Perché ha vinto l’Appendino

L’analisi dei commentatori politici (e non) dopo il voto di domenica si è concentrata, per comprendere e motivare una sconfitta che – a troppi – appare incomprensibile, sulla differenza abissale tra centro e periferia, sul distacco creatosi tra queste due Torino, dicotomia che, ricordo, è stato il leitmotiv della campagna elettorale di Chiara Appendino nonché il punto focale nel suo discorso ad investitura compiuta.
E allora parliamone, di periferie.
Credo di poter dire qualcosa al riguardo. Sono nato e cresciuto alle Vallette di Torino. Estrema periferia nord della città. Quartiere sorto negli anni ‘50 come dormitorio per i lavoratori della Fiat.
Nonostante le intenzioni urbanistiche progressiste, le Vallette, così come Falchera, è un esperimento fallito. Avrebbe dovuto essere un’oasi verde dove i ceti più poveri avrebbero potuto vivere dignitosamente. Da subito è divenuto un ghetto.
L’analisi che fa Diego Novelli sulle Vallette, che pretende di essere distaccata e lucida, è superficiale, capziosa, incompleta, molto incompleta. Cercherò di spiegarvi perché.
Novelli concentra tutto il suo ragionamento su un aspetto “politico”: in sintesi dice che la mutazione antropologica del Partito ha creato un distacco tra politica e cittadini, le sezioni venivano chiuse e quelle attive non sempre aperte tutti i giorni feriali.
Alle Vallette, quindi, da che “nei primi anni Settanta era nato tra i primi comitati di quartiere spontaneo che vedeva promotori i compagni della sezione del Pci, i frequentatori del circolo Arci, con gli amici della parrocchia molti dei quali militanti della Dc” e i cui abitanti “alle amministrative del 1975 e del 1980 votarono in massa per il Pci che aveva un ruolo egemone, operando sulla realtà (asili, scuole materne, servizi sociali, tempo libero). Per aggregare con lo sport i giovani e le stesse famiglie” si passò, per via del distacco creatosi col Partito (che era, appunto, mutato, operando la famosa “svolta della Bolognina”) pian piano e inesorabilmente “al formarsi di piccole fazioni correntizie, molto impegnate a farci la guerra vicendevolmente”.
Perciò, conclude Novelli, ora il voto in massa all’Appendino delle Vallette è semplice voto di protesta: ingenuamente da sinistra contro Renzi e il partito locale, nostalgicamente da destra in quanto reazionarie camicie nere e leghisti esaltati per la sconfitta del Pd. Questo voto di protesta “ha prodotto una miscela esplosiva con l’illusione del cambiamento”.
Nella ultime quattro righe dell’analisi, Novelli cita, senza approfondire e rimandando ad un’inchiesta su “Nuovi Argomenti” di luglio, i risultati di uno studio epidemiologico che dice che tra abitanti della collina e quelli delle Vallette vi sono 4 anni di differenza nell’aspettativa di vita: in piazza Hermada si muore in media a 82,1 anni, alle Vallette a 77,8. “Le diseguaglianze sociali sono causa determinante di malattia” sentenzia Novelli. E con questa frase lapidaria chiude il suo articolo.

