Il feticismo delle parole

 

Come sosteneva con grande preveggenza Marx riguardo le merci, esiste un feticismo simile anche delle parole?
A cominciare dalla prima, terribile che definisce il nostro ruolo globale: consumatori? Letteralmente consumare significa usare qualcosa fino al suo esaurimento (logorarla poco a poco, dilapidare un bene) e, in accezione riflessiva, “danneggiarsi” (“una malattia mi consuma”, “logorarsi la vista”).

Accettiamo questa definizione e ne abbiamo fatto senso identitario profondo. Nonostante rispecchi una concezione della vita distruttiva e paradossale.
Presuppone che la cosa consumata finisca per sempre e, al tempo stesso, che le cose da consumarsi siano infinite.
La prima azione la realizziamo con altissimo spreco di energia e materiali e risorse e con conseguenze spesso dannose, la seconda è una menzogna: le cose, o meglio i materiali che servono a produrre cose da consumare, siano esse cibi/oggetti/relazioni/ non sono infinite. Anzi, si stanno esaurendo per sempre.
Ora: è possibile che noi ci comportiamo allo stesso modo con le parole? Siamo consumatori di esse in quanto feticci?
Quando utilizziamo una parola, in fondo, non la stiamo svuotando di senso, logorandola, rendendola inutile, inefficace, non più utilizzabile?
E perché adoperiamo certe parole piuttosto che altre? Cosa ci porta a servirci di termini coniati da poco, o presi in prestito (rubati?) da altre lingue, o mutuati da un potere che sottilmente li impone a tutti?
Parole che erano attinenti alla sfera religiosa sono state “abbassate” ad un livello di quotidianità comune, generalizzate, impoverite. Anima, spirito, Dio, sacrificio, peccato, ma anche altre meno evidenti e pregnanti come angelo, santo, preghiera sono entrate nel vocabolario d’uso comune della nostra società. Sono dentro le canzoni che ascoltiamo alla radio, sono nelle pubblicità sui manifesti, sono in bocca agli attori delle fiction, sono esclamazioni, un intercalare costante e ripetitivo, battute.
Parallelamente al sacco della religione, vi è stato quello della filosofia, dell’arte, della politica, della letteratura.
Termini densi di significato in un contesto ben preciso, portati, distribuiti, deconstestualizzati nel parlato quotidiano appaiono diluiti, depotenziati, logorati, consumati.
Perché è avvenuta questa degradazione? Perché le parole estrapolate dal loro nido naturale non hanno mantenuto la loro carica, la loro aurea, propagando luce e calore intorno, di fatto migliorando la comunicazione interpersonale, la comprensione del reale, la gestione del nostro pensiero?
Perché molte volte arrivano a significare concetti opposti al loro senso originario?
Vi è un limite intrinseco nella parole stesse o la forza del contesto (del potere che lo ha creato) è così pervasiva da travolgere e modificare tutto, perfino il linguaggio?
Se è vero però che il linguaggio è espressione del pensiero, si è ormai accettato che esso sia anche modificazione di esso: le parole orientano le nostre idee, danno loro forma e sostanza.
Prova di questo è l’estrema varietà di differenze presente tra popoli di culture lontane tra loro (e sotto l’influsso di poteri diversi), che posti di fronte alla stessa esperienza, la decodificano e la interpretano in modi spesso completamente opposti.
Il senso di soffocamento che a tratti proviamo tutti, la sensazione di non poter cambiare, mutare le nostre esistenze, uscire da una gabbia che impedisce di condurre un’esistenza realmente autentica, ha il suo avvio e la sua radice nell’uso delle parole.
Ho sempre ritenuto che l’unico vero ambito di libertà (e di conseguenza di benessere), fosse quello mentale. Tutti gli altri sono, in fondo, un venire a compromessi con questo.
Nella costruzione continua del mio pensiero io posso essere realmente libero. E questa libertà può riflettersi, sempre ridotta, sempre mediata certo, nel mio agire sociale, nel mio essere gettato nel mondo.
A patto che il pensiero indaghi a fondo la natura delle parole, la loro origine, le accezioni ma soprattutto il pervertimento che esse hanno subito nel tempo.
Così che l’esercizio di libertà sia un esercizio di stile, e l’etimologia un’etica.

La visita

Fuori le lepri selvatiche escono e rientrano nelle tane. Il posteggio è troppo grande. Una rotonda, più avanti un’altra. La facoltà di Agraria. I campi. Lo store dei cinesi scorbutici. Le nuvole a brandelli, la luce del sole.
La donna quando entra saluta il custode che non la saluta. Sta chino sul suo bancone dietro al gabbiotto di vetro, ingobbito nell’ombra artificiale, la camicia azzurra e senza giacca.
Vede da lontano il viavai dei parenti, l’agitarsi strascinato di sedie, l’affanno di pacchi, le borsette per terra (delle tante donne: mogli, madri, figlie). 
Suo marito è sull’orlo della corsia, le mani dietro la schiena, in punta di piedi.
“Come stai?” Il sorriso è dolente, come dovesse lottare con un grande dolore prima di uscire.
“Sto bene, sto bene Giulio” risponde la donna nascondendo lo sguardo dentro la borsa, fingendo di cercare qualcosa. Crede sia la soluzione migliore, farsi vedere affannata, pensierosa, distratta.
“Ti ho portato questo” dice estraendo (e guardandolo) un piccolo oggetto bianco, un cane di marmo di pochi centimetri.
“Guarda che bello, lo metto qui, che dici? Non assomiglia a Lucky? Eh, guarda, identico…”
L’uomo guarda le mani della moglie appoggiare sul piano di pietra la statuetta, vicino alle altre decine di statuette. Ognuna assomiglia a qualcun altro, secondo la moglie. La pietà di Michelangelo sono zia Carla e il figlio, la Venere di Botticelli la loro figlia maggiore, un puttino grasso il nipote quando è nato. 
Si renderà conto della pena e dell’imbarazzo e di quanto sia doloroso vivere quei momenti? Di  quanto sia difficile guardarlo? Ora che sa che le tocca prendere la sedia, e affrontarlo. Lui la tiene sotto tiro con gli occhi.
“Vuoi che cambi l’acqua ai…”
“Voglio uscire da qui, devi firmare!” sempre lo stesso esordio, sempre uguale.
La moglie sospira. Un giorno lontano nel tempo quell’uomo le prese le mani sull’altare e lei era realmente felice.
“Giulio, lo sai, ne abbiamo già parlato…”
L’uomo non si arrabbia. Non sembra mai arrabbiato. Penoso, sì, affannato, ma non ha rabbia.
“Ma perché?”
“Non si può, lo sai, devi avere pazienza”
“Sono anni che ho pazienza, Elvira, anni!”
“Ma cosa c’è qui che non va, non ti trovi bene con gli altri?”
“Non è questo il punto…” per la prima volta l’uomo distoglie lo sguardo dalla moglie. Sembra circondare tutto lo spazio attorno a loro, come cercasse qualcuno in particolare. 
“A casa non puoi tornare. Ma io vengo tutti i giorni…”
“Ad uno più in là” e l’uomo indica un punto confuso, dietro una fontana e un porticato “i parenti devono aver firmato, perché è da un po’ che non lo vedo.”
“Ma non dire fesserie, Giulio, non può essere!”
“Non vuoi tu, dì la verità!”
“Non è vero, io…”
“Sì, è così Elvira, che credi, che non ho capito? Altro che sindaco… deve firmare il sindaco… non c’entra niente, proprio niente…” l’uomo scivola sulla panchina all’ombra. Davanti a loro sfila una coppia con due bambini. I bambini tengono in mano dei fiori.
“Quante volte ne abbiamo parlato, eh Giulio? Pensa a tua figlia: ci pensi a lei e al bambino? Anche volendo… come si farebbe col bambino? Non va bene Giulio che tu…”
Il volto dell’uomo sembra addolcirsi: la pena profonda che gli tirava i lineamenti, ora distende i tratti. L’argomento del nipote è sempre forte. La figlia e il nipote vivono ancora con sua moglie.
“Quando viene col bambino?”
“Voleva venire oggi, ma non ha potuto, aveva il pediatra”.
“Cos’ha?” L’uomo ha un guizzo che gli solleva il mento.
“Niente, un po’ di tosse…”
Quando la moglie inizia a guardarsi intorno, a muovere le gambe sulla sedia, ad alzare e ad abbassare ritmicamente le punte dei piedi, significa che la visita sta per finire. Ora dirà la solita frase “Giulio, io vado, ma tanto torno. E prima o poi resto”. Davvero è convinta che quella sia una dichiarazione d’amore?
“Salutali, e al bambino digli che nonno…” l’uomo non sa continuare.
La moglie interviene per toglierlo da quell’imbarazzo. “Lo sanno.”
La vede allontanarsi, piano, senza che si volti mai.
La sirena del cimitero suona forte per un minuto intero, gli ultimi parenti escono portandosi via brandelli di discorsi. Il custode si alza dalla sedia, esce dal gabbiotto, chiude il cancello e si gratta la pancia guardando verso il mondo fuori.

