L’orco

Da qualche giorno gira sui gruppi Facebook di quartiere e di paese e su varie chat di whatsapp, un annuncio corredato da alcune foto. In tutti gli annunci si allertano le persone, soprattutto i genitori, a stare attenti al tizio ritratto perché, pare, “è un pedofilo che cerca di rapire i bambini”.

Sto seguendo, divertito ma anche perturbato, l’evolversi della vicenda, le trasformazioni di questa specie di leggenda metropolitana 2.0 di gruppo in gruppo, di chat in chat: ad Orbassano giurano che è stato arrestato e rilasciato in serata; in zona Barca pare che abbia tentato di inseguire una ragazza fin dentro ad un supermercato, dove la povera sventurata si era rifugiata; in altre zone ha tentato di prelevare un bambino e/o una bambina direttamente dalle giostrine.

C’è un folclore antico dietro questo annuncio: l’uomo nero, il pifferaio di Hamlin, l’orco. Ci sono dinamiche arcaiche mescolate all’uso scriteriato delle tecnologie; la diceria che diventa foto segnaletica, il passaparola da paese a paese che non viaggia più sulle ali del vento ma attraverso le condivisioni su un social; vi lascio immaginare i commenti che si autoalimentano e rilanciano sempre più fantasiosi modi per fargliela pagare, a ‘sto farabutto. Le foto dovrebbero raffigurare il prototipo del pedofilo: cappuccio nero, occhiali da sole, posa ingobbita e sguardo che scruta sordido (certo, c’è una chitarra rosa che stona un po’: ragionevolmente, per mettere in atto turpi propositi sarebbe preferibile non dare nell’occhio… ma su questo dettaglio sorvolano tutti).
L’uomo è dappertutto: è ubiquo. Si muove scivolando nelle pieghe della città, ora qui, ma ieri era altrove e domani potrebbe essere davanti alla scuola di tuo figlio.

Nelle immagini si intravedono altre persone, forse bambini, scorci di parchetti. Appare improbabile che siano foto recenti: si intuiscono molte persone assembrate, e nessuno indossa mascherine. Pochissimi, nei commenti, fanno notare l’improbabilità di questo annuncio, ancora meno mettono in guardia le persone dall’additare superficialmente una persona.
Nessuno pare rendersi conto della pericolosità della condivisione (di una calunnia bella e buona) e prova ad immaginarne le estreme conseguenze. Che un povero cristo, che si aggira per la città con una chitarra rosa, rischi il linciaggio perché tantissime persone si siano volontariamente ubriacate di psicosi e confondano il senso civico con l’irrazionalità più oscura, feroce e arcaica.
Certo, qualcuno che ha dato il via alla follia ci sarà: per scherzo o per ripicca, ha spinto la prima pietra dal monte. E uno così mette i brividi.
Ma tutti gli altri? Tutti questi solerti e integerrimi cittadini, con le torce in una mano e il cellulare nell’altra, non vi fanno ancora più paura?
Diceva Stanislav Lem: “I roghi non illuminano le tenebre”. Neanche gli schermi degli smartphone.

Domenica sera

Son venuti a prendere la signora al terzo piano del palazzo di fronte.
La dottoressa tutta bardata di bianco. Noi, la gente, affacciati ai balconi. La cena appena finita.
Sono stati in casa un quarto d’ora. La signora è scesa con le sue gambe, da sola, uno zainetto. Poi è salita sull’ambulanza e le hanno chiuso il portellone.
Per un attimo ho immaginato che la dottoressa bardata di bianco alzasse il viso verso di noi, la gente, e ci dicesse a gran voce: “ora lei, poi tocca a voi”. E noi che ci ritiravamo piano nelle stanze, chiudendo la porta dei balconi. L’ambulanza è ripartita senza sirena.

Natale, un ricordo

Anni fa, il 24 dicembre, mi ritrovai con mio fratello al Carrefour di Corso Grosseto mezzora prima della chiusura. Il supermercato, già triste di suo nel resto dell’anno, quella sera era particolarmente desolato: scaffali semivuoti e disordinati, merci fuori posto, sotto sopra, confezioni mezze aperte, strappate, rovinate, segni di un turbolento passaggio, di uno shopping natalizio selvaggio e famelico. In tutto il supermercato rimanevano soltanto cose non volute da nessuno, le ultime delle ultime, pochissimi desolati avventori (in mano pandori senza farcitura, spumanti senza bolle, pantofole, occhiaie meste), io e mio fratello. In cerca del regalo di Natale per la sua nuova ragazza, conosciuta qualche giorno prima.

“Certo, avresti potuto pensarci un po’ prima” ma ormai eravamo lì, io e mio fratello, in mezzo a quella landa disgregata, in mezzo alle rovine, al lato deteriorato del consumismo, nel retro del Natale, e ci toccava cercare. Mezzora alla chiusura.

Fu una ricerca disperata e divertentissima. Più che cercare oggetti, cercavamo giustificazioni plausibili per gli orrori che rinvenivamo. Relitti di epoche dimenticate, robe tirate fuori da magazzini umidi per rimpolpare vuoti, testimonianze fuori moda dal gusto discutibile, scarti di scarti di scarti.
L’altoparlante aumentava la nostra ansia col suo conto alla rovescia gracchiante, strascicato. Dlin dlon, cinque minuti alla chiusura, si invitano i gentili clienti ad affrettarsi.

Alla fine, tra una macchinetta elettrica e un tosaerba, li trovammo. Tre cestini di legno a matrioska, quadrati, semplici, tutto sommato delle perle, là dentro, in quel momento. Non costavano poco: tre prezzi diversi a salire, dal più piccolo al più grande. Il totale troppo.
“Prenderne solo uno?”
“Naa, da solo non rende”
“Tutti e tre costano un bel po’…”
“Pace. É Natale”.
Li infilammo uno dentro l’altro e via.

Alla cassa solo noi. Donne delle pulizie già al lavoro tra i reparti. Il Natale era già finito dentro al supermercato. Si stava smantellando.
La cassiera era stanca ma non sgarbata. Truccata, sarebbe scappata dai suoi cari non appena fossimo andati via. Con due, tre occhiate, comprese tutto di noi. Accennò ad un sorriso. Non sapremo mai se lo fece apposta o meno.
Passò soltanto il cestino più grande, ignorando gli altri due dentro. Io e Edy deglutimmo. Muti.
Pagammo, ringraziammo, augurammo e uscimmo.
“Il prossimo anno conviene tornare qui, all’ultimo” disse mio fratello.

Mio fratello si è sposato con quella ragazza. E quei tre cestini li hanno ancora.

Le passioni (hobby è concetto superato) al tempo di internet



Una “passione” per essere tale, oggi, al tempo di internet deve farci seguire dei passaggi precisi:

1) Deve, innanzitutto, nascere improvvisa, mentre si guardano video su youtube di notte, da insonni, cercando altro. Bisogna imbattersi in qualcosa che, nell’alternanza sogno veglia delle tre di notte di un martedì, catturi magneticamente l’attenzione. Faccia sembrare ogni altra attività umana inutile e causa di perdita di tempo; deve fare esclamare “cazzo, voglio farlo anche io! Cosa mi sono perso tutto questo tempo!”. Anche se si sta parlando di manutenzione di vecchi giradischi o di sculture in alluminio.

2) Andare nei siti e forum specializzati. Scoprirne centinaia, leggere migliaia di pareri di esperti fanatici ortodossi della passione in questione. Sentirsi un neofita, un po’ dilettante un po’ impostore. Volerne di più, voler diventare come loro, adepto accettato, membro della grande comunità specialistica della passione. Volere essere parte della grande famiglia. Farsi idee raffazzonata, caotiche e contradditorie su tutti i dettagli della passione in questione: “Per lavorare l’alluminio meglio una fresa a punta 8 o 11?” oppure “per pulire le puntine una spazzolina in polietilene può andare?”. Scegliere da che parte stare, quale partito sposare, quale scuola di pensiero, così, sulla fiducia, in base agli utenti che ci sembrano più dotti, competenti. Iniziare a venerarli come maestri.

3) Una volta nata, la passione, letto migliaia di pareri, scoperto il mondo che si cela dietro ad essa, occorre metodo, disciplina, razionalità, organizzazione.
Bisogna andare su Amazon.
Cercare gli strumenti/apparecchi/dispositivi che possano permetterci di impadronirci della tecnica. Trovare la versione ENTRY LEVEL (per forza, la più economica e facile da utilizzare). Comprare tutto di foga. Tra sei giorni arriva la fresa. Devo trovare un posto in casa per il kit di spazzoline in polietilene.

4) Una volta impadronitici della passione (o meglio, una volta che essa di è impossessata di noi), stabilito che siamo ufficialmente appassionati a quella cosa, essa va comunicata. Tendenzialmente la prima persona a saperlo è la compagna. Si valuta la profondità e l’importanza della passione scelta da quanto questa metta in crisi il rapporto sentimentale. Più crisi c’è, più siamo sprofondati nella passione. Senza rendercene conto siamo già infognati al punto giusto.

5) Dopo aver svolto tutti i punti sopra elencati, occorre crearsi adepti, compagni di meraviglia, sodali e complici. Si tasta il terreno, si parla ossessivamente con amici e parenti della passione, si gettano esche un po’ dappertutto. Qualcuno di solito abbocca. Ci chiede informazioni, si interessa, mostra curiosità viva. Ci sentiamo specialisti plurilaureati. Siamo felici. La passione ci ha travolti e ora ci rende tutto con gli interessi.
Nel frattempo continua la visione di video e lettura di forum specializzati: la lingua non è più straniera. Iniziamo a padroneggiare la materia. In cuor nostro sbeffeggiamo i nuovi adepti che fanno capolino con domande ingenue e velleità puerili. Pivelli.
Con il resto del mondo ormai, parliamo più soltanto della nostra passione. Non scorgiamo gli sguardi carichi di pena e fastidio degli altri che ci ascoltano. Anzi, proviamo dolore per loro che ne sono esclusi, da tanta meraviglia.

6) Si mette in pratica la passione, finalmente. Gli strumenti ordinati sono arrivati. La fresa, scopriamo, non è che lavori così bene l’alluminio (acquistato da un grossista di provincia a peso d’oro), ma è normale, non è un attrezzo professionale, d’altronde per imparare, col tempo, con la pratica, qualcosa però fa, guarda qui questa farfalla che ho realizzato, ok, sembra una piadina, ma comunque l’ho fatta io in mezzora, pensa fra tre quattro anni, cosa sarò in grado di realizzare… Si manda a questo punto la foto della farfalla piadina d’alluminio al disgraziato che abbiamo convinto a seguirci nella passione travolgente. Si sceglie l’angolatura migliore. Ci si sente fieri, aspettando il wow ammirato di risposta. E questo è niente, bisogna aggiungere.

7) Si prova e riprova per qualche giorno. Sempre meno, sempre più saltuariamente. Non ho tempo, la vita, il lavoro, la fresa fa rumore, gli scarti per terra da pulire, avessi un laboratorio, anche solo una cantina attrezzata, magari con la bella stagione, mi metto in balcone e via.
La passione va seppellita dopo circa un mese e mezzo in un angolo sperduto dello sgabuzzino, col proposito ferreo che è soltanto un rinvio: riprenderò in mano la passione, altro che.

8) Dopo aver definitivamente abbandonato la passione, ci capita di imbatterci nel disgraziato che abbiamo trascinato con noi nel gorgo. In questo caso gli sviluppi sono due: o egli ha abbandonato prima e peggio di noi la passione, e allora è necessario farlo sentire in colpa, oppure è diventato un vero talento, realizza sculture che neanche Michelangelo, le espone già alla Gam, le vende per migliaia di euro. Sta dedicando la sua vita alla passione che NOI, CAZZO NOI, gli abbiamo trasmesso. In questo caso si tace. Un macigno nel petto, con una scusa si va via. E la notte stessa si cerca, verso le tre, su youtube una nuova passione a cui dedicare l’anima.

Io, oggi sono al punto 6 della mia nuova passione che amo tanto: la ricerca col metal detector.

