Il sogno oscuro

Spunti per un discorso su illusione e disincanto

di Emilio De Cedi

E si marcia stretti col fiato che punge, attraverso stoffe pregiate e falsi abiti laceri. Mentre scivoliamo, attraverso i tempi immobili di questi anni, oltre il millennio scialbo, nel tempio ormai in rovina, tra calcinacci ideologici che ancora precipitano, sibilando e poi lo schianto.

            Comunismo, Cristianesimo, Capitalismo, Rivoluzione, idoli dalle teste infrante, come non si può non scorgere, dentro i termini fasulli coi quali questi concetti tuttora si rivestono, viscidi parti di pelle ormai morta? Le loro braccia, rami nodosi senza linfa, afferrano le nostre ossa come a stritolarle, ma siamo noi che ci buttiamo incontro ad esse, come ultimo sollievo.

            La società di oggi. Le amebe individui che cozzano non appena affluiscono in masse sparpagliate, isolate come monadi autosufficienti.

            La politica ha ancora la pretesa di autodefinirsi l’elemento necessario nella farsa? Si ride sopra questi grassi, incolti, furiosi furetti senza artigli. Oggi più di sempre, il destino lo decidono le abitudini, non i potenti. I potenti semmai aggiungono carne nel mattatoio infinito.

            Non c’è possibilità di redenzione, ne tanto meno epifania che risplenda di luce. Se Cristo si lascia rappresentare da un vecchio morente e malato, se Cristo si farà coprire da burka spessi di nero, da cuciture direttamente sulla carne, è perché la sua decadenza è ormai al culmine. Decomposizione.

            Resta la visione netta e uncinante del nulla. Che diventa esperienza non appena si sgretolino, come mattoni di certezza, le vanità di vanità.

            Il nostro agire senza scopo, fatto da desideri che ci dimenticano.

            Ogni uomo ha la sua porzione di metafisica oscura, nichilismo scrutante dal fondo odoroso di un animo assopito, che si trascina come germe all’interno del corpo imbellettato, ma pochi danno verità e lustro, voce e sostegno, all’implosione notturna nelle viscere.

            La realtà non ha senso. Niente scie infiammate nel cielo, né dita puntate attraverso le nuvole; apparizioni di madonne languenti in lacrime di sangue o pretesi miracoli da poco possono bastare a scuotere l’inevitabile accettazione del niente? La scienza si accanisce, e porta progresso. Ma si procede comunque verso il non senso. Si starà più comodi, probabilmente, custodendo organi revisionati, cellule integre, capelli biondi ed occhi azzurri, ma non più felici di ora.

            La felicità è la dose di spensieratezza rubata con la violenza di tutto il nostro essere, e in ultima istanza, è innocenza ri-acquistata in un bluff che coinvolge l’intera esistenza. Non si muore che una volta: quanto è troppo vero.

            Il mondo come scenario dei nostri atti, la sua somma non aggiunge nulla al termini del calcolo. Il risultato è sempre zero. Nullità archiviate nell’oblio, siamo isole o bombe ad orologeria che non fanno rumore, che non si lasciano approdare.

            Il nostro tempo è quello della frenesia, tutto deve essere veloce. La calma è stata sventrata. La riflessione senza utile, il ghiribizzo del pensiero, il gusto assaporato a lungo nell’ozio che non pretende (ozio, parola da sovversivi), annientati come esuli in fuga. Si lotta col sangue e i morti per lavorare sempre più.     Cosa vuoi fare da grande? Mai che si chieda cosa si voglia essere. Fare continuamente, attaccati alla catena incessante della ricchezza da spartire; essere che si sgretola in microunità instabili, in ruoli sempre più specifici, mentre le nostre parole si ritirano, avvizzite e ci lasciano in bocca il sapore secco della solitudine.

