La visita

Fuori le lepri selvatiche escono e rientrano nelle tane. Il posteggio è troppo grande. Una rotonda, più avanti un’altra. La facoltà di Agraria. I campi. Lo store dei cinesi scorbutici. Le nuvole a brandelli, la luce del sole.
La donna quando entra saluta il custode che non la saluta. Sta chino sul suo bancone dietro al gabbiotto di vetro, ingobbito nell’ombra artificiale, la camicia azzurra e senza giacca.
Vede da lontano il viavai dei parenti, l’agitarsi strascinato di sedie, l’affanno di pacchi, le borsette per terra (delle tante donne: mogli, madri, figlie). 
Suo marito è sull’orlo della corsia, le mani dietro la schiena, in punta di piedi.
“Come stai?” Il sorriso è dolente, come dovesse lottare con un grande dolore prima di uscire.
“Sto bene, sto bene Giulio” risponde la donna nascondendo lo sguardo dentro la borsa, fingendo di cercare qualcosa. Crede sia la soluzione migliore, farsi vedere affannata, pensierosa, distratta.
“Ti ho portato questo” dice estraendo (e guardandolo) un piccolo oggetto bianco, un cane di marmo di pochi centimetri.
“Guarda che bello, lo metto qui, che dici? Non assomiglia a Lucky? Eh, guarda, identico…”
L’uomo guarda le mani della moglie appoggiare sul piano di pietra la statuetta, vicino alle altre decine di statuette. Ognuna assomiglia a qualcun altro, secondo la moglie. La pietà di Michelangelo sono zia Carla e il figlio, la Venere di Botticelli la loro figlia maggiore, un puttino grasso il nipote quando è nato. 
Si renderà conto della pena e dell’imbarazzo e di quanto sia doloroso vivere quei momenti? Di  quanto sia difficile guardarlo? Ora che sa che le tocca prendere la sedia, e affrontarlo. Lui la tiene sotto tiro con gli occhi.
“Vuoi che cambi l’acqua ai…”
“Voglio uscire da qui, devi firmare!” sempre lo stesso esordio, sempre uguale.
La