolate come monadi autosufficienti.

            La politica ha ancora la pretesa di autodefinirsi l’elemento necessario nella farsa? Si ride sopra questi grassi, incolti, furiosi furetti senza artigli. Oggi più di sempre, il destino lo decidono le abitudini, non i potenti. I potenti semmai aggiungono carne nel mattatoio infinito.

            Non c’è possibilità di redenzione, ne tanto meno epifania che risplenda di luce. Se Cristo si lascia rappresentare da un vecchio morente e malato, se Cristo si farà coprire da burka spessi di nero, da cuciture direttamente sulla carne, è perché la sua decadenza è ormai al culmine. Decomposizione.

            Resta la visione netta e uncinante del nulla. Che diventa esperienza non appena si sgretolino, come mattoni di certezza, le vanità di vanità.

            Il nostro agire senza scopo, fatto da desideri che ci dimenticano.

            Ogni uomo ha la sua porzione di metafisica oscura, nichilismo scrutante dal fondo odoroso di un animo assopito, che si trascina come germe all’interno del corpo imbellettato, ma pochi danno verità e lustro, voce e sostegno, all’implosione notturna nelle viscere.

            La realtà non ha senso. Niente scie infiammate nel cielo, né dita puntate attraverso le nuvole; apparizioni di madonne languenti in lacrime di sangue o pretesi miracoli da poco possono bastare a scuotere l’inevitabile accettazione del niente? La scienza si accanisce, e porta progresso. Ma si procede comunque verso il non senso. Si starà più comodi, probabilmente, custodendo organi revisionati, cellule integre, capelli biondi ed occhi azzurri, ma non più felici di ora.

            La felicità è la dose di spensieratezza rubata con la violenza di tutto il nostro essere, e in ultima istanza, è innocenza ri-acquistata in un bluff che coinvolge l’intera esistenza. Non si muore che una volta: quanto è troppo vero.

            Il mondo come scenario dei nostri atti, la sua somma non aggiunge nulla al termini del calcolo. Il risultato è sempre zero. Nullità archiviate nell’oblio, siamo isole o bombe ad orologeria che non fanno rumore, che non si lasciano approdare.

            Il nostro tempo è quello della frenesia, tutto deve essere veloce. La calma è stata sventrata. La riflessione senza utile, il ghiribizzo del pensiero, il gusto assaporato a lungo nell’ozio che non pretende (ozio, parola da sovversivi), annientati come esuli in fuga. Si lotta col sangue e i morti per lavorare sempre più.     Cosa vuoi fare da grande? Mai che si chieda cosa si voglia essere. Fare continuamente, attaccati alla catena incessante della ricchezza da spartire; essere che si sgretola in microunità instabili, in ruoli sempre più specifici, mentre le nostre parole si ritirano, avvizzite e ci lasciano in bocca il sapore secco della solitudine.

            Non ci si parla infatti, anche se dentro gli immensi veicoli di ogni giorno, nei palazzi e nelle piazze, nelle scuole impolverate, a qualcuno, pochi, viene su come un rigurgito di malinconia. Ma non è reminescenza, semmai un istinto tradito fin dall’età più remota. Il gusto di sapere cose inutili, trasmissibili per formare una ragnatela di armonia, lascia il posto, trascinato via coi ceppi dell’infamia, allo strazio di appartenere. Per via di immagini che si moltiplicano, anche le nostre volontà perdono consistenza. Divenendo impalpabili sbuffi di vapore, che seguono le loro traiettorie, in alto o in basso a seconda della pressione atmosferica.

            Nella recita del mondo, la cui unica caratteristica che permette la sua persistenza è l’assoluta mancanza di un copione, si suda come se il palco fosse allestito per noi soltanto. Abbiamo la consolazione di un io reputato fondamento di tutti, e non ci si accorge che l’io è solo il flusso senza pausa di ciò che ci penetra, di ciò che ci investe, al quale cerchiamo soltanto di dare una direzione vettoriale.

            La poesia (combinare parole fino a rasentare il senso ultimo, mai a centrarlo) svela la dose di impostura, di mistificazione, celata nelle vene del mondo. Lo ha sempre fatto, e lo fare ancora, sempre che non la seppelliscano sotto verbose coperte di mansuetudine. Se diviene placido brucare, per poi ri-vomitare perle scoperte di finto senso, allora sarà come l’antidoto per un veleno che non abbiamo preso. L’arte procede dalla vita, dal nulla quindi (dallo stato di precarietà, prima che diventi certezza di morte) e di essa denuncia il dolore, il vacuo, le sue falle. Questa denuncia non avvicina l’artista agli altri, semmai lo confina nel rifugio di se stesso, e non dà mai gioia comunitaria come prima conseguenza. Si fa arte perché non si accetta la farsa, non per abbellirla, accondiscendere ad essa ulteriormente.

            Nei sogni interpretiamo la nostra veglia: e l’inconscio, se c’è, c’è sempre. Giorno e notte. La lucidità non lo contraddice, ne lo nega: avere presenti nitidamente pensieri che non vogliamo, questa è la lucidità e il gemito. L’attaccamento alla vita è attaccamento all’imprevedibile che potrebbe giungere a rischiarare l’attesa, a porle termine. Ma l’illusione cessa non appena appare l’epifania oscura, se la si considera per ciò che essa è: l’evento di portata massima, capace di ribaltare il destino individuale per ognuno. Moriamo continuamente non appena scopriamo davvero cosa significhi morire. Il termine degli atti farseschi, la loro equivalenza di fronte alla cessazione di tutto (crollino anche le stelle sul mio capo, non appena più non respiro), non permette di ritornare ad essi con rinnovato, immemore, vigore.

            Penso ai rivoluzionari di tutti i tempi, sovversivi e ribelli, anticonformisti, più delle pecore fanno pena, nel loro aspirare in un mondo migliore. Come i perfettamente inseriti negli ingranaggi della macchina stritola budella, anche essi arrancano verso un ideale umano che, depurato e sbucciato per bene, non è altro che una rivisitazione colorita e senza traumi di un’innocenza in comune. Sognano la fraternità, senza voler vedere lo sciacallo e il verme dentro.

            Tempi di opulenza e anomia, tempo di scorte alimentari inutili e guasti silenziosi. Rivoluzionari, bambini isterici, profeti del mediocre, meschine lumache senza guscio. Avvizziscono troppo in fretta. Il colpo che prima o poi ricevono, il crollo dell’illusione, lo smantellamento delle certezze utopiche (più o meno lento a seconda dell’isterismo di ognuno), li lascia inebetiti di fronte all’inutile, alla vertigine senza brivido, all’infinito come infinito nonsenso.

            Coloro che sognavano il paradiso in terra, saranno costretti a trascinarsi la carcassa del sogno oscuro, e ad odiare più di quanto non hanno mai fatto. Ormai per loro è tardi per la divina indifferenza.

 

Articolo di Emilio De Cedi tratto dalla “Rivista Italiana di Letteratura Ambigua” anno VI n. 10, Milano.