Fiabe ai tempi di WhatsApp

La principessa aveva una splendida treccia. Ma cos’è quel bagliore sotto il letto? Uno gnomo dispettoso, le forbici in mano.

La formula per bloccare il tempo esiste e basta pronunciarla così: la formula per bloccare il tempo esiste e basta pronunciarla così…

Cammina cammina per monti e foreste, boschi e caverne. In cerca del tesoro. Finalmente, dopo tanto viaggiare, ecco qualcuno a cui chiedere aiuto: un amico.

Nel mondo dei contrari si è no e no è si. E questo è già il finale.

Gli animali sanno tanti segreti per salvare il mondo. Se solo imparassimo a parlare la loro lingua…

Il cavaliere vide il drago addormentato con il suo piccolo. Sguainò la spada. Lo vide sorridere nel sonno. Ripose la spada. Si addormentò al loro fianco.

Cosa vola nel cielo? Una strega con la sua scopa! Sta correndo al mercato, prima che chiuda. Ha dimenticato un ingrediente per la pozione dei ricordi.

Tutti prendevano in giro l’orco da piccolo per i suoi denti, grossi e storti. Per questo ora non ride mai.

“Se indossi questa cintura diventerai subito come un monte” disse il mago al bambino. Scordandosi di aggiungere: “mettila solo fuori da questa stanza”.

Hilga aveva sette fratelli. Tutti più piccoli di lei. E dire che lei era alta come un fagiolo! Il più giovane le stava aggrappato ad un orecchio.

“Baciami e diventerò un rospo!” Disse il girino innamorato alla girina dagli occhi azzurri.

Quando il bambino sfregò la lampada magica, si realizzò il suo più grande desiderio: di notte la luce.

Partirono in tre: il bruco, il vitellino e un bambino. Tornarono farfalla, toro e bambino, solo tanto più alto.

Inseguire il cervo magico è difficile, raggiungerlo quasi impossibile. Parlargli molto divertente.

Nella vecchia casa abbandonata nel bosco, di giorno sempre silenzio. Di notte si scatena la festa dei fantasmi.

La bella addormentata venne svegliata dal principe con un bacio. Le sue prime parole: “ancora cinque minuti!”.

C’era un bambino che aveva paura del buio. Ma nel suo buio, chiudendo gli occhi, stava bene.

“Il re è nudo!” disse il bimbo davanti a tutti. Avrà caldo, pensò andandosene fischiando.

Gli ingredienti per la super pozione sono: dente di drago, crine d’unicorno, bava di lupo, tela di ragno. In realtà non servono a niente, ma dì la verità: quanto è stato divertente cercarli? 

In realtà tutti sapevano estrarre la spada dalla roccia: il difficile era rimettercela.

Dopo centinaia di tentativi finalmente il bimbo riuscì a dire supercalifragilistichespiralidoso! Nella stanza era da solo. 

Pochi sanno che, in realtà, Biancaneve non mangiò mai la mela: preferiva le fragole. 

Persi nel bosco pauroso da ore, Hansel e Gretel videro finalmente un edificio. Si avvicinarono: era una scuola. Tornarono nel bosco.

Esiste un cavallo che parla. Ma lo fa soltanto con chi gli sta simpatico. Chi gli sta simpatico? Chi vuole parlare con lui.

Il re e la regina ebbero un figlio. Lo chiamarono Arturo Francesco Liprando Evaristo Federico Attilio Riccardo Gerardo. Richiamarlo era impossibile. Crebbe molto indisciplinato.

Colloquio



Sua madre gli aveva stirato la camicia bianca. 
– Mettiti la giacca.
– Ma è per un call center, non serve…
– Tu mettila. 
In bagno certi giorni la chierica non si vedeva. Quella mattina brillava. 
Aveva preso il caffè in cucina, in piedi, mentre suo padre fissava La7. 
“Ora me lo chiede, ora…”. Suo padre non gli aveva chiesto niente. Era inaccettabile. 
– Comunque vado a un colloquio. 
Lo disse male, con poca convinzione, e quella poca era malcelata dalla solita arroganza. Il padre aveva alzato una spalla. Lui gli vedeva la nuca vibrare. Era così da tanto. Da quanto? Da quando aveva lasciato l’università? Forse da prima. 
– Non te ne frega niente? 
Si trovava ancora nel crinale, sul filo sottile tra quella che lui credeva una vittoria e il degenerare (per l’ennesima volta) in uno dei loro litigi vischiosi, crescenti, che in fondo lo annientavano. Sua madre, acuta come un insetto, aveva avvertito i segnali. Era entrata in cucina di fretta, li aveva guardati dalla porta, un istante, la postura, quel silenzio ancora odoroso di sonno eppure già rauco. Non era una donna intelligente. Era stremata. Tra due fuochi, perennemente tra quei due fuochi onnivori. Suo marito. Suo figlio. Lui invece era un ragazzo intelligente. Ma non abbastanza stremato. Dal dare e ricevere mortificazioni. 
– Va bene, non te ne frega un cazzo. Io vado a cercare un lavoro e a te non importa. 
Per un attimo, un breve frammento di forza parve attraversarlo. Così aggrumato a quella verità minima, debole ma oggettiva, stavolta pareva potersi riscattare dalle troppe volte in cui si era difeso senza armi e per questo attaccando, esagitato. Stavolta sentiva di avere tra le mani almeno un tris di figure. Sorriso sarcastico. 
– Vedi, come al solito: se non cerco o se cerco è uguale – disse a sua madre che aprì la bocca, come un pesce. Sua madre, l’unico animale in casa, tutto istinto e sensibilità. Quella forza durò un soffio. Prima di tossire, il padre, senza voltarsi, senza alzarsi, senza cattiveria disse: – Sì, ormai è uguale. Full di donne. 
E mentre saliva la vergogna, si ricordò, nitidamente, come un’illuminazione, che non aveva i soldi per le sigarette e i biglietti dell’autobus. O per le une o per gli altri. A piedi non si poteva andare fino in piazza Benefica: non sarebbe mai arrivato in tempo. Avrebbe dovuto chiederli a suo padre. Posò la tazzina. 
– Mamma, hai visto la borsa grigia? 
L’animaletto di casa capì immediatamente. Uscirono dal cucinotto insieme. La madre estrasse silenziosa il portafogli dalla borsa. Gli diede cinque euro. Sperava almeno in dieci. La madre glieli mise in mano con la solita manovra del “prendi prendi e zitto, non ti preoccupare”. Lui avrebbe dovuto replicare con l’altrettanto solita manfrina “No, tranquilla, li ho”. Non ne ebbe la sfrontatezza. 
Uscì e l’androne, le scale, il palazzo, il mondo gli sembrarono più grandi, spogli, nitidi. 
Se fino alla sera prima quell’ipotesi del call center gli pareva la cosa più vicina allo sterminio del suo essere, ora, nonostante la spossatezza, era determinato a ottenere quel lavoro, ma soprattutto a farselo piacere. Come una donna non bella ma premurosa. Come qualcuno da aiutare per sentirsi moralmente migliore, riflesso nel suo grazie. 
Odorò ascelle e si perse dietro discorsi frammentati fino in via Duchessa Jolanda, dove scese. 
Il 29 era una palazzina di tre piani, elegante. La Contacto aveva l’unico citofono scritto a mano e attaccato con lo scotch. Seminterrato. Scrivanie da usciere, telefoni a tastiera, macchie di caffè, sigarette spente male, cinque ragazzi tutti dita e occhi e un uomo biondo con la coda. Una specie di sicario. 
– Piacere, Aliosha. 
Gli tese la mano quello. Poi gli spiegò il lavoro. Una prova di mezza giornata. Lui vide le pile di pagine bianche, logore. Un calendario dei Carabinieri. Un orologio. 
“Buongiorno, mi chiamo *nome di fantasia*, sono dell’Ufficio – mi raccomando, non Agenzia – delle Entrate. La tranquillizzo subito, non è questione di tasse. Stiamo chiamando i contribuenti regolari come Lei per proporle la guida per la compilazione del modello unico. Sono tre uscite. Centoquarantacinque euro, le paga anche a rate, noi gliele facciamo avere comodamente a casa…” tutto scritto in un foglio, non c’era da sbagliarsi. 
I nomi a caso dagli elenchi.
– Tu sei in prova, inizia dal difficile: tieni il Molise.
La prima telefonata fu terribile. Subito un insulto. Dopo un’ora e mezza iniziò a sentire una pena fortissima per quella gente. Stava per avvisare un vecchio che continuava a ripetergli: – Mi scusi, sono anziano, non capisco, è una multa? Quanto devo pagare? Mi aiuti. 
Gli ricordò suo padre, suo padre di quella mattina, voleva salvarlo da quella truffa, da se stesso. Stava per farlo. “È uno scherzo” era pronto a dire. Per fortuna alzò gli occhi: si accorse che Aliosha, dietro una porta a vetri, stava controllando, serio, con un telefono collegato, la sua chiamata. Dismise l’empatia. Finse entusiasmo. Andò avanti fino alle tredici. 
– Per me vai bene, puoi venire da domani: sono tre e quaranta al mese e dieci per ogni abbonamento. 
– Non so… non so se sono portato… Balbettò.
– Per me vai bene.
– Non ho venduto niente. 
– Venderai.
Uscì deciso a non tornare più. Si tolse la giacca. Avrebbe camminato: risparmiava un biglietto. 