Il bar delle sette meno un quarto

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Bisogna immaginare una mattina d’inverno. In una città del nord. Come Torino. Sono le sette meno un quarto. Stai andando a lavorare. Fa freddo, ed è buio ancora. Per strada l’asfalto luccica. I lampioni ancora accesi. Il fiato che si condensa mentre lo sputi. Come al solito non sei preparato ad uscire. Hai freddo, sonno, fastidio. Ti pesa più del solito la giornata che si appresta ad iniziare.
Sulla strada per il lavoro, vorresti entrare al bar. Non è un bel bar. Anzi è quasi brutto. È il bar archetipico della periferia italiana. A gestione familiare, grigio e marrone, odore di soffritto, la macchinetta slot machine, i giornali sul frigo dei gelati (non Algida), tazzine sporche di caffè, le occhiaie del barista, addobbi di natale dimenticati da settimane, tutta una clientela speciale, possibile solo in un bar simile, già a quell’ora, le solite battute, i soliti discorsi.
Insomma, il posto più bello del mondo. Sì, perché rispetto a dove devi andare tu, al lavoro che ti aspetta, quel bar è Shangri La, quel bar è territorio diplomatico, è terra di nessuno, è isola felice, nella quale ti vorresti rifugiare per tutta la mattinata, guardando dietro la vetrina impolverata tutte le gradazioni del mattino cambiare, una dentro l’altra, entrare e uscire gente, sfilare umanità lì davanti, la spesa al mercato, gli anziani a passeggio, mamme coi bambini, studenti ritardatari, gente che va a lavoro (e tu no), spazzini, postini, agenti immobiliari e falsi controllori Enel, e chiunque viva la mattina per strada (sono categorie ben precise).
Vorresti l’ozio dentro al bar. Fino a mezzogiorno, l’una, fino a che si disinneschi la portata distruttiva del mattino d’inverno nella città del nord, fino a che un sole pallido, restituisca energia alla tua mente. Il bar è il prolungamento del letto, la riproduzione di un utero, la caverna nella quale stai accucciato, drago apatico.
Più di tutto godresti del fatto di essere assente ingiustificato. Dove sei finito, si chiederebbero a lavoro. Che cosa ti è successo. Malattia, impegno familiare, un incidente. Le chiamate al cellulare che si diradano. Fino a che ti lasciano in pace. Il bar sarebbe come l’attesa del volo per sparire definitivamente. Leggeresti il giornale fino all’ultima riga, anche gli articoli che di solito non leggi, sfoglieresti piano le pagine, ti prenderesti il lusso di tornare indietro, cosa ha deciso il governo indonesiano, che cosa è successo in Texas, perché cambiano i lampioni in provincia, e intanto l’odore dei cornetti scongelati nel fornetto, il latte del cappuccino che un po’ si brucia, l’ubriacone del quartiere che si lamenta, tu abbandonato, vicino al frigo dei gelati (ma non Algida), prima un caffè, poi un succo, un altro cornetto grazie, un bicchiere di bianco, sono già le undici d’altronde, c’è di buono che dentro non fa freddo, e l’odore misto comincia a piacerti, i tuoi occhi, ora svegli, lucidi, quell’euforia da scampato pericolo, tutto sembra possibile, iniziare una nuova vita, progettare nuovi scenari, nuovi modi di arricchirsi e vivere per sempre così, rifugiato politico al bar dell’angolo, lungo, la strada anonima che porta fuori Torino, casette basse, un’autorimessa, da qualche parte una scuola, i dossi, un parchetto striminzito, la fermata dell’autobus, tutto quel grigio colato sulla realtà, da cui solo il bar è escluso. Guarderesti fuori, lentamente, dolcemente, pezzi di cielo, grumi di verde, colori attenuati.
E invece con l’auto al semaforo, alle sette meno un quarto, buio, freddo, tu non hai tempo neanche per un caffè. E poi la macchina dove la lascio, lo prendo alle dieci alla macchinetta, e poi stamattina ho già fatto colazione, tanto sai già che il senso di colpa, sai già che sarebbe risvegliarsi da un sogno, alla luce piena al cristallo finissimo di mezzogiorno, scomparsa la poesia, finita la fuga, non scherziamo, siamo seri, non ho sedici anni, è la vita, non si è mai visto, allontana la tentazione, sono solo fantasie.
Un ultimo sguardo alla vetrina, prima del verde, ti pare quasi di sentire l’odore di brioche e alcol, devo solo svegliarmi, appena mi riprendo tutto fila liscio, come ieri, come sempre.
Verde.

Photo by James Sutton on Unsplash

Perché ha vinto l’Appendino

L’analisi dei commentatori politici (e non) dopo il voto di domenica si è concentrata, per comprendere e motivare una sconfitta che – a troppi – appare incomprensibile, sulla differenza abissale tra centro e periferia, sul distacco creatosi tra queste due Torino, dicotomia che, ricordo, è stato il leitmotiv della campagna elettorale di Chiara Appendino nonché il punto focale nel suo discorso ad investitura compiuta.
E allora parliamone, di periferie.
Credo di poter dire qualcosa al riguardo. Sono nato e cresciuto alle Vallette di Torino. Estrema periferia nord della città. Quartiere sorto negli anni ‘50 come dormitorio per i lavoratori della Fiat.
Nonostante le intenzioni urbanistiche progressiste, le Vallette, così come Falchera, è un esperimento fallito. Avrebbe dovuto essere un’oasi verde dove i ceti più poveri avrebbero potuto vivere dignitosamente. Da subito è divenuto un ghetto.
L’analisi che fa Diego Novelli sulle Vallette, che pretende di essere distaccata e lucida, è superficiale, capziosa, incompleta, molto incompleta. Cercherò di spiegarvi perché.
Novelli concentra tutto il suo ragionamento su un aspetto “politico”: in sintesi dice che la mutazione antropologica del Partito ha creato un distacco tra politica e cittadini, le sezioni venivano chiuse e quelle attive non sempre aperte tutti i giorni feriali.
Alle Vallette, quindi, da che “nei primi anni Settanta era nato tra i primi comitati di quartiere spontaneo che vedeva promotori i compagni della sezione del Pci, i frequentatori del circolo Arci, con gli amici della parrocchia molti dei quali militanti della Dc” e i cui abitanti “alle amministrative del 1975 e del 1980 votarono in massa per il Pci che aveva un ruolo egemone, operando sulla realtà (asili, scuole materne, servizi sociali, tempo libero). Per aggregare con lo sport i giovani e le stesse famiglie” si passò, per via del distacco creatosi col Partito (che era, appunto, mutato, operando la famosa “svolta della Bolognina”) pian piano e inesorabilmente “al formarsi di piccole fazioni correntizie, molto impegnate a farci la guerra vicendevolmente”.
Perciò, conclude Novelli, ora il voto in massa all’Appendino delle Vallette è semplice voto di protesta: ingenuamente da sinistra contro Renzi e il partito locale, nostalgicamente da destra in quanto reazionarie camicie nere e leghisti esaltati per la sconfitta del Pd. Questo voto di protesta “ha prodotto una miscela esplosiva con l’illusione del cambiamento”.
Nella ultime quattro righe dell’analisi, Novelli cita, senza approfondire e rimandando ad un’inchiesta su “Nuovi Argomenti” di luglio, i risultati di uno studio epidemiologico che dice che tra abitanti della collina e quelli delle Vallette vi sono 4 anni di differenza nell’aspettativa di vita: in piazza Hermada si muore in media a 82,1 anni, alle Vallette a 77,8. “Le diseguaglianze sociali sono causa determinante di malattia” sentenzia Novelli. E con questa frase lapidaria chiude il suo articolo.

Ora cercherò di spiegare perché Novelli è stato superficiale, capzioso, incompleto.
Innanzitutto omette molti, moltissimi dati. Non dice ad esempio che negli anni, alle Vallette, sono stati costruiti: un carcere, le cui condizioni di vita sono impossibili; un mattatoio comunale; un mercato del pesce di cui si è occupato addirittura Guariniello per “gravi carenze igienico-sanitarie” (topi e piccioni morti: ma era risaputo, io lo scoprii svolgendo un’inchiesta video anni fa); una casa di cura psichiatrica, che ho avuto modo di visitare in quanto ci finì mio nonno e che era, a tutti gli effetti, un manicomio pre-Basaglia, pieno di malati lasciati soli, alcolisti, tossicodipendenti, vecchi con demenza senile; la principale discarica a cielo aperto d’Italia, la Barricalla, il cui odore dolciastro e acre avvolge le Vallette quando tira vento; una centrale di teleriscaldamento mostruosa; un dormitorio per senza fissa dimora; un palazzetto per eventi ora in rovina; un’arena rock mai utilizzata e costata parecchio; un parco, anch’esso molto costoso, abbandonato a se stesso; una orrenda linea tramviaria che ha deturpato e tagliato a metà il quartiere; una piazza principale spoglia, brutta, assolata; un posteggio per i giostrai; Novelli non dice che la Continassa, prima che passasse, svenduta dalla appena scaduta giunta, alla Juventus (insieme a moltissimi ettari di terreno con la promessa di costruire in cambio per il quartiere un “giardinetto”), era pericolante dimora di sbandati ed extracomunitari; non dice che uno degli insediamenti rom più antichi della città si è, ciclicamente, riproposto nei prati del quartiere (da che ne ho memoria io, da bambino, gli zingari in quartiere ci sono sempre stati); non parla del fatto che alle Vallette manchi, da sempre una biblioteca comunale, figuriamoci una libreria; sorvola sul fatto che i servizi sono assenti dalla fondazione del quartiere, e i pochi rimasti, boccheggiano; non parla dell’amianto nelle case popolari che falcia anziani su anziani: per saperlo mi è bastato andare dal medico della mutua (a Lucento, ovviamente); trascura il fatto che di giorno come di notte nei vialoni che delimitano la zona passeggino prostitute; dimentica che il sabato il piazzale antistante il mattatoio diventi una stazione per i pullman che arrivano dalla Moldavia, dalla Romania e dai paesi limitrofi, e si improvvisi una sorta di suk spontaneo di merci e cibi; ignora che l’unica proposta culturale provenga da Stalker Teatro i cui fondi vengono, anno dopo anno, drasticamente tagliati; non sa o fa finta di non sapere che non c’è un cinema, un centro d’incontro per giovani, una ludoteca, un luogo di accoglienza per i ragazzi; sorvola sul fatto che negli anni, la popolazione anziana del quartiere (la maggioranza) è stata elettoralmente comprata costruendo prefabbricate bocciofile; non vede a quante poche bancarelle si sia ridotto il mercato rionale; evita di dire che la parrocchia e i beni da essa posseduti (notevoli) vengono da sempre gestiti in maniera manageriale: quando avevo 16 anni, in oratorio si entrava se si faceva la  tessera e si pagava per affittare i campi di calcetto o per vedere le partite su Sky; Novelli parla di ruolo egemone del Pci che ha agito “operando sulla realtà (asili, scuole materne, servizi sociali, tempo libero)”: peccato che non conosca come sia degenerata la situazione delle scuole e dei servizi sociali in quartiere, non sia mai stato nelle Medie (Quasimodo e Orione) degli anni ’80 e ’90, non abbia visto che sorta di riformatorio erano, con pluriripetenti di 16/17 anni ancora in prima media, altissimo abbandono scolastico, aggressioni, violenze, portatori d’handicap abbandonati a se stessi e alle famiglie e un corpo docenti in massima parte ridicolo; non comprende che i servizi sociali hanno da sempre trascurato le tante forme di disagio familiare e mai, dico mai, hanno assunto un atteggiamento di premura nei confronti della cittadinanza; si scorda del tributo pagato dal quartiere alla droga; come fa a non leggere i dati della disoccupazione, soprattutto giovanile (antico retaggio di un’infamia escludente che non dava lavoro a chi diceva di provenire dalle Vallette?), come può non rendersi conto che dal brutto, dal trascurato, dall’abbandonato a se stesso, dalla mancanza di mediazione a 360° non possa in nessun modo nascere partecipazione, bellezza, senso di comunità?
Novelli non è mai stato dentro i palazzoni popolari dell’Atc, non ha mai respirato l’odore negli androni, in ascensore, non ragiona sulla bruttezza di queste case;  non ha mai osservato gli orti abusivi, i prati incolti, i beni comuni vandalizzati, le manutenzioni assenti; non ha seguito l’involuzione del quartiere nel tempo, il suo spegnersi lentamente, avvolto dall’apatia e dall’inedia, il suo invecchiare escludendo possibilità di azione, progetti, partecipazione: da dormitorio a ospizio; negli ultimi anni, infatti, che le Vallette non sono più cuccia di lavoratori ma enorme casa di cura a cielo aperto, dal momento che l’attrito sociale e la devianza si sono drasticamente smorzate, perché i giovani rimasti sono pochi (e quasi tutti disoccupati cronici e depressi), ancora meno è apparso necessario a politici e fini pensatori come Novelli intervenire per operare un cambiamento, una trasformazione, una rivitalizzazione: d’altronde, perché mai, dal momento che non ci sono neanche più quei pochi a chiedere, protestare, lottare?
Novelli, tutta questa realtà, la liquida come “diseguaglianza sociale”. Una formuletta. Una parolina magica. Che copre tutto, tutto avvolge e non dice nulla. Per lui, poi, è tutta colpa del fatto che abbiano chiuso le sezioni di partito, e il risultato è il voto di protesta, la stupida, sorda, ingenua “illusione del cambiamento”.
Facile, eh, come analisi. Facile e scorretta, viziata dalla solita, immortale arroganza della sinistra da salotto.
Per lui, la conseguenza ultima dell’allontanamento del partito dalla vita sociale del quartiere sono solo “piccole fazioni correntizie, molto impegnate a farci la guerra vicendevolmente”. Tutto qui: le fazioni che si fanno guerra! Non la pluriennale gestione scriteriata della circoscrizione (con tra l’altro l’ultima giunta – Presidente Pd compreso – indagata per riunioni fantasma per cui tutti percepivano rimborsi) che ha sempre e tenacemente trascurato le Vallette e mai sostenuto iniziativa alcuna, se non di facciata e col contagocce (e questo quando vi era un amministratore locale “illuminato” che aveva qualche margine di manovra individuale, ma mai scelte organiche, durature, strutturate).

