I posti più pericolosi al mondo negli anni ‘80

Negli anni ’80 i posti più pericolosi al mondo erano: Chernobyl, Medellin, le giostre della Vallette. 
Le giostre delle Vallette, grazie al cielo, venivano in piazza una volta all’anno, per Carnevale. C’erano un tirapugni, l’autoscontro, il tagada, le navicelle su cui salivi e sparavi, i calcinculo. Basta. Ma nonostante l’esiguo numero di attrazioni, queste erano in grado di attirare un numero altissimo di personaggi pericolosi: si andava dal prototamarro (quello col bomber portato a petto nudo) al criminale in erba, dal veterano dello spaccio all’eroe di mille rapine. 
C’erano tutti i miei compagni di scuola, da R.F, 17 anni, la barba e ancora in prima media, a D.C., che per vendicarsi del prof di ginnastica, una volta chiamò i fratelli grandi fuori dalla scuola e insieme gli distrussero l’auto; c’erano i fratelli V., due iene, bulli gregari ma (forse per questo) senza scrupoli; c’era gente che forava i gettoni dell’autoscontro e li legava ad un cordino, per restare in pista ad oltranza, seduto sullo schienale del veicolo, una mano sola sul volante, l’altra a mulinello sulle teste degli altri; c’era A.C. in piedi al centro del tagada, c’era droga, c’era l’alcool, c’erano le ragazze – peggio dei maschi -, c’era la musica trash, c’erano le risse. Che io sappia, mai nessuno oltre Lucento si è mai spinto fino alle giostre delle Vallette. 
(Ah: ho messo le iniziali non per rispetto della privacy, ovviamente). 
Il mio amico Massimo, – noi preadolescenti inermi -, un giorno si avventurò alle giostre, salì sulle navicelle e inizio a vorticare e a sparare. Fzz fzz fzz il raggio laser. E piano piano, le altre navicelle colpite scendevano a terra. Ne sarebbe restato solo uno, in aria, da solo, vincitore di un altro giro gratis. Fzz fzz fzz. In cielo si ritrovano il mio amico Massimo, uno già con una bella esperienza formativa da bullizzato nonostante la giovane età, e M.I., il più pericoloso, il più fuori di testa di quella strana fauna umana che popolava la periferia di Torino in quegli anni. Solo loro due. Uno di fronte all’altro. Sarà stata l’euforia delle giostre, l’aria frizzantina in alta quota, l’inesperienza, ma… fzz, Massimo spara per primo. La navicella del pazzo sanguinario inizia a scendere. Questi fissa serio Massimo. Senza aprire bocca, fa roteare il dito, come a dire: “dopo, dopo”. 
Massimo, mi racconterà poi, pensò che avrebbe voluto non scendere mai più, restare lassù, immerso in quell’aria fredda ma tonificante, la musica leggermente ovattata, isolato, salvo. 

Oggi, Chernobyl ha perso la sua carica radioattiva. Medellin non è più la capitale dello spaccio mondiale. E alle Vallette sono anni che le giostre non vengono più. Sono altri i luoghi da temere. E l’equivalente delle giostre alle Vallette per me oggi è Facebook. 
Proprio come le giostre, in sé innocue, anche questo posto virtuale non è ontologicamente sbagliato. Anzi, come le giostre, è capace di esercitare un’attrazione incredibile: sa di leggerezza, sa di svago, di gioco, di allegria. Un tempo sospeso, dedicato all’inutile, alla manutenzione delle “amicizie”. Eppure, bisogna essere onesti: qualcosa deve essere andato storto. Perché Facebook è diventato come le giostre delle Vallette. 
Se ci vai, rischi di subire violenza o di esercitarla. Inghiottito in un’aggressività livorosa, nervosa, pronta a scattare, a formare branchi, a compiere spedizioni punitive, a prendertela col più debole, con il primino che resta appoggiato al bordo del punchball o osa montare su una macchinetta degli scontri. Come per le risse alle giostre, vai a sapere chi ha iniziato, chi ha provocato per primo, e poi ha davvero importanza saperlo, mentre volano calci con gli anfibi e cazzotti con le chiavi tra le nocche? 

