Contro Wired

http://www.wired.it/attualita/media/2014/01/03/contro-lapologia-dilagante-dellignoranza/

Peccato che il giornalista, per portare avanti la sua analisi, utilizzi in pieno tutte le fallacie logiche (e oserei etiche) che condanna nella sua ispirata crociata contro una generica forma di ignoranza che, parrebbe, abbia investito la stragrande maggioranza del popolo italiano.
Innanzitutto la non rigorosità della sua analisi è stabilità già nella premessa.
Espressioni come “ho la percezione netta che”, “non ho modo di dimostrarla”, “servirebbe un’analisi rigorosa del fenomeno” e “ma la percezione resta” parlano da sole.
In pratica, nel condannare un certo tipo di atteggiamento conoscitivo, l’articolista lo usa in pieno: pressapochismo, superficialità, non rigore, ispirazione sovrumana, odio verso posizioni contrarie alla sua.
Dove sta la logica che auspica (addirittura sotto forma di corso obbligatorio) in questo modo di procedere?
Più avanti si supera, con la faziosità e il discorso “ispirato”: mette insieme delle voci rappresentati, secondo lui, forme di rivolta alla “cultura” dando per certo che:
a) esse siano in qualche modo una “parte considerevole dell’opinione pubblica” (su cosa sia l’opinione pubblica, in special modo oggi, si potrebbe dibattere per secoli);
b) esse siano, in realtà, una sola voce: la voce dell’ignoranza. Ma non dimostra che queste posizione specifiche siano riconducibili ad una stessa forma di pensiero: dove sono le prove che un rappresentante dei forconi sia anche a favore del metodo stamina, delle pretese animaliste, del Movimento 5 Stelle, della “rete” come forma primaria di democrazia, del popolo viola. Semplicemente accostandole, l’autore le pone su uno stesso piano di identità e di valore: ma non è così. Una cosa sono (stati?) i forconi, altro sono i malati che difendono il metodo stamina, altro ancora il M5S, il popolo viola, ecc cc. Diverse sono le motivazioni, le rivendicazioni, la forma mentis che anima queste realtà. Ma l’ispirato giornalista non vede (o non vuole vedere?) differenze, specificità, profondità alcuna. Sono, per lui, “quelli insomma che dicono basta alle forme del sapere riconosciuto, perché è sempre e comunque irrimediabilmente corrotto”.
Ecco il sempreverde “appello all’autorità”: che cosa sia il sapere riconosciuto, come si sia prodotto, quali siano nello specifico e nelle sua ramificazioni, quali siano i suoi limiti soprattutto, non viene minimamente accennato. D’altronde è il sapere riconosciuto, che diamine!
E così diamo il benvenuto ad un’altra famosissima (e conseguente) fallacia argomentativa: il falso dilemma. Far credere, cioè, che esistano SOLTANTO due alternative ad un problema, ed obbligare, in questo caso chi legge, a scegliere una delle due. Tertium non datur di Aristotelica memoria, insomma.
Quindi, ricapitoliamo: da una parte il Moloch del “sapere riconosciuto”, intoccabile e, a quanto pare, ineffabile (come Dio), dall’altra “il buon senso, il sapere popolare”. Pace se tra i sostenitori della fazione ignorante vi siano scienziati e tecnici, intellettuali e uomini di cultura: sono fuoriusciti sacrileghi dalla cerchia, ristretta, del sapere riconosciuto, sono apostati, eretici, sbandati. Sono gli ignoranti.
Il giornalista, va detto, prova a mettersi nei panni di questa sfortunata categoria umana: rintraccia colpa e responsabilità nella politica e di una generica “comunicazione” sbagliata. Peccato però non approfondisca abbastanza le posizioni della fazione che avversa. Certo, per un attimo sembra passargli per la mente che, se non addirittura la causa, perlomeno il contesto primario di tanta dilagante ignoranza possa essere la tecnologia. Ma la mano che lancia il sasso viene ritirata repentinamente quando cita l’autorità di tale Massimo Mantellini, il quale ravvede nel carattere nazionale del popolo italiano la componente ineliminabile dell’ignoranza (solamente quindi amplificata da Facebook e dalle Iene, da Twitter e dagli hashtag, ma connaturata con l’esemplare italiano).
Su questa drastica, inconfutabile, inattaccabile, perentoria posizione, il giornalista concorda.
Come dire: Scozzesi tutti tirchi, i neri col ritmo nel sangue, gli italiani ignoranti.
Adesso, sarebbe curioso capire quanto di questa componente del carattere nazionale italiano sia presente anche in Massimo Mantellini e in Fabio Chiusi, ma parrebbe di capire che non lo sia affatto. Essi ne sarebbero, per fortuna loro, immuni insomma, nonostante italiani.
Si va avanti con il teorema che svelerebbe il male dei nostri tempi.
L’analisi si fa serrata, penetrante, acutissima.
“La sensazione” (sensazione?) “è che l’atteggiamento abbia travolto la sfera del pensiero, dandole il colpo di grazia” siamo alla deriva cosmica.
“È così che si finisce per respirare, in una parte che mi pare considerevole dell’opinione pubblica, l’odio per qualunque cosa odori anche solo lontanamente di culturale” ecco la tesi, olfattiva, fondamentale del buon giornalista. L’ignoranza è odio contro la cultura. Non semplice mancanza di essa, no, proprio odio.
Ecco, tutto l’articolo sta in piedi su di una semplice confusione di termini, su di uno scambio (non so quanto voluto): “culturale” al posto di “istituzionale”.

