Odore di un’altra neve

Freddo come a Salisburgo. L’odore diverso però: di neve, di fumo, di cuoio, di caffè, di sudore, di merda di cavallo. Puntavano dritto al Regio, per il padre tutto era invisibile. Il ragazzo invece rallentava a guardare. Era bella quella città. Le montagne. Il fiume che tagliava il centro. Le colline sinuose. 
Compiva quindici anni quel giorno. Dopo l’esibizione avrebbe incontrato i Reali e la Corte. 
“Dobbiamo fare bella figura” diceva suo padre. Ma lui ora era preso dalla piazza del Duomo, da via Dora Grossa piena di botteghe, da stracci di parole che sembravano francese, dal suono di campanelle oltre i portoni di San Lorenzo. Ecco Palazzo Reale. “Padre, il violino…” disse fermandosi. Il padre si voltò, le due rughe intorno alle labbra marcate (anche lui, e sua sorella, avrebbero preso quella fisionomia seria?). 
“Che cosa!? Torna subito a prenderlo!” Corse, le scarpe di vernice nera che schizzavano neve sulle ghette; le facce bonarie, cocchieri in attesa, donne con ceste colme, suoni, profumi, tutto scorreva mentre volava alla Dogana Nuova, dietro le porte romane. 
Salì le scale, aprì la porta e la vide. La figlia del locandiere, qualche anno più grande, piena, la cuffia che tratteneva i capelli e delimitava l’ovale bianco del viso, era china sul suo letto. Bellissima. Trasalì sollevandosi. 
“Scusate il disturbo, sono…” disse lui, in un italiano traballante, prendendo il violino. 
“Lo so chi siete…” rispose lei tirando la gonna. Aveva mani rosa, nervose. Occhi profondi. “Io sono Fioralba”. E, come tutti in città, sorrise. 
Il ragazzo uscì intontito. Non sapeva perché. Quello che successe poi fu confuso. Seppe che conobbe re Carlo Emanuele III di Savoia, al quale il padre chiese un incarico per il figlio, e poi conti, duchi, baronesse, musicisti. Ma nei battiti in ¾ del suo cuore ci fu solo Fioralba.
“Padre, non suonerò in questa città, vero?” 
“No, il Re non vuole, questioni di corte…”. 
Wolfang Amadeus Mozart lasciò Torino pochi giorni dopo, il 31 gennaio 1771 con una strana nostalgia mescolata a una voglia impellente di creare bellezza.

Albergo Dogana vecchia, via Corte D’Appello 4, Torino

Mozart ha realmente soggiornato nell’albergo che oggi è chiamato Dogana Vecchia. La camera è la più elegante dell’hotel. Il 27 gennaio 1771 Wolfgang compì il suo quindicesimo compleanno a Torino, probabilmente festeggiando alla locanda dove alloggiava.

Il libro.