Mi sono sempre tenuto lontano dalle giostre. Nonostante sognassi di sentire esclamare SUPERMACHO dalla macchinetta dopo un mio pugno, di volteggiare in aria, di saltellare sul tagada, di sbirciare le ragazze truccate di terza. Troppa paura di prendere botte o di doverle dare, proprio nel luogo del massimo divertimento. Così sto imparando a tenermi lontano da Facebook. Cerco di ridurre al minimo la mia presenza, a misurare sempre le parole, a evitare scontri, per rispettare gli altri, per ricevere rispetto. Perché un commento acido ti lascia un tremore molesto e il cuore batte a scatti, e ci pensi e ci ripensi e se rispondi la cosa si prolunga, dura ore, e arrivano squadracce di commentatori contro di te o a favore tuo: e ti senti in un caso umiliato, nell’altro meschino. Il dolore è quasi fisico, com’era negli anni ’80, su quella piazza, dopo l’innesco di un “cazzo ti guardi?” e il primo colpo.  
E così senza manco accorgertene, magari con persone che conosci bene, di persona, sprofondi nel livore: intorno c’è sempre la stessa musica trash e l’odore dello zucchero filato, nauseabondo. 
Non sono mai salito su quelle giostre, ci passavo vicino, buttavo un’occhiata, il resto del quartiere, svuotato, mi sembrava un piccolo paradiso (anche se realmente non lo era). Ma l’inferno erano sicuramente le giostre: tiravano fuori il peggio da tutti. L’avrebbero tirato fuori pure da me. 
Il mondo fuori da Facebook non è il paradiso, ma ancora resistono freni alla nostra aggressività latente. Qui dentro no, questi freni non li vedo. Ed io vorrei stare in alto, dove l’aria è fredda ma tonificante, la musica leggermente ovattata, isolato, salvo: senza aver dovuto sparare neanche un fzz.

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Natale, un ricordo

Anni fa, il 24 dicembre, mi ritrovai con mio fratello al Carrefour di Corso Grosseto mezzora prima della chiusura. Il supermercato, già triste di suo nel resto dell’anno, quella sera era particolarmente desolato: scaffali semivuoti e disordinati, merci fuori posto, sotto sopra, confezioni mezze aperte, strappate, rovinate, segni di un turbolento passaggio, di uno shopping natalizio selvaggio e famelico. In tutto il supermercato rimanevano soltanto cose non volute da nessuno, le ultime delle ultime, pochissimi desolati avventori (in mano pandori senza farcitura, spumanti senza bolle, pantofole, occhiaie meste), io e mio fratello. In cerca del regalo di Natale per la sua nuova ragazza, conosciuta qualche giorno prima.

“Certo, avresti potuto pensarci un po’ prima” ma ormai eravamo lì, io e mio fratello, in mezzo a quella landa disgregata, in mezzo alle rovine, al lato deteriorato del consumismo, nel retro del Natale, e ci toccava cercare. Mezzora alla chiusura.

Fu una ricerca disperata e divertentissima. Più che cercare oggetti, cercavamo giustificazioni plausibili per gli orrori che rinvenivamo. Relitti di epoche dimenticate, robe tirate fuori da magazzini umidi per rimpolpare vuoti, testimonianze fuori moda dal gusto discutibile, scarti di scarti di scarti.
L’altoparlante aumentava la nostra ansia col suo conto alla rovescia gracchiante, strascicato. Dlin dlon, cinque minuti alla chiusura, si invitano i gentili clienti ad affrettarsi.

Alla fine, tra una macchinetta elettrica e un tosaerba, li trovammo. Tre cestini di legno a matrioska, quadrati, semplici, tutto sommato delle perle, là dentro, in quel momento. Non costavano poco: tre prezzi diversi a salire, dal più piccolo al più grande. Il totale troppo.
“Prenderne solo uno?”
“Naa, da solo non rende”
“Tutti e tre costano un bel po’…”
“Pace. É Natale”.
Li infilammo uno dentro l’altro e via.

Alla cassa solo noi. Donne delle pulizie già al lavoro tra i reparti. Il Natale era già finito dentro al supermercato. Si stava smantellando.
La cassiera era stanca ma non sgarbata. Truccata, sarebbe scappata dai suoi cari non appena fossimo andati via. Con due, tre occhiate, comprese tutto di noi. Accennò ad un sorriso. Non sapremo mai se lo fece apposta o meno.
Passò soltanto il cestino più grande, ignorando gli altri due dentro. Io e Edy deglutimmo. Muti.
Pagammo, ringraziammo, augurammo e uscimmo.
“Il prossimo anno conviene tornare qui, all’ultimo” disse mio fratello.

Mio fratello si è sposato con quella ragazza. E quei tre cestini li hanno ancora.