Ora cercherò di spiegare perché Novelli è stato superficiale, capzioso, incompleto.
Innanzitutto omette molti, moltissimi dati. Non dice ad esempio che negli anni, alle Vallette, sono stati costruiti: un carcere, le cui condizioni di vita sono impossibili; un mattatoio comunale; un mercato del pesce di cui si è occupato addirittura Guariniello per “gravi carenze igienico-sanitarie” (topi e piccioni morti: ma era risaputo, io lo scoprii svolgendo un’inchiesta video anni fa); una casa di cura psichiatrica, che ho avuto modo di visitare in quanto ci finì mio nonno e che era, a tutti gli effetti, un manicomio pre-Basaglia, pieno di malati lasciati soli, alcolisti, tossicodipendenti, vecchi con demenza senile; la principale discarica a cielo aperto d’Italia, la Barricalla, il cui odore dolciastro e acre avvolge le Vallette quando tira vento; una centrale di teleriscaldamento mostruosa; un dormitorio per senza fissa dimora; un palazzetto per eventi ora in rovina; un’arena rock mai utilizzata e costata parecchio; un parco, anch’esso molto costoso, abbandonato a se stesso; una orrenda linea tramviaria che ha deturpato e tagliato a metà il quartiere; una piazza principale spoglia, brutta, assolata; un posteggio per i giostrai; Novelli non dice che la Continassa, prima che passasse, svenduta dalla appena scaduta giunta, alla Juventus (insieme a moltissimi ettari di terreno con la promessa di costruire in cambio per il quartiere un “giardinetto”), era pericolante dimora di sbandati ed extracomunitari; non dice che uno degli insediamenti rom più antichi della città si è, ciclicamente, riproposto nei prati del quartiere (da che ne ho memoria io, da bambino, gli zingari in quartiere ci sono sempre stati); non parla del fatto che alle Vallette manchi, da sempre una biblioteca comunale, figuriamoci una libreria; sorvola sul fatto che i servizi sono assenti dalla fondazione del quartiere, e i pochi rimasti, boccheggiano; non parla dell’amianto nelle case popolari che falcia anziani su anziani: per saperlo mi è bastato andare dal medico della mutua (a Lucento, ovviamente); trascura il fatto che di giorno come di notte nei vialoni che delimitano la zona passeggino prostitute; dimentica che il sabato il piazzale antistante il mattatoio diventi una stazione per i pullman che arrivano dalla Moldavia, dalla Romania e dai paesi limitrofi, e si improvvisi una sorta di suk spontaneo di merci e cibi; ignora che l’unica proposta culturale provenga da Stalker Teatro i cui fondi vengono, anno dopo anno, drasticamente tagliati; non sa o fa finta di non sapere che non c’è un cinema, un centro d’incontro per giovani, una ludoteca, un luogo di accoglienza per i ragazzi; sorvola sul fatto che negli anni, la popolazione anziana del quartiere (la maggioranza) è stata elettoralmente comprata costruendo prefabbricate bocciofile; non vede a quante poche bancarelle si sia ridotto il mercato rionale; evita di dire che la parrocchia e i beni da essa posseduti (notevoli) vengono da sempre gestiti in maniera manageriale: quando avevo 16 anni, in oratorio si entrava se si faceva la  tessera e si pagava per affittare i campi di calcetto o per vedere le partite su Sky; Novelli parla di ruolo egemone del Pci che ha agito “operando sulla realtà (asili, scuole materne, servizi sociali, tempo libero)”: peccato che non conosca come sia degenerata la situazione delle scuole e dei servizi sociali in quartiere, non sia mai stato nelle Medie (Quasimodo e Orione) degli anni ’80 e ’90, non abbia visto che sorta di riformatorio erano, con pluriripetenti di 16/17 anni ancora in prima media, altissimo abbandono scolastico, aggressioni, violenze, portatori d’handicap abbandonati a se stessi e alle famiglie e un corpo docenti in massima parte ridicolo; non comprende che i servizi sociali hanno da sempre trascurato le tante forme di disagio familiare e mai, dico mai, hanno assunto un atteggiamento di premura nei confronti della cittadinanza; si scorda del tributo pagato dal quartiere alla droga; come fa a non leggere i dati della disoccupazione, soprattutto giovanile (antico retaggio di un’infamia escludente che non dava lavoro a chi diceva di provenire dalle Vallette?), come può non rendersi conto che dal brutto, dal trascurato, dall’abbandonato a se stesso, dalla mancanza di mediazione a 360° non possa in nessun modo nascere partecipazione, bellezza, senso di comunità?
Novelli non è mai stato dentro i palazzoni popolari dell’Atc, non ha mai respirato l’odore negli androni, in ascensore, non ragiona sulla bruttezza di queste case;  non ha mai osservato gli orti abusivi, i prati incolti, i beni comuni vandalizzati, le manutenzioni assenti; non ha seguito l’involuzione del quartiere nel tempo, il suo spegnersi lentamente, avvolto dall’apatia e dall’inedia, il suo invecchiare escludendo possibilità di azione, progetti, partecipazione: da dormitorio a ospizio; negli ultimi anni, infatti, che le Vallette non sono più cuccia di lavoratori ma enorme casa di cura a cielo aperto, dal momento che l’attrito sociale e la devianza si sono drasticamente smorzate, perché i giovani rimasti sono pochi (e quasi tutti disoccupati cronici e depressi), ancora meno è apparso necessario a politici e fini pensatori come Novelli intervenire per operare un cambiamento, una trasformazione, una rivitalizzazione: d’altronde, perché mai, dal momento che non ci sono neanche più quei pochi a chiedere, protestare, lottare?
Novelli, tutta questa realtà, la liquida come “diseguaglianza sociale”. Una formuletta. Una parolina magica. Che copre tutto, tutto avvolge e non dice nulla. Per lui, poi, è tutta colpa del fatto che abbiano chiuso le sezioni di partito, e il risultato è il voto di protesta, la stupida, sorda, ingenua “illusione del cambiamento”.
Facile, eh, come analisi. Facile e scorretta, viziata dalla solita, immortale arroganza della sinistra da salotto.
Per lui, la conseguenza ultima dell’allontanamento del partito dalla vita sociale del quartiere sono solo “piccole fazioni correntizie, molto impegnate a farci la guerra vicendevolmente”. Tutto qui: le fazioni che si fanno guerra! Non la pluriennale gestione scriteriata della circoscrizione (con tra l’altro l’ultima giunta – Presidente Pd compreso – indagata per riunioni fantasma per cui tutti percepivano rimborsi) che ha sempre e tenacemente trascurato le Vallette e mai sostenuto iniziativa alcuna, se non di facciata e col contagocce (e questo quando vi era un amministratore locale “illuminato” che aveva qualche margine di manovra individuale, ma mai scelte organiche, durature, strutturate).