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Colloquio

Sua madre gli aveva stirato la camicia bianca. 
– Mettiti la giacca.
– Ma è per un call center, non serve…
– Tu mettila. 
In bagno certi giorni la chierica non si vedeva. Quella mattina brillava. 
Aveva preso il caffè in cucina, in piedi, mentre suo padre fissava La7. 
“Ora me lo chiede, ora…”. Suo padre non gli aveva chiesto niente. Era inaccettabile. 
– Comunque vado a un colloquio. 
Lo disse male, con poca convinzione, e quella poca era malcelata dalla solita arroganza. Il padre aveva alzato una spalla. Lui gli vedeva la nuca vibrare. Era così da tanto. Da quanto? Da quando aveva lasciato l’università? Forse da prima. 
– Non te ne frega niente? 
Si trovava ancora nel crinale, sul filo sottile tra quella che lui credeva una vittoria e il degenerare (per l’ennesima volta) in uno dei loro litigi vischiosi, crescenti, che in fondo lo annientavano. Sua madre, acuta come un insetto, aveva avvertito i segnali. Era entrata in cucina di fretta, li aveva guardati dalla porta, un istante, la postura, quel silenzio ancora odoroso di sonno eppure già rauco. Non era una donna intelligente. Era stremata. Tra due fuochi, perennemente tra quei due fuochi onnivori. Suo marito. Suo figlio. Lui invece era un ragazzo intelligente. Ma non abbastanza stremato. Dal dare e ricevere mortificazioni. 
– Va bene, non te ne frega un cazzo. Io vado a cercare un lavoro e a te non importa. 
Per un attimo, un breve frammento di forza parve attraversarlo. Così aggrumato a quella verità minima, debole ma oggettiva, stavolta pareva potersi riscattare dalle troppe volte in cui si era difeso senza armi e per questo attaccando, esagitato. Stavolta sentiva di avere tra le mani almeno un tris di figure. Sorriso sarcastico. 
– Vedi, come al solito: se non cerco o se cerco è uguale – disse a sua madre che aprì la bocca, come un pesce. Sua madre, l’unico animale in casa, tutto istinto e sensibilità. Quella forza durò un soffio. Prima di tossire, il padre, senza voltarsi, senza alzarsi, senza cattiveria disse: – Sì, ormai è uguale. Full di donne. 
E mentre saliva la vergogna, si ricordò, nitidamente, come un’illuminazione, che non aveva i soldi per le sigarette e i biglietti dell’autobus. O per le une o per gli altri. A piedi non si poteva andare fino in piazza Benefica: non sarebbe mai arrivato in tempo. Avrebbe dovuto chiederli a suo padre. Posò la tazzina. 
– Mamma, hai visto la borsa grigia? 
L’animaletto di casa capì immediatamente. Uscirono dal cucinotto insieme. La madre estrasse silenziosa il portafogli dalla borsa. Gli diede cinque euro. Sperava almeno in dieci. La madre glieli mise in mano con la solita manovra del “prendi prendi e zitto, non ti preoccupare”. Lui avrebbe dovuto replicare con l’altrettanto solita manfrina “No, tranquilla, li ho”. Non ne ebbe la sfrontatezza. 
Uscì e l’androne, le scale, il palazzo, il mondo gli sembrarono più grandi, spogli, nitidi. 
Se fino alla sera prima quell’ipotesi del call center gli pareva la cosa più vicina allo sterminio del suo essere, ora, nonostante la spossatezza, era determinato a ottenere quel lavoro, ma soprattutto a farselo piacere. Come una donna non bella ma premurosa. Come qualcuno da aiutare per sentirsi moralmente migliore, riflesso nel suo grazie. 
Odorò ascelle e si perse dietro discorsi frammentati fino in via Duchessa Jolanda, dove scese. 
Il 29 era una palazzina di tre piani, elegante. La Contacto aveva l’unico citofono scritto a mano e attaccato con lo scotch. Seminterrato. Scrivanie da usciere, telefoni a tastiera, macchie di caffè, sigarette spente male, cinque ragazzi tutti dita e occhi e un uomo biondo con la coda. Una specie di sicario. 
– Piacere, Aliosha. 
Gli tese la mano quello. Poi gli spiegò il lavoro. Una prova di mezza giornata. Lui vide le pile di pagine bianche, logore. Un calendario dei Carabinieri. Un orologio. 
“Buongiorno, mi chiamo *nome di fantasia*, sono dell’Ufficio – mi raccomando, non Agenzia – delle Entrate. La tranquillizzo subito, non è questione di tasse. Stiamo chiamando i contribuenti regolari come Lei per proporle la guida per la compilazione del modello unico. Sono tre uscite. Centoquarantacinque euro, le paga anche a rate, noi gliele facciamo avere comodamente a casa…” tutto scritto in un foglio, non c’era da sbagliarsi. 
I nomi a caso dagli elenchi.
– Tu sei in prova, inizia dal difficile: tieni il Molise.
La prima telefonata fu terribile. Subito un insulto. Dopo un’ora e mezza iniziò a sentire una pena fortissima per quella gente. Stava per avvisare un vecchio che continuava a ripetergli: – Mi scusi, sono anziano, non capisco, è una multa? Quanto devo pagare? Mi aiuti. 
Gli ricordò suo padre, suo padre di quella mattina, voleva salvarlo da quella truffa, da se stesso. Stava per farlo. “È uno scherzo” era pronto a dire. Per fortuna alzò gli occhi: si accorse che Aliosha, dietro una porta a vetri, stava controllando, serio, con un telefono collegato, la sua chiamata. Dismise l’empatia. Finse entusiasmo. Andò avanti fino alle tredici. 
– Per me vai bene, puoi venire da domani: sono tre e quaranta al mese e dieci per ogni abbonamento. 
– Non so… non so se sono portato… Balbettò.
– Per me vai bene.
– Non ho venduto niente. 
– Venderai.
Uscì deciso a non tornare più. Si tolse la giacca. Avrebbe camminato: risparmiava un biglietto. 

tratto da LA PERDITA DEGLI ANNI – Vito Ferro (Autori Riuniti, 2018) 109 pagine, 13 euro

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La perdita degli anni

Ho cominciato a perdere anni presto, molto presto. 
I miei coetanei avevano ancora tutti i loro anni, folti, fitti, scuri, densi. Io invece, da che ero come loro, iniziai – ricordo era un sabato mattina – a trovarmeli nel letto, sul cuscino, per terra, davanti allo specchio del lavandino. Erano anni che credevo potessi non perdere mai: sono sempre stato fiero dei miei anni. 
Da quel giorno è stata una caduta verticale, inarrestabile, ma non costante: a volte ne perdevo a manciate, altre pareva resistessero, attaccati al mio presente. 
Ho perso il ’94, tutto di colpo. Dell’88 e dell’89 si intravede ancora qualche segno, un piccolo bulbo, come un foro arrossato. Dietro questi il vuoto, liscio levigato lucido.    
Altri li ho persi per strada, alcuni guidando, spesso lavorando, quasi sempre aspettando. 
Uno pensa che a lui non succeda: vedi tutti quegli sconosciuti senza manco più un anno e dici “io non sarò mai come loro, io ci tengo ai miei anni, li curo, ci sto dietro” e invece succede. Non puoi farci niente.       
La mia compagna – che i suoi anni li ha quasi tutti (per le donne è diverso) e, di quelli che non ha più, non se ne cura, pace, amen, che importa? – nutre nei miei confronti, nei confronti di questa mia debolezza, una premura che mi conforta e mi umilia. 
Non posso fare a meno di pensare che riesca a soprassedere a questa mia grave mancanza semplicemente perché non mi ha conosciuto prima, quando gli anni li avevo tutti. 
Col tempo uno un po’ si abitua: lo facciamo per sopravvivere, come con le meschinità che non ci abbandonano.        
Ma stasera, rientrando a casa – l’aria così pesante, il buio opprimente – in ascensore, fissando i piedi, per terra, per la prima volta ho visto un anno perso, ma del futuro. 