Cultura è l’insieme delle cognizioni intellettuali che, acquisite attraverso lo studio, la lettura, l’esperienza, l’influenza dell’ambiente e rielaborate in modo soggettivo e autonomo diventano elemento costitutivo della personalità, contribuendo ad arricchire lo spirito, a sviluppare o migliorare le facoltà individuali, specialmente la capacità di giudizio. Ma anche il complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico.

Il termine istituzione invece deriva da istituire, che vuol dire “stabilire un ordine, fondare, regolare”, e può avere una grande varietà di significati. Talvolta è usato per indicare un gruppo organizzato o un apparato che persegue un particolare scopo in maniera sistematica, seguendo determinate regole e procedure. Istituzioni in questo senso sono le scuole, gli ospedali, le imprese economiche.
Istituzioni totali sono dette quelle che esercitano un controllo globale e costante sui membri di una comunità. Rientrano in questa categoria le prigioni, i campi di concentramento, gli ospedali psichiatrici, le caserme: in generale, cioè, tutti quegli apparati che tendono a cancellare ogni espressione dell’individualità trasformando in semplici numeri tutti coloro che, perlopiù involontariamente, ne fanno parte.
In antropologia e in sociologia il concetto di istituzione è usato spesso in un significato estremamente ampio e generalizzato per indicare azioni e comportamenti modellati da sistemi di regole.
Le istituzioni, come ogni prodotto dell’attività umana, sono soggette a nascere e a scomparire.

Come si può ben leggere, ciò che l’ignoranza dilagante, secondo il signor Chiusi, cerca di odiare non è la cultura, semmai l’istituzione. Come si potrebbe d’altronde odiare la propria “seconda natura”? E anche se volessimo considerare solo la seconda accezione del termine, ovvero, il complesso delle istituzioni che regolano ogni aspetto della vita umana, appare quanto meno difficile pensare che ci siano individui con l’intento consapevole di odiare e distruggere tutto il complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico. Mi sembra un poco pretenzioso aspettarsi quest’opera così nichilista da un ammalato su sedia a rotelle che vorrebbe poter eseguire il metodo stamina o da un animalista che pensa di trovare un metodo di sperimentazione alternativa a quella animale.
Quello che mi sembra di scorgere, invece, è un tentativo particolare di mettere in discussione parti del sistema istituzionalizzato, parti di potere, insomma. E non spegnando il “pensiero in quanto astrazione”, e quindi “lontano dai problemi reali delle persone”: ciò che viene considerato astrazione, e questo sì lontano dai problemi reali, è proprio l’esercizio del potere da parte dell’istituzione.
Invece il giornalista è convinto che, per tanti, troppi, il “pensiero sarebbe un lusso che non ci possiamo permettere, in tempi di miseria arrembante”.
La diretta conseguenza di questa rinuncia al pensiero si concretizza nella nascita di “forconi che vogliono bruciare i libri a Savona”, dalla sostituzione del “metodo scientifico e la peer review con “servizi delle Iene e dai memi su Facebook”, “nell’idea che il digitale possa magicamente risolvere tutti i problemi della democrazia con l’esattezza di un algoritmo”, “nei complottismi più vari, e sempre in ottima salute”.
E qui entriamo in pieno nelle due argomentazioni tipiche del Cum hoc ergo propter hoc e Post hoc ergo propter hoc, ovvero che la relazione tra alcuni eventi (ingigantiti e deformati) sia necessariamente di tipo causale. Il massimo però viene raggiunto nel finale. Dopo tanta analisi perentoria, si ribalta completamente l’argomentazione finora sostenuta e si tirano furi “umiltà” e “dubbio”, finora non presenti nell’articolo.
“La cultura costa fatica, è un lavoro – perché è una costante ricerca, e un costante invito all’umiltà”.
Adesso, concludendo, ognuno è libero di assumere la posizione che preferisce e criticare chi ne ha un’altra di posizione, ma questo andrebbe fatto con onestà intellettuale e volontà di comprendere.
Quello che ho letto io nell’articolo di Chiusi, invece, è una confusa invettiva contro tutto ciò che va contro un determinato potere (potere che lo stesso giornalista sente in qualche modo di possedere). Facendo così, però, non solo non si attaccano minimamente i limiti e le storture di tante posizioni in rivolta (e limiti e storture sono molti), ma ci si asserraglia dentro il recinto confortevole di una presunta scientificità, si diventa casta per davvero, una casta presuntuosa, distante, a tratti disumana, facendo un danno enorme alla scienza in sé, vero e unico baluardo contro l’ignoranza.
La scienza non si difende attaccando qualcuno: si difende avvicinandola al maggior numero di persone possibili. Chiusi, nel suo articolo, non avvicina nessuno. Io non difendo i forconi, non difendo Stamina, non difendo i complottisti, non difendo nessuno in particolare. Ma trovo più inutile e dannoso ergersi a paladini del sapere riconosciuto, della “cultura”, adottando un atteggiamento come quello presente nell’articolo, pieno di condanna e senso di superiorità (seppur non supportato da reali argomentazioni), privo di empatia e profondità, senza nessuna volontà di reale insegnamento. Un atteggiamento vecchio, elitario, repressivo, che porterà molti, troppi, a sentirsi confortati nelle loro posizioni confuse, estreme.
Se questa è la risposta alla presunta ignoranza dilagante, non avremo nessuna possibilità di “distinguere i ciarlatani del nuovo dagli innovatori”.

(Le definizioni di cultura e istituzione sono sul sito della Treccani).

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