Oggi, per i commentatori di sinistra, quindi l’analisi è questa. Un popolo stupido, ingenuo, manovrato da forze occulte che si è lasciato abbindolare con “l’illusione del cambiamento”. I commenti sono pieni di parole come “paura”, “catastrofe”, “disastro”, “rovina”. Ma permettete che vi mostri una foto:
foto vallette seggi

Questa immagine, sfocata e buia (così stridente da quelle brillanti, patinante, in pizzerie chic e con l’hashtag pd #NoiAbbiamoVotatoFassino), ritrae un gruppo di cittadini del mio quartiere, quello dove sono nato e cresciuto e vissuto per più di trent’anni. Guardatela bene: cercate di decifrare volti, atteggiamenti, espressioni. Quando parlate di “paura”, commentando la situazione da oggi in avanti, queste persone dovrebbero rappresentare l’oggetto della vostra paura.
Al centro c’è Deborah Montalbano: è un’attivista del Movimento Cinque Stelle, è stata eletta consigliere comunale, la prima donna consigliere comunale che proviene dalla Vallette. È una ragazza dinamica, un po’ rude nei modi, la cicca sempre in bocca, la voce roca. Lavora nel bar della piazza del mercato del quartiere, quello che una volta si chiamava Cantine Pia (il posto dove nel mio romanzo Festival Maracanã ai protagonisti viene in mente l’idea del festival). Si è spesa tantissimo: in quartiere tanti le vogliono bene.
Queste persone sono state ritratte nella notte di domenica fuori dalla scuola elementare Gianelli, la mia scuola dell’infanzia, dietro al capolinea dei pullman. Stanno aspettando lo spoglio delle schede e i risultati.
A voi non dirà nulla questa foto, a me tantissimo.
In mezzo a loro, tra i tanti che conosco, c’è una persona: si chiama Sergio, è un amico, non più giovanissimo e che mi conosce da prima che nascessi, amico dei miei genitori allora neanche sposati. Sergio è un batterista ed io e mio fratello suonammo con lui per diversi anni. Rappresenta una delle figure più folcloristiche del quartiere. Tutti lo conoscono e lui conosce tutti. È un uomo mite, piccolino, spesso un po’ schernito per via di un difetto fisico, una di quelle figure tanto spesso presenti nei paesini e nei quartieri popolari, che raccolgono simpatia ma poi li si considera poco.
Sergio è un amico ed è anche un simbolo. Di un piccolo, concreto riscatto.
Sergio, come tanti nel quartiere, ha potuto partecipare. Per la prima volta. Finalmente. Lo vedevi al banchetto (perenne, in pratica) dei Cinque Stelle in piazza Montale, discutere, dire la sua, fermare le persone, chiedere di firmare o prendere un volantino.
A Sergio, come a tutti gli altri, nessuno mai aveva chiesto: “vuoi partecipare?”. Mai. Ma mai mai. Sempre escluso, da tutto, da ogni benedetta scelta, iniziativa, proposta. Sempre tenuto ai margini, continuamente ignorato, costantemente scavalcato. Con spocchia, arroganza, cattiveria.
Fino ad oggi. Oggi che è stato semplicemente accolto. Eccola la parola magica vera: accoglienza. Il Movimento Cinque Stelle ha vinto, e nella mia circoscrizione in maniera schiacciante, perché ha accolto. Le persone, tutte, e le loro idee.
Io non sono un attivista del Movimento, magari non lo è neanche Sergio (sinceramente non lo so), ma il “miracolo” a Torino non è stato un miracolo. Ci si è semplicemente ripresi una voce, un ruolo, un agire che mai ci erano stati concessi prima. Nessun partito, Pd in primis, ha mai voluto e cercato di accogliere le persone come hanno fatto i 5 stelle. E lo sa bene chi ci ha provato, in passato, con forza e tenacia e pazienza: io, ad esempio.
I Cinque stelle invece, sono partiti da un semplice, banale, presupposto: sul territorio che vivo, io sono il primo a dovere e potere dire la mia. In prima persona, senza ostacoli, barriere, filtri, gerarchie. E dico la mia perché lo conosco, il territorio che vivo. Lo abito, ci lavoro, ho le mie relazioni, i miei affetti, i miei ricordi, il mio futuro.
Il tanto dileggiato uno vale uno, fa meno ridere se si trasforma in “il voto di Sergio vale quanto quello di Novelli”. Il Novelli che parla, anche di Sergio, e analizza senza sapere e senza volere realmente capire.
Sento e leggo tanti commenti indignati, spaventati, snobistici: non voglio entrare in queste discussioni. Non voglio cambiare idea a nessuno. Io so le cose come stanno, soprattutto nella periferia che conosco bene (e non solo la mia). Ho cercato di spiegarlo con questa nota. Mi basta questo.
Ma una cosa la voglio dire, ai commentatori che nulla sanno di periferia e però parlano, parlano, parlano: andate tutti a fare in culo, a nome mio e di Sergio.