da “La perdita degli anni“, Vito Ferro, Autori Riuniti 2018

La prima volta in discoteca

Era l’autunno del 1990. Primo anno di superiori, liceo classico Cavour di Torino. Festa d’istituto nella discoteca Pick Up di via Barge. Io non ero mai stato in discoteca in vita mia. Dopo lunghe ed estenuanti trattative convinco mia madre, in crisi d’apprensione, a mandarmici. Porto a casa il risultato a fronte di condizioni estremamente svantaggiose per me: rientro non dopo mezzanotte e dieci, in taxi fino al luogo del ritrovo con i compagni, nessun tipo di consumazione, alcolica o meno, ritorno con Tony, il vicino di casa, che sarebbe venuto a prendermi. 
“Ma che importa, l’importante è andarci!” pensai. 
Su quella serata avevo investito tante aspettative: ci sarebbe stata R., splendida dea di quinta ginnasio, truccatissima e bionda, inavvicinabile. L’ammiravo ancheggiare in corridoio durante l’intervallo e tremavo. 
Supportato dai miei due tre compagni preferiti avevo stabilito di provarci quella sera. Le luci basse, la musica, l’euforia. Era l’occasione perfetta. Ora o mai più. Ce la posso fare. Ce la posso fare. 
Arriviamo in discoteca: il paradiso. Il bar enorme, il dj, le luci, le balconate circolari sull’enorme pista da ballo. La notte che inizia. Avevo quattordici anni.  
Si chiacchiera e scherza con i compagni, si ride, ci si sente invincibili. Verso le dieci arriva R. Se a scuola mi sembrava l’essere vivente femminile più bello che avessi mai visto, quella sera, in versione discoteca, era qualcosa di strepitoso. Mi sembrava di sentire il suo profumo da quindici metri. I suoi ricci biondi tagliavano l’oscurità della sala, mandavano segnali che io solo sapevo decifrare. 
Gli amici iniziano: “Quando vai? Dai vai! Muoviti!”. Io tentenno, sento il peso dell’impresa. Avevo pur sempre 14 anni, gli occhiali, i capelli a caschetto e i primi brufoli. La musica (credo fossero i Roxette) di colpo cambia: parte un lento, Wind of change degli Scorpions. Per dire che cosa si ascoltava in discoteca una volta. 
Capisco che è arrivato il momento. Respiro. Guardo i miei amici dietro di me, vai vai fanno con la mano, deglutisco, alzo il primo piede, avanzo di un passo, poi un altro, R. è circondata da amiche che sono solo la sua scenografia, balla e scuote la testa, gli occhi chiusi, mi apro la strada tra i liceali come Mosè fece con le acque. Cinque metri. Respiro lungo. Tre metri. “The world closing in, did you ever think that we could be so close…”.
E di colpo il dramma. 
La musica si spegne, una voce tonante dal microfono dice: “VITO FERRO AL BAR DELL’INGRESSO, LO VUOLE SUA MADRE AL TELEFONO”.
In poco meno di un secondo ho un’extrasistole al cuore, le vene dei polsi si annodano, si accartocciano i polmoni, la gola si gonfia come per uno shock anafilattico, la pelle del volto si congela. Due secondi dopo, quel che resta della pappetta che è diventata la mia mente mi fornisce la soluzione più ragionevole per uscirne: fai finta di niente, R. non sa come ti chiami, tutti i liceali che ballano non sanno come ti chiami, nessuno sa che sei tu, quello chiamato al telefono. Dalla madre. In discoteca. 
Nessuno eccetto i miei compagni: sento roboanti alle mie spalle delle risate da iena, stridule, altissime, alcune gutturali, animalesche, risate incontrollabili, da soffocare. Mi volto e li vedo, disgraziati, che ridono e mi indicano. Mi si blocca la colonna vertebrale, dal collo al coccige. Per la prima volta scopro quanto sia pesante la vergogna. Un masso che ti schiaccia. 
Chino il capo, giro i tacchi, salgo mestamente le scale che portano all’ingresso. Le risate dei compagni sfumano. La mia adolescenza è finita prima ancora di iniziare. 
Vorrei scappare via, ma il vicino di casa verrà a prendermi solo tra qualche ora. Ormai in prossimità del bancone bar monta la rabbia. Il barista mi indica la cornetta appoggiata. 
“Che c’è?” urlo contro mia madre. 
“Niente, volevo solo sapere se stavi bene”. Giuro, ha detto così. Solo quello. La mia vita rovinata irreparabilmente. 
Non ricordo il resto della telefonata, non ricordo il resto della serata. Non so se son tornato indietro, a sorbirmi l’umiliazione, o se mi sono rintanato in qualche anfratto. Non ricordo come ho vissuto i giorni successivi, se mi presentai a scuola, o feci passare qualche giorno. So che non ebbi mai più il coraggio di sfiorare con lo sguardo R. 
La mia prima uscita in discoteca è stata questa. Negli anni ho vissuto attivamente figure di merda di tutti i tipi, e ho la certezza che altre mi aspettino nel prossimo futuro. 
Ma di una cosa sono sicuro: nessuna umiliazione sarà mai potente, devastante, totale, come quella notte al Pick Up. 
Ogni tanto, abitandoci vicino, ripasso in via Barge. Porca puttana, voi non ci crederete, ma io mi guardo ancora attorno furtivo e mi sembra di sentire ridere forte.