Oggi, per i commentatori di sinistra, quindi l’analisi è questa. Un popolo stupido, ingenuo, manovrato da forze occulte che si è lasciato abbindolare con “l’illusione del cambiamento”. I commenti sono pieni di parole come “paura”, “catastrofe”, “disastro”, “rovina”. Ma permettete che vi mostri una foto:
foto vallette seggi

Questa immagine, sfocata e buia (così stridente da quelle brillanti, patinante, in pizzerie chic e con l’hashtag pd #NoiAbbiamoVotatoFassino), ritrae un gruppo di cittadini del mio quartiere, quello dove sono nato e cresciuto e vissuto per più di trent’anni. Guardatela bene: cercate di decifrare volti, atteggiamenti, espressioni. Quando parlate di “paura”, commentando la situazione da oggi in avanti, queste persone dovrebbero rappresentare l’oggetto della vostra paura.
Al centro c’è Deborah Montalbano: è un’attivista del Movimento Cinque Stelle, è stata eletta consigliere comunale, la prima donna consigliere comunale che proviene dalla Vallette. È una ragazza dinamica, un po’ rude nei modi, la cicca sempre in bocca, la voce roca. Lavora nel bar della piazza del mercato del quartiere, quello che una volta si chiamava Cantine Pia (il posto dove nel mio romanzo Festival Maracanã ai protagonisti viene in mente l’idea del festival). Si è spesa tantissimo: in quartiere tanti le vogliono bene.
Queste persone sono state ritratte nella notte di domenica fuori dalla scuola elementare Gianelli, la mia scuola dell’infanzia, dietro al capolinea dei pullman. Stanno aspettando lo spoglio delle schede e i risultati.
A voi non dirà nulla questa foto, a me tantissimo.
In mezzo a loro, tra i tanti che conosco, c’è una persona: si chiama Sergio, è un amico, non più giovanissimo e che mi conosce da prima che nascessi, amico dei miei genitori allora neanche sposati. Sergio è un batterista ed io e mio fratello suonammo con lui per diversi anni. Rappresenta una delle figure più folcloristiche del quartiere. Tutti lo conoscono e lui conosce tutti. È un uomo mite, piccolino, spesso un po’ schernito per via di un difetto fisico, una di quelle figure tanto spesso presenti nei paesini e nei quartieri popolari, che raccolgono simpatia ma poi li si considera poco.
Sergio è un amico ed è anche un simbolo. Di un piccolo, concreto riscatto.
Sergio, come tanti nel quartiere, ha potuto partecipare. Per la prima volta. Finalmente. Lo vedevi al banchetto (perenne, in pratica) dei Cinque Stelle in piazza Montale, discutere, dire la sua, fermare le persone, chiedere di firmare o prendere un volantino.
A Sergio, come a tutti gli altri, nessuno mai aveva chiesto: “vuoi partecipare?”. Mai. Ma mai mai. Sempre escluso, da tutto, da ogni benedetta scelta, iniziativa, proposta. Sempre tenuto ai margini, continuamente ignorato, costantemente scavalcato. Con spocchia, arroganza, cattiveria.
Fino ad oggi. Oggi che è stato semplicemente accolto. Eccola la parola magica vera: accoglienza. Il Movimento Cinque Stelle ha vinto, e nella mia circoscrizione in maniera schiacciante, perché ha accolto. Le persone, tutte, e le loro idee.
Io non sono un attivista del Movimento, magari non lo è neanche Sergio (sinceramente non lo so), ma il “miracolo” a Torino non è stato un miracolo. Ci si è semplicemente ripresi una voce, un ruolo, un agire che mai ci erano stati concessi prima. Nessun partito, Pd in primis, ha mai voluto e cercato di accogliere le persone come hanno fatto i 5 stelle. E lo sa bene chi ci ha provato, in passato, con forza e tenacia e pazienza: io, ad esempio.
I Cinque stelle invece, sono partiti da un semplice, banale, presupposto: sul territorio che vivo, io sono il primo a dovere e potere dire la mia. In prima persona, senza ostacoli, barriere, filtri, gerarchie. E dico la mia perché lo conosco, il territorio che vivo. Lo abito, ci lavoro, ho le mie relazioni, i miei affetti, i miei ricordi, il mio futuro.
Il tanto dileggiato uno vale uno, fa meno ridere se si trasforma in “il voto di Sergio vale quanto quello di Novelli”. Il Novelli che parla, anche di Sergio, e analizza senza sapere e senza volere realmente capire.
Sento e leggo tanti commenti indignati, spaventati, snobistici: non voglio entrare in queste discussioni. Non voglio cambiare idea a nessuno. Io so le cose come stanno, soprattutto nella periferia che conosco bene (e non solo la mia). Ho cercato di spiegarlo con questa nota. Mi basta questo.
Ma una cosa la voglio dire, ai commentatori che nulla sanno di periferia e però parlano, parlano, parlano: andate tutti a fare in culo, a nome mio e di Sergio.

Profeti e profezie

“Qualche vanerello ha proclamato per l’ennesima volta la disfatta della scienza. Chimica applicata ai gas asfissianti, lacrimogeni, ulceranti; meccanica applicata ai cannoni di lunga portata… Sì, ma anche la zappa può spaccare i crani, la scrittura può anche servire a falsificare cambiali e a stendere lettere anonime… E non perciò si proclama la disfatta dell’agricoltura e della calligrafia.
La scienza ha il compito disinteressato dì rintracciare rapporti nuovi tra le energie, tra le cose. Fallisce solo quando diventa ciarlataneria. Gli uomini si servono dei ritrovati per straziare e uccidere invece che per difendersi dal male e dalle cieche forze naturali? Entra in gioco una volontà che è estranea alla scienza, che non è disinteressata, ma dipende intrinsecamente dalla società, dalla forma di società in cui si vive. Il ritrovato scientifico segue la sorte comune di tutti i prodotti umani in regime capitalistico; diventa merce, oggetto di scambio e quindi viene rivolto ai fini prevalentemente propri del regime, a straziare e distruggere.
Ecco che il dottor Carrel ha aperto una via nuova alla chirurgia: le possibilità di innesti umani si moltiplicano.
Non siamo ancora giunti all’intensità prevista da Edmondo Perrier: l’innesto del cervello, uso degli organi sani dei cadaveri da sostituire nei viventi ai corrispondenti organi logorati. Siamo ancora lontani dalla vittoria scientifica sulla morte promessa da Bergson: per ora la morte è la trionfatrice e per trionfare piú rapidamente si serve con prodigalità della scienza e dei suoi segreti. Ma arriveremo. La vita diventerà anch’essa una merce, se il regime capitalistico non sarà stato sostituito, se la merce non sarà stata abolita.
Secondo una comunicazione fatta all’Accademia di medicina di Parigi, il professore Laurent è riuscito a sostituire il cuore di Fox con quello di Bob, e viceversa, senza che i due innocenti cani abbiano troppo sofferto, senza turbare per nulla la vita del viscere delicato. Da questo momento il cuore è diventato una merce: può essere scambiato, può essere comprato. Chi vuol cambiare il suo cuore logoro, sofferente di palpitazioni, con un cuore vermiglio di zecca, povero, ma sano, povero, ma che ha sempre onestamente palpitato? Una buona offerta: c’è la famiglia da mantenere, l’avvenire dei figli preoccupa il genitore; si cambi dunque il cuore per non apparire di esserne sprovvisto.
Il dottor Voronof ha già annunziato la possibilità dell’innesto delle ovaie. Una nuova strada commerciale aperta all’attività esploratrice dell’iniziativa individuale. Le povere fanciulle potranno farsi facilmente una dote. A che serve loro l’organo della maternità? Lo cederanno alla ricca signora infeconda che desidera prole per l’eredità dei sudati risparmi maritali. Le povere fanciulle guadagneranno quattrini e si libereranno di un pericolo. Vendono già ora le bionde capigliature per le teste calve delle cocottes che prendono marito e vogliono entrare nella buona società. Venderanno la possibilità di diventar madri: daranno fecondità alle vecchie gualcite, alle guaste signore che troppo si sono divertite e vogliono ricuperare il numero perduto. I figli nati dopo un innesto? Strani mostri biologici, creature di una nuova razza, merce anch’essi, prodotto genuino dell’azienda dei surrogati umani, necessari per tramandare la stirpe dei pizzicagnoli arricchiti. La vecchia nobiltà aveva indubbiamente maggior buon gusto della classe dirigente che le è successa al potere. Il quattrino deturpa, abbrutisce tutto ciò che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce.
La vita, tutta la vita, non solo l’attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell’attività, si distacca dall’anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno.”

Antonio Gramsci, “Sotto la Mole”, Avanti 6 giugno 1918

Di bilanci sbilanciati

Non sono bravo a fare i bilanci. Falso sempre tutto per colpa della mia memoria. Se ciò che mi é capitato da poco é stata una cosa bella, il bilancio dell’anno intero mi pare buono. Viceversa, se brutta, l’anno pare una merda.
Mi sforzo. Impegno la mia memoria. Cerco di essere onesto, preciso, oggettivo.
Nel 2015 ho finito di lavorare. La disoccupazione non é ancora arrivata (e sono tanti mesi). In questo momento ho, in tutto, circa 47€. Ma a febbraio ho fatto un viaggio favoloso in Birmania. A settembre ho visto la Grecia e profughi accampati sulle spiagge di Bodrum e nel porto di Kos.
Devo dare l’equivalente di una Golf turbo al dentista.
Ho vissuto l’esperienza di accudire delle mucche.
Ho conosciuto un bambino splendido.
Ho lavorato in un asilo pieno di bambini stranieri.
A parte un persistente dolore ad una costola, procuratomi cercando di recuperare dei libri buttati in un cassonetto, son stato bene.
Uva sta bene, e il suo problema all’orecchio che tanto ci ha fatto preoccupare in estate, é scomparso.
Cri sta bene, e la notte cerca le mie gambe con le sue per intrecciarci; i miei stanno bene, gli amici stanno bene. Alcuni si sono traferiti, ma ci sentiamo e li porto dentro, dove li ho sempre tenuti.
Ho conosciuto gente nuova, ho giocato poco a calcio. Ho scoperto musica che ascolterei continuamente. Ho letto un botto.
Ho fatto più sogni che incubi. É inverno, ma il freddo é umano. Ho adorato il caldo supremo di luglio.
Stasera passerò l’ultimo dell’anno insieme a coloro con cui sto, pian piano, realizzando un piccolo grande sogno.
Sono vivo, innamorato, giovane, so scrivere, amo ridere, non mi dispiace piangere.
Ci sono ricascato: che anno meraviglioso é stato! Solo il prossimo sarà meglio.