13 commenti

  1. Sante Altizio ha detto:

    Vito tu sai che non amo dilungarmi. Apprezzo l’analisi, tu conosci meglio di me la periferia, ma mi permetto un commento. Ho nel recente passato girato molto in Europa e fuori dall’Europa e di periferie degradate ne ho viste tante. Torino non ha periferie degradate. Sono cresciuto in una Torino dove era vietato pensare di andare in via Artom e sul 69 che andava verso strada delle Cacce prendevi le botte. E ne ho prese. Quella Torino è lontana. Quella che c’è oggi a me pare migliore. Di molto. Pur con tutte le sue contraddizioni. I numeri ci dicono che la Appendino ha preso 100 mila voti (il secondo turno è altra storia). Come Fassino. La Appendino ha vinto perché ha teso la mano verso le periferie? Secondo ma ha vinto perché è giovane e presenta bene. E’ il “nuovo” carino contro un signore che è lì da una vita e che ha stufato i più. Si è venduta là dove Fassino era debole, e si è venduta benissimo. Ha capito le debolezze del suo avversario ed ha colpito. Ma lei delle periferie sa come Fassino: poco. Le ha scoperte ora che era tempo di elezioni. Certo se candidavano Bertola oggi parlavamo di calcio. Periferie o non periferie. Fassino ha visto punita la sua spocchia, ma non la cattiva amministrazione. Sul fatto che il M5s abbia accolto energie dormienti, lontane, ignorate dagli altri condivido eccome (ci ho provato, ma me ne sono andato presto, non era per me), ma non ha accolto emarginati, poveri e senza tetto. Quelli che davvero sono senza voce. Di politica di base nei gruppuscoli lontani dai partiti ne ho fatta tanta, ma davvero tanta. Fin da ragazzino.
    La retorica delle code dei musei contrapposte a quelle delle delle mense dei poveri (che conosco bene) è roba triste, da campagna elettorale. La narrazione piace a tutti, soprattutto a chi la critica. Poi alla fine basta un dettaglio per fare il sindaco: avere la faccia giusta.
    A 100 km da noi, in una città che ha visto Expo e tutta la retorica anti Expo, il M5s ha preso il 10%. Più a est, dove l’immigrazione è tripla rispetto a noi, nemmeno sanno che esiste il M5s.
    Circa la chiosa, anche quella è un dettaglio, per carità, ma se anche la forma almeno un po’ è sostanza, vedo poco di nuovo all’orizzonte.
    Zero polemica, aspetto i fatti, nella certezza che finalmente la città ferita e sofferente che sicuramente c’è, ma che non sempre riconosco, abbia trovato la sua medicina.

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    1. vitoferro ha detto:

      Sante, non è così, purtroppo. Il degrado c’è, eccome. In alcune zone peggio di altre. Ma palpabile, evidente, continuo. Quello delle Vallette poi é storico. Mutaforma, ma dalla lunghissima coda. Fidati: é la mia vita.
      I 5 stelle sono anni che si stanno formando un quartiere. Sono gli abitanti stessi del quartiere.
      Io non ho nessuna verità: non so cosa farà l’Appendino, la sua giunta. Se lavorerà male o bene. Quello che non tollero é chi parla di qualcosa senza sapere. Nello specifico di periferia. Alle Vallette c’è un fermento e una partecipazione mai visti. Questo é merito dei cinque stelle, pochi cazzi. Le vallette hanno una consigliera comunale che lavora nel bar del mercato. Non avrebbe neanche fatto volantinaggio altrove. Il m5s é un metodo, non un partito. Noi di regole e metodo abbiamo bisogno. Tieni presente che non ci sarà bisogno di cacciare via l’ Appendino: ha già fatto un mandato. Tra 5 anni sparisce. Per le regole del movimento non si può più candidare. Questo è il percorso da seguire. Non c’è altro modo. É facile parlare Sante, per gente che in una casa popolare non c’ha mai vissuto. Certo vedrà solo belle vetrine e musei e jazz festival e happening e tobike e grom e cazzi vari. Io da ragazzino non trovavo un libro in quartiere. E non lo trovo manco ora…
      Mi fa ridere il termine “paura”. Di chi dovrei avere paura? E a Roma dovrebbero avere paura della Raggi? Dopo quello che é successo in tutti questi anni. Ma siamo seri, dai.
      A te i 5stelle non piacciono. Nessuno ti dice niente. Fai benissimo ad essere diffidente. Ma ti prego non mi fare la morale per un vaffanculo ch, credimi, ci sta tutto. E non sono solito elargirli così facilmente. 😊