Avevo un solco lungo il viso

Venerdì è stata una giornata speciale.
Cominciata con una lezione di scienze sui “perché”, sorprendendomi a leggere la curiosità profonda dei bambini sul mondo, la natura, l’essere umano.
Proseguita con musica: ho fatto ascoltare loro “Il pescatore” di Fabrizio De André.
In silenzio, in classe, si è creata una piccola magia. Ho spiegato loro verso per verso la canzone, hanno immaginato la scena, la storia dietro i versi, il sorriso muto del vecchio, gli occhi grandi dell’assassino.
Si sono commossi. A. ha perfino pianto.
Io ho avuto il privilegio speciale di sentire la canzone attraverso le loro orecchie: è riemersa intatta, potentissima, inedita.
E ho visto me stesso quando l’ascoltai, per la prima volta, alla loro età.
La canzone ci ha permesso di parlare di sbagli, del bene e del male, della ricerca inevitabile dei motivi dietro ad ogni comportamento, per capire davvero l’umanità e il cuore degli altri.
“Sarebbe bello continuarla, la canzone” mi dice D.
Ha ragione: le storie, d’altronde, non finiscono mai.

Nel pomeriggio la mia giornata si è spostata all’Università di Torino, al DAMS. Ospiti di Alessandro Perissinotto, io e i miei compagni di sogni, l’arruffato Roccioletti e il perennemente stressato Alessio, abbiamo parlato di Autori Riuniti, di editoria, di libri, di scrittura davanti ad una platea di 160 studenti.
Un’aula piena. 160 studenti. All’Università.
Il cuore all’inizio si è rattrappito dall’emozione. Ma penso che mai prima di ieri abbiamo spiegato così bene il nostro progetto. Utilizzando le parole giuste, sentendoci davvero in sintonia.
Sono momenti simbolici: anni fa da quel luogo uscimmo confusi e insicuri. Ieri ci siamo tornati per togliere un po’ di confusione e insicurezza dagli occhi grandi di quei ragazzi che ci fissavano dalle gradinate.
“Mi avete dato speranza” ci dice uno studente giovane a fine incontro. “Vi ascoltavo, e provavo a mettermi nei vostri panni. Difficile portare avanti un progetto così, ma ce la state facendo: vuol dire che si può.”
D’altronde le storie non solo non finiscono mai: servono a farne nascere altre.

Mia mamma

Gli anni dell’infanzia, quartiere popolare Vallette, Torino.
Il quartiere, allora, era un piccolo universo che a me sembrava sterminato e, come in un paese, tutti conoscevano tutti, ed ognuno aveva il suo ruolo ben definito. I cortili dei palazzi brulicavano di bambini. Io e mio fratello eravamo due di quelli.
Nel nostro cortile c’era un vecchio (per noi che eravamo gagni, ma avrà avuto una cinquantina d’anni) cacciatore. Lipari si chiamava: ora è morto. Lo odiavano tutti. Tutti lo temevano. Faccia che dire arcigna è poco, modi rudi, avambracci muscolosi sempre scoperti, occhi taglienti, un borbottio costante, due cani aggressivi come lui tenuti sempre liberi (e che una volta morsero il mio cane di allora, da cucciolo). Mai un sorriso con nessuno da parte di quell’uomo, mai un gesto amichevole da buon vicino di casa. In compenso si lamentava di tutto e tutti e se c’era da litigare ovviamente non si tirava indietro. Aveva dei fucili, con uno di essi, qualche anno prima di morire, cercò di uccidere la moglie. Venne la polizia, lui barricato in casa, la moglie per strada con la gente, che show pazzesco quella volta. Per dire il tipo. Il suo ruolo in quartiere era quello del cattivo, ovviamente.
I bambini, quando lui scendeva in cortile coi cani, gli stavano alla larga. Un giorno capitò che mio fratello che allora avrà avuto sì e no sei sette anni, forse giocando a pallone forse a nascondino (non ricordo più bene), si avvicinò troppo ai cani di Lipari. Un affronto per il cacciatore. Si avvicinò a mio fratello e gli diede uno schiaffo. Lo schiaffo non credo fosse stato violento, ma bastevole a far piangere mio fratello. Il cortile, come scosso da una scarica elettrica, propagò la notizia. “Lipari ha picchiato Edy”. Le voci si diffusero insieme al pianto, più spaventato che dolorante, di Edy. Volarono tra panchine di cemento e alberi frondosi, tra auto e biciclette, aiuole e panni stesi e raggiunsero il balcone di casa mia, dove mia madre stava stirando.
“Chi? Chi ha picchiato Edy?” chiese dal balcone mia madre, che è sempre stata uno scricciolo di una cinquantina di chili.
“Lipari, è stato Lipari, gli ha dato uno schiaffo” rispose chissà chi di sotto.
Mia madre scese. Lo ricordo come fosse adesso. Era pomeriggio, era estate. Il cortile pieno.
Mia madre si diresse verso quell’uomo, uno dei tanti malati marci come definiva lei le persone corrotte e cattive, putride nell’anima (ancora adesso non trovo definizione migliore), a passo deciso. Quello, dopo lo schiaffo a mio fratello, se ne stava in cortile, coi cani sciolti, senza minimo rimorso.
Mia madre lo raggiunse. Non chiese, non parlò, non disse nulla.
Solo lo afferrò con entrambe le mani e iniziò a strozzarlo.
Quello strabuzzò gli occhi, per la sorpresa e per la mancanza d’aria, cercò soltanto di togliere le mani di mia madre dal suo collo prendendole per i polsi. Non ci riuscì. Mia madre stringeva, quello soffocava.
Occorsero diverse persone per staccarlo a mia madre. Allora divenne una furia, trattenuta a stento. Lo minacciò di morte. Minacce concrete. Lipari scappò. Scappò letteralmente.
Da allora non diede più fastidio a nessuno, se non alla moglie come dicevo, nell’ultimo atto della sua vita.
Ecco, questa è mia madre. Il mio amore, il mio orgoglio.
Auguri, ti voglio bene.