            Non ci si parla infatti, anche se dentro gli immensi veicoli di ogni giorno, nei palazzi e nelle piazze, nelle scuole impolverate, a qualcuno, pochi, viene su come un rigurgito di malinconia. Ma non è reminescenza, semmai un istinto tradito fin dall’età più remota. Il gusto di sapere cose inutili, trasmissibili per formare una ragnatela di armonia, lascia il posto, trascinato via coi ceppi dell’infamia, allo strazio di appartenere. Per via di immagini che si moltiplicano, anche le nostre volontà perdono consistenza. Divenendo impalpabili sbuffi di vapore, che seguono le loro traiettorie, in alto o in basso a seconda della pressione atmosferica.

            Nella recita del mondo, la cui unica caratteristica che permette la sua persistenza è l’assoluta mancanza di un copione, si suda come se il palco fosse allestito per noi soltanto. Abbiamo la consolazione di un io reputato fondamento di tutti, e non ci si accorge che l’io è solo il flusso senza pausa di ciò che ci penetra, di ciò che ci investe, al quale cerchiamo soltanto di dare una direzione vettoriale.

            La poesia (combinare parole fino a rasentare il senso ultimo, mai a centrarlo) svela la dose di impostura, di mistificazione, celata nelle vene del mondo. Lo ha sempre fatto, e lo fare ancora, sempre che non la seppelliscano sotto verbose coperte di mansuetudine. Se diviene placido brucare, per poi ri-vomitare perle scoperte di finto senso, allora sarà come l’antidoto per un veleno che non abbiamo preso. L’arte procede dalla vita, dal nulla quindi (dallo stato di precarietà, prima che diventi certezza di morte) e di essa denuncia il dolore, il vacuo, le sue falle. Questa denuncia non avvicina l’artista agli altri, semmai lo confina nel rifugio di se stesso, e non dà mai gioia comunitaria come prima conseguenza. Si fa arte perché non si accetta la farsa, non per abbellirla, accondiscendere ad essa ulteriormente.

            Nei sogni interpretiamo la nostra veglia: e l’inconscio, se c’è, c’è sempre. Giorno e notte. La lucidità non lo contraddice, ne lo nega: avere presenti nitidamente pensieri che non vogliamo, questa è la lucidità e il gemito. L’attaccamento alla vita è attaccamento all’imprevedibile che potrebbe giungere a rischiarare l’attesa, a porle termine. Ma l’illusione cessa non appena appare l’epifania oscura, se la si considera per ciò che essa è: l’evento di portata massima, capace di ribaltare il destino individuale per ognuno. Moriamo continuamente non appena scopriamo davvero cosa significhi morire. Il termine degli atti farseschi, la loro equivalenza di fronte alla cessazione di tutto (crollino anche le stelle sul mio capo, non appena più non respiro), non permette di ritornare ad essi con rinnovato, immemore, vigore.

            Penso ai rivoluzionari di tutti i tempi, sovversivi e ribelli, anticonformisti, più delle pecore fanno pena, nel loro aspirare in un mondo migliore. Come i perfettamente inseriti negli ingranaggi della macchina stritola budella, anche essi arrancano verso un ideale umano che, depurato e sbucciato per bene, non è altro che una rivisitazione colorita e senza traumi di un’innocenza in comune. Sognano la fraternità, senza voler vedere lo sciacallo e il verme dentro.

            Tempi di opulenza e anomia, tempo di scorte alimentari inutili e guasti silenziosi. Rivoluzionari, bambini isterici, profeti del mediocre, meschine lumache senza guscio. Avvizziscono troppo in fretta. Il colpo che prima o poi ricevono, il crollo dell’illusione, lo smantellamento delle certezze utopiche (più o meno lento a seconda dell’isterismo di ognuno), li lascia inebetiti di fronte all’inutile, alla vertigine senza brivido, all’infinito come infinito nonsenso.

            Coloro che sognavano il paradiso in terra, saranno costretti a trascinarsi la carcassa del sogno oscuro, e ad odiare più di quanto non hanno mai fatto. Ormai per loro è tardi per la divina indifferenza.

 

Articolo di Emilio De Cedi tratto dalla “Rivista Italiana di Letteratura Ambigua” anno VI n. 10, Milano.

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