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  2. Sante Altizio ha detto:

    Non vivo lontano dalla realtà Vito, forse la percepisco in modo diverso. Sarà che la precarietà strutturale nella quale mi trovo mi rende meno capace di empatia, ma a me la storia “Torino è ferita e divisa in due” sembra una scorciatoia elettorale, poco più. I problemi c’erano, ci sono e ci saranno. La vita urbana è complessa e varia, tanto e spesso. L’ Appendino farà quale che sindaci fanno, secondo il suo schema. Ha 5 anni davanti e le auguro buon lavoro, conosco il suo portavoce e uno dei suoi assessori. Quello allo sport. Il nuovo che avanza me lo facevo diverso, ma è nuovo, magari basta. Magari no. Il M5s non so se è partito, movimento, metodo. Davvero non lo so. E, in verità, non so nemmeno cosa questa giunta pensi delle cose del mondo, anche se si deve occupare “solo” di Torino. Quindi sì, ho diffidenza verso chi non riesce a comunicarmi, al di là della retorica, la sua visione del mondo. Forse non so solo ascoltare.
    Ma ora le chiacchiere sono finite e anche il tempo dell’opposizione. E’ il tempo delle responsabilità e degli impegni presi ai quali dare seguito.
    Libero vaffanculo, certo. Ma, se posso, ne faccio a meno. Preferisco.

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  3. vitoferro ha detto:

    “Essere intelligenti, significa essere diffidenti, anche riguardo a sé stessi.”

    Paul Léautaud

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  4. Pietro ha detto:

    Questo è un grande, pulito, economico commento a tante delle cose che ho letto. Grazie Vito

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  5. Lele ha detto:

    A proposito della Torino ferita e divisa in due, (per alcuni una trovata elettorale), raccomando di prendere in considerazione questi dati statistici su Torino, brillantemente esposti in una TED conference da Giuseppe Costa. Qui non c’entra il M5S, qui si commentano dati statistici.
    Finito il video fate l’esercizio di sovrapporre la situazione reale, fotografata dallo studio, con le narrazioni politiche. Grazie.

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  6. Angelo Benuzzi ha detto:

    Prendere sul serio Novelli è davvero sopra le mie forze. Non sono torinese, ci ho vissuto negli anni ’90 in zona grattacielo Lancia (corso Francia) ma non capire che la mutazione del PD ha allontanato tanti sostenitori è veramente da minus habens. Sbaglierò, forse non capisco più la politica, ma da ex DS e ex PD la distanza con questo partito la sento tanto. Fassino non era un mostro e la sua giunta non era certo la manifestazione moderna dei 40 ladroni di fiabesca memoria, mi è comunque sembrat che le sue priorità fossero molto distanti dal recupero sistematico delle periferie.
    Torino ha tanti, troppi, problemi. Speriamo che cambiare amministrazione almeno “scrosti” tutti quei gruppuscoli che sull’amministrazione ci campano da un pezzo.

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  7. carpediem61blog ha detto:

    Caro Vito, ero già sicura di aver fatto una bella cosa votando Chiara Appendino (nemmeno io sono attivista pentastellata), ma dopo aver letto il tuo articolo mi sento fiera di aver dato quel voto. Grazie da una tua concittadina che non ha mai amato Torino.

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  8. Michele Marra ha detto:

    Solo una precisazione: lavoro nel gruppo di epidemiologi che hanno stimato i differenziali nelle aspettative di vita a Torino. Guarda che quando si dice che si possono attribuire alle disuguaglianze sociali, si intende esattamente l’impatto di tutte le cose che hai scritto tu, mica soltanto una differenza di status. Si intendono le condizioni socioeconomiche degli individui e la realtà dei contesti che talvolta riescono a mitigare, talvolta ad incrementare (come alle Vallette) le disuguaglianze intra e interquartiere. Si intendono gli effetti (in grande) delle politiche di austerity, (in piccolo) delle scelte di abbandono delle periferie; si intende la mancanza di coesione sociale e l’aumento dell’esclusione; l’assenza di politiche di contrasto.

    E poi questo potrebbe c’entrare eccome con la motivazione del voto. Le disuguaglianze sono lì, evidenti ad un attento osservatore come lo sei stato tu. Chiunque riesca a renderle visibili a tante persone (e in particolare a chi ne soffre l’impatto) ne avrà un guadagno elettorale. Talvolta, poi, vengono anche strumentalizzate queste disuguaglianze. E, secondo me, magari non i comitati di quartiere, magari non le persone come te, ma sì, l’Appendino mi pare l’abbia fatto. Almeno quando ha fatto la guerra a Fassino (che non stimo peraltro) sulla pochezza dell’aiuto ai poveri, ma con poche proposte che potrebbero in effetti aumentare l’entità degli aiuti (la fattibilità del reddito di cittadinanza è al momento un miraggio).