tratto da LA PERDITA DEGLI ANNI – Vito Ferro (Autori Riuniti, 2018) 109 pagine, 13 euro

https://www.amazon.it/perdita-degli-anni-Vito…/…/ref=sr_1_3…

Il terrore della pagina bianca

Nell’ambito delle iniziative del SALONE OFF 2016, il sottoscritto, in collaborazione con Autori Riuniti, vi invita al workshop:

Il TERRORE della pagina bianca

L’angoscia più grande, lo spauracchio per eccellenza di chi scrive: da dove iniziare? Come far procedere la propria storia? Come non bloccarsi e deprimersi?
Un incontro per padroneggiare l’ispirazione, allenare lo sguardo, migliorare la propria scrittura, giocare con la creatività, superare il terrore della pagina bianca. Attraverso esercizi pratici e giochi letterari, l’incontro offrirà ai partecipanti l’occasione di confrontarsi con stimoli curiosi e impadronirsi di tecniche e trucchi della scrittura creativa.

Quando: domenica 15 maggio 2016, dalle 10 alle 13 (vi offriamo il caffè!)
Dove: Campus San Paolo, Via Caraglio 97 – Torino
Costi: solamente 14€ con omaggio il libro “Questo libro si può anche leggere” – Antologia di racconti e tecniche narrative (Autori Riuniti, 2016)
Gestore: Vito Ferro, autore, fondatore della casa editrice Autori Riuniti e insegnante di scrittura creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Torino
Materiale: Fogli, penna, curiosità
Numero partecipanti: max 20 – affrettatevi!!!
Info e iscrizione obbligatoria (entro il 14 maggio):
info@autori-riuniti.it

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In tv

Oggi l’allegra banda di Autori Riuniti è stata intervistata da Laura De Donato per il Tg3 Piemonte. Molto emozionante, soprattutto per chi, come me, non è mai stato in televisione. A breve sapremo giorno e ora della messa in onda del servizio. Intanto, ricordatevi la data di domani, giovedì 21 aprile dalle 19: al Samo (Corso Tortona 52 a Torino) è festa Autori Riuniti!

Nella foto: Da sinistra, la giornalista Laura De Donato, il balbettante sottoscritto, un paralizzato Alessio Cuffaro, la dolce Laura Caputo e il divo Andrea Roccioletti.

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Nasce Autori Riuniti

logo buonoIn un mondo di grandi gruppi editoriali che si fondono, di libri distillati, di marchette, di scambi di recensioni, di nicchie troppo affollate, di editori che si considerano indipendenti partendo con 6 milioni di euro di capitale, di poeti demenziali, di libri brutti, di libri alla moda, di libri che vivono un mese, di apocalittici dati Istat sulla lettura, di libri imposti a scuola, di meccanismi complessi e stritolanti, di premi letterari da spartirsi, di grandi catene che chiudono in un posto e aprono in un altro, di libri pubblicati a pagamento, di traduttori non pagati, di voci che si perdono, che non hanno lo spazio che meritano, di lettori considerati vacche da mungere, di opere abbandonate sul bordo dello scaffale, immolate sull’altare del comodino, in questo mondo fermo, immobile, che sta marcendo sotto ai nostro occhi, nel coro delle lamentele di tutti, noi abbiamo deciso di ripartire da zero: dalle storie, dalle emozioni, dalla meraviglia. Dagli Autori. Finalmente RIUNITI.

http://www.autori-riuniti.it

Corso di Scrittura Creativa

scuolacomics
A breve partirà il primo corso di Scrittura Creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Torino.
Il è aperto a tutti coloro che vogliono ampliare e migliorare i propri strumenti narrativi.

È un corso teorico e pratico che parte dalle tecniche della narrazione, dall’esame dei diversi stili e generi, fino ad arrivare agli esercizi di scrittura che verranno discussi in classe, come nelle moderne scuole di scrittura americane. L’obiettivo è quello di formare nuovi autori, fornendo loro tutti i mezzi necessari per trovare la propria voce e scrivere racconti e romanzi che possano suscitare l’interesse dei lettori e possibilmente anche degli editori.

Verranno spiegate alcune regole per sottoporre il proprio manoscritto alle case editrici in maniera efficace.

Durante il corso si terranno inoltre incontri con professionisti legati all’ambiente editoriale e di comprovata esperienza. Al termine del corso i partecipanti avranno la possibilità di una valutazione professionale gratuita di un loro lavoro (romanzo o raccolta di racconti) da parte di Las Vegas edizioni.

Docenti: Andrea Malabaila, Toraldo Manfredi, Vito Ferro.

Info su: http://www.scuolacomics.com/corsi/scrittura-creativa/torino

Intervista di Claudio Morandini per Letteratitudine

FESTIVAL MARACANÃ, di Vito Ferro – edizioniLas Vegas
in collegamento con il forum “Letteratura e Musica” di Letteratitudine

a cura di Claudio Morandini

Vito Ferro (Torino, 1977), animatore culturale e già autore di “L’ho lasciata perché l’amavo troppo” (Coniglio), “Condominio reale” (Edizioni di Latta), “Mentre la luce sale” (Lietocolle), nel 2012 ha pubblicato con le Edizioni Las Vegas di Torino un romanzo movimentato, comico, intriso di passione per la musica, a modo suo un atto d’amore per il rock e l’umanità delle periferie, “Festival Maracanã” (sic).
Conversare con lui è stato un vero piacere. Riporto la trascrizione della nostra chiacchierata subito dopo la breve silloge redazionale del romanzo.
 
Ale, Casimiro e Tommy, tre ragazzi spiantati dell’estrema periferia di Torino, terra di niente e di nessuno, decidono di organizzare un festival musicale, una mini Woodstock di tre giorni, con il sogno di riscattare per una volta le loro vite e il loro quartiere. L’impresa non si rivela così semplice e il fiasco sembra essere dietro l’angolo. I tre amici devono vedersela con una burocrazia impietosa, politici improbabili e cantanti incredibili, e l’organizzazione del festival sfugge al loro controllo. Tra situazioni esilaranti e umanità ricca di sfumature, questo romanzo è la storia di una passione sincera, di un’amicizia senza fine. E forse il capostipite di un nuovo genere: l’umorismo magico.

CM – “Dove le parole finiscono, inizia la musica” (H. Heine) si legge in esergo. Il tuo romanzo sembra la risposta ironica a questa massima, sembra dire: dove la musica non riesce ad arrivare, iniziano le parole.
VF – È così. Ho sempre pensato che la musica abbia un potere incredibile, universale, meraviglioso. Ma al contempo mi rendo conto che di una canzone io cerco di capire profondamente il testo, e lo trovo inscindibile dalla melodia. Non riesco ad ascoltare un pezzo strumentale, non ho le capacità tecniche per coglierne la bellezza, ho bisogno della “didascalia” che è il testo.
Il testo valorizza la musica e viceversa, si autoalimentano. La mia esperienza personale, poi, è quella di chitarrista ritmico dilettante e paroliere per alcuni amici musicisti. Provo invidia per le loro capacità musicali e frustrazione per non essere abbastanza bravo con lo strumento, ma anche orgoglio e soddisfazione nell’essere riuscito a dare “senso” alle note che loro hanno creato.
Ecco: scrivere per me è dare un senso a una bellezza, a una melodia, potrei dire a una storia, già presente.