L’ultimo blue jeans

L’ultimo jeans color jeans conosciuto pare essersi estinto in Lituania nel 2001. Apparteneva a tale Franco Vytautas, nullafacente di Kaunas, che lo aveva acquistato, usato, in un mercatino delle pulci domenicale per un centinaio di Litas (la moneta ufficiale della Lituania prima dell’adozione dell’Euro) che aveva rubato dal salvadanaio a forma di Putin del fratello Enrico (ma questa è un’altra storia). Era un jeans Levi’s 501, colore blu jeans appunto, il blu standard che tutti noi conoscevamo, con un lavaggio tipico che lo rendeva leggermente slavato e sdrucito. Rappresentava l’archetipo dei jeans, e le case produttrici, da tempo immemore, lo realizzavano in quel modo in grandi quantità. Poi, evidentemente, successe qualcosa di inspiegabile intorno alla fine degli anni ’90. Comparvero jeans di ogni foggia, dimensione, taglio e soprattutto colore. Rosa, verdi, viola, gialli, azzurri, a zampa, a sigaretta, storti, con la vita bassissima, con il culo largo, ma soprattutto quelli di un blu che non era più il blu archetipico dei blue jeans. Era un blu finto, grossolano e, seppur declinato in tante gradazioni diverse, non si avvicinava minimamente al blu storico. Stesso discorso per le diverse sfumature di scolorimento: troppo accentuate sulle cosce, sul culo, al fondo, troppo bianche; per non parlare degli strappi: artificiosi, fin troppo regolari, affettati insomma. C’è chi dice che fu tutta colpa dei cinesi, con la loro mania di copiare, male, le robe nostre. Chi, invece, parla di una ciclico estinzione naturale; molto seguito ebbero, dal 2002 al 2005, le teoria complottiste che ritenevano responsabili della tragica scomparsa: 1) gli alieni (che avrebbero fatto incetta del prezioso tessuto di cui si cibano) 2) le scie chimiche (che avrebbero letteralmente disciolto i jeans tradizionali nell’aere) 3) gli Arabi (per una fin troppo evidente posizione anticapitalistica e antiamericana) 4) le multinazionali di ogni settore (che si sarebbero alleate segretamente per l’impresa della quale, però, non si conosce il senso) 5) la politica (come sopra). Quello che si sa per certo è che l’ultimo jeans blu jeans, fece una fine orribile: venne buttato da Franco Vytautas in un campo di patate ai margini della città, in quanto il ragazzo aveva acquistato (rubando i soldi questa volta direttamente dal portafoglio del cugino Orlando) un jeans di marca Zara e sostituito con questo l’ultimo vero blue jeans. Il jeans rimase esposto alle intemperie per ben sette mesi, sotto la pioggia, la neve, il vento, la grandine, il sole, la nebbia, la brina (in Lituania, si sa, c’è un tempo molto variabile che tecnicamente si definisce “di merda”), fino a quando Mario Petrauskas, un contadino non in regola e proprietario di un orto abusivo, lo trovò tutto sommato ancora in condizioni decenti (ah, i vecchi modelli!) e decise di farne accessorio per lo spaventapasseri che aveva appena assunto in nero (i Lituani preferiscono assumere individui per questa mansione, piuttosto che realizzare un fantoccio inanimato: in questo caso, Mario scelse un Lettone, Arturo Ozolinş Turoldo, decisamente più economico dei suoi concittadini lituani, a cui corrispondeva un salario mensile di 23€ e dodici patate). Il jeans, quindi, venne indossato ancora per due settimane scarse, fino a quando lo spaventapasseri lettone si licenziò senza preavviso e scappò in Costa Rica dove adesso gestisce una piccola centrale nucleare. Per tagliare del tutto i ponti con il suo umilissimo passato, cambiò il suo nome in Jack Ozolinş Turoldo e, ovviamente, si liberò del jeans. Pare, ma le testimonianze sono discordanti e sommarie, che seppellì il pantalone in un terreno poco distante dalla ferrovia di Kaunas. Successive indagini non hanno portato però al ritrovamento del prezioso indumento: il Lettone, raggiunto da alcuni studiosi in Costa Rica e interrogato, non seppe (o non volle) rivelare il luogo preciso del seppellimento. Storici della moda, esperti di abbigliamento e semplici appassionati non esitano a manifestare tutta la loro preoccupazione per un pezzo della nostra storia che si è smarrito per sempre e che minaccia, con la sua scomparsa, di cancellare perfino la memoria storica di ciò che abbiamo indossato per decenni. All’ultimo convegno organizzato dalla “Associazione mondiale protezione jeans storici” a Biella, dal titolo “C’era una volta il vero jeans”, personalità di fama internazionale hanno messo in guardia giovani e non sul rischio sociale che la perdita di una memoria così importante potrà ripercuotersi sullo sviluppo della nostra società. “Vedere giovanotti che si mettono pantaloni fosforescenti al posto dei vecchi amati blue jeans blu, fa male al cuore” ha dichiarato Han Peter Casazza, sociologo dei tessuti di Francoforte. “La cosa che spaventa di più” ha aggiunto Lucia Hermanns, casalinga professionista, “è il negazionismo: sul pullman sento sempre persone, anche anziane, dire che i blue jeans colore blu classico non sono mai esistiti! Questo è davvero inaccettabile: chi si ricorderà di loro, quando noi non ci saremo più?”. Le fa eco, allarmato, Giovannino Magnusson, 54 anni, Presidente dell’GAJIO di Medjugorje (Gruppo Autonomo Jeans Internazionali Ortodossi) quando sostiene che  “le nuove generazioni andranno sicuramente incontro a sciagure indicibili: si inizia dal jeans, chissà dove si va a finire!”. La politica sembra insensibile al problema: a livello internazionale l’Onu pare non prendere neanche in considerazione il dramma, e in Italia solo il Movimento 5 Stelle ha indetto un referendum per la salvaguardia e l’estensione “del jeans tradizionale di cittadinanza” per tutti gli Italiani. Finora sono state però raccolte solo 4 firme.

Angelo di fango

A fine ottobre 1994 credetti di essermi innamorato di una ragazza dopo averla vista una sola volta. Avevo 17 anni, ero molto ingenuo ed entusiasta.
La ragazza in questione, credo si chiamasse Claudia ma potrei sbagliarmi, viveva in un paese sulle sponde del Tanaro.
Il Tanaro, ai primi di novembre straripò di brutto. Molti paesi furono gravemente colpiti, tra cui quello della ragazza di cui credevo di essermi innamorato.
Decisi di andare a trovarla.
“Non si può” dicevano tutti “i paesi sono isolati”. Non mi scoraggiai. A 17 anni non ci si scoraggia per queste piccole cose, soprattutto quando credi di essere innamorato.
Scoprii che da Settimo la domenica mattina alle 6 in punto un camion di volontari sarebbe partito alla volta proprio di Canelli, il paese della ragazza di cui credevo di essermi innamorato.
“Mamma, papà vado a fare il volontario nei paesi dell’alluvione” dissi ai miei.
Mio padre mi accompagnò quella domenica mattina dubbioso: sapeva il mio reale intento. Non avevo nessuna intenzione di prendere una pala in mano, figurarsi spalare fango tutta la domenica. Volevo imbucarmi su quel camion, arrivare nel paese, scendere dal camion, dileguarmi, raggiungere la ragazza, stare con lei. Mi sarei ripresentato alla fine della giornata per il passaggio di ritorno.
Gli altri volontari mi guardarono con la stessa perplessità di mio padre: sembravo vestito più per un appuntamento galante che per una dura giornata di lavoro.
Partimmo. Arrivammo alle porte di Canelli. L’esercito davanti ad un ponte crollato.
Non si entra, passa solo l’esercito. Paese isolato, dirigetevi su Rocchetta Tanaro, paese vicino, lì si può andare a spalare. Non ci potevo e volevo credere. Provai a corrompere l’esercito perché mi portasse. Niente da fare. Questa è la pala.
Non avevo cellulare. La linea non ci sarebbe stata. La ragazza di cui credevo di essermi innamorato mi avrebbe aspettato invano.
Spalai tutto il giorno. Tolsi secchiate di fango, non avevo mai visto così tanto fango in vita mia. Il fango portato da un’alluvione non è fango normale: è una specie di cemento con dentro tutto. Rami, oggetti, pietre, copertoni, pezzi di metallo, rifiuti. E’ una sostanza densa, appiccicosa, maleodorante. Non ha manco il colore del fango.
Rocchetta Tanaro era una paese fantasma, triste, freddo, devastato. La gente era silenziosa, non piangeva neanche. Si lavorava. Io odiavo tutti: gli altri volontari in primis, poi l’esercito, gli abitanti del paese, la croce rossa, la pioggia (che continuava, non smise un secondo), il fango, il cielo, dio, la madonna, il piemonte, me stesso.
Un signore ci regalò delle bottiglie di vino per ringraziarci di averlo aiutato a spalare a casa sua. L’aprimmo, bevetti: fango pure dentro la bottiglia.
Non so come e perché, ma la giornata finì. Era buio, freddo, ed io ero sporco, i vestiti danneggiati per sempre, arrabbiato, stanco. Tornai indietro non sul camion, – troppo pieno -, ma grazie al passaggio di un uomo che aveva un Fiorino bianco pieno di vestiti usati: mi sistemai nel retro, in mezzo a quegli abiti.
Allora, ricordo, nessuno mi chiamo pomposamente “angelo del fango”: un po’ per il ben noto basso profilo piemontese e un po’, temo, perché avevano scoperto la mia “meschina” intenzione. Insomma, non avrei mai meritato quel celestiale appellativo, nonostante, alla fine, quel figlio di puttana di fango io l’avevo spalato come gli altri.
Quella ragazza non la rividi più. E comunque non mi amava. Credetti di stare male per questo. Poi mi dissi che, comunque, era un po’ troppo in carne per i miei gusti.

Fiducia

Non ho simpatia per Renzi.
Ma questo significa poco: non ho simpatia neanche per l’inverno, i gatti, il fegato con cipolle, la Ztl, i rasoi usa e getta e, credo, un milione di altre cose eppure ciò non porta come conseguenza il fatto che tali cose debbano sparire dalla faccia della terra. Ne mi aspetto che spariscano solo per il fatto che a me non piacciano.
Ma la cosa che davvero non mi piace (e mi spaventa), più di tutto è sentire e leggere che “se fallisce Renzi, non c’è nessuna altra possibilità di salvarci”.
Non ci credo, e anche se mi mostrassero altissime probabilità che ciò si verifichi, ottusamente cercherei di non crederci e sosterrei il contrario, col pensiero e con l’azione, e inviterei tutti a farlo.
Questo senso assoluto di sfiducia che pervade ognuno di noi è la crisi.
La mancanza di un’aspettativa, la scomparsa di un orizzonte nel quale proiettarsi, agire, progettare, costruire. L’annullamento del futuro.
La crisi è negare l’eventualità di una svolta, che la provochi un qualche politico o che venga dal basso, dall’azione comune di cittadini che fanno il loro dovere, fosse anche il prodotto di una congiuntura favorevole di situazioni fortunate, addirittura figlia di un atto della provvidenza divina, misterioso e segreto.
La crisi è accettare che non ci sia alternativa, via d’uscita, salvezza.
Non voglio con questo sminuire o giustificare il comportamento scriteriato di chi ci governa da sempre. Ci mancherebbe. Ma la politica non potrà mai essere un alibi per la nostra rassegnazione: fosse così, dentro al fascismo saremmo rimasti per sempre. Invece gli italiani di allora, ad un certo punto, hanno alzato la testa e si sono ripresi la loro vita.
Io non so come si possa uscire da questa situazione, temo non lo sappia di preciso Renzi, né il M5S, né Obama o chiunque altro su questo pianeta.
Ma di sicuro so che se lasciamo andare via l’immaginazione e la speranza di una situazione migliore, perderemo tutto, perfino la capacità di riconoscere la salvezza quando questa tornerà e goderne.