mamma

Di bilanci sbilanciati

Non sono bravo a fare i bilanci. Falso sempre tutto per colpa della mia memoria. Se ciò che mi é capitato da poco é stata una cosa bella, il bilancio dell’anno intero mi pare buono. Viceversa, se brutta, l’anno pare una merda.
Mi sforzo. Impegno la mia memoria. Cerco di essere onesto, preciso, oggettivo.
Nel 2015 ho finito di lavorare. La disoccupazione non é ancora arrivata (e sono tanti mesi). In questo momento ho, in tutto, circa 47€. Ma a febbraio ho fatto un viaggio favoloso in Birmania. A settembre ho visto la Grecia e profughi accampati sulle spiagge di Bodrum e nel porto di Kos.
Devo dare l’equivalente di una Golf turbo al dentista.
Ho vissuto l’esperienza di accudire delle mucche.
Ho conosciuto un bambino splendido.
Ho lavorato in un asilo pieno di bambini stranieri.
A parte un persistente dolore ad una costola, procuratomi cercando di recuperare dei libri buttati in un cassonetto, son stato bene.
Uva sta bene, e il suo problema all’orecchio che tanto ci ha fatto preoccupare in estate, é scomparso.
Cri sta bene, e la notte cerca le mie gambe con le sue per intrecciarci; i miei stanno bene, gli amici stanno bene. Alcuni si sono traferiti, ma ci sentiamo e li porto dentro, dove li ho sempre tenuti.
Ho conosciuto gente nuova, ho giocato poco a calcio. Ho scoperto musica che ascolterei continuamente. Ho letto un botto.
Ho fatto più sogni che incubi. É inverno, ma il freddo é umano. Ho adorato il caldo supremo di luglio.
Stasera passerò l’ultimo dell’anno insieme a coloro con cui sto, pian piano, realizzando un piccolo grande sogno.
Sono vivo, innamorato, giovane, so scrivere, amo ridere, non mi dispiace piangere.
Ci sono ricascato: che anno meraviglioso é stato! Solo il prossimo sarà meglio.