CM – Il romanzo, in molte pagine, soprattutto nei dialoghi, ha la vividezza di una registrazione dal vivo. Ci ho sentito spesso (ma è un’impressione che andrebbe messa alla prova) l’eco di certi romanzi di Roddy Doyle, “I Commitments”, “Due sulla strada”, riferimenti che però dribbli virando presto sull’invenzione fantastica, sul comico onirico… Al di là di questi rimandi letterari, il senso molto forte di presa diretta mi spinge a chiederti quanto ci sia di veramente vissuto nel racconto dell’organizzazione di una piccola Woodstock di periferia. Alla domanda hai già risposto, sia pure con qualche reticenza, nell’ultima pagina, ma vorrei tornare insieme con te su questo punto.
VF – Non ho mai visto i film che citi, anche se molti lettori mi hanno segnalato le somiglianze.
In realtà il riferimento maggiore è proprio alle edizioni realmente svoltesi del festival alle Vallette (storica periferia nord di Torino nonché mio luogo di nascita) e ai trent’anni di vita nel quartiere stesso.
Il festival è esistito, per due anni di fila, e si è svolto in maniera rocambolesca, avventurosa, sconclusionata per certi versi, molto naïf per altri. È stato una caricatura di festival. Noi organizzatori ci siamo divertiti molto. E, credo, anche il pubblico che partecipò. Fu un’esperienza molto bella perché fondamentalmente libera, a briglia sciolta. Ricevemmo il permesso dal comune di poter superare di molto il consueto orario di chiusura di manifestazioni del genere: potevamo andare avanti fino alle 4 e 30 del mattino! Tu immagina: ragazzi giovani, un prato isolato di una periferia di per sé isolata, birra, panini, musica fino al mattino. Tanti eventi presenti nel libro sono realmente capitati nelle edizioni reali, poi ovviamente sono intervenuto con l’invenzione narrativa: che non considero una storpiatura della realtà, ma una sorta di interpretazione di essa, un correlativo oggettivo poetico. La spensieratezza, la stranezza, il surreale sono in fondo già presenti nel reale: i personaggi del libro l’accettano come una cosa “diversa” ma esistente, da rispettare. Sul quartiere ho migliaia di aneddoti estremi e molto divertenti che paiono inventati se non si è conoscenza dei soggetti che lo vivono, delle situazioni.

CM – Woodstock, Dylan, addirittura Elvis Presley (o i Police, ma non stiamo a precisare perché, per non rovinare la sorpresa ai lettori)… I miti musicali che alimentano i sogni dei protagonisti sono ormai tutti storicizzati. Che cosa può rappresentare la musica di quegli anni per dei ragazzi di provincia di oggi? 
VF – Nel libro ho cercato proprio di riportare i gusti musicali che hanno segnato la nostra giovinezza e che rimangono ancora adesso come fari nella notte.
Adolescenza e musica sono fenomeni che non possono disgiungersi: noi del quartiere, io, ma credo tutti gli adolescenti del mondo, abbiamo riversato nella musica, prima che in ogni altra cosa (forse anche il calcio), la voglia di fuga, di ribellione, di identità. Quasi tutti gli amici che avevo a vent’anni suonavano o ascoltavano musica in maniera maniacale. E facendolo, era inevitabile rivolgere il proprio sguardo a band e scene indietro nel tempo. Il presente appare sempre meno appetibile, meno autentico di ciò che non c’è più ma aleggia come modello.
C’è poi l’elemento nostalgico (che è un sentimento che amo molto): tutto ciò che faceva la nostra vita di allora è denso di meraviglia, di poesia. Perché lo vivevamo in un momento in cui tutto sembrava possibile, e tutto realmente lo era.

CM – Che cosa invece non può dare la musica di oggi, se paragonata a quella di cinquanta anni fa?
VF – Musicalmente parlando, credo che oggi l’offerta sia maggiore, più variegata e originale di venti o trenta anni fa. Ci sono più band, più generi, più voglia di sperimentare. Se ci si pensa bene, alcuni artisti molto poco commerciali oggi vengono ascoltati da un sacco di persone, pur non diventando mainstream. C’è una mescolanza creativa mai vista prima. Eppure manca qualcosa. E quel che manca è probabilmente relativo alle dinamiche e al tempo di fruizione: c’è troppa velocità. Come per i libri, la vita di un album, di una canzone, è troppo corta. Troppo distratto l’ascolto. Forse, paradossalmente, troppo accessibile. Manca l’elemento esoterico e solipsistico dell’ascolto musicale. Scoprire una band, un brano, anni fa significava scoprire un piccolo tesoro e sentirsi eletto. Adesso tutto finisce immediatamente condiviso sui social network e dentro uno spot. I ragazzi di oggi sono abituati a questo, io che ho quasi quarant’anni no: mi mancano dei punti fermi, mi manca l’entusiasmo che avevo a vent’anni. Ma erano anni di formazione, e forse la vera magia stava in quello: allora la musica era una procedura vitale di crescita, ora che ci sentiamo bell’e che formati è intrattenimento e basta.

CM – Racconti la periferia come una parodia del centro, da cui quella sembra però essere irrimediabilmente scollata. È un mondo chiuso, con i suoi miti, il suo linguaggio, le sue fonti di informazione (“Cronaca vera”, la televisione…); appare come un gigantesco deposito di masserizie scadute. In essa tutto si impantana e rallenta fino a rasentare l’immobilità, eppure è anche iperbolicamente violento, oppure kafkiano (si veda tutto quello che concerne la Circoscrizione). Al di là di questo quadro così comicamente vivido, e di certe derive surreali verso la fine, quali rimangono secondo te i problemi più evidenti della periferia di una città come Torino? 
VF – Conosco una signora delle Vallette che quando deve andare in centro città dice: “Oggi vado a Torino”.
La periferia, la mia in particolar modo la conosco molto bene, ma anche Barriera di Milano, in cui ho lavorato, o Falchera, o Mirafiori, è altro rispetto alla città. Lo è sempre stato, è nata come contesto diverso. Le Vallette non hanno mai avuto una biblioteca, una libreria, servizi adeguati, luoghi di incontro degni, manifestazioni, eventi culturali. Se non grazie ai preti non c’è mai stato un vero cinema, e solo recentemente un teatro. L’apatia è sempre stato il tratto distintivo della periferia, apatia e fiammate feroci di violenza, di disagio.
Al tempo stesso, questo sapersi e sentirsi abbandonati, diversi, relegati in un angolo, ha sì alimentato il disagio ma anche, ovviamente, un orgoglio. Che senti palpabile in coloro che ancora la abitano. Essere delle Vallette era ed è un vanto, proprio perché il luogo è sempre stato dipinto come un ghetto.
Ora le periferie stanno invecchiando: sono piene di vecchi, silenziose, ancor meno vissute. Vecchi e immigrati: loro sono gli unici soggetti che le stanno ripopolando. Vedere il cortile nel quale giocavo da bambino pieno di ragazzini rumeni, di colore, cinesi, è bello, molto indicativo dei tempi che cambiano e, speriamo, migliorano, si aprono.

CM – Quindi la vita in periferia ha anche dei vantaggi.
VF – Ecco, il vantaggio grande di una periferia può essere questo: costringe chi la abita a gestire i conflitti, a imparare la convivenza. Completamente lasciati soli, i suoi abitanti non hanno mediatori per risolvere il disagio, l’interazione. Devono fare da soli. Spesso ciò ha portato a scontri e a cose ancora più gravi, ma anche a una solidarietà intrinseca che fa somigliare la periferia a un borgo nel quale tutti si conoscono e condividono la stessa sorte. Da ultimi, da masserizie scadute.

CM – L’ansia e la sensazione di accerchiamento che coglie un po’ tutti (compresi quelli che lavorano negli uffici della Circoscrizione) l’hai constatata di persona o è un’efficace trovata comica?
VF – È pienamente reale. Da undici anni sono presidente di un’associazione culturale che organizza eventi. Da undici anni convivo con difficoltà con questa ansia. La burocrazia che sta dietro al sostegno e alla pianificazione socioculturale è nata, cresciuta a dismisura e opera perscoraggiare l’organizzazione dal basso, per castrarla, spegnerla, irrigidirla.
La politica, anche quella locale, è nell’occhio del ciclone da molto ormai, ma la politica vive un ricambio, le elezioni lo permettono. La burocrazia no: è statica, perenne, omnipervasiva. Io detesto più certa burocrazia, certi uffici, certi dirigenti che i politici. Abbiamo sempre avuto un buon rapporto con la politica cittadina, si è sempre trovato il modo di dialogare con essa, mentre la burocrazia è il vero mostro che spegne questo paese, che lo vampirizza.
Se noti, è lo stesso identico incubo che aveva Kafka. L’Autorità e la Legge che diventato sorde e cieche ed implacabili.