Quella volta


Quella volta che ho spinto la macchina per tre chilometri che si era fermata per la benzina…

Quella volta che ho dato un bacio a Margherita, si chiamava così quella ragazza bellissima che veniva a prendere il pane la mattina…
Quella volta che ho detto al capo: “io me ne vado” e poi ho riso e ho buttato il camice per terra…
Quella volta che ho corso come un pazzo per raggiungere il rifugio e le bombe piovevano come grandine malvagia…
Quella volta che al mare sul moscone mio figlio mi ha detto “guarda papà che bel tuffo che faccio!”…
Quella volta che ho preso i soldi ed ho comprato quell’anello, costava caro, ma le è piaciuto molto… l’avrà ancora addosso?…
Quella volta che c’era silenzio in classe, e nessuno sapeva la risposta, allora ho alzato la mano che mi tremava, e piano pianissimo, con la mia voce di ragazzino ho dato la risposta giusta…
Quella volta che bruciava la casa e abbiamo fatto in tempo a portare fuori solo le fotografie…
Quella volta che abbiamo aperto la porta della nuova casa per la prima volta…
Quella volta che siamo andati in gita al lago di Garda…
Quella volta che alle giostre guardavo la gente sulle montagne russe e pensavo “pazzi” e poi ci sono salito pure io…
Quella volta che mia figlia mi ha detto “sei nonno” ed io mi sono ricordato di quando, ragazzino, mio nonno mi raccontava le storie di paese ed io sognavo, allora mi è venuto da piangere…
Quella volta che abbiamo raccolto i punti dei detersivi e ci è arrivata la lavatrice nuova…
Quella volta che ho fatto dodici alla schedina…
Quella volta che le ho chiesto di sposarmi alla festa di San Giulio a giugno…
Quella volta che lei mi ha detto sì tremando…
Quella volta che di notte in ospedale, fumavo ed aspettavo…
Quella volta che ho visto la discussione della tesi dei miei figli…
Quella volta che mi aveva fatto impressione pensare che i miei figli avevano scritto un libro…
Quella volta che a me hanno fatto l‘esame di quinta elementare…
Quella volta che tornavo militare, e in osteria i miei amici mi hanno fatto festa con il vino rosso, il salame, e ci siamo ubriacati, ed io ridevo, ridevo…
Quella volta che sono andato al funerale di mia madre…
Quella volta che i medici mi hanno detto quella brutta parola…
Quella volta che io non capivo…
Quella volta che sulla bici ho fatto tutta la strada dal mio paese fino a Palermo…
Quella volta che ho visto il suo corredo, come lei lo tirava fuori dal baule…
Quella volta che ho pescato la trota e l’ho portata a casa…
Quella volta che mi è arrivata la prima pensione…
Quella volta che hanno tentato di farmi rispondere al telefonino ed io l’ho spento per sbaglio…
Quella volta che ci hanno rubato la macchina e dentro c’erano gli zainetti con i libri di scuola dei miei figli…
Quella volta che Francesca aveva la febbre alta e l’abbiamo portata di corsa all’ospedale avvolta da una coperta, ed io la tenevo in braccio ed avevo paura…
Quella volta che abbiamo mangiato in quel ristorante vicino alla spiaggia…
Quella volta che ho fatto pace con mio padre…
Quella volta che ho visto mio figlio farsi la barba…

Nella sala ricreazione dell’ospizio, Giovanni come al solito parla a sproposito da solo, seduto vicino alla finestra.

Il collare

Quando lo vide uscire dal labirinto era sporco di sangue e radioso. Un dio, sembrava, e la sua fronte rifletteva i bagliori del mare. La guardò eccitato. Ora il premio.
“Ci sei riuscito?” gli sorrise.
Teseo non rispose. Lasciò cadere la spada e il collare, e tese le sue braccia.
“Mi ha quasi ucciso…” la sua voce aveva una cadenza febbrile.
“Quasi.”
“Perché il collare?”
Arianna distolse lo sguardo. Iniziò a spogliarsi lentamente. Poi spogliò lui. Il membro tendeva verso di lei. Lo prese per mano e si diressero verso un piccolo bosco di ulivi.
“Sarà qui. Ma prima indossalo.”
Teseo obbedì.
La spinse contro l’albero, le piegò la testa, la penetrò subito.
Solcava la sua pelle come fossero onde del mare. I colpi da profondi divennero frenetici, tra mugugni e i profumi forti del pomeriggio. In alto scaglie di cielo, nel cuore sussulti.
Arianna immaginò le membra possenti del fratello. La coda, le corna. Le narici che fremono. Il sangue sulla sua bocca. Mentre Teseo non si fermava, ancora e ancora, la montava come una giumenta, come sua madre. Pasifae, moglie di Minosse, il re. Madre che per la troppa voglia si unì con un toro e partorì il mostro. Cosa aveva provato? Quanto fu forte? Questo si era sempre chiesta Arianna, mentre percorreva, ogni giorno, il perimetro dell’enorme palazzo di suo padre. Esiste piacere più grande?
Il collare di cuoio e metallo sbatteva frenetico sul petto dell’uomo, mentre le sue mani la cingevano stretta. Arianna teneva il viso appoggiato alla corteccia. Le sfregava la guancia.
Ancora, ancora, non fermarti. Più forte. L’odore del giovane era quello che lei sognava, tra sangue, sudore, e pelo animale.
Con la mano sinistra raggiunse il collo di Teseo, la vena gonfia, il collare. Lo strinse forte. Lo avvicinò a sé. Chiuse gli occhi. Il desiderio era all’apice. Non smettere, non placarti, lo scongiurava nella mente. Anche io, anche io, come mia madre…
Venne trafitta da un piacere incandescente. Il bosco vorticò sempre più piano, poi si fermò.
La guancia le doleva, e la schiena, e tra le gambe era come avere fiamme accese.
Teseo stava sdraiato sulla terra, respirando forte.
“Mi hai quasi ucciso…”
“Quasi.”
“Vieni con me” le disse Teseo, ancora pieno d’ebrezza.
Arianna sapeva che non esisteva nessun filo abbastanza lungo da ricondurla a casa, dal posto in cui lui l’avrebbe abbandonata.