    Ultimo punto: il lavoro degli epidemiologi è spesso sottovalutato. Quella cartina lì, basterebbe standardizzarla per età e probabilmente le differenze si appiattirebbero molto…

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    1. vitoferro ha detto:

      Gentile Michele, piacere di conoscerti e grazie per il contributo.
      So bene che i risultati dell’attenta analisi da voi fatta fanno riferimento proprio a quelle condizioni espresse nel mio post.
      Ma quello che contesto a Novelli nel suo articolo (e alla politica che ha governato Torino negli ultimi 20 anni ancora di più, ovviamente), è proprio l’aver rimosso, non palesato, gli specifici punti (e quindi anche le colpe e le responsabilità). Il dibattito si è concentrato solo e solamente su chi abbia votato l’Appendino facendola vincere (fascisti, leghisti, ingenui di sinistra, gli arrabbiati con Renzi, ecc ecc), ignorando e deridendo ancora i cittadini dei quartieri periferici in primis, che invece conoscono bene la situazione dei luoghi che abitano, e anche un elettorato, che la pensa sicuro diversamente da me, e che dagli osservatori viene rappresentato come “burattini” senza coscienza.
      Le “diseguaglianza sociali” (volendo con questa formula sommare tutti i punti esplicitati) non esistono per caso, come dici giustamente tu sono anche e soprattutto frutto di scelte politiche.
      Mi appare francamente distorto rappresentare il quartiere Vallette come oasi felice quando c’era il Pci e deserto ora che non ci sono più sedi aperte e il partito si è trasformato. E basta. Disamina piuttosto incompleta, non trova?
      Quanto ai 5 stelle: io non so cosa faranno per cambiare politiche sociali e che strumenti, azioni, decisioni metteranno in campo per risollevare le periferie. Non so in cosa consista il “patto” di cui si è parlato pochi giorni fa.
      So perché hanno vinto nelle periferie e come, so perché la gente si sia sentita rappresentata, ed ho cercato di spiegarlo da semplice osservatore e non militante. Cercare, caparbiamente e metodicamente, la partecipazione di tutti è il primo passo che reputo indispensabile per qualsiasi altra azione politica. Questa possibilità di partecipazione, vera e non di facciata, io in periferia da parte di altri partiti non l’ho mai vista.

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      1. Lele ha detto:

        Chiarito l’equivoco sul significato da attribuire al concetto di diseguaglianza sociale, (precisazione utile per smontare le finte narrazioni politiche e impedirne un uso improprio), possiamo lavorare perche’ questo pregevole studio condotto dall’epidemiologo Giuseppe Costa, che aiuta a quantificare la diseguaglianza, diventi virale? Non e’ soltanto una battuta, e’ che non capita spesso di poter disporre di strumenti divulgativi cosi’ accessibili e preziosi e non bisognerebbe perdere l’occasione per aumentare la consapevolezza generale (naturalmente mi auguro che il M5S torinese ne stia gia’ tenendo conto, perche’ in precedenza, certe considerazioni basate su dati oggettivi non sono state certamente prioritarie e anzi sono state sostituite da narrazioni assurde, come una delle piu’ recenti, che sconsideratamente imputa l’affermazione del M5S a presunti meccanismi di “invidia sociale” trascurando invece temi pesantissimi come l’incidenza delle malattie nelle diverse zone e via dicendo, cosi’ come ben evidenziato).
        In ogni modo ripropongo il video “TED, Giuseppe COSTA, Salute ultimo lusso”, se ritenete giusto contribuire alla diffusione di una maggiore consapevolezza presso la cittadinanza:

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  9. Franco TRAD ha detto:

    e saranno, caso mai, gli altri sfidanti a prendere lezioni e farsi dell’autocritica e riorganizzarsi per il meglio della nostra città, qualora venisse bocciato l’operato della giunta dell’Appendino.