CM – “Eravamo animati da un furore bello” scrivi a un certo punto. Che cosa può uccidere questo furore entusiastico, oltre naturalmente alla burocrazia?
VF – La mancanza di visione. So che il termine visione ha assunto un’accezione antipatica, da spirito aziendale, ma io credo che ripreso il suo significato originario, filosofico oserei dire, questa parola è ancora in grado di ispirare l’azione: se manca la visione di un futuro, di una direzione, di un quadro generale complesso e vivo, tutto diventa sterile. La crisi che stiamo vivendo è essenzialmente economica, certo, ma in realtà poggia su fondamenta etiche che si stanno sgretolando. Mancando un’aspettativa di futuro, o meglio una speranza di futuro, ci si isola. Scatta il “si salvi chi può”. Il senso di comunità esiste perché si ha una tradizione alle spalle, un presente fatto di quotidianità in collettivo ma anche e soprattutto un futuro da creare insieme. Si sta perdendo la voglia di agire in tal senso: non riuscendo a immaginare un futuro (che fondamentalmente è lo scenario delle possibilità), non si opera a lungo termine, non si opera guidati da un piano. Si brancola, si ciondola timorosi, le mani avanti, non si rischia. Il “furore bello” è “l’ardente pazienza” di cui parlava Rimbaud. La consapevolezza e la forza di avere in mano la propria vita, l’orgoglio di cercare e tenere vicino a sé i propri simili, e insieme costruire.
Il famoso finale de “Le città invisibili” è quanto mai attuale: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

CM – Mi è piaciuto il tuo uso del registro comico, anche farsesco: trovo che spesso, in letteratura, sia il modo più efficace (sospetto talvolta che sia l’unico) per raccontare il disagio, l’ingiustizia, l’abbandono, la povertà, la periferia, il distacco dalle e delle istituzioni – insomma, per scendere in basso, al livello della terra e delle vite degli uomini comuni, e fare del vero realismo. 
VF – Questa scelta di registro attiene principalmente a una visione personale della vita. In primis considero l’umorismo (umorismo proprio, non l’ironia o il sarcasmo, che sono forme mediate di esso, e sono un divertimento più intellettuale), il ridere di gusto, l’ubriacarsi di risate, una forma di intelligenza, di esercizio continuo di essa. Sono un allenamento, un darsi forza. Ridere è come accedere a una consapevolezza innalzandosi sulle miserie quotidiane, è un elevarsi senza giudizio, senza per questo sentirsi migliori, ma anzi accettando di fare parte di questa fragilità, di ciò che ci rende simili: ma ci aiuta a non subirla, a non farci sminuire.
Detesto le scritture che pretendono di indagare e rappresentare fedelmente il marcio della società, il disagio particolare. Le trovo non solo limitanti, ma moralistiche, e quindi altezzose, snob.
In tanti libri che vanno per la maggiore in questo momento non vedo speranza, non ritrovo l’affetto e la tenerezza nei confronti del reale (e dei personaggi) che secondo me son necessari nello scrivere. Non ci vedo astrazione, universalità, nessuna trasposizione su un piano più profondo. Qual è il loro intento? Ferire, colpire? Lo fa di più, e meglio, un libro come “Cecità”, lo fanno di più e meglio Kafka, Roth, Buzzati, Benni. Punto di vista molto personale, che va oltre il mero giudizio tecnico.
L’umorismo, che rischia sempre di essere interpretato come superficialità, come vuoto, ha due pregi invece: rassicura il lettore, cerca di avvicinarlo alle storie, non lo mette a disagio, non lo sfida intellettualmente e moralmente a tutti i costi, non è mai una prova di forza e di bravura; ha un’attenzione delicata nei confronti di ciò che descrive, cerca di mettere in luce la gioia, la leggerezza, anche la poesia.
Perché queste esistono, e decidere di raccontarle (in un certo modo) è una scelta anche etica, se vogliamo.

CM – Tornando alla musica, qual è la scena musicale a cui ti senti più legato?
VF – Il grunge degli anni ’90, per ovvie questioni anagrafiche, il pop inglese che ha le radici nei Beatles, la scena alternativa e indie, tanta musica italiana a mio avviso di qualità, e non mi riferisco solo ai cantautori impegnati, ma soprattutto, come per l’editoria, alle piccole band e ai musicisti che trovi, sempre meno, nei locali cittadini.

CM – Di cos’è fatto il rock, secondo te? Quali sono gli ingredienti (ammesso che si possa parlare di ingredienti, e che questi si possano misurare) che, variamente shakerati, lo compongono? Dal tuo romanzo direi che l’entusiasmo ha una parte preponderante, che la tecnica non è essenziale, che un suo ruolo hanno anche rabbia, sofferenza (vedi l’esibizione di Pietro Rapa) e voglia di divertimento, di condivisione…
VF – È proprio questo. Il rock è entusiasmo, innanzitutto, la tecnica c’è ma è nascosta, o meglio è celata per far emergere l’emotività (e questo atteggiamento non è di per sé molto virtuoso?), è il contrario dell’autodistruzione (che è una deriva che con il rock c’entra poco, secondo me), è la pienezza di una vita vissuta fino in fondo, con libertà, autenticità, senso del tempo.
Posso dire che ogni mattina quando mi sveglio cerco di vivere la mia vita come se fossi una rockstar: come se fossi il protagonista delle mie azioni, delle mie scelte, come se tutto fosse decisivo, vero, profondo. La voglia di prendere posizione è rock. La scelta di schierarsi, possibilmente contro ciò che viene considerato maggioranza, e in questo trasgredire il pensiero unico, andare contro certe regole, metterle in discussione, affrontarle, proporne altre attraverso l’esempio. Più che rabbia, coraggio.

CM – Non solo la voglia di fare musica, ma anche la voglia di comunicare attraverso la scrittura è raccontata nel tuo romanzo. Non c’è solo l’io narrante che coltiva progetti letterari, ma verso la fine compare tale Pietroletti che è un po’ un concentrato di tic e idiosincrasie da aspirante scrittore.
Senti che qualcosa del linguaggio della musica ti ha ispirato nella scrittura e nella costruzione del romanzo? Se vuoi riformulo così: trovi dei punti in comune, dei legami profondi, tra la musica e la letteratura, tra il comporre e lo scrivere?
VF – Il personaggio di Pietroletti è una presa in giro affettuosa dello scrittore non affermato, in erba, che crede di vedere nello scrivere una missione, l’elevazione spirituale, l’essere portatore di un messaggio superiore. Il suo paragrafo nel libro è un invito a non prendersi troppo sul serio, a considerare la scrittura con più leggerezza.
La musica e la scrittura hanno punti di contatto, ma più che altro in quello che attiene al momento della creazione: la stessa tensione, la stessa vertigine di far nascere qualcosa che prima non esisteva e che abbia armonia, proporzione, che tenga, che sia fortemente comunicativo.

CM – E quali sono le differenze, secondo te?
VF – A ben vedere, le differenze sono più numerose: la musica ha specificità che la scrittura narrativa non possiede. L’apporto collettivo ad esempio è quasi esclusivamente prerogativa della musica: il creare insieme, in una band, è rispetto delle competenze di ognuno, è fusione di talenti. Nella scrittura è molto difficile operare in maniera collettiva.
La fruizione: la musica ha un’immediatezza di fruizione che la scrittura non avrà mai. E anche la fruizione, come la creazione, è spesso collettiva: la scrittura rimane un fatto individuale. È un singolo che si rivolge a se stesso e a un altro singolo.
La musica, aspetto decisivo, ti fa conoscere più persone, soprattutto donne: se dici di essere un bassista avrai sempre più successo che dicendo di essere uno scrittore. Tranne Fabio Volo, gli scrittori non hanno le groupie
Un musicista, misteriosamente, rimane tale anche quando non suona: uno scrittore al di fuori del suo libro è tendenzialmente un disadattato.

© Letteratitudine

CONCORSO LETTERARIO CARTE A LAVORO 2013

REGOLAMENTO

1) Il concorso è gratuito. Possono partecipare tutti. Ma proprio tutti.

2) Ogni racconto, di max 2 cartelle (ma UNA è meglio!), dovrà essere postato sulla pagina del concorso entro il 20 di gennaio.
Un tema vero e proprio non c’è, ma c’è una regola: i racconti devono necessariamente essere ispirati, o avere al centro, o essere contestualizzati, o avere a che fare, o prendere spunto da un negozio, un’attività commerciale, un laboratorio artigianale REALI del centro di Torino (un’area racchiusa da piazza Statuto – Murazzi – Corso Vittorio Emanuele II – Palazzo Nuovo).
Ovviamente vi chiediamo di scartare i grandi marchi, le gelaterie fighe come gioiellerie, i ristorantoni.
Concentratevi su botteghe e negozi meno visibili, meno conosciuti, un po’ più poveri, un po’ più veri, ricchi di storie e personaggi.

3) I migliori racconti selezionati da una giuria inflessibile di esperti della Sartoria creativa saranno pubblicati su una guida turistico letteraria cartacea che verrà distribuita da inizio 2014. Ovviamente non verrete pagati per il racconto scelto, ma non dovrete neanche pagare: anzi, vi regaleremo una copia della guida.

4) Lo spirito NON dovrà essere quello della “recensione”: non vogliamo rendere cool (o stroncare) luoghi, bensì creare spunti narrativi che possano rendere accattivante una passeggiata per il centro. Fare come si fa in certi film: ambientare una storia in un luogo reale di modo che chi leggerà la guida possa avere la curiosità di scoprire angoli insospettabili tramite la narrativa, dire “in questo bar uno scrittore c’ha ambientato un racconto di due amanti che si vogliono lasciare ma poi…”. Ma poi? Poi scrivete voi, ad esempio.

5) Ovviamente partecipando al concorso accettate il regolamento e ci cedete i diritti per la pubblicazione. Qualora scelti, vi verrà inviato un foglio con le pratiche ecc ecc.

