C’è posta per noi

Ieri sera sono stato a casa a guardare la tv.
Capita a gente come me che ha la carta d’identità ancora fatta di papiro.
Stavo guardando un film di guerra, già iniziato quando mi ci sono messo davanti e così, per principio (tanto non sto capendo un cazzo: sapevo solo che avrei dovuto tifare per alcuni soldati  tedeschi), cambiavo canale.
Il sabato sera in tv è come rovistare tra gli scaffali di un autogrill d’agosto. Ci trovi robe che non troveresti mai da altre parti, e che soprattutto non compreresti mai in altre occasioni.
Ho visto stralci di “C’è posta per te”.
Premessa: avevo già guardato qualche volta il programma. Ma non con sufficiente attenzione, evidentemente.
Ieri sera mi ha colpito in modo particolare. Ho visto fondamentalmente quattro casi (uno di essi in maniera incompleta). Mi hanno fatto capire alcune cose decisive.

a) Da scrittore, ho ancora tantissimo da imparare.
Se la mia idea di trama, di plot come si dice adesso, pensavo la si dovesse desumere da Tolstoj, da Dostoevskij, da Bolanõ, da narratori complessi, abili, che mettevano carne su carne sul fuoco dell’attenzione del lettore, che edificavano cattedrali di intrecci, di svolte, di incroci, di regressioni, di anticipazioni, dialoghi complessi, raffinati, pregni di senso, che stavano attenti al dettaglio, alla sfumatura, che approfondivano la psicologia perfino del personaggio minore, che scrutavano con una lente di ingrandimento la psiche e i sogni e i segreti dei loro soggetti, insomma se pensavo che si dovesse fare questo per essere un narratore, mi sbagliavo. E di grosso.
Maria De Filippi mi ha insegnato che basta rappresentare pochi, pochissimi elementi per creare una trama.
Questi elementi sono: riconoscenza e separazione; i personaggi sono ridotti all’essenziale, caricature, maschere: madre e figli, marito e moglie, amanti, parenti, gente comune per eccellenza insomma che, per dire ciò che ha da dire, si serve della tv e delle lacrime, della mediazione intellettuale di questa donna fredda, potente psicologicamente, ricattatoria e, spesso, di un personaggio celebre, che sbuca all’improvviso a memento perenne della inferiorità di queste persone.

b) Questi elementi base (riconoscenza e separazione, declinati in forme varie) vanno diluiti, gestiti con attenzione, finta specificità, dosati, forzati, “narrati”: il vero messaggio che i protagonisti di un caso hanno da dirsi, lo scrivono quelli del programma (si assomigliano per stile e contenuto) e lo legge la donna bionica, fredda e prepotente psicologicamente. Il pubblico, come nelle arene romane, parteggia per uno o per l’altro dei soggetti coinvolti, non sempre per quello che viene chiamato a decidere se “alzare o meno la busta”.
La donna bionica non solo sa trattenere le lacrime, altrimenti scontate perché tutto viene strutturato al fine di esse, ma interviene, orienta, forza, prende le veci, intellettualizza la richiesta accorata ma spesso illogica, irrazionale, sentimentalmente sgrammaticata della persona che si è rivolta a lei. E’ un atto molto violento, supportato ripeto da un pubblico vociante e dalla sua forza di persuasione quasi ipnotica, dalla sua autorevolezza, dalla sua influenza.
Di fronte a risposte emotive plateali, molto nette, decise (“Non voglio aprire la busta”), Maria De Filippi non si arrende: insiste, gira intorno, propone altre argomentazioni, sminuisce la portata del problema che ha portato ad una situazione, passa sopra il disagio, l’imbarazzo, la decisione di questa gente. Questa gente che, è bene dirlo, accetta in maniera kafkiana le regole e il contesto e si esprime attraverso le prime, rispettando il secondo: non c’è nessuno che si alza e se ne va, semplicemente, non accettando quella forma di violenza, facendo l’unica cosa sensata possibile.
No, tutti entrano nel meccanismo e debbono “lottare” per svicolarsi da quella stretta emotiva. In tv, davanti a milioni di persone, davanti ad uno studio pieno di gente, incalzati dalle argomentazioni di un personaggio pubblico molto popolare, di fronte alla pubblicizzazione della loro vicenda umana, di aspetti di essa decisamente personali, fragili, tendenzialmente riservati e  indicibili.
La gente accetta il processo come lo accetta Joseph K. Uso la parola processo non a caso: di questo si tratta. Ha tutte le forme esteriori (leggermente camuffate) e i rituali di un processo. C’è un giudice, un tribunale, una giuria popolare, un colpevole, una vittima, un perdono.
Anche quando non si tratta di casi di separazione per colpa, in cui appare plateale la richiesta di perdono, si tratta sempre di una sorta di “risarcimento”.

c) Maria De Filippi sta, lentamente, rivoluzionando la grammatica degli affetti delle persone. Si tratta proprio di linguaggio, verbale e non.
Il programma, seguitissimo e di lunga data, opera nel vocabolario affettivo delle persone, incanalandolo in una espressività standardizzata, fatta di lacrime, sospiri, parole topiche, sguardi contriti, umiliazione, stupore, gesti plateali. C’è tutto un campionario che le persone assorbono, imparano, eseguono.

d) Nessuno si sente indignato, ferito, umiliato dal fatto che per esprimersi e sentirsi dire certe verità, occorra il medium (il mezzo, la mediazione) televisivo. Nessuno si scandalizza che la confessione più intime avvenga davanti ad un pubblico sterminato. Nessuno trova assurdo che i panni sporchi vangano mostrati, discussi, dibattuti e, in qualche modo, lavati (all’apparenza: cosa succede al ritorno alla realtà?) in pubblico. La cancellazione del pudore (parola e concetto bellissimi) è una forza, un’arma, l’estrema ratio. Ci si rivolge a Maria come una volta ci si rivolgeva alla Madonna, nell’odore di candele inginocchiati su di un banco di legno.

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