C’è posta per noi

Ieri sera sono stato a casa a guardare la tv.
Capita a gente come me che ha la carta d’identità ancora fatta di papiro.
Stavo guardando un film di guerra, già iniziato quando mi ci sono messo davanti e così, per principio (tanto non sto capendo un cazzo: sapevo solo che avrei dovuto tifare per alcuni soldati  tedeschi), cambiavo canale.
Il sabato sera in tv è come rovistare tra gli scaffali di un autogrill d’agosto. Ci trovi robe che non troveresti mai da altre parti, e che soprattutto non compreresti mai in altre occasioni.
Ho visto stralci di “C’è posta per te”.
Premessa: avevo già guardato qualche volta il programma. Ma non con sufficiente attenzione, evidentemente.
Ieri sera mi ha colpito in modo particolare. Ho visto fondamentalmente quattro casi (uno di essi in maniera incompleta). Mi hanno fatto capire alcune cose decisive.

a) Da scrittore, ho ancora tantissimo da imparare.
Se la mia idea di trama, di plot come si dice adesso, pensavo la si dovesse desumere da Tolstoj, da Dostoevskij, da Bolanõ, da narratori complessi, abili, che mettevano carne su carne sul fuoco dell’attenzione del lettore, che edificavano cattedrali di intrecci, di svolte, di incroci, di regressioni, di anticipazioni, dialoghi complessi, raffinati, pregni di senso, che stavano attenti al dettaglio, alla sfumatura, che approfondivano la psicologia perfino del personaggio minore, che scrutavano con una lente di ingrandimento la psiche e i sogni e i segreti dei loro soggetti, insomma se pensavo che si dovesse fare questo per essere un narratore, mi sbagliavo. E di grosso.
Maria De Filippi mi ha insegnato che basta rappresentare pochi, pochissimi elementi per creare una trama.
Questi elementi sono: riconoscenza e separazione; i personaggi sono ridotti all’essenziale, caricature, maschere: madre e figli, marito e moglie, amanti, parenti, gente comune per eccellenza insomma che, per dire ciò che ha da dire, si serve della tv e delle lacrime, della mediazione intellettuale di questa donna fredda, potente psicologicamente, ricattatoria e, spesso, di un personaggio celebre, che sbuca all’improvviso a memento perenne della inferiorità di queste persone.

b) Questi elementi base (riconoscenza e separazione, declinati in forme varie) vanno diluiti, gestiti con attenzione, finta specificità, dosati, forzati, “narrati”: il vero messaggio che i protagonisti di un caso hanno da dirsi, lo scrivono quelli del programma (si assomigliano per stile e contenuto) e lo legge la donna bionica, fredda e prepotente psicologicamente. Il pubblico, come nelle arene romane, parteggia per uno o per l’altro dei soggetti coinvolti, non sempre per quello che viene chiamato a decidere se “alzare o meno la busta”.
La donna bionica non solo sa trattenere le lacrime, altrimenti scontate perché tutto viene strutturato al fine di esse, ma interviene, orienta, forza, prende le veci, intellettualizza la richiesta accorata ma spesso illogica, irrazionale, sentimentalmente sgrammaticata della persona che si è rivolta a lei. E’ un atto molto violento, supportato ripeto da un pubblico vociante e dalla sua forza di persuasione quasi ipnotica, dalla sua autorevolezza, dalla sua influenza.
Di fronte a risposte emotive plateali, molto nette, decise (“Non voglio aprire la busta”), Maria De Filippi non si arrende: insiste, gira intorno, propone altre argomentazioni, sminuisce la portata del problema che ha portato ad una situazione, passa sopra il disagio, l’imbarazzo, la decisione di questa gente. Questa gente che, è bene dirlo, accetta in maniera kafkiana le regole e il contesto e si esprime attraverso le prime, rispettando il secondo: non c’è nessuno che si alza e se ne va, semplicemente, non accettando quella forma di violenza, facendo l’unica cosa sensata possibile.
No, tutti entrano nel meccanismo e debbono “lottare” per svicolarsi da quella stretta emotiva. In tv, davanti a milioni di persone, davanti ad uno studio pieno di gente, incalzati dalle argomentazioni di un personaggio pubblico molto popolare, di fronte alla pubblicizzazione della loro vicenda umana, di aspetti di essa decisamente personali, fragili, tendenzialmente riservati e  indicibili.
La gente accetta il processo come lo accetta Joseph K. Uso la parola processo non a caso: di questo si tratta. Ha tutte le forme esteriori (leggermente camuffate) e i rituali di un processo. C’è un giudice, un tribunale, una giuria popolare, un colpevole, una vittima, un perdono.
Anche quando non si tratta di casi di separazione per colpa, in cui appare plateale la richiesta di perdono, si tratta sempre di una sorta di “risarcimento”.

c) Maria De Filippi sta, lentamente, rivoluzionando la grammatica degli affetti delle persone. Si tratta proprio di linguaggio, verbale e non.
Il programma, seguitissimo e di lunga data, opera nel vocabolario affettivo delle persone, incanalandolo in una espressività standardizzata, fatta di lacrime, sospiri, parole topiche, sguardi contriti, umiliazione, stupore, gesti plateali. C’è tutto un campionario che le persone assorbono, imparano, eseguono.

d) Nessuno si sente indignato, ferito, umiliato dal fatto che per esprimersi e sentirsi dire certe verità, occorra il medium (il mezzo, la mediazione) televisivo. Nessuno si scandalizza che la confessione più intime avvenga davanti ad un pubblico sterminato. Nessuno trova assurdo che i panni sporchi vangano mostrati, discussi, dibattuti e, in qualche modo, lavati (all’apparenza: cosa succede al ritorno alla realtà?) in pubblico. La cancellazione del pudore (parola e concetto bellissimi) è una forza, un’arma, l’estrema ratio. Ci si rivolge a Maria come una volta ci si rivolgeva alla Madonna, nell’odore di candele inginocchiati su di un banco di legno.

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La cucina italiana

C’è un ristorante aperto da tanti anni. Ha sempre avuto gli stessi soci proprietari, lo stesso personale, stessi camerieri, stessi cuochi e direttori nominati che, facendosi lotte interne, si sono succeduti alla sua guida. Il ristorante in questione, chiamato Piatti Delicati, ha praticamente sempre perso nella sfida contro il ristorante rivale chiamato Fritture Indigeste, gestito da un proprietario più ricco, più potente, più spregiudicato, che, nonostante servisse cibo scadente, riusciva ad attrarre più clienti in assoluto.
Il ristorante Piatti Delicati si scopre che non ha mai realmente fatto concorrenza al rivale: ha sempre cucinato male, sciattamente, non ha mai risposto alle offerte scandalosamente false del concorrente, non si è mai curato di coltivare un rapporto coi suoi clienti, ha sfruttato i suoi camerieri, ha tradito la filosofia del “mangiare sano” che avrebbe dovuto contraddistinguerlo, si è avvinato, pericolosamente, ai modi e agli atteggiamenti del ristorante Fritture Indigeste.
Qualche critico culinario, negli anni, ha fatto presente questa cosa, segnalandola in recensioni spietate e crude: il ristorante però ha fatto spallucce e ha continuato verso la sua decadenza.
Direttori si sono succeduti negli anni, ognuno promettendo drastici cambiamenti, rinnovamento del personale e dei locali, inclusione di ricette più sane nel menù. Qualcuno, per due volte ma per brevissimo tempo, sembrò riuscire nell’intento di superare il rivale storico: ma venne sempre cacciato dagli altri proprietari per la gioia del padrone di Fritture Indigeste, che così rivinceva l’ennesima sfida culinaria. La città si riempie della puzza di cibo scaduto e olio fritto scadente. Da fuori, nessuno viene a mangiare nella città. Eppure la collettività è costretta a sostenere economicamente questi due ristoranti, pur non frequentandoli.
Ad un certo punto, alcuni clienti insoddisfatti fondano un movimento di consumatori e chiedono di vederci chiaro: perché nella loro città ci sono solo quei due ristoranti? (in realtà ci sarebbero altri piccoli ristorantini, ma sono di fatto vicini se non emanazioni di Piatti Delicati o di Fritture Indigeste: alcuni sono per le solite quattro ricette del passato, altri non vogliono assolutamente cibi esotici). Come vengono gestiti questi ristoranti? Chi li sostiene? Cosa c’è dietro?
Questi cittadini vanno a spulciare nelle cucine dei suddetti ristoranti: scoprono scarsa igiene, incompetenza ai fornelli, accordi equivoci tra le due proprietà, strani giri di soldi e di alimenti.
Chiedono spiegazioni. Il cibo proposto non solo fa schifo, ma risulta dannoso per la salute. Propongono alternative. Dichiarano che d’ora in avanti mangeranno solo panini fatti in casa.
Come risposta ottengono questo: Piatti Delicati e Fritture Indigeste si mettono palesemente d’accordo, e cercano in tutti i modi di allontanare, o perlomeno zittire, il movimento di consumatori. Fondano una specie di Associazione di Ristoratori con l’intenzione di guidare le scelte gastronomiche della città. Piatti Delicati dichiara apertamente di volere il bene dei clienti e decide di cambiare: assume un nuovo direttore, uno giovane, spigliato, la battuta pronta. Il menù però non viene cambiato in niente, se non in promesse roboanti di stravolgimenti abbastanza campati in aria, che difficilmente paiono realizzabili.
Questo direttore, tra l’altro, come prima mossa appena insediatosi, invita a cena il proprietario pregiudicato del ristorante “avversario” (eh sì, perché nel frattempo si è scoperto e accertato che il padrone di Fritture Indigeste ha fatto le peggio porcherie: ha evaso le tasse, usava il locale come bordello, corrompeva i camerieri dei ristoranti “rivali” e tante altre meschinità), e insieme decidono come si debbano spartire i clienti in futuro.
L’Associazione tra i due ristoranti promuove intanto promozioni che paiono orientate a favorire i clienti più ricchi escludendo di fatto quelli meno abbienti (eliminano il menù a prezzo fisso del pranzo, consegnano buoni pasto gratuiti a chi possiede tanti soldi, uno chef si permette addirittura di telefonare a funzionari pubblici affinché si scarceri un’amica cliente con la scusa che sia denutrita e altre meschinità varie).
Gli anni passano, cambiano superficialmente i cuochi ai fornelli, gli addetti in sala, i cassieri, i pr ma  le recensioni sono sempre negative (nonostante il Presidente dell’Associazione Ristoratori non perda occasione di magnificare il loro operato) e soprattutto nei piatti c’è sempre la solita merda, avariata e indigesta.
Grazie all’accordo tra i due ristoranti, nell’immediato futuro pare che il padrone di Fritture Indigeste possa vincere ancora e dettare sempre più legge nelle scelte gastronomiche della città: riempire le mense pubbliche, le cucine degli ospedali, delle scuole, delle fabbriche con i suoi alimenti avariati. Il tutto con la palese complicità del nuovo direttore di Piatti Delicati.
Il movimento dei consumatori, disgustato da questa situazione, protesta, strepita, insulta anche esagerando. Viene bollato come eversivo.
Ormai in città ci sono troppe persone con la cirrosi epatica, il fegato spappolato, obese alcune, denutrite tante altre, ma soprattutto quasi tutti con l’idea che non possa esserci altri cibo possibile. Si fidano del nuovo direttore di Piatti Delicati (un Toscano, che diamine! Una tradizione culinaria di livello superiore!), credono ancora di trarre vantaggi dai volantini promozionali del padrone di Fritture Indigeste.
La città sprofonda sempre più nelle classifiche nazionali e internazionali.

La domanda è questa: perché si va ancora a mangiare in questi ristoranti?

Zingari

Gli zingari (e mi scusino tutti se uso genericamente questa parola: semplifico e mi dispiace) sono odiati da sempre e da tanti. Nel lager nazisti, per fare un esempio, oltre agli ebrei, i dissidenti, gli omosessuali, c’erano anche gli zingari. Per descrivere l’olocausto loro usano la parola Porajmos o Porrajmos che significa “grande divoramento” (e che trovo linguisticamente più incisiva).
Sono sporchi, delinquenti, vivono fuori dagli schemi, rubano, picchiano le donne, lasciano i figli allo stato brado, campano di furti, elemosina, truffe, di loro non ci si può fidare: queste le formule con le quali li si descrive, con le quali li si vorrebbe rinchiudere in una definizione definitiva e con le quali si crede di aver trovato un pretesto per esigere il loro allontanamento.
In italia dovrebbero essere sui 140 mila. Metà di questi sono di nazionalità italiana.
Questa metà, quindi, non può essere cacciata dal paese, in quanto l’Italia è il loro paese.
Puntualmente, quando esce una notizia riguardante gli zingari, essa ha sempre i connotati giusti per accrescere la diffidenza nei loro confronti. In questi giorni c’è la bufala delle case a loro regalate a Torino. Si è rivelata, appunto, una bufala ma nonostante questo non ha stemperato commenti e visioni decisamente inferociti nei confronti dei presunti “privilegi” di cui godono queste persone, a scapito ovviamente degli “italiani” (“quelli veri” spesso si aggiunge).
Non ho rapporti diretti con gli zingari, se si esclude: l’essere stato vittima di qualche loro furto ai danni del camper dei miei genitori; una divertita ed estemporanea partecipazione di alcuni bambini rom al festival che organizzammo alle Vallette e che è diventata la storia del mio ultimo libro; una fugacissima conoscenza di una ragazza durante le superiori, sempre silenziosa, sempre mesta, quasi sempre in disparte all’intervallo; l’accompagnamento della mia ragazza in tribunale per un processo intentato a due zingare che provarono a rubarle il portafoglio, senza successo; un acquisto di scarpe usate da una nonna e un nipotino rom al Balon, anni fa; l’essere stato testimone di un burrascoso rapporto di una donna del quartiere, italiana, con un uomo zingaro che finì in malo modo; il soccorso che alcuni di loro prestarono a mio padre dopo un incidente automobilistico; la convivenza negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza alle Vallette, ai margini della quale sempre molti di loro trovavano accampamento.
Come tanti, anche io non concedo mai loro l’elomosina (“tanto i soldi ce li hanno”), sto ben attento quando si avvicinano (“che non mi rubino o truffino”) e, probabilmente, non cercherei mai di forzarmi per conoscerli meglio.
Spero che questa lunga e verbosa premessa mi metta al sicuro dall’accusa di essere progressista a vanvera, umanitario per partito preso o, peggio ancora, buonista ipocrita.
Detto questo, penso però che una società che individua in un gruppo umano specifico “il problema” sia una società decadente, acida, corrotta, bugiarda, spaventata, egoista.
La ricerca spasmodica di un capro espiatorio (zingaro in primis e, per estensione, straniero, diverso, altro da me) non fa di noi cittadini più giusti: fa di noi persone più deboli.
Abbiamo assorbito i comandamenti della paura, li abbiamo introiettati ed orientati verso qualcuno che avrà anche delle colpe specifiche in determinate situazioni e contesti, ma a cui non può essere attribuita la colpa di essere ciò che è.
Quanti di coloro che giudicano perentoriamente gli zingari (o chiunque altro) hanno conoscenza diretta di queste persone? Quanti invece limitano la loro conoscenza a sporadici episodi come i miei?
Come non si fa a capire che la tolleranza (che non è sopportazione, bensì accettazione) non può essere a tempo ed esercitata solo nei confronti di determinate persone, escludendo tante altre?
La civiltà deve nutrirsi di universalità, altrimenti è vuota, falsa, interessata.
Il vero problema, nei confronti di chi devia, chiunque esso sia e a qualsiasi grado corrisponda questa deviazione dalla norma, è la tenuta di un sistema sociale (e di regole) nei confronti di questa deviazione: un collettivo umano che teme una minoranza, in realtà sta temendo la sua stessa coesione, il suo essere fatto di membri singoli, distratti e menefreghisti, ognuno teme la propria incoerenza, la propria nulla partecipazione alla vita democratica di un paese, la propria diffidenza, la propria paura, il proprio egoismo che sa, vede, tocca con mano, riflettersi in ognuno degli altri esseri che gli vive accanto. E sapendo questa deriva sì universale, è certo che la comunità non sia in grado di “sopportare” la minoranza.
Mi viene da chiedere, a me stesso a voi che, per gradi diversi ho come amici su fb: una società come questa allora, che senso ha? Che senso ha stare insieme se ciò significa compattarci solo quando bisogna andare contro qualcuno?