 

 

Teseo_Minotauro

Il bar delle sette meno un quarto

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Bisogna immaginare una mattina d’inverno. In una città del nord. Come Torino. Sono le sette meno un quarto. Stai andando a lavorare. Fa freddo, ed è buio ancora. Per strada l’asfalto luccica. I lampioni ancora accesi. Il fiato che si condensa mentre lo sputi. Come al solito non sei preparato ad uscire. Hai freddo, sonno, fastidio. Ti pesa più del solito la giornata che si appresta ad iniziare.
Sulla strada per il lavoro, vorresti entrare al bar. Non è un bel bar. Anzi è quasi brutto. È il bar archetipico della periferia italiana. A gestione familiare, grigio e marrone, odore di soffritto, la macchinetta slot machine, i giornali sul frigo dei gelati (non Algida), tazzine sporche di caffè, le occhiaie del barista, addobbi di natale dimenticati da settimane, tutta una clientela speciale, possibile solo in un bar simile, già a quell’ora, le solite battute, i soliti discorsi.
Insomma, il posto più bello del mondo. Sì, perché rispetto a dove devi andare tu, al lavoro che ti aspetta, quel bar è Shangri La, quel bar è territorio diplomatico, è terra di nessuno, è isola felice, nella quale ti vorresti rifugiare per tutta la mattinata, guardando dietro la vetrina impolverata tutte le gradazioni del mattino cambiare, una dentro l’altra, entrare e uscire gente, sfilare umanità lì davanti, la spesa al mercato, gli anziani a passeggio, mamme coi bambini, studenti ritardatari, gente che va a lavoro (e tu no), spazzini, postini, agenti immobiliari e falsi controllori Enel, e chiunque viva la mattina per strada (sono categorie ben precise).
Vorresti l’ozio dentro al bar. Fino a mezzogiorno, l’una, fino a che si disinneschi la portata distruttiva del mattino d’inverno nella città del nord, fino a che un sole pallido, restituisca energia alla tua mente. Il bar è il prolungamento del letto, la riproduzione di un utero, la caverna nella quale stai accucciato, drago apatico.
Più di tutto godresti del fatto di essere assente ingiustificato. Dove sei finito, si chiederebbero a lavoro. Che cosa ti è successo. Malattia, impegno familiare, un incidente. Le chiamate al cellulare che si diradano. Fino a che ti lasciano in pace. Il bar sarebbe come l’attesa del volo per sparire definitivamente. Leggeresti il giornale fino all’ultima riga, anche gli articoli che di solito non leggi, sfoglieresti piano le pagine, ti prenderesti il lusso di tornare indietro, cosa ha deciso il governo indonesiano, che cosa è successo in Texas, perché cambiano i lampioni in provincia, e intanto l’odore dei cornetti scongelati nel fornetto, il latte del cappuccino che un po’ si brucia, l’ubriacone del quartiere che si lamenta, tu abbandonato, vicino al frigo dei gelati (ma non Algida), prima un caffè, poi un succo, un altro cornetto grazie, un bicchiere di bianco, sono già le undici d’altronde, c’è di buono che dentro non fa freddo, e l’odore misto comincia a piacerti, i tuoi occhi, ora svegli, lucidi, quell’euforia da scampato pericolo, tutto sembra possibile, iniziare una nuova vita, progettare nuovi scenari, nuovi modi di arricchirsi e vivere per sempre così, rifugiato politico al bar dell’angolo, lungo, la strada anonima che porta fuori Torino, casette basse, un’autorimessa, da qualche parte una scuola, i dossi, un parchetto striminzito, la fermata dell’autobus, tutto quel grigio colato sulla realtà, da cui solo il bar è escluso. Guarderesti fuori, lentamente, dolcemente, pezzi di cielo, grumi di verde, colori attenuati.
E invece con l’auto al semaforo, alle sette meno un quarto, buio, freddo, tu non hai tempo neanche per un caffè. E poi la macchina dove la lascio, lo prendo alle dieci alla macchinetta, e poi stamattina ho già fatto colazione, tanto sai già che il senso di colpa, sai già che sarebbe risvegliarsi da un sogno, alla luce piena al cristallo finissimo di mezzogiorno, scomparsa la poesia, finita la fuga, non scherziamo, siamo seri, non ho sedici anni, è la vita, non si è mai visto, allontana la tentazione, sono solo fantasie.
Un ultimo sguardo alla vetrina, prima del verde, ti pare quasi di sentire l’odore di brioche e alcol, devo solo svegliarmi, appena mi riprendo tutto fila liscio, come ieri, come sempre.
Verde.

Photo by James Sutton on Unsplash

Racconto sbagliato


Si trovarono all’improvviso dentro il suo racconto. Li rese amanti a pagina 12. Ma era uno scrittore distratto, e con poca dimestichezza coi tasti. Li misi sul TETTO (voleva scrivere LETTO) e presero freddo tutta la notte. Li fece vorticare, preda di un CALLO (voleva dire BALLO). Li spedì in un viaggio romantico a CARPI (ma in realtà intendeva una più suggestiva CAPRI). Sfiniti da un amore pieno di refusi, si lasciarono con SABBIA (era RABBIA). E non si capì mai chi avesse messo la parola FUNE a quella storia.

