Le parole

Le parole sono l’oggetto artificiale che ci accompagnano da più tempo. Centinaia d’anni, alcune millenni. Nessun oggetto potrà durare così a lungo, senza diventare rovina/scarto/ maceria/rifiuto, inutilizzabile, vuoto di senso e scopo. La parola Dio è più antica di qualsiasi chiesa mai creata. E ancora si erge luminosa, potente, assoluta, indistruttibile come nessuna cattedrale gotica, nessuna moschea, nessun tempio.
Le parole sono antichissime e sempre nuove. Combinate tra loro, o tra termini nuovi di zecca, presi a prestito (o impostici) da altre lingue, creano nuovi significati, simboli, aperture sull’ignoto che è lo spazio di comprensione da colmare, che ci divide sempre e sempre ci avvicina.
La parola è universale, piena, concetto della mente e incarnazione del reale, compendio di esso, epitome di ogni archetipo, fondamentalmente archetipo essa stessa, quando non la si cali nella vita quotidiana e la si faccia diventare
faro nel buio, attrezzo umile di artigiano. La parola parola ad esempio: non vuol dire niente in particolare, ma significa tutto. Unità minima dotata di senso, è parola d’ordine, è nucleo autosufficiente, è addirittura mondo che contiene
tutti i mondi. Quale altre oggetto durando da così tanto tempo ha la stessa freschezza della parola amore? Quale è più nuova, sempre nuova, sempre abbagliante, seppur usata a sproposito, continuamente, dappertutto, in ogni ambito, declinata in tutte le sue sfumature, pervertita, volgarizzata, banalizzata, ridotta, abbassata, affiancata alla materia: si ama Dio, si ama una donna, si ama un paese, si ama una città, si ama un programma televisivo. Ma non tutto allo stesso modo, ovviamente, non tutto con la stessa intensità. E, quando non si tirino fuori i suoi surrogati depotenziati, sfumati
per così dire (l’affetto ad esempio) o quelli al contrario potenziati (l’adorazione), essa stessa contiene le sue gradazioni.  Chi ci permette un’aderenza così immediata con il naturale? Quale altro dispositivo ci congiunge con la nostra storia ed ogni altra storia, passata presente o futura? Esiste un qualcosa in grado di svolgere la funzione così perfetta dell’approssimarsi alla corrispondenza profonda tra ogni sensazione, emozione, stato d’animo, fantasia di ogni vivente? Un’immagine può fare tutto questo? E, in definitiva, un’immagine non è prima già parola?
Le parole ci sostengono, strutturano il flusso delle idee, gli danno un senso, uno spazio, un tempo, un limite, ci impediscono di diventare pazzi invasi da immagini turbinanti, ma al tempo stesso ci permettono di immetterci nell’eterno. Platone pensava che la loro essenza fosse nell’iperuranio, eterna incorruttibile dimensione ideale: sbagliava. La loro essenza è a nostra disposizione ora e qui, continuamente, sfondo e seme allo stesso tempo, archetipo e copia
congiunti indissolubilmente, materia e forma aristotelica. (O forse le parole sono davvero l’anima delle cose, e pre-estino a queste, non la semplice convenzione usata per nominarle. Se così fosse, non potremmo crearne di nuove e
di nuove che non abbiano attinenza coll’esistente. Se tavolo rappresenta un tavolo, libertà non esiste nel reale: è una creazione concettuale, astrazione. Nel reale esistono cose libere e cose non libere. Esistono cose che possiedono, in gradi diversi, la libertà, oggetto mentale che non ha un suo corrispondente concreto, oggettivo. I concetti sono reali però, si potrebbe obiettare. Non come una mela, ma reali comunque. In realtà lo divengono, dopo averli creati. E li si crea pensandoli, ovvero nominandoli…).
Le parole sono l’unico vero tesoro in nostro possesso. Niente potrà restarci accanto come loro fanno. Potremmo perdere tutto, ma esse resteranno sempre, anche se sprofondassimo nel silenzio più assoluto. Ci sarebbero sempre: attutite,
smorzate, soffocate, rimbomberebbero nella nostra mente con tutta la forza dell’universale e con tutta la minuzia del particolare. Una parola sola può salvarci la vita o perderla, una semplice parola può ricoprirci di luce o di tenebra, una parola può, realmente, darci quel senso che cerchiamo con una sete inestinguibile, o essere il primo scalino verso l’ascesa del discorso infinito, l’unica forma di rimanenza di fronte al vuoto della morte.

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