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Contro Wired

http://www.wired.it/attualita/media/2014/01/03/contro-lapologia-dilagante-dellignoranza/

Peccato che il giornalista, per portare avanti la sua analisi, utilizzi in pieno tutte le fallacie logiche (e oserei etiche) che condanna nella sua ispirata crociata contro una generica forma di ignoranza che, parrebbe, abbia investito la stragrande maggioranza del popolo italiano.
Innanzitutto la non rigorosità della sua analisi è stabilità già nella premessa.
Espressioni come “ho la percezione netta che”, “non ho modo di dimostrarla”, “servirebbe un’analisi rigorosa del fenomeno” e “ma la percezione resta” parlano da sole.
In pratica, nel condannare un certo tipo di atteggiamento conoscitivo, l’articolista lo usa in pieno: pressapochismo, superficialità, non rigore, ispirazione sovrumana, odio verso posizioni contrarie alla sua.
Dove sta la logica che auspica (addirittura sotto forma di corso obbligatorio) in questo modo di procedere?
Più avanti si supera, con la faziosità e il discorso “ispirato”: mette insieme delle voci rappresentati, secondo lui, forme di rivolta alla “cultura” dando per certo che:
a) esse siano in qualche modo una “parte considerevole dell’opinione pubblica” (su cosa sia l’opinione pubblica, in special modo oggi, si potrebbe dibattere per secoli);
b) esse siano, in realtà, una sola voce: la voce dell’ignoranza. Ma non dimostra che queste posizione specifiche siano riconducibili ad una stessa forma di pensiero: dove sono le prove che un rappresentante dei forconi sia anche a favore del metodo stamina, delle pretese animaliste, del Movimento 5 Stelle, della “rete” come forma primaria di democrazia, del popolo viola. Semplicemente accostandole, l’autore le pone su uno stesso piano di identità e di valore: ma non è così. Una cosa sono (stati?) i forconi, altro sono i malati che difendono il metodo stamina, altro ancora il M5S, il popolo viola, ecc cc. Diverse sono le motivazioni, le rivendicazioni, la forma mentis che anima queste realtà. Ma l’ispirato giornalista non vede (o non vuole vedere?) differenze, specificità, profondità alcuna. Sono, per lui, “quelli insomma che dicono basta alle forme del sapere riconosciuto, perché è sempre e comunque irrimediabilmente corrotto”.
Ecco il sempreverde “appello all’autorità”: che cosa sia il sapere riconosciuto, come si sia prodotto, quali siano nello specifico e nelle sua ramificazioni, quali siano i suoi limiti soprattutto, non viene minimamente accennato. D’altronde è il sapere riconosciuto, che diamine!
E così diamo il benvenuto ad un’altra famosissima (e conseguente) fallacia argomentativa: il falso dilemma. Far credere, cioè, che esistano SOLTANTO due alternative ad un problema, ed obbligare, in questo caso chi legge, a scegliere una delle due. Tertium non datur di Aristotelica memoria, insomma.
Quindi, ricapitoliamo: da una parte il Moloch del “sapere riconosciuto”, intoccabile e, a quanto pare, ineffabile (come Dio), dall’altra “il buon senso, il sapere popolare”. Pace se tra i sostenitori della fazione ignorante vi siano scienziati e tecnici, intellettuali e uomini di cultura: sono fuoriusciti sacrileghi dalla cerchia, ristretta, del sapere riconosciuto, sono apostati, eretici, sbandati. Sono gli ignoranti.
Il giornalista, va detto, prova a mettersi nei panni di questa sfortunata categoria umana: rintraccia colpa e responsabilità nella politica e di una generica “comunicazione” sbagliata. Peccato però non approfondisca abbastanza le posizioni della fazione che avversa. Certo, per un attimo sembra passargli per la mente che, se non addirittura la causa, perlomeno il contesto primario di tanta dilagante ignoranza possa essere la tecnologia. Ma la mano che lancia il sasso viene ritirata repentinamente quando cita l’autorità di tale Massimo Mantellini, il quale ravvede nel carattere nazionale del popolo italiano la componente ineliminabile dell’ignoranza (solamente quindi amplificata da Facebook e dalle Iene, da Twitter e dagli hashtag, ma connaturata con l’esemplare italiano).
Su questa drastica, inconfutabile, inattaccabile, perentoria posizione, il giornalista concorda.
Come dire: Scozzesi tutti tirchi, i neri col ritmo nel sangue, gli italiani ignoranti.
Adesso, sarebbe curioso capire quanto di questa componente del carattere nazionale italiano sia presente anche in Massimo Mantellini e in Fabio Chiusi, ma parrebbe di capire che non lo sia affatto. Essi ne sarebbero, per fortuna loro, immuni insomma, nonostante italiani.
Si va avanti con il teorema che svelerebbe il male dei nostri tempi.
L’analisi si fa serrata, penetrante, acutissima.
“La sensazione” (sensazione?) “è che l’atteggiamento abbia travolto la sfera del pensiero, dandole il colpo di grazia” siamo alla deriva cosmica.
“È così che si finisce per respirare, in una parte che mi pare considerevole dell’opinione pubblica, l’odio per qualunque cosa odori anche solo lontanamente di culturale” ecco la tesi, olfattiva, fondamentale del buon giornalista. L’ignoranza è odio contro la cultura. Non semplice mancanza di essa, no, proprio odio.
Ecco, tutto l’articolo sta in piedi su di una semplice confusione di termini, su di uno scambio (non so quanto voluto): “culturale” al posto di “istituzionale”.

Cultura è l’insieme delle cognizioni intellettuali che, acquisite attraverso lo studio, la lettura, l’esperienza, l’influenza dell’ambiente e rielaborate in modo soggettivo e autonomo diventano elemento costitutivo della personalità, contribuendo ad arricchire lo spirito, a sviluppare o migliorare le facoltà individuali, specialmente la capacità di giudizio. Ma anche il complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico.

Il termine istituzione invece deriva da istituire, che vuol dire “stabilire un ordine, fondare, regolare”, e può avere una grande varietà di significati. Talvolta è usato per indicare un gruppo organizzato o un apparato che persegue un particolare scopo in maniera sistematica, seguendo determinate regole e procedure. Istituzioni in questo senso sono le scuole, gli ospedali, le imprese economiche.
Istituzioni totali sono dette quelle che esercitano un controllo globale e costante sui membri di una comunità. Rientrano in questa categoria le prigioni, i campi di concentramento, gli ospedali psichiatrici, le caserme: in generale, cioè, tutti quegli apparati che tendono a cancellare ogni espressione dell’individualità trasformando in semplici numeri tutti coloro che, perlopiù involontariamente, ne fanno parte.
In antropologia e in sociologia il concetto di istituzione è usato spesso in un significato estremamente ampio e generalizzato per indicare azioni e comportamenti modellati da sistemi di regole.
Le istituzioni, come ogni prodotto dell’attività umana, sono soggette a nascere e a scomparire.

Come si può ben leggere, ciò che l’ignoranza dilagante, secondo il signor Chiusi, cerca di odiare non è la cultura, semmai l’istituzione. Come si potrebbe d’altronde odiare la propria “seconda natura”? E anche se volessimo considerare solo la seconda accezione del termine, ovvero, il complesso delle istituzioni che regolano ogni aspetto della vita umana, appare quanto meno difficile pensare che ci siano individui con l’intento consapevole di odiare e distruggere tutto il complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico. Mi sembra un poco pretenzioso aspettarsi quest’opera così nichilista da un ammalato su sedia a rotelle che vorrebbe poter eseguire il metodo stamina o da un animalista che pensa di trovare un metodo di sperimentazione alternativa a quella animale.
Quello che mi sembra di scorgere, invece, è un tentativo particolare di mettere in discussione parti del sistema istituzionalizzato, parti di potere, insomma. E non spegnando il “pensiero in quanto astrazione”, e quindi “lontano dai problemi reali delle persone”: ciò che viene considerato astrazione, e questo sì lontano dai problemi reali, è proprio l’esercizio del potere da parte dell’istituzione.
Invece il giornalista è convinto che, per tanti, troppi, il “pensiero sarebbe un lusso che non ci possiamo permettere, in tempi di miseria arrembante”.
La diretta conseguenza di questa rinuncia al pensiero si concretizza nella nascita di “forconi che vogliono bruciare i libri a Savona”, dalla sostituzione del “metodo scientifico e la peer review con “servizi delle Iene e dai memi su Facebook”, “nell’idea che il digitale possa magicamente risolvere tutti i problemi della democrazia con l’esattezza di un algoritmo”, “nei complottismi più vari, e sempre in ottima salute”.
E qui entriamo in pieno nelle due argomentazioni tipiche del Cum hoc ergo propter hoc e Post hoc ergo propter hoc, ovvero che la relazione tra alcuni eventi (ingigantiti e deformati) sia necessariamente di tipo causale. Il massimo però viene raggiunto nel finale. Dopo tanta analisi perentoria, si ribalta completamente l’argomentazione finora sostenuta e si tirano furi “umiltà” e “dubbio”, finora non presenti nell’articolo.
“La cultura costa fatica, è un lavoro – perché è una costante ricerca, e un costante invito all’umiltà”.
Adesso, concludendo, ognuno è libero di assumere la posizione che preferisce e criticare chi ne ha un’altra di posizione, ma questo andrebbe fatto con onestà intellettuale e volontà di comprendere.
Quello che ho letto io nell’articolo di Chiusi, invece, è una confusa invettiva contro tutto ciò che va contro un determinato potere (potere che lo stesso giornalista sente in qualche modo di possedere). Facendo così, però, non solo non si attaccano minimamente i limiti e le storture di tante posizioni in rivolta (e limiti e storture sono molti), ma ci si asserraglia dentro il recinto confortevole di una presunta scientificità, si diventa casta per davvero, una casta presuntuosa, distante, a tratti disumana, facendo un danno enorme alla scienza in sé, vero e unico baluardo contro l’ignoranza.
La scienza non si difende attaccando qualcuno: si difende avvicinandola al maggior numero di persone possibili. Chiusi, nel suo articolo, non avvicina nessuno. Io non difendo i forconi, non difendo Stamina, non difendo i complottisti, non difendo nessuno in particolare. Ma trovo più inutile e dannoso ergersi a paladini del sapere riconosciuto, della “cultura”, adottando un atteggiamento come quello presente nell’articolo, pieno di condanna e senso di superiorità (seppur non supportato da reali argomentazioni), privo di empatia e profondità, senza nessuna volontà di reale insegnamento. Un atteggiamento vecchio, elitario, repressivo, che porterà molti, troppi, a sentirsi confortati nelle loro posizioni confuse, estreme.
Se questa è la risposta alla presunta ignoranza dilagante, non avremo nessuna possibilità di “distinguere i ciarlatani del nuovo dagli innovatori”.