6) Siccome siamo nell’era digitale, e i racconti saranno pubblici prima della loro selezione, vogliamo dare la possibilità anche ai naviganti della rete di esprimere il loro parere. In teoria con un semplice MI PIACE, ma se ci fosse anche un commento al racconto sarebbe gradito. La giuria tecnica terrà conto delle preferenze del pubblico, anche se l’ultima parola spetta sempre a noi. Oh, raga, il concorso lo facciamo noi e le regole queste sono.

7) Al racconto va necessariamente abbinato questo: una foto fatta col cellulare, possibilmente di alta qualità e con formato quadrato e filtri Instagram (chi non ce l’ha se la scarichi che è gratis), più NOME DELL’ATTIVITA’, INDIRIZZO, e, se vi va, qualche nota pittoresca.
Esempio: Latteria MuccaBellavia dei Pascoli 7la lattaia rende fede al suo nome, e foto (dell’insegna, del bancone, della lattaia, di quello che volete: ma chiedete il permesso prima).
Più avanti posteremo qualche esempio di racconto.

8) La scadenza è il 20 gennaio 2014. Dopo questa data non accetteremo altri racconti. Ricordate di specificare il nome col quale vorrete apparire nella guida in caso di selezione. Si può partecipare con più di un racconto, per un massimo di trentasette.

9) Non vale parlare di un negozio generico e poi appiccicargli i dati di un negozio reale. Ci deve essere per forza un elemento che lo renda riconoscibile. Guardate che andiamo a controllare. Accettiamo anche luoghi e scorci non necessariamente legati al commercio, alla produzione, all’artigianato, ai servizi. Se proprio vi piace un angolo di Torino con due panchine e una fontanella, ambientateci il racconto e noi lo accettiamo, MA, in questo caso, dovrete postare ANCHE un racconto incentrato su un’attività commerciale.

10) Invitiamo tutti coloro che vorranno partecipare ad andare di persona a visitare il centro e a conoscere direttamente il luogo che vorranno raccontare, i proprietari, i clienti, gli arredi, le merci. Presentatevi, dite: “Salve, sono uno scrittore, vorrei raccontare di lei, di questo posto!”. Vi potrà aiutare nella stesura della storia o comunque a conoscere il mondo attorno a voi.

11) Nel postare il racconto, mettete il maiuscolo prima del titolo il nome dell’attività scelta e l’indirizzo. Questo per agevolare il lavoro di tutti e non creare doppioni narrativi.

12) Non ci viene più in mente niente. Nel caso, chiedeteci delucidazioni e cercheremo di darvele. Scrivete! Scrivete! Scrivete!

PAGINA FACEBOOK DOVE POSTARE I RACCONTI:

https://www.facebook.com/cartealavoro?skip_nax_wizard=true

Mentre la vita

MENTRE la vita stringe da dietro è finita la STORIA di certe sere una mosca di luce rimbalza e la STANZA inizia a vibrare sotto di noi abitava un VECCHIO io avevo una passione per il fango e ci sguazzavo e poi RIDEVO sul cancello della scuola c’era nato un alveare di vespe e la ROTONDA di cemento era campo di calcio e ciri mena fino a che ebbi forza restai SVEGLIO cerco tra le carte messaggi a me stesso ci sarà pur un angolo VUOTO un deserto niente passi niente voci solo istanti QUASI perfetti perché se fossero del tutto perfetti non SAREBBERO  nostri non li riconosceremmo come tali e allora TANTO vale sul giornale c’è scritto che la gente SMETTE di morire ma non di odiare

Piccola editoria, piccoli autori

Troppo spesso chi pubblica per un piccolo editore vede in ciò soltanto una tappa (che spera breve) prima dell’ascesa per Mondadori/Einaudi/Feltrinelli/ecc. Pubblicare con un piccolo editore, però, significa anche altro: significa sapere che più di tanto magari non vendi (giusto perché le tirature sono basse di partenza), ma impari.
Impari a confrontarti, impari a metterti in gioco, impari i tuoi limiti, impari regole e schemi, impari a promuoverti, a parlare di te e della tua scrittura, impari a sperimentare, impari a scrivere senza la pressione soffocante del risultato a tutti i costi. Impari se hai voglia di imparare. Perché se tutto quello che cerchi è, in fondo, saltare la fila e arrivare con il libro all’autogrill, allora puoi farne a meno, di pubblicare con un piccolo editore.

Della speranza di una censura vera

Per censura si intende il controllo della comunicazione o di altre forme di libertà da parte di una autorità. Così dice Wikipedia.
E subito dopo ci informa di quanti tipi di censura esistano: repressiva, preventiva, militare, politica, religiosa, carceraria, morale, estetica, autocensura.
La forma più evidente di essa, il suo epifenomeno roboante è il fuoco.
Fuoco dei roghi che “censuravano” la diversità umana: donna, sola, libera quindi strega.
Fuochi che bruciavano sulla pubblica piazza libri sgraditi, per le cose che contenevano, spesso più per gli autori che li avevano prodotti.
Altre forme della censura sono il taglio, il bip sonoro e lo spazio bianco. Rispettivamente nei film, nella musica o nel parlato, nei testi.
Molti paesi applicano una censura mastodontica, capillare, pervasiva: bloccano pagine e pagine della rete.
Molti paesi ricorrono alle vecchie e tradizionali maniere: minacce, ricatti, violenza di ogni genere.
Io vorrei porre l’accento su un aspetto e provare una provocazione: oggi, nella nostra parte di mondo, la censura nei libri non esiste più. Nessun libro viene censurato, nessun libro riporta una dicitura che lo consigli ai minori, e praticamente nessun libro, o meglio, il suo autore, subisce un processo a causa di ciò che è stato scritto.
Una volta era diverso, ma oggi è così: nei libri si può scrivere praticamente ciò che si vuole. Se quello che si è scritto diffama qualcuno, si viene querelati, ci sarà una processo, ma difficilmente il libro verrà ritirato, o censurato.
Perché questo? Troppo rispetto per la forza della carta stampata? E’ la definitiva consacrazione di un diritto di libertà e di giustizia? Ci sono forse meccanismi tecnico giuridici che rendono, di fatto, difficile se non impossibile la censura?
Non credo che sia nessuna di queste ipotesi. Il discorso è un altro: oggi, i libri, nella nostra parte di mondo, non spaventano più. Sono stati disinnescati, resi inoffensivi, innocui, diluito il loro potere, smembrate le loro pagine vitali, incenerita la voce degli autori. Le contromisure del potere nei confronti della letteratura (nel passato unica vera forma di dissenso e ribellione) non si sono limitate a periodici controlli e sanzioni verso libri sgraditi: si è scelto di sradicare il male alla base, all’origine. Si è, lentamente (neanche tanto) colpito “il libro in sé”, la letteratura come voce, occasione, metodo, la lettura come atto anarchico.
Il potere ci lascia la rete: ci ha, di fatto, imbrogliato in essa, facendoci credere che essa sia libera, equa, alla portata di tutti, potente, in grado di sovvertire le cose. Ci lascia combattere per la libertà in/di essa, facendoci credere che voglia attaccarla, regolamentarla, censurarla. E’ tutto fumo negli occhi: la rete, se per un verso è un mezzo rivoluzionario, dall’altro contiene in se stessa la sua totale inefficienza. Perché è troppo grande, è dappertutto, perché è accessibile a tutti, perché contiene tutto. I suoi punti di forza sono i suoi massimi limiti.
Troppe voci si annullano una con l’altra, si perde la gerarchia e l’autorevolezza, il mio blog è accessibile e potenzialmente leggibile quanto quello di un politico; troppe voci e poche fonti certe: dove rintracciare il fondamento di quello che si dice? E quello che si dice, come lo si dice? Spesso con l’astio e sempre con la velocità, nemica di ogni profondità: non è un caso che uno dei siti maggiormente seguiti sia un sito di battute. Nessuno leggerebbe un blog i cui post superino le due cartelle: immaginate un’analisi come quella contenuta nell’ultimo libro di Saviano (quasi 500 pagine).
Tutto questo, va contro Internet come mezzo di libertà massima. Mezzo, appunto, e non fine.
Il fine dovrebbero, avrebbero dovuto, essere i libri.
Il libro, come oggetto culturale, come espressione di una voce, è tale dopo un lungo processo: innanzitutto necessita di un autore, poi di un editore, e infine di un pubblico (tralascio gli agenti intermedi, che sono comunque importanti: riduco all’essenziale). E nel suo farsi nel processo, e nel suo essere processo che il libro acquista la sua forza, la sua identità: autore/editore e pubblico garantiscono per lui: i primi due anteriormente alla sua pubblicazione, l’ultimo dopo.
Quando il libro diventa pubblico diventa di tutti: è una piazza in cui si può discutere, partendo dalle tesi espresse in esso. La critica cerca con ragionevolezza, e rifacendosi ad altri libri, di capirlo, farlo capire, elogiarlo o anche contestarlo. Il pubblico di lettori si confronta con esso. Il libro lascia ad ognuno il tempo giusto per essere assimilato*. Il libro rimane. Potenzialmente per sempre.
O meglio: tutto questo prima, tutto questo come idealità.
Oggi non è più così: tranne rarissimi casi, Saviano ad esempio o Nuzzi, i libri subiscono ben altra sorte.
Sono fatti per passare, smaterializzarsi, scomporsi, sparire.
Tutto è stato pianificato affinché in primis la lettura di essi non sia più una pratica sovversiva, libera, dirompente. La lettura non solo non viene incentivata, ma anzi scoraggiata. Quando a scuola come punizione si commina la pena della lettura (con relativa scheda) di un libro, quel libro verrà, giustamente, odiato.
Non si insegna il vero valore del libro: lo si lascia competere con film, serie tv, videgiochi, social network.
E il libro perde, contro questi, se a questi viene paragonato.
La lettura è tuttora vista come pratica non intrusiva, ma alienante. Provate a dire in un colloquio di lavoro che siete gran lettori. Il lavoro non ve lo danno.
Si pubblica di tutto e troppo in fretta: si intasano le librerie, mentre scompaiono parallelamente le voci autorevoli in grado di guidarci alla scelta: critici, ma anche semplici insegnanti, lettori, librai. Spesso non riescono a stare dietro alle uscite.
Si permette l’editoria a pagamento.
I libri vivono qualche mese e poi vengono automaticamente resi: e mica solo il mio che pubblico con una piccola casa editrice. Tutti subiscono questa sorte. E, da quando vengono resi, dopo poco tempo scompaiono definitivamente. Libri di due, tre anni fa anche di editori importanti non vengono più ristampati.
Un eccesso di “libertà” (un distorto concetto di libertà) ne ha impoverito la forza. E’ successa la stessa cosa con la scuola: troppi insegnanti (non qualificati) e pochi studenti (il ’68 è la causa del disagio che stiamo vivendo sotto questo aspetto).
Si è strutturato il reale in modo che la lettura e la scrittura non siano più decisivi: oggi, un analfabeta, vive meglio che cinquantanni fa. Così tanto meglio che troppi decidono perfino di ridiventare analfabeti.
La mia tesi apparirà paradossale, ma se si vuole preservare questa forza, forse l’unico rimedio è censurare i libri. Nasconderli, proibirli, vietarli, renderli difficilmente accessibili. Con i siti e con la droga questo sistema funziona: più li si combatte, più essi divengono appetibili.
Per far ritornare il senso di una profondità che altri media non hanno. Serietà e non seriosità, autorevolezza e non autorità. Piacere e non intrattenimento.
Ridurre drasticamente le pubblicazioni. Scegliere con cura e criterio e passione ciò che si intende pubblicare. Farsi garanti del libro, metterci la mano sul fuoco. Certo, Harmony e Baricco e Cinquanta sfumature** continueranno ad esistere, ed è giusto che sia così: ma se si ha sviluppato uno sguardo critico, questi libri verranno realmente considerati per quello che sono.
Parallelamente a questo è necessario che venga incentivata la lettura, in ogni sua forma. Come? Trattandola come si fa col sesso con gli adolescenti:  instillando in loro il sospetto di una cosa proibita.
Siamo in un sistema di vita in cui tutto viene assimilato, anche il dissenso più aspro, la critica più feroce, perfino la violenza e il male. Ma non tutti in questo mondo si può collocare su uno stesso piano di valore.
Noi e i libri, ad esempio:  noi come soggetti primi e fruitori di realtà, i libri come nostra prosecuzione naturale meritiamo un posto privilegiato.