Tutto scorre

l’uscio di una porta, il sole che taglia l’ombra colata sul selciato di pietra
una gonna rossa, una donna di spalle, la sua camminata a scansare i passanti
la macchinina di metallo tenuta con la mano che sbatte contro lo zoccolo della parete
il gusto sul palato di una spremuta, un mattino a Bangkok mentre il sudore sulla fronte
durante una festa di paese, coppie di anziani che ballano, la band di liscio, la grigliata
la mattina del 25 dicembre 1987 sul divano davanti ai pacchi regalo, neve
l’aereo in mezzo alla turbolenza le luci spente qualcuno che dorme i sobbalzi
un applauso in qualche sala piena di volti, il microfono che gracchia
un tiro a giro, la bocca aperta le mani alzate
le orecchie dritte del cane
il rumore della moneta rotante sul tavolo di casa
la tosse del padre
un semaforo rosso sotto la pioggia di sera in autunno
un racconto letto e ricordato solo in parte
gli occhi assonnati della madre
l’aula di prima media, il ponte oltre la finestra
alcuni colombi appesi ad un filo lungo la fermata del tram
i sassi del fiume bianchi
un paio di jeans stesi sul letto, ancora l’etichetta
le parole “sapessi”, “il tempo”, “corso”, “davvero” in mezzo ad una conversazione
l’inizio del ritornello della canzone liquefy
i piccoli buchi sul parquet fatti dall’osso lasciato cadere dal divano, dal cane innumerevoli volte
una domenica pomeriggio, la televisione la luce gialla prima della pioggia
male ai denti, rannicchiato sulla poltrona le tre del mattino
lo strappo sulle tende, vicino al foro bruciato di sigaretta
l’odore dell’erba nel quartiere
il panettiere del forno notturno che tira fuori la pizza le brioche
la spuma sulle caviglie i riflessi della luna sulle ultime onde la sabbia fredda
l’ago che estrae il sangue il calendario del mese della prevenzione i batuffoli di cotone
lo zainetto invicta con le scritte
mentre porge la mano ad un professore che non sorride
il vino poi la vodka alla frutta nel garage ragazzi inglesi, una di loro si tocca il naso
una mantide dentro le Converse comprate fallate, pagate 15.000 lire
persone a Gardaland su cabine sospese a sei metri d’altezza
un sogno in cui il diavolo stava in cantina e osservava tutto
la fossetta accanto all’occhio di lei, mentre sta ridendo
una certa carta del mercante in fiera
la lana grezza della divisa sul petto nudo, sulle gambe olio di canfora
l’angolo del quartiere, gli scalini, un bacio tra i grilli, passi lontani
il circuito elettrico costruito in terza media, lo scatto dell’interruttore
un bambino che gira intorno al terrazzo su una piccola bicicletta
il poster del film E.T. fuori dal cinema Capitol, le foglie bagnate, un amica di famiglia
il fossile sul palmo della mano all’uscita di una mostra
sul suo letto seduto coi fratelli a far finta di essere un’altra persona

Le luci abbaglianti, l’urlo che non esce, lo schianto.

Consigli per gli acquisti

Natale si avvicina inesorabile. Tutti gli anni diciamo “eh no, quest’anno niente regali a nessuno che c’è crisi, vaffanculo!” e poi, puntualmente, ci troviamo il 24 pomeriggio in centro, come bestie affamate nella savana, a cercare qualsiasi oggetto disponibile.
Ecco, m’è venuta un’idea: aiutiamoci! Consigliamoci a vicenda regali.
Propongo solo una condizione: che siano cose “diverse” e possibilmente non costose. Ognuno metta TRE (o più) consigli.
Inizio io:

  • – Libri di piccoli editori: Las Vegas edizioniMiraggi EdizioniIntermezzi Editore,Neo Edizioni, o quella che volete, l’importante è che sia piccola e tenace e coraggiosa. Alcuni titoli?
    Attraversami di Christian Mascheroni.Qua. Un libro meraviglioso che se fosse stato scritto da un cazzo di autore americano starebbe in libreria accanto a Frenzen!;
    La guida di Giuda. I 76 bar più temibili di Madrid di Alessandro Gianetti. Qua.
    La disobbedienza civile di H.D.Thoreau. Pubblicato da un editore elegantissimo, intelligente, dal catalogo borgesiano. Eccolo.
  • Giochi simpatici: soprattutto su Simply clever toys. Qui ne trovate davvero di originali.
  • Iscrizione a una qualunque organizzazione umanitaria o animalista o meglio ancora: regalate l’adozione a distanza di un bambino o di un animale. Per i bimbi Save the children si occupa di piccoli in Africa ma non solo. Qui si trova il modulo di adesione. Costa 0,80 cents al giorno. Ci sono però organizzazioni più piccole che lavorano direttamente con campi profughi sparsi per il mondo. In privato posso girarvi i contatti.
    Per gli animali, consiglio, per chi sta a Torino, Il Cascinotto di Collegno. E’ pur sempre un canile, ma gestito con amore lodevole.