Il territorio

La luce sopra le nuvole era pura, dorata, calma. Stavano volando da due ore ormai e lui non le aveva rivolto neanche uno sguardo. Come poteva essere così insensibile, così freddo? Possibile che non avesse capito nulla, proprio nulla? No, aveva capito. E’ che di lei non gliene fregava niente.
Lo guardava. Teneva un braccio sollevato, aggrappato al maniglione di sicurezza. Il profilo del viso regolare, le ciglia che sbattevano piano. Orientato un po’ verso il finestrino, ogni tanto si voltava verso la compagnia che rideva forte, sembrava immerso in pensieri pesanti, più pesanti della pressione che c’era là sotto, e che copriva il territorio. Erano in aria, ma lui era rimasto a terra. Stava pensando a una donna?
Fanny era delusa. Aveva sperato tanto in quella gita. Credeva che sarebbe stata l’occasione perfetta per dichiararsi ufficialmente. C’erano state sere prima in cui lui pareva avvicinarsi. Niente di esplicito, ma comunque loro due, soli, ogni tanto a parlare. Soprattutto della gita.
“Non pensi mai a cos’era prima, il territorio?” le chiese una volta. “Come fosse diverso rispetto ad adesso?”. Fanny non sapeva che rispondere. Non ci aveva mai pensato. Aveva studiato, come tutti. Ma non le importava granché. D’altronde cosa sarebbe servito, ripensare al passato, rimpiangere il passato? Il mondo era così, ormai. Il territorio era così, ormai. E non c’era niente da fare. Se non difendere il loro spazio, sempre più piccolo, e viverci meglio che si poteva. Il mare, il loro mare ritiratosi nei secoli, li proteggeva.   A lui invece, la questione interessava molto. Era convinto che prima, tanto prima, il territorio dovesse essere molto diverso da quanto raccontavano i professori a scuola. Non una vasta distesa di terra ricca e piena di meraviglie. Uomini raffinati che si sentivano al massimo grado dell’evoluzione. E, per presunzione, avevano esagerato. Un errore scientifico dopo l’altro. Qualcosa che sfugge al controllo.
Uomini, lo abitavano, sicuramente. Ma, senza sapersi spiegare come e perché avesse quella convinzione, era certo che fossero uomini pieni di sofferenza. Più dolenti, tormentati, più poveri. E innocenti.
Non credeva, – a Fanny la cosa sembrava inconcepibile – che si erano “meritati” ciò che gli era capitato. Quando lei gli chiese come fosse stato possibile allora, lui non aveva saputo rispondere.
L’altoparlante zittì le risate del gruppo. L’hostess si sedette. Il comandante annunciò la discesa. Sarebbero planati, lentamente, verso il terreno, posizionandosi ad un’altezza tale da poter vedere lo spettacolo. La compagnia si irrigidì. Era un momento carico di tensione. Li avrebbero visti. Da vicino. Davvero. Non sarebbero stati soltanto un frame in uno schermo. Le tante, tantissime riprese della guardia di confine mostravano sempre corpi che galleggiavano, annaspavano, si immergevano in quel mare scuro ritiratosi per buona parte. Il surriscaldamento. A volte quei corpi riaffioravano, ma spesso no, si perdevano tra i flutti oleosi, tra le onde quasi solide. Sempre ripresi da distanza di sicurezza, sembravano masse opache e indistinte, rese goffe dal tentativo, sterile, di nuotare. No, stavolta, li avrebbero osservati bene, a terra.    L’hostess illustrò le procedure di sicurezza da osservare: nella cupola inferiore bisognava rimanere legati, anche quando il vetro li avrebbe ricoperti. Poi, al momento di apertura massima, nessuno avrebbe dovuto fare alcun movimento inconsulto né tendere le braccia, non sporgersi, mai, e non gridare. Nessuno avrebbe dovuto gettare cibo autonomamente, ci avrebbe pensato il dispenser automatico. Se qualcuno non se la sentiva di scendere, lo avrebbe dovuto dire ora. Nessuno parlò.
Fanny aspettò che lui si alzasse. La sua pelle, più scura di quella degli altri amici, era distesa. Sembrava più magro e non aveva la stessa euforia di tutti. Gli occhi le parvero annacquati. Quando si mise in fila, davanti alle scale, prese coraggio. Toccò la sua spalla, lo fece voltare. “Posso stare vicino a te, ho paura”. Lui le prese la mano, senza sorriderle. Scesero le scale. L’hostess li aiutò a sistemarsi nelle posizioni. Li legò, in piedi, e poi si accomodò a sua volta.    Erano ancora abbastanza alti, si distinguevano appena, nella pianura senz’acqua, di un giallo opprimente, poche montagnole mangiate dal vento, scarne.