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  10. Framco ha detto:

    Perché ha vinto l’Appendino

    Caro Vito,
    ho letto con molta attenzione la tua denuncia (e non lo ritengo un articolo) espressione di chi soffre l'”ingiustizia” vissuta nel quotidiano … Non sono un “rapper” ma ti confesso che i punti elencati, con il ritmo e la sequenza possono tramontare in un pezzo che “spacca” e che entra nel cervello di ciascuno perché nascono da un cuore di chi ama veramente la sua Città, il suo Quartiere e la sua Gente.
    Aggiungo alla tua denuncia alcuni punti raccolti a seguito di una mia ricerca di dottorato alla facoltà di architettura di Torino sulle condizioni delle abitazioni con particolare riguardo alle periferie nel ben lontano 1996.
    Mi sono stupito quando nel quartiere da te indicato esisteva un elevato numero di cittadini over 65 e che sono in condizioni abitative a dir poco disumane. Ad esempio un caso frequente che mi è ancora vivo in mente da allora di una e più persone anziane che si trovavano nelle loro case ed erano impossibilitate ad uscire di casa non perché avevano difficoltà motoria e sensoriali, o per propria scelta ma bensì per l’inadeguatezza dei mezzi messi a disposizione per permettergli di svolgere le normali attività del quotidiano, e se riuscivano ad andare avanti e ad avere il contatto con l’esterno, questo capitava solo grazie all’aiuto dei loro familiari che gli fornivano gli adeguati servizi e l’assistenza a differenza che ciò che accadeva in alcune città dei paesi confinanti con l’Italia.
    Dico ciò perché l’interesse della mia ricerca era cercare di invertire la rotta assai diffusa delle amministrazioni a suo tempo, ovvero di abbandonare queste persone a se stessi per poi ricoverarli in case di cura e ospedali con tutto ciò che ne deriva in termini di costo (in tutti in sensi) per la collettività ma anche per la singola persona in questione.
    Infatti l’intento della ricerca era quello di ripensare l’edilizia abitativa progettata con gli schemi dell’architettura razionalista che aveva come fulcro l’uomo “giovane e perfetto” di Le Corbusier, per poi scoprire a distanza di anni le sue pessime condizioni di vita e l’inadeguatezza di quelle soluzioni abitative progettate allora e mai modificate.
    Approfittando dell’arrivo delle tecnologie digitali per cercare di portare l’ospedale in casa e non in viceversa adeguando nel mentre il vicinato attrezzandolo con centri di servizi e di assistenza medica a distanza e cercando di ottimizzare con una serie di benefici su diversi piani, sia per la comunità sia per ogni singolo nucleo familiare.
    La mia indignazione è stata in un momento di discussione e confronto della mia ricerca a livello ufficiale, quando il presidente della commissione d’esame ritenuto uno degli “Illuminati” della sinistra non intuì la valenza della mia ricerca e mi chiese:”Ma lei architetto non vuole più progettare case di cura e ospedali per gli anziani?”. Non vado oltre per non ho più parole per esprimere la mia indignazione…
    Mi permetta di elencarle alcuni dei punti, secondo i quali ha vinto l’Appendino:
    -Ha vinto, non perché lei è cosi tanto forte ma bensì in quanto gli altri erano deboli per le loro divisioni, e per il loro modo di fare politica oramai non piu contemporanea ai giorni nostri.
    -Ha vinto, perché a Torino durante le ultime amministrazioni mancava una seria opposizione con un suo programma e con un gruppo di lavoro adeguatamente preparato che poteva mettere in discussione l’operato di chi amministrava.
    -Ha vinto l’Appendino perché giovane, fresca e piena di idee e perché grazie alla sua determinazione e alla sua continua preparazione, alla trasparenza del suo modo di operare, alla semplicità dei mezzi adoperati, alla sincerità dei suoi messaggi, al fatto di non avere fatto false promesse ma bensì ascoltando i problemi dei torinesi e formando il suo programma in modo aperto e critico proprio per dar voce a tutti.
    -L’Appendino ha vinto perché ha considerato gli elettori come liberi cittadini capaci di decidere in modo autonomo le proprie scelte essendo stufi delle menzogne, della falsità e dell’ipocrisia del teatrino indecente della politica al quale stanno assistendo da anni.
    -L’Appendino ha vinto perché ha capito l’anima vera dei torinesi, essendo lei una di quelle anime che in un momento di forte crisi quell’anima ha saputo sempre mettersi alla prova rimboccandosi le maniche anche con le poche risorse a disposizione.
    -L’Appendino ha vinto per l’entusiasmo degli attivisti, pieni di energia e voglia di fare, che sono di : diversa fascia d’età, di diverso sesso, di diversa estrazione politico/sociale, di diverse tendenze, e di diverse professioni e settori ma tutti quanti uniti nel voler bene e nell’amare veramente la propria città accettando le sfide per affrontare le conseguenze di coloro che hanno proclamato di amare Torino ma nel mentre hanno abbandonato a se stesse diverse realtà e non esclusivamente quelle a cui ho fatto riferimento con gli anziani.