* I libri sono come gli stadi della materia: ci sono quelli gassosi, quelli liquidi e quelli solidi.
Alla prima categoria appartengono libri come Cinquanta sfumature. Alla seconda libri come quelli di Hrabal, Montale, Gadda. Alla terza le pietre immortali, i russi, Kafka, Dante, e pochi altri.

** So che la giustapposizione di questi tre generi di libro farà storcere il naso a qualcuno: sono pronto a confrontarmi, e a mostrarvi come per me siano, in fondo, equivalenti.

http://starbooks.it/2013/05/10/di-censura-e-liste-di-libri-da-bruciare/#comment-18310

Intervista su La Stampa

COSTUME 14/08/2012 - INTERVISTA

Lo scrittore che per vivere ha scelto il mestiere di babysitter

Vito Ferro ha 35 anni, scrive da vent’anni, e fa il baby sitter di quattro fratelli che oggi hanno dai 10 ai 15 anni Trentacinque anni, tre romanzi: “Stare con i ragazzi è un’esperienza straordinaria” TIZIANA PLATZER
Ha un entusiasmo contagioso, già solo perché mentre racconta ha una frequenza al ridere che mette il buon umore, e a chiacchierare con lui pare che l’inventarsi sempre qualcosa di nuovo sia una condizione naturale. Di precariato con un’utilità ottimistica: vivere sereni. Come potrebbe ambire un diciottenne, ma lui ne ha appena compiuti 35 e per essere un conclamato «adulto» ha una visione leggera del che fare da grande piuttosto invidiabile. Fra le svariate idee, essere uno scrittore. «Scrivo da vent’anni, per me intanto, poesie, racconti: non c’è niente da nascondere, sono scrittore!» e sgrana la prima risata Vito Ferro, torinese, che a giugno ha pubblicato il suo terzo libro, «Festival di Maracanà» con l’editrice Las Vegas, giovane realtà «di casa».

Tre ragazzi che nella Torino di periferia decidono di organizzare un festival musicale: pura invenzione o c’è qualcosa di vero?

«E’ un fatto accaduto, su cui ho romanzato, ma si tratta dell’esperienza che ho vissuto con due amici quando nel 2003 abbiamo messo in piedi l’associazione culturale “Ombre”, tuttora esistente, e organizzato un festival alle Vallette. Io sono cresciuto lì».

E quel festival è valso una storia?

«Si, per le situazioni tragicomiche che abbiamo superato. Avevamo il permesso su un prato in cui abitavano i rom: dovemmo trattare con loro; un finanziamento di mille euro per realizzare cinque giorni di concerti, pagare l’illuminazione, rifornire il bar: ce la facemmo. E per due anni quel quartiere ha avuto il suo festival».

Lei è uno scrittore, ma come si mantiene?

«Con il mio primo libro, “L’ho lasciata perché l’amavo troppo” del 2007, che ha venduto bene, mi sono comprato una bicicletta! Da cinque anni faccio il baby sitter di quattro fratelli, che oggi hanno dai 10 ai 15 anni. Un’esperienza straordinaria».

Ha il profilo di un futuro papà da non farsi scappare.

«Io e la mia fidanzata, con cui vivo, ci stiamo pensando, ma la responsabilità da genitori veri è più complicata. Da sette mesi abbiamo una cagnolina, Uva, e già con lei l’impegno emotivo è grande, a noi piace viaggiare e quest’anno il problema è: dove lasciamo Uva?».

Quando non fa il baby sitter scrive?

«Sì, ho finito il prossimo libro, che vorrei mandare a Sellerio, voleva pubblicare già il mio libro d’esordio. E’ la storia di un uomo che si sveglia in un cimitero e non ricorda nulla, ovvio, è morto, e lì incontra altri come lui. Ma faccio altre attività legate alla scrittura».

Che sono?

«Con “Ombre” andiamo nelle scuole tecniche e professionali a proporre libri. Ai ragazzi piace, basta avere la pazienza di aspettarli, loro arrivano. Le ragazze scrivono tanto, con metodo, i ragazzi un po’ se ne vergognano, ma poi si appassionano. »

E ha anche aperto un luogo per chi ama scrivere.

«Sì, la “Sartoria creativa” in via S. Maria, una piccola ex sartoria e lì facciamo laboratori di scrittura, sceneggiatura, musica. Per gli adolescenti gratuitamente».


http://www2.lastampa.it/2012/08/14/cronaca/lo-scrittore-che-per-vivere-ha-scelto-il-mestiere-di-babysitter-ssAvtio6aKdgGAQwPm921N/index.html

C’è bisogno di andare alla Holden?

La prima volta era stato un albergo di rue Valete, stavano gironzolando da quelle parti fermandosi ogni tanto nei portoni, la pioggerella dopo pranzo è sempre amara, e si doveva far qualcosa contro quel pulviscolo gelato, contro quegli impermeabili che puzzavano di gomma, allora la Maga si strinse improvvisamente ad Oliveira e si guardarono imbambolati, HOTEL, la vecchia dietro al tignoso scrittoio li salutò comprensiva e che altro si poteva fare con quel tempo schifoso. Strascicava una gamba, era un’angoscia vederla salire fermandosi ad ogni scalino per far montare la gamba malata molto più grossa dell’altra, ripetere la manovra fino al quinto piano. C’era un odore molle di minestra, sul tappeto del corridoio qualcuno aveva versato un liquido turchino che disegnava come un paio di ali. La camera aveva due finestre con le tendine rosse, rammendate e piene di toppe; un’umida luce filtrava come un angelo fino sul letto dalla trapunta gialla.