L’aeromobile allargò le ali, e fece uscire i razzi verticali. Sopra le loro teste videro i cannoni spuntare.  Il mezzo fece un rumore come di vetro che si incrina, poi quasi si arrestò. Era iniziata la vera discesa. Nessuno diceva nulla, tutti aprivano gli occhi, paralizzati dall’emozione e dalla paura. Meno cinquecento metri. Il giallo della terra era ora screziato da piccoli puntini che si muovevano, staccandosi da una massa scura che ondeggiava. Meno trecento, il sibilo dei motori sembrava salire, salire. Fanny cercò la sua mano, la trovò fredda e dalla stretta lenta. Non la guardò. Non sembrava eccitato o spaventato, solo triste. Meno cento, i puntini parvero muoversi in maniera diversa ora, accortisi del mezzo che li sorvolava. Prima si fermarono, poi si diressero verso di loro, la testa alzata. La massa enorme, una pozza che sfrigolava, iniziò a scomporsi. Meno cinquanta, la cupola di vetro si aprì. Restò l’intelaiatura di metallo a maglie larghe, e l’aria li investì come una folata di gas. Era leggera, senza odore, molto diversa a quella a cui erano abituati. Fanny poteva sentire il corpo tremante di lui accanto, con la gamba si avvicinò alla sua, e in quel momento, contemporaneamente, i loro schienali a cui erano fissati si inclinarono di parecchi gradi, sporgendoli verso l’esterno. Qualcuno soffocò un urlo. Ormai potevano osservare perfettamente i corpi di quegli esseri agitarsi, venire loro incontro, con un incedere sghembo, lento, disordinato. La massa, sfoltita dalle sue particelle, si rivelò per quello che era: un branco numeroso.
L’aeromobile orientò i motori, e lentamente si posizionò a pochi metri dal suolo. Gli esseri fecero cerchio verso la parte bassa del mezzo, dove sporgeva la cupola con loro legati. “Ne vale la pena, Dio se ne vale la pena” gridò un loro amico, gli occhi gonfi, il volto distorto dalla meraviglia, i capelli scompigliati dall’aria. “Hai ancora paura?” le chiese piano. Lei si stupì, di quell’attenzione. Appoggiò la sua testa sulla sua spalla. “Con te no” gli disse, e sapeva di essere sincera.
Li videro in volto. La carne, scavata e macilenta, era di un grigio scuro innaturale. Il bianco gelatinoso degli occhi spiccava, seppur opaco, senza vita. Erano nudi, magri, storti. L’odore di putrefazione salì verso la cupola, opprimente, insieme al verso gutturale che essi facevano.    Non erano vivi, non erano più neanche uomini, dicevano i libri. Erano una deformazione aberrante della loro umanità. Erano pericolosi. Non morti, non morivano. Però mangiavano. Erano tantissimi, sarebbe stato impossibile sterminarli tutti. C’era il mare a tenerli lontani. Il loro mare. E, per ogni evenienza, una guardia che vigilava continuamente. Nessuno era mai riuscito a raggiungerli. Ma non bisognava mai abbassare l’attenzione.
“Adesso daremo loro da mangiare” disse l’hostess “nessuno si sporga, mi raccomando”.
Ai lati della cupola portelloni si aprirono, facendo colare grossi pezzi di carne sintetica. Quella pioggia li fece impazzire. Accelerarono i movimenti, che si fecero frenetici, premevano gli uni sugli altri, si spingevano, si ammassavano, si calpestavano, pur di raggiungere i pezzi di cibo. Tendevano le mani. Aumentò il volume del loro verso. Era uno spettacolo tremendo: coloro che erano riusciti a raggiugere qualche pezzo di carne, lo divoravano aprendo a dismisura la bocca. La confusione, massima, creò scompiglio: si attaccarono tra di loro, strappandosi con le mani ossute, con i denti, il mangiare. Ferendosi, usciva loro sangue bluastro. Nessun animale mangia così, pensò Fanny. Poi si voltò verso di lui. Piangeva.
“Tutto bene?” gli chiese Fanny, premurosa.
“Mi sembra di essere a casa” rispose.
Fanny non capì.