(Le definizioni di cultura e istituzione sono sul sito della Treccani).

Speculazione animale

Ovviamente nessuno merita di essere minacciato di morte. E chi minaccia di morte merita di essere perseguito e punito. Detto questo: si può parlare di sperimentazione scientifica su animali senza che questo degeneri in uno scontro rabbioso, violento, tribale? Si può provare a sentire le ragioni di tutti, senza minacce, insulti, offese? Principalmente, visto che quella sugli animali esiste ed è pr…aticata, io sentirei le ragioni di chi sostiene la necessità etica e scientifica di superarla. Riassumo le posizioni:

Un errore metodologico
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L’assunto di base è questo: se nessuna specie animale è paragonabile in toto all’uomo (come dimostrano le diverse sostanze immesse sul mercato sicure per gli animali ma rivelatesi letali per gli esseri umani), questo significa che la sperimentazione finale di fatto avviene sull’uomo, rendendo vana la morte di milioni di animali. In campo oncologico, per esempio, le stesse sostanze chimiche possono essere cancerogene per l’uomo e non per il topo e viceversa.
La tutela giuridica.
I test effettuati su animali garantirebbero un’irrinunciabile copertura legale alle case farmaceutiche tutelandole in caso di inaspettati effetti nocivi sull’uomo di nuovi farmaci immessi sul mercato.
Lo stress rende tutto inattendibile.
Lo stress cui sono sottoposti gli animali nei laboratori invaliderebbe irrimediabilmente i risultati degli esperimenti rendendoli inattendibili. E sarebbe proprio per questo motivo che uno stesso esperimento effettuato su animali geneticamente identici ma in laboratori diversi dà spesso risultati differenti.
La carriera e le ricerche inutili.
L’accusa spesso avanzata è che si continui a realizzare ricerche per rispondere a domande a cui si conosce già la risposta. Perché? Testare su animali sarebbe un modo per pubblicare più facilmente i propri studi, consentendo una carriera accademica più rapida rispetto a quanto sarebbe possibile fare con la ricerca clinica: la vita di un roditore è molto più breve, di conseguenza le malattie si sviluppano più in fretta.
La normativa vigente, seppur migliorata rispetto al passato, presenta ancora punti oscuri:
– Possibilità di utilizzare animali randagi. Mentre la normativa del 1986 proibiva in modo assoluto l’utilizzo dei randagi a fini scientifici, la nuova direttiva introduce diverse deroghe: qualora sia essenziale disporre di studi riguardanti la salute e il benessere di tali animali o in presenza di gravi minacce per l’ambiente o la salute umana o se è scientificamente provato che è impossibile raggiungere lo scopo della procedura se non utilizzando un animale randagio o selvatico.
– Possibilità di utilizzare specie in via d’estinzione e catturate in natura.
– Possibilità di utilizzare scimmie antropomorfe. È vietato, salvo casi eccezionali, utilizzare le scimmie antropomorfe (gibboni, orangutan, gorilla, scimpanzé e bonobo), mentre le altre scimmie possono essere impiegate nella sperimentazione ma con precise regole.
– Possibilità di condurre esperimenti senza anestesia se questa è incompatibile con la procedura stessa.
– Possibilità di riutilizzare gli stessi animali per più esperimenti con soglia del dolore lieve o moderato.

A mio parere, la sperimentazione sugli animali andrebbe e si potrebbe superare. Non credo che sia necessaria: lo è dal momento in cui non si attuino altre ricerche metodologiche, o non si attuino abbastanza. Ovvero oggi. C’è un punto che mi lascia perplesso: se, di fatto, una fase della sperimentazione sugli esseri umani c’è e viene eseguita, perché non limitarci a quella? Troppo costosa? Troppo lunga? Troppo complicata? Chiedo.
Per me il motivo etico è più che sufficiente a cercare di superare una prassi fondamentalmente crudele.
Certo però che ciò deve comportare un nuovo punto di vista sul progresso, una nuova concezione della salute, del benessere, della scienza. Accettare di stare tutti un po’ meno bene, per non far stare male altri esseri.

(Le fonti sono Focus/Wikipedia/Novivisezione.org).

Le parole

Le parole sono l’oggetto artificiale che ci accompagnano da più tempo. Centinaia d’anni, alcune millenni. Nessun oggetto potrà durare così a lungo, senza diventare rovina/scarto/ maceria/rifiuto, inutilizzabile, vuoto di senso e scopo. La parola Dio è più antica di qualsiasi chiesa mai creata. E ancora si erge luminosa, potente, assoluta, indistruttibile come nessuna cattedrale gotica, nessuna moschea, nessun tempio.
Le parole sono antichissime e sempre nuove. Combinate tra loro, o tra termini nuovi di zecca, presi a prestito (o impostici) da altre lingue, creano nuovi significati, simboli, aperture sull’ignoto che è lo spazio di comprensione da colmare, che ci divide sempre e sempre ci avvicina.
La parola è universale, piena, concetto della mente e incarnazione del reale, compendio di esso, epitome di ogni archetipo, fondamentalmente archetipo essa stessa, quando non la si cali nella vita quotidiana e la si faccia diventare
faro nel buio, attrezzo umile di artigiano. La parola parola ad esempio: non vuol dire niente in particolare, ma significa tutto. Unità minima dotata di senso, è parola d’ordine, è nucleo autosufficiente, è addirittura mondo che contiene
tutti i mondi. Quale altre oggetto durando da così tanto tempo ha la stessa freschezza della parola amore? Quale è più nuova, sempre nuova, sempre abbagliante, seppur usata a sproposito, continuamente, dappertutto, in ogni ambito, declinata in tutte le sue sfumature, pervertita, volgarizzata, banalizzata, ridotta, abbassata, affiancata alla materia: si ama Dio, si ama una donna, si ama un paese, si ama una città, si ama un programma televisivo. Ma non tutto allo stesso modo, ovviamente, non tutto con la stessa intensità. E, quando non si tirino fuori i suoi surrogati depotenziati, sfumati
per così dire (l’affetto ad esempio) o quelli al contrario potenziati (l’adorazione), essa stessa contiene le sue gradazioni.  Chi ci permette un’aderenza così immediata con il naturale? Quale altro dispositivo ci congiunge con la nostra storia ed ogni altra storia, passata presente o futura? Esiste un qualcosa in grado di svolgere la funzione così perfetta dell’approssimarsi alla corrispondenza profonda tra ogni sensazione, emozione, stato d’animo, fantasia di ogni vivente? Un’immagine può fare tutto questo? E, in definitiva, un’immagine non è prima già parola?
Le parole ci sostengono, strutturano il flusso delle idee, gli danno un senso, uno spazio, un tempo, un limite, ci impediscono di diventare pazzi invasi da immagini turbinanti, ma al tempo stesso ci permettono di immetterci nell’eterno. Platone pensava che la loro essenza fosse nell’iperuranio, eterna incorruttibile dimensione ideale: sbagliava. La loro essenza è a nostra disposizione ora e qui, continuamente, sfondo e seme allo stesso tempo, archetipo e copia
congiunti indissolubilmente, materia e forma aristotelica. (O forse le parole sono davvero l’anima delle cose, e pre-estino a queste, non la semplice convenzione usata per nominarle. Se così fosse, non potremmo crearne di nuove e
di nuove che non abbiano attinenza coll’esistente. Se tavolo rappresenta un tavolo, libertà non esiste nel reale: è una creazione concettuale, astrazione. Nel reale esistono cose libere e cose non libere. Esistono cose che possiedono, in gradi diversi, la libertà, oggetto mentale che non ha un suo corrispondente concreto, oggettivo. I concetti sono reali però, si potrebbe obiettare. Non come una mela, ma reali comunque. In realtà lo divengono, dopo averli creati. E li si crea pensandoli, ovvero nominandoli…).
Le parole sono l’unico vero tesoro in nostro possesso. Niente potrà restarci accanto come loro fanno. Potremmo perdere tutto, ma esse resteranno sempre, anche se sprofondassimo nel silenzio più assoluto. Ci sarebbero sempre: attutite,
smorzate, soffocate, rimbomberebbero nella nostra mente con tutta la forza dell’universale e con tutta la minuzia del particolare. Una parola sola può salvarci la vita o perderla, una semplice parola può ricoprirci di luce o di tenebra, una parola può, realmente, darci quel senso che cerchiamo con una sete inestinguibile, o essere il primo scalino verso l’ascesa del discorso infinito, l’unica forma di rimanenza di fronte al vuoto della morte.

Consigli per gli acquisti

Natale si avvicina inesorabile. Tutti gli anni diciamo “eh no, quest’anno niente regali a nessuno che c’è crisi, vaffanculo!” e poi, puntualmente, ci troviamo il 24 pomeriggio in centro, come bestie affamate nella savana, a cercare qualsiasi oggetto disponibile.
Ecco, m’è venuta un’idea: aiutiamoci! Consigliamoci a vicenda regali.
Propongo solo una condizione: che siano cose “diverse” e possibilmente non costose. Ognuno metta TRE (o più) consigli.
Inizio io:

  • – Libri di piccoli editori: Las Vegas edizioniMiraggi EdizioniIntermezzi Editore,Neo Edizioni, o quella che volete, l’importante è che sia piccola e tenace e coraggiosa. Alcuni titoli?
    Attraversami di Christian Mascheroni.Qua. Un libro meraviglioso che se fosse stato scritto da un cazzo di autore americano starebbe in libreria accanto a Frenzen!;
    La guida di Giuda. I 76 bar più temibili di Madrid di Alessandro Gianetti. Qua.
    La disobbedienza civile di H.D.Thoreau. Pubblicato da un editore elegantissimo, intelligente, dal catalogo borgesiano. Eccolo.
  • Giochi simpatici: soprattutto su Simply clever toys. Qui ne trovate davvero di originali.
  • Iscrizione a una qualunque organizzazione umanitaria o animalista o meglio ancora: regalate l’adozione a distanza di un bambino o di un animale. Per i bimbi Save the children si occupa di piccoli in Africa ma non solo. Qui si trova il modulo di adesione. Costa 0,80 cents al giorno. Ci sono però organizzazioni più piccole che lavorano direttamente con campi profughi sparsi per il mondo. In privato posso girarvi i contatti.
    Per gli animali, consiglio, per chi sta a Torino, Il Cascinotto di Collegno. E’ pur sempre un canile, ma gestito con amore lodevole.