  (Julio Cortázar, Il gioco del mondo)

Il libro della vita

Probabilmente ogni persona che scrive ha il libro della vita

E’ un libro ancora da scrivere o, semmai, appena abbozzato su cartelle che nessuno ha letto. Sono appunti, schizzi, ritratti, schemi e note relegati in un cassetto, vorticanti nella mente. E’ una storia che, nel suo nucleo, c’è già tutta nella testa, ma deve essere solo sbrogliata, a cui va dato respiro, slancio, ritmo. 
E’ il libro fondamentale. Quello che farà dire a tutti “ecco, un capolavoro” , quello che legherà indissolubilmente il nome dello scrittore alla sua opera. Questo libro c’è dentro ognuno di noi. Contiene messaggi profondi, verità che nessuno ha scoperto, è il cumulo di esperienze maturate in una esistenza, è la fonte di ogni altra storia, la sintesi di ciò che si è scritto fino al momento presente. 
Anche io ho un libro così. So che c’è, da qualche parte stazionante nelle mie sinapsi, si rivela a frammenti nel dormiveglia, o quando mi incanto, viene fuori in un mozzicone di discorso, appare in rari momenti di grazia sotto forma di stato emotivo e mentale, lo vedo proiettarsi nella realtà quando sono solo, aspetto l’autobus ad una fermata deserta e la luce è malinconica e pesta.
Non ho abbastanza forza, coraggio, fantasia, volontà, voglia di mettermi a scriverlo.
Forse il compito è troppo arduo, forse non ho l’età giusta, forse deve ancora venire il momento o è già passato; forse deve capitare ancora qualcosa nella mia vita affinché esso prenda forma e realtà, qualcosa di bello/brutto/sconvolgente/decisivo.
O forse (e la cosa mi atterrisce e attira insieme) ho già deciso che non ci proverò mai a scriverlo: deve rimanere lì dove si trova, perennemente, e la sua funzione è altra rispetto a quella di esistere concretamente.
E’ l’oasi alla quale sostare, per brevi istanti, quando mi accingo a scrivere qualsiasi altra storia che non è il libro fondamentale. E’ la mattonella di felicità da condividere con nessuno, il mio segreto.
E’ l’opera incompiuta che mi porterò nella tomba, la sostanza della mia fragilità. Sono io. 

Per scrivere un romanzo

Spesso si crede che per scrivere un romanzo, l’autore debba avere chiara nella testa tutta la vicenda, e quindi il lavoro non è altro che una sorta di trascrizione automatica dei pensieri azioni vicende dei personaggi inventati. Non è così. Quando ci si accinge a scrivere un romanzo, si parte da un elemento semplicissimo: l’idea. 
L’idea è il nucleo di storia che si vuole sviluppare: mi spiego meglio. 
Ogni romanzo ha un’idea al suo interno, ogni romanzo è, in fondo, quell’idea. Delitto e castigo è la storia di un uomo che decide di uccidere per un ragionamento filosofico. I promessi sposi è la storia di due innamorati a cui viene impedita l’unione. Cecità narra di una strana epidemia che rende ciechi. Ogni scrittore parte dalla sua idea: un grumo di verità attorno al quale, piano piano e con molta pazienza, costruire il suo mondo, il solo mondo adatto a contenere (tenere insieme) la vicenda. 
Una volta pensata l’idea, ad essa quasi spontaneamente, si aggiungono delle immagini: come arrivino queste immagini è una cosa abbastanza misteriosa. Le si pesca nella memoria, innanzitutto, andando a rubarle a fatti e volti e aneddoti conosciuti in una vita; le si prende da altre storie, di libri di film di quadri; sono la miscela più o meno coerente di realtà e finzione. 
Prima di tutto ci vuole un protagonista (o più). Se decidessimo, ad esempio, di narrare la storia di un uomo che ha deciso, ad un certo punto della sua vita, di non lavorare più: lavorare gli fa schifo, lo odia, e dice basta. Ebbene chi è quest’uomo? Perché è arrivato a questa decisione? Cosa faceva viveva pensava prima di scegliere questa strada? L’illuminazione come è giunta, quale pretesto ha scatenato il suo piano? Le domande nascono spontanee. Perché solo un certo tipo di uomo potrebbe vivere questa storia, e noi dobbiamo capire (indagare) chi sia questo uomo. 
Gli creiamo quindi un retroterra: una identità precisa. Non tutto quello che ideiamo finirà nel libro. Magari non diremo mai che i suoi occhi sono azzurri e che fuma tenendo la sigaretta con la mano sinistra. Ma per chi scrive la sua storia è utile saperlo. 
E’ quasi ovvio che per innescare una storia serva un contrasto: se l’uomo da noi immaginato fosse soddisfatto della sua vita e, in particolar modo, del suo lavoro, difficilmente arriverebbe ad una conclusione come quella a cui lo facciamo arrivare. Deve esserci quindi una sorta di scontento nella sua quotidianità, magari un trauma, una insoddisfazione profonda, un disagio. Dobbiamo rendere questo disagio attraverso le sua azioni. La mattina di un lunedì, inverno, freddo fuori e ancora buio, come si alza dal letto quest’uomo? Con che umore, con quali pensieri nella testa? 
La divisione in sequenze è la struttura narrativa del romanzo. Così come nei film le tante scene cinematografiche che si accumulano fanno procedere la storia, nel libro le “scene” sono la cornice ideale nella quale iscrivere le tappe del cambiamento della vita del nostro protagonista. Perché di cambiamento si deve trattare. In bene o in male è una scelta che spetta a noi, ma in parte. Perché ci si accorge subito, date le premesse ipotizzate, che tipo di vicenda dovrà vivere il nostro uomo. Ad ogni scelta corrisponde il rifiuto di tante strade possibili: così è la vita. 
Utile è avere, anche approssimativamente, chiara la fine della nostra storia: è un traguardo che dobbiamo raggiungere, far raggiungere al personaggio. Ogni sforzo sarà teso a farlo arrivare in una soluzione, qualsiasi essa sia. Ma, come nella vita, di nuovo, difficilmente gli obiettivi sono facili da raggiungere: il mondo nel quale abbiamo rinchiuso il protagonista farà di tutto per impedirgli la sua soddisfazione. Questo mondo è fatto da luoghi, tempi, gesti, personaggi. Uno schema mentale o scritto delle sequenze (proprio come si faceva nei temi scolastici con la scaletta) aiuta a non perdersi, a dosare la giusta tensione, a preparare una sequenza particolarmente importante, ad arricchire il libro di situazioni atte a dare colore. 
Su tutto questo tessuto narrativo, aleggia come uno spirito, lo stile che adotteremo. Lo stile è una cosa personalissima, e non si può spiegare. E’ l’elemento che ogni scrittore si costruisce alchemicamente attraverso le sue letture, il filtraggio dell’esistenza durante l’attività mentale ed emotiva. Ognuno deve trovare il suo, ma nessuno può indicargli la via per farlo. 
Certo è che avere una trama coerente, ben sviluppata, armoniosa, è il requisito fondamentale affinché il proprio stile emerga. Il resto (punto di vista, densità, voce narrante, e così via) sono aspetti tecnici che si fonderanno per dare al testo un senso di compiutezza e, soprattutto, di leggerezza. 

Ora et Labora(torio)

E’ finito un altro laboratorio. Dieci incontri da ottobre, tutti i sabato pomeriggio, dentro la bellissima Villa Amoretti. Nuovi partecipanti, ragazzi (pochissimi) e ragazze giovani, chi più chi meno, ognuno con le sue storie dentro la testa o già buttate fuori su fogli di quaderno, dentro files sterminati e in progetti che si sussurrano. Ci sarà una volta il nome dell’iniziativa. Quitrovate la pagine facebook dedicata. E’ stato divertente sentire nascere le loro storie, veder crescere personaggi, luoghi, pensieri. Confrontare i loro stili e i metodi di scrittura, suggerire stimoli, parlarci. Ma più di tutto, per me, è stato bello imparare.

Drabble

Settimo giorno. Un sospirare, nel frastuono di galassie vorticanti.
Avvicinò l’orecchio al puntino, la Terra. Ancora quel suono.
Diradò nubi di polvere stellare. Il giardino, la notte, un fuoco. L’uomo e la donna abbracciati.
Lei, il capo sul suo petto, faceva quel suono: piangeva. L’uomo, nell’oscurità, la mano sulla sua chioma ispida.
– Eva, è solo la notte. L’ha detto il Signore – la bocca sui capelli.
– Ma siamo soli –
– Siamo io e te. –
Dio seguì i loro gesti. Avrebbero nominato amore quella notte.
– Saranno due maschi – pensò Dio, compiaciuto di non averlo previsto.


Un drabble è una storia estremamente breve, solitamente di cento parole esatte.