Mia mamma

Gli anni dell’infanzia, quartiere popolare Vallette, Torino.
Il quartiere, allora, era un piccolo universo che a me sembrava sterminato e, come in un paese, tutti conoscevano tutti, ed ognuno aveva il suo ruolo ben definito. I cortili dei palazzi brulicavano di bambini. Io e mio fratello eravamo due di quelli.
Nel nostro cortile c’era un vecchio (per noi che eravamo gagni, ma avrà avuto una cinquantina d’anni) cacciatore. L. si chiamava: ora è morto. Lo odiavano tutti. Tutti lo temevano. Faccia che dire arcigna è poco, modi rudi, avambracci muscolosi sempre scoperti, occhi taglienti, un borbottio costante, due cani aggressivi come lui tenuti sempre liberi (e che una volta morsero il mio cane di allora, da cucciolo). Mai un sorriso con nessuno da parte di quell’uomo, mai un gesto amichevole da buon vicino di casa. In compenso si lamentava di tutto e tutti e se c’era da litigare ovviamente non si tirava indietro. Aveva dei fucili, con uno di essi, qualche anno prima di morire, cercò di uccidere la moglie. Venne la polizia, lui barricato in casa, la moglie per strada con la gente, che show pazzesco quella volta. Per dire il tipo. Il suo ruolo in quartiere era quello del cattivo, ovviamente.
I bambini, quando lui scendeva in cortile coi cani, gli stavano alla larga. Un giorno capitò che mio fratello che allora avrà avuto sì e no sei sette anni, forse giocando a pallone forse a nascondino (non ricordo più bene), si avvicinò troppo ai cani di L. Un affronto per il cacciatore. Si avvicinò a mio fratello e gli diede uno schiaffo. Lo schiaffo non credo fosse stato violento, ma bastevole a far piangere mio fratello. Il cortile, come scosso da una scarica elettrica, propagò la notizia. “L. ha picchiato Edy”. Le voci si diffusero insieme al pianto, più spaventato che dolorante, di Edy. Volarono tra panchine di cemento e alberi frondosi, tra auto e biciclette, aiuole e panni stesi e raggiunsero il balcone di casa mia, dove mia madre stava stirando.
“Chi? Chi ha picchiato Edy?” chiese dal balcone mia madre, che è sempre stata uno scricciolo di una cinquantina di chili.
“L., è stato L., gli ha dato uno schiaffo” rispose chissà chi di sotto.
Mia madre scese. Lo ricordo come fosse adesso. Era pomeriggio, era estate. Il cortile pieno.
Mia madre si diresse verso quell’uomo, uno dei tanti malati marci come definiva lei le persone corrotte e cattive, putride nell’anima (ancora adesso non trovo definizione migliore), a passo deciso. Quello, dopo lo schiaffo a mio fratello, se ne stava in cortile, coi cani sciolti, senza minimo rimorso.
Mia madre lo raggiunse. Non chiese, non parlò, non disse nulla.
Solo lo afferrò con entrambe le mani e iniziò a strozzarlo.
Quello strabuzzò gli occhi, per la sorpresa e per la mancanza d’aria, cercò soltanto di togliere le mani di mia madre dal suo collo prendendole per i polsi. Non ci riuscì. Mia madre stringeva, quello soffocava.
Occorsero diverse persone per staccarlo a mia madre. Allora divenne una furia, trattenuta a stento. Lo minacciò di morte. Minacce concrete. L. scappò. Scappò letteralmente.
Da allora non diede più fastidio a nessuno, se non alla moglie come dicevo, nell’ultimo atto della sua vita.
Ecco, questa è mia madre. Il mio amore, il mio orgoglio.
Auguri, ti voglio bene.

mamma

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