Quella musica

Io l’ho visto quando è arrivato. Sono stato il primo io. Di sicuro. Ero sull’albero di gelso, stavo accucciato come sempre. Perché ho la gamba così, non significa mica che non so arrampicarmi. Anzi. Io salgo sugli alberi come uno scoiattolo. Ero sull’albero, e ho visto una sagoma bianca che avanzava, lenta, sollevando polvere dalla stradina che porta fuori paese, dove c’è l’ansa del fiume e le staccionate degli ultimi campi. Ero sull’albero e l’ho visto. Sull’albero ci sto spesso, quasi sempre. Per via degli altri. E’ ovvio. Loro, nessuno di loro sa arrampicarsi come me: dove arrivo io, loro non arrivano. Camminava tenendo la schiena bassa, all’inizio mi parve addirittura gobbo, poi vidi che aveva una borsa gonfia e delle scarpe buffe, ma più di tutto il cappello, floscio e con una piuma. Era strano.
Mentre si avvicinava al mio albero, sentii il suo fischio. Era una melodia che non avevo mai sentito. Ormai vicino a me, non so come, mi venne voglia di gettargli qualcosa addosso e così feci. Staccai una castagna, e la lancia. Lo colpii in testa, su quel cappello brutto. Lui si fermò, alzò lo sguardo e mi vide. Non disse nulla e neanche io. Mi sorrise. Ma non era un sorriso buono quello.
Mi lasciai cadere, come solo io so fare, raggiungendo i rami più bassi; un ultimo salto e corsi via, corsi per modo di dire: per quanto mi permette la mia gamba.
I ratti in paese erano giorni che scorrazzavano e infestavano tutti i luoghi. Le case, i granai, le strade, le soffitte, i pozzi. I fuochi non servivano a niente, i ratti sono furbi, e sono molti. Nel villaggio nessuno sapeva più che fare. Gli uomini, anche mio padre e mio fratello, si dividevano in turni, di giorno e di notte, per cacciare quelle bestie. Ma per quante ne ammazzassero, il doppio spuntava fuori, come dal nulla. E ci mangiavano il nostro cibo, e rovinavano i raccolti e tanta gente era stata morsa e si era ammalata. E qualcuno poi moriva.
Vidi lo strano individuo parlare con il capo villaggio. Nella piazza del mercato, la gente accalcata e curiosa, che lo scrutava. Io me stavo in disparte, appoggiato ad un muro. Non volevo rivedere quel sorriso. L’uomo e il capo villaggio si strinsero la mano. Qualcuno gridò, ma non riuscii a sentire che cosa. Allora l’uomo posò a terra la borsa, l’aprì ed estrasse un oggetto. Ero troppo lontano per vedere cosa fosse, e non volevo avvicinarmi: avevo paura degli altri bambini. Per via della gamba, se la prendono sempre con me. Nella piazza si fece silenzio, ed io sentii il suono. Era una musica dolce ma triste, che pareva un lamento continuo, ma non sgradevole. Non era come sentire piangere un neonato. Sembrava una voce che sta raccontando la sua sfortuna.
Nessuno seppe dire come fosse possibile, ma i ratti cominciarono a uscire, tra le grida delle persone del villaggio. Uscivano dappertutto, e di corsa, spingendosi, scivolando e montando uno sull’altro. Era una corsa pazza verso l’origine di quella musica. L’uomo, nonostante quei topi che si avvicinavano, e il caos delle persone che fuggivano ormai da tutte le parti, non smise di suonare. Lo vidi bene, perché io non scappai.  Non ho paura dei topi, ma solo degli altri bambini. Aveva il flauto in bocca e suonava con quel sorriso che ormai gli conoscevo. I topi erano a migliaia, tutti nella piazza del paese, una massa nera che si infittiva, come una coperta molle e bagnata, stesa al vento. In mezzo quel suonatore, circondato.
Iniziò a camminare lentamente, e i topi gli si aprirono davanti a fargli strada. Sempre suonando, si diresse fuori dal paese, portandosi appresso i ratti. Mi arrampicai sul tetto del granaio di casa mia, e sotto la luna piena vidi quello strano corteo: un uomo, vestito di bianco e con un cappello floscio in testa, che suonava un piffero mentre un fiume lunghissimo, come un fango nero, lo seguiva squittendo. Scomparvero quando la stradina faceva la curva sull’ansa del Weser.
La gente tornò in piazza, incredula e attonita. Non c’erano più ratti. Tutti si abbracciavano, ridevano e alte grida si levarono. Si accesero luci e sembrava giorno. Mai avevo visto il mio paese così felice. Iniziò una festa che durò tutta la notte.
Fattosi mattino, il pifferaio tornò. Alla prima luce del giorno, appariva più pallido ancora, con quei suoi abiti bianchi dai riflessi rossastri e blu. Era magro, e non aveva più in bocca il flauto. Gli uomini del villaggio, ed anche molti bambini, erano ubriachi marci quando lui si avvicinò. Ridevano forte e lo indicavano col dito. Dal tetto del granaio li sentii gridare, farsi rossi in viso e alzarsi minacciosi dalle panche e dalle botti sulle quali stavano seduti. L’uomo non disse nulla, stette immobile, mentre una decina di loro gli si faceva avanti minacciosa, spintonandolo e mostrandogli il pugno. Mi parve solo che rifece quel sorriso. Ad un certo punto, egli si voltò e si incamminò verso il fiume. Lentamente. Scomparve, ed ancora gli uomini ridevano, battendosi le mani sulle spalle e cantando canzoni storpiate.
Scesi dal tetto, e passando dal vicolo dietro l’osteria arrivai a casa. Mi misi a letto tremando, come se avessi la febbre. Mi svegliarono le campane della chiesa. Rintoccavano forte, a festa. Oltre la finestra sentii il vociare confuso della gente e i loro passi veloci sulle pietre. Mi affacciai e vidi tutto il paese che, vestito a festa, si dirigeva verso la chiesa. Erano tutti allegri. Scesi anche io, ma non entrai in chiesa. Davanti al sagrato infatti c’erano tutti i bambini del paese. Stetti vicino al pozzo, pronto a scappare nel caso questi mi avessero visto. Trasalii quando sentii la voce: “vuoi sentire un po’ di musica?” disse il pifferaio alle mie spalle. Aveva quel sorriso, e le sue mani ossute reggevano il piffero. Era di legno di scuro. Io non seppi che dire. Lo guardai fisso, ed un po’ avevo paura. Lui mi sorpassò. Diretto alla chiesa. Pensai che se gli uomini lo avessero visto, di sicuro lo avrebbero picchiato. Ma gli uomini, e le donne, erano tutti in chiesa. Solo i bambini lo videro. Si alzarono dalla scalinata e non so dire se anche a loro lui chiese la stessa cosa che aveva chiesto a me. Forse sì, perché immediatamente attaccò a suonare la canzone che aveva stregato i ratti. Da dove stavo io, la sentivo appena, ma la riconobbi. Gli altri bambini si immobilizzarono, gli occhi sbarrati, le mani sui fianchi. Tutti lo ascoltavano con attenzione. Quando lui iniziò a camminare, loro gli andarono dietro. Mi raggiunsero dopo poco, e nessuno di loro sembrava badare a me. Adesso la musica era forte, si spandeva nell’aria e sembrava ricoprire ogni cosa nel paese e nella mia testa. Sembrava davvero una voce e, anche se non vi erano parole, quella musica parlava. Ed io capivo. Capivo che dovevo seguirla.
Il pifferaio aveva accelerato il passo e i bambini per stargli dietro dovettero correre. Io non riuscivo a mantenere la loro andatura, mi sforzai, strascicai la mia gamba meglio che potevo, perché stavo perdendo quella musica, si stava allontanando da me, mentre tutti gli altri l’avevano addosso, la sentivano bene, ci erano immersi. Sollevavano polvere, le loro piccole gambe agitate, e sempre più distacco si creò tra me e gli altri. Cercavo di tendere le mie orecchie, ma della melodia ormai non afferravo che qualche nota sparsa, qua e là.
Li vidi arrivare alla curva della strada e superarla. Avevo il fiatone, e la gamba mi doleva. Mi chinai per prendere fiato. Quando alzai la testa, c’era solo polvere. Solo silenzio.
Tornai in paese e mi nascosi in cantina, dove mio padre tiene il vino. Da lì, sentii tutto: le prime grida di richiamo, i dialoghi concitati, i passi frenetici, la rabbia, la disperazione, i pianti delle madri, le voci dure e spesse dei padri. Non uscii fino a che non si fu fatta notte. Mi arrampicai attraverso l’edera fino alla mia stanza. Sono bravo ad arrampicarmi, nonostante la gamba.
pifferaio