Note di viaggio

A Brooklyn vendono un gelato sintetico sotto il Manhattan Bridge che altro che Grom. 
L’unica vera attrattiva di Can Tho (oltre il Mekong) è una statua di Ho Chi Minh che lo fa sembrare l’uomo di latta del Mago di Oz.
Se ci si addentra in un vicolo parallelo a Khao San Road, si scoprono diversi tatuatori e un centro massaggi con un cortile sonnolento e tanti gatti. 
Vicino alla Senna, sulla Rive Gauche, in una piccola via che non ricordo, una targa segnala che in quel posto è stato intronizzato un re. 
Dietro Piazza Navona c’è lo zozzone: la più buona pizza di roma la fa lui. Per vedere questa meraviglia invece, custodita a San Luigi dei Francesi, bisogna mettere delle monetine in una macchinetta che accende la luce. 
A Francoforte la via più bella si chiama Zeil.
A Madrid non bisogna chiamare la teleferica teleferica bensì teleferico. 
A Glasgow c’è un negozio di abbigliamento che vende magliette pornografiche. 
Se decideste di salire su alcuni templi di Angkor, questo in particolare, sappiate che lo fate a vostro rischio e pericolo: lo dicono anche i cartelli. 
Il mercato delle pulci di Barcellona credo sia il più confuso e meschino d’Europa.
Comprare a El Quseir è un’impresa: le trattative sfinirebbero un venditore del Folletto. 
Le campagne intorno Hoi An, le spiagge deserte, gli alberghi in costruzione, e le scarpe su misura a dieci dollari.
Al cimitero ebraico di Praga vendono piccoli Golem.
Boccaccio è nato a Certaldo: ci si arriva con questa cosa.
Percorrendo l’unica strada che attraversa il Gennargentu, nella quale fu fatto ritrovare il piccolo Farouk, ci sono cavalli e maiali selvatici e nessuna uscita.
I Docks di Londra, adesso rivalutati, fanno realmente pensare a Dickens. 
Andando verso Tarragona, si trova Cala Morisca, una spiaggia bella, grande, con colori splendidi. E si sta nudi. 

 

 

 

Lettere

Non so perché ma ti ricordo
(e sbaglio sicuramente  sbaglio)
che fumavi sigarette, male senza aspirarle
controluce appoggiato al muretto
davanti il sole
poi avevi un giubbotto largo
e un’aria un po’ distante
eppure mi scrivevi lettere
piene di tempo e senza remore

Il fango di questi anni schegge
ha distorto il suono sghembo
della tua voce, se non l’ha del tutto
cancellato
C’eri tu, e molti altri volti:
il mondo intero aveva, in quel periodo,
una fotografia da film antico
Lei tardava a venire, o se veniva
s’incarnava in braccia strette
in bocche tristi
in occhi persi
come quelli di Marianna a Strasburgo
o di altre più distanti ancora
e intanto ci scambiavamo lettere
io e te
come fratelli ritrovatisi per caso
e cosa abbiamo visto e vissuto fino adesso?
Non è vero che si cresce
e si cambia, è semplicemente il tempo
che mette montagne e nuvole e pozze
d’acqua sporca, giostre e luci e mani di altri
e il tragitto da casa tua alla mia si fa immenso
l’orologio sembra guasto, si aggiorna la fotografia
del mondo

Non ti ho visto nel momento più fragile
non ti ho visto su quel letto
vorrei adesso, col senno dei vecchi,
avere avuto altre premure
ben altro coraggio
Posso dire soltanto di averti incontrato
nel sogno, ma tu digrignavi i denti
e avevi feroci gli occhi
(il super io alza la voce, stringe i pugni)

Non so dove tu sia
“il tempo è un inganno”
– vorresti dirmi, non è vero? –
“perché guardati:
sei vivo e cresci, sei agli antipodi
di un adolescente ribelle
che viveva d’entusiasmo
eppure ancora mi pensi”

Metti il tuo braccio sulla mia spalla
quando la luce si fa calante
quando i pensieri mi circondano
il cuore
Se dormo, tu vegli, lo so
se ti scrivo questi versi
rispondi
come in quelle vecchie lettere
tra noi
che ho perso
Aiutami a ritrovarmi

Un gol

A cosa è paragonabile fare un gol?
Ad un orgasmo? A una corsa a perdifiato giù per una collina? A New York come ti appare dall’Empire, di sera? A un tuffo da uno scoglio, il mare azzurro chiaro? A una risata forte fortissima? A trovare 50 euro per terra? A sentire chiamare il proprio nome, in mezzo alla folla, da lei con la sua voce inconfondibile? A fare pace con un amico? A guidare veloce verso il sabato sera? A ritirare lo stipendio? A tenere in braccio un bambino?