Chi spacca le vetrine

Sono convinto che la gente scesa in piazza in questi giorni non sia tutta povera, affamata, disperata, allo stremo. Anzi. Credo che la maggior parte, soprattutto tra le fila dei capi popolo, abbia più soldi di me e abbia avuto sempre più soldi di me.
Non è, come si potrebbe pensare, la rivolta di chi non ha niente, bensì l’insofferenza di chi aveva parecchio e adesso non ha più così tanto. Perché l’imperativo è avere sempre di più.
Uno dei capi popolo ha dichiarato di essere in crisi nonostante le sue QUATTRO panetterie.
Uno dei capipopolo è il consigliere comunale di Fratelli d’Italia Maurizio Marrone, figlio del manager Virgilio Marrone, per anni numero uno dell’Ifi, la cassaforte degli Agnelli, che è sceso in piazza con i manifestanti.
Una delle frange dei ribelli è costituita da alcuni autotrasportatori: nell’ultimo decennio il settore ha ricevuto a vario titolo sussidi per circa 500 milioni di euro l’anno, e con 330 milioni di specifiche agevolazioni tributarie per il 2014 già ottenuti dalle associazioni di categoria.
I tassisti hanno scioperato il 9 dicembre: i tassisti sono una lobby, intoccabile.
E cosa dire del vestiario della gran massa dei giovani accorsi per fare la “rivoluzione”? Scarpe, felpe, giubbotti firmati, smart phone, occhialetti da sole.
Certo, sicuramente ci sarà stato qualcuno che non percepisce nessun tipo di reddito, che non ha sussidi, agevolazione, aiuti. La mancanza di uno stato sociale, assente ormai da troppo tempo, si fa sentire eccome. Ma anche qui: quanti di questi individui possono imputare la loro situazione SOLO e SEMPRE alla politica corrotta e incompetente? Queste persone, questi ragazzi e ragazze, come hanno speso la loro vita finora?
Abilmente orchestrata da una destra che è rimasta alla dimensione di squadrismo come forma aggregativa, e da una malavita sempre più organizzata e dilagante, la gran massa dei manifestanti chi è, se non quella che negli ultimi vent’anni non ha fatto altro che partecipare alla distruzione sistematica di ogni valore di solidarietà, di umanità, di rispetto? E questo lo ha fatto votando chi sappiamo, o non votando mai, evadendo le tasse e vantandosene, passando più tempo allo stadio o davanti la tv che sui libri, disprezzando la cultura, perdendosi in un consumismo esasperato, sempre al di sopra delle possibilità, aderendo all’imperativo dell’apparire e mai soffermandosi sull’essere, ignavi senza mai una responsabilità, insofferenti ai doveri.
L’orgogliosa dichiarazione di essere “fuori dalla politica” affermata da tutti i manifestanti è lo slogan perfetto di un vuoto morale e culturale e la più esatta definizione del loro agire. Non sono contro i partiti, sono contro la politica, ma essere contro la politica vuol dire di fatto uscire dal sistema sociale e ripudiare la democrazia. Non è quindi necessario fare il saluto romano per mostrarsi fascista.
Da tanto, tantissimo tempo, l’Italia galleggia in un vuoto culturale sconcertante.
Chi si sentiva fuori da questo vuoto (me compreso), guardava chi c’era dentro con ironia, sarcasmo, fastidio, ma non con vera preoccupazione, come avremmo dovuto. Li chiamavamo tamarri, italiani medi, pecore. Dimenticandoci la forza aggregante della mediocrità.
Di fronte ad un esercito di minorenni privi di ideali, coscienza, consapevolezza, valori, che marcia strafottente il breve e preoccupato comunicato dell’Anpi di ieri fa tenerezza.
Siamo passati da chi settanta anni fa sarebbe stato disposto a morire pur di affiggere un volantino antifascista a chi minaccia un commerciante di spaccargli la vetrina.
Il degrado civile è netto, indiscutibile, onnipervasivo.
Come si torna indietro? Come si recupera il terreno perduto? Come si ripristina un senso profondo di rispetto e solidarietà, di socialità?
Partendo da una tregua, come direbbe il mio amico Giorgio. Iniziando dalle piccole cose, un po’ alla volta, piano piano.
Io lavoro coi bambini: quando li aiuto a fare i compiti, e scopro nei loro esercizi errori gravi di grammatica non segnalati dall’insegnante, A senza H quando è verbo, E con l’accento quando la E è congiunzione, accenti al posto di apostrofi, ed altri esempi di questo tipo, le cose sono due: o l’insegnante non li riconosce come errore, ed è quindi ignorante quanti i ragazzi a cui insegna, oppure (e credo che sia questo il caso) NON GLIENE FREGA NIENTE. Non gli importa, non se ne cura. Va oltre, passa sopra, lascia andare.
Senza rendersi conto che così facendo non sta rispettando le persone che ha davanti, le stesse persone che domani gestiranno questo nostro paese martoriato.
Io sono fermamente convinto che basterebbe un’acca al posto giusto per rivoluzionare veramente la nostra società.

serrande

Adriano Olivetti

Steve Jobs è stato un fake di Adriano Olivetti. Due modelli di imprenditoria opposti, seppur in ambito uguale. Jobs, dietro la ricerca della “bellezza”, aveva il disprezzo. Lo si evince dalla sua più famosa biografia. Disprezzo, insieme ad autoritarismo, sfruttamento, rigidità, freddezza, menefreghismo. L’ultima, prepotente fiammata di una concezione tipicamente (?) americana del capitalismo.
Al contrario Adriano Olivetti, uomo complesso, intellettuale, visionario (più e meglio di Jobs), è stato un uomo in grado di espandere la sua azione, di inserire il suo intervento industriale in uno scenario sociale che intendeva mutare, rivoluzionare. “Una fabbrica che funziona in una società che non funziona non serve a niente” come dice Zingaretti nel bello sceneggiato a lui dedicato. Un unicum nella storia, soprattutto in quanto libero da ideologie e sovrastrutture di pensiero.
Il suo concetto di “comunità”, al quale approderà dopo tanta riflessione e dal quale ripartirà per la sua idea di trasformazione sociale, è forse una delle concezioni sociali più umane mai espresse. Umane e soprattutto concrete. Fabbrica come luogo di lavoro gratificante, piacevole, istruttivo, perché in grado di stimolare chi vi lavora, portare benessere, servizi, appoggio. Salari più alti, orari ridotti. In fabbrica vi era la biblioteca, il cinema, dibattiti, musica, la presenza di artisti e intellettuali; per gli operai era possibile usufruire degli asili, degli ambulatori, degli appartamenti; inoltre non vi era una così netta distinzione tra operaio e ingegnere: le competenze erano mescolate. A Pozzuoli, dove creò uno stabilimento, gli operai producevano più che a Ivrea. Alla faccia dell’idea di Sud parassita.
E volendo soltanto limitarci alla sua figura di industriale: genialità pura. Lettera 22! altro che Ipod. Programma 101, il primo personal computer della storia, che ha rivoluzionato per sempre l’idea stessa dei computer. Se non ci fosse stato Adriano Olivetti, e quella Olivetti lì, io non starei scrivendo questo parole.

Moma-lettera-22

Cooperative sociali a Torino

Ok, oggi mi voglio rovinare del tutto.
Discorso cooperative sociali a Torino.
Guardate questo video: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2012/10/13/cooperative-sociali-torino-finanziamenti-alle-solite-note/207442/.

Ebbene, una delle cinque cooperative è la famosissima, e potentissima, cooperativa Valdocco.
E’ dappertutto. E’ ovunque. Copre ogni ambito. Ha appalti, gestione di spazi, interessi in ogni fottuto contesto sociale di questa città: il consorzio LA VALDOCCO, come una piovra tentacolare, formato da diversi soggetti, si occupa di animazione sociale, assistenza domiciliare, telesoccorso, servizi educativi alla prima infanzia, inserimento lavorativo, raccolta rifiuti (!), servizi socio sanitari, laboratori creativi con una decina di punti vendita in Piemonte. Manca solo l’esplorazione spaziale.
Sono inoltre dentro decine di altri consorzi.
Dal sito della cooperativa Valdocco estraggo i dati economico finanziari:
valore della produzione : € 45.844.656,38
capitale sociale versato: € 7.200.016,25
prestito sociale: € 3.673.878,00
Sono cifre importanti.
Non si riesce a rintracciare nomi, però.
Nei siti della varie cooperative del gruppo si parla di “mission” come fossero aziende. E forse perché lo sono. A tutti gli effetti.
Io non so come sia finita (se è finita) l’indagine del M5S. Quello che è interessante è semplicemente domandarsi se una cooperativa sociale di tale potenza, che muove un giro di soldi così ampio non realizzi una sorta di monopolio del disagio, un cartello della difficoltà sociale.
Non ho le prove ovviamente, ma potrebbe venire il sospetto, ad esempio, che politici, oltre ad infiltrare parenti e persone di fiducia all’interno di certe cooperative, come nell’indagine del M5S, possano quindi anche pilotare certi appalti affinché vengano vinti da corazzate del genere. Amministratori locali, che poi magari finiscono per ricoprire incarichi importanti come sindaci di piccoli comuni, arrivino ad estromettere soggetti che vincono una gara per far posto a più potenti amici. La fantasia, in questi casi, non ha limiti. Conoscendo, purtroppo, il paese in cui viviamo.

Entusiasmo per la nuova Holden

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E dell’entusiasmo di questa sinistra ultraliberista per l’apertura della nuova sede della Holden non ne parliamo?
Data a prezzi stracciati, borse di studio nulle (Baricco, nell’intervista a La Stampa, alla domanda “darete borse di studio?” risponde così: “no, 20 anni di esperienza ci hanno insegnato che non servono al primo anno, perché se non conosci i ragazzi non puoi capire chi sono i migliori per davvero e chi ne ha bisogno. Le introdurremo più avanti, sulla base del merito“. Merito? Ma le borse di studio non si danno principalmente per il reddito?), un circolo chiuso, l’elite sinistrosa che si autoglorifica.
Io non ce l’ho con la Holden (anzi, ce l’ho, ma in questo post non è la Holden il mio bersaglio), ma piuttosto mi preme sottolineare una programmazione culturale pubblica inesistente, che premia e aiuta e agevola e si sbrodola per chi ha già i soldi, per coloro che di pubblico fanno poco o niente (i fuochi d’artificio all’inaugurazione bastano?), per coloro che dovrebbero/potrebbero/saprebbero sopravvivere lo stesso senza aiuti comunali; la celebrazione della nuova Holden da parte di amministratori, assessori, personaggi di spicco nel panorama cittadino è uno sputo a chi la cultura la fa davvero per tutti: e ci metto dentro, nel piccolo, anche la nostra Sartoria, coi corsi a 10€, le feste offrendo da mangiare, lo spazio dato gratuitamente agli artisti, i soldi e le risorse messe di tasca nostra. E come noi tanti. Ogni giorno, da anni. Ma per noi soldi non ce ne sono: e questo lo accettiamo, o almeno io lo accetto.
Ma spiegatemi: perché mi è fondamentalmente vietato aprire un cazzo di minuscolo bar? perché ci viene resa così difficile, ostacolata, ardua l’impresa? Ricordo che la Caserma Cavalli è stata data alla Holden dopo un ricatto: o ce la date o andiamo a Milano. Sarebbe servita di più al Sermig? Forse. Sarebbe servita più ad altri enti? Molto probabile. Ma sappiamo come è finita.
Dice: “ma loro hanno investito e non poco”. E’ vero: ma quanto tempo ci metteranno a rientrare di questi investimenti? Come è eticamente possibile (parlo di etica pubblica: lo so, come parlare di utopie cinquecentesche) che in uno spazio dato in concessione dal comune ci si possa arricchire? Come cazzo è possibile che a nessuno di coloro che governa questa città sia venuto in mente perlomeno di chiedere a Baricco di “restituire” il favore? Con iniziative strutturate e concordate (per i prossimi 30 anni: la durata della concessione), appoggio tecnico e finanziario (guardate i partner della scuola), posti gratuiti per studenti economicamente non in grado di pagarsela da soli, inclusione di altri soggetti nella realizzazione di eventi?
Questo è l’ennesimo esempio di che indirizzo politico e socioculturale abbia preso la gestione politica della sinistra: scelte comode, elitarie, autoreferenziali. Ma almeno, vi prego amministratori di tutti, risparmiateci i vostri commenti entusiastici. Almeno quelli. Perché ad essere felici siete e sarete solo voi.

Bisticci verbali

Due mamme litigano ai giardini Cavour.
Una bionda, l’altra mora. Entrambe distintamente tamarre.
La bionda: “ora mi dai del tu?”
La mora: “no, ho detto brava”.
E qui il genio della bionda esplode come una supernova: “brava è tu, ignorante! Impara i verbi”.

Sette anni

In sette anni si possono fare un sacco di cose, avendo tempo libero seppur con ridotta possibilità di movimento. Si può leggere ad esempio: romanzi, racconti, saggi. Si può leggere Gramsci, si può leggere Malatesta, Dostoevskij; si può studiare la storia d’Italia: la vergogna del fascismo, la libertà ottenuta dai partigiani, la storia del Pci, quando la sinistra era ancora sinistra, Berlinguer, Pertini, le lotte dei lavoratori.
In sette anni si può studiare ciò che le donne hanno dovuto (e devono ancora) sopportare e scoprire con quanto coraggio e quanta forza il genere femminile abbia lottato per avere voce e farsi ascoltare.
In sette anni ci si può avvicinare alle religioni e alla spiritualità, e capire come certi desideri, tante aspirazioni, non siano altro che polvere di polvere, vanità di vanità.
In sette anni c’è tempo ed occasione per un lungo, approfondito, spietato, esame di coscienza, per conoscersi, superare i propri limiti meschini, rendersi una persona migliore.
In sette anni si può imparare un mestiere vero: un mestiere che parta dalle proprie mani, dalla propria testa, dalla materia: falegname, giardiniere, fabbro, sarto.
La fatica che però alla fine dà soddisfazione.
In sette anni si possono conoscere le persone: non solo quelle che ti adulano e si chinano supine davanti al tuo potere. Ma gli ultimi, gli sconfitti, gli emarginati, chi, nella vita, ha avuto poco o niente, e ha sbagliato tanto. Parlando con loro, forse si può parlare meglio con se stessi.
In sette anni si può iniziare a vedere la realtà con un certo distacco, smetterla di volersi buttare a capofitto nelle cose, ridimensionare il proprio ruolo e le proprie velleità: scoprire che non c’è solo “io”, ci sono anche gli altri.
In sette anni si può dormire.
In sette anni ci si può far dimenticare dal mondo.
In sette anni c’è tempo e modo per sparire.
Sette anni impiegati in questi modi sarebbero un tesoro prezioso. Un tesoro vero.
Fossi in Silvio, spererei di viverli, sette anni così. Per poi morire con dignità.