    -Ha vinto perché la Città ha grande voglia di cambiare, cosciente delle migliorie apportate nel corso degli anni, esclusivamente, in alcune parti delle città ma preoccupata dell’incongruo enorme debito accumulato nel corso degli anni perché convinti che si possa fare meglio con meno e senza limitare non limitandone nello spazio queste migliorie allargandole al resto della città ma poi cercando di ridistribuire la ricchezza non a pochi eletti, facenti parte di un “sistema”, ma ad un numero ampio che parte dal centro e va alle periferie e viceversa.
    -Ha vinto perché i suoi sfidanti non sono cosi autonomi e liberi quanto lei e il suo gruppo di lavoro che hanno stilato in poco tempo un programma in modo del tutto autonomo e libero da imposizioni “dall’alto” e tutte queste persone sono state scelte in modo meritocratico per alcuni casi e democratico tramite il consenso popolare ottenuto in altri casi, niente manuale Cencelli e niente liste chiuse come succedeva dagli altri sfidanti.
    -Ha vinto perché le amministrazioni precedenti non si sono comportate da “buoni padri” in quanto hanno indebitato in maniera sproporzionata e incongrua l’intera cittadinanza senza pensare a una prossima crisi che poteva e si è avverata, per poi far pagare pesantemente ai cittadini agli artigiani e sopratutto alle piccole/medie imprese e costringendoli a grandi difficoltà culminate in alcuni casi col gettare la spugna per poi essere abbandonati a se stessi senza dignità alcuna.
    -Ha vinto l’Appendino perché le precedenti amministrazioni non hanno saputo molto prima intraprendere i percorsi di cambiamento, dico questo perché si parlava di declino industriale e di deindustrializzazione fin dagli inizi degli anni ’80, e la pigrizia dovuta a non fare più di tanto perché abituata ad un solo modello di sviluppo dettato dalla grande industria e dai grandi gruppi finanziari.
    -Ha vinto l’Appendino perché la cittadinanza ha visto il destino di alcuni suoi pezzi teatro non dei Nobili Olimpiadi invernali (con tutto il loro debito) ma degli “Olimpiadi delle palline” in cui bande di giovani immigrati di diverse nazionalità si contendono diversi isalati e quindi il territorio distruggendo i figli e le famiglie dei torinesi imponendo, in alcuni casi, le proprie regole.
    -Ha vinto l’Appendino perché la città ha visto negli ultimi 15 anni una crescita di un abusivismo commerciale (in alcune aree anche a pochi passi dal Municipio), con dei mercati creati ad hoc dall’amministrazione trovando termini come “mercato del libero scambio” o altro di simile, ma che ha degenerato e ha messo in crisi il tessuto commerciale esistente di quelle aree il quale era già schiacciato dalla concorrenza degli ipermercati, dagli ingenti tributi locali sempre in crescita da pagare, abbinato ad una crisi economica internazionale, il tutto ha degenerato il contesto economico di quelle realtà cittadine portandoli dal “formale” all'”informale” e creando una serie di danni di immagine, di guadagno e patrimoniali sia a loro sia alla città stessa.
    -Ha vinto l’Appendino perché gli artigiani, le piccole/medie imprese, i commercianti ed altri si sono trovati a pagare un alto prezzo non per le loro incapacità imprenditoriali ma bensì per le decisioni a monte di coloro che amministravano e dirigevano, essendo in alcuni super pagati anche con dei premi, nel mentre sperimentavano alcune scelte economicamente infelici, scaricando le conseguenze sulle categorie elencate sopra , e di conseguenza si sono ribellati.
    -Ha vinto l’Appendino perché i cittadini hanno visto crescere i costi di alcuni servizi ma diminuire il loro standard qualitativo (come la sanità, la scuola, la casa, l’acqua, la Tarsu ed altri…) in un momento di crisi economica, invece che sia il contrario; e l’incapacità o la “non volontà” della città di ridiscutere i prezzi, oppure di pensare ad altre modalità di fornitura per abbatterne i costi e miglioare la qualità dei medesimi.

    L’elenco potrebbe proseguire, ma adesso ci troviamo di fronte a un nuovo dato:
    Una nuova amministrazione giovane, fresca, piena di idee, con una maggioranza di una lista sola, che ha tutte le carte in regola per decidere e fare senza essere ricattabile e di conseguenza, non avere alcuna scusa per non fare. Ora o sarà capace di accelerare i tempi e ricucire la città e risanare e ripristinare molte delle negligenze elencate da te Vito e da me, oppure sarà bocciata.
    Ma i Torinesi hanno votato per l’Appendino perché volevano una sola lista con una sua maggioranza libera da vincoli al governo della città e saranno, caso mai, gli altri a prendere lezioni e farsi dell’autocritica e riorganizzarsi per il meglio della nostra città, qualora venisse bocciato l’operato della giunta “Appendino”. Nel mentre i cittadino vigileranno e cercheranno di dare una mano nel nome della “partecipazione” che era uno dei punti di forza del programma dei gruppi di lavoro dell’Appendino che copre diversi aspetti della vita cittadina e per tutti senza esclusione di nessuno.
    Con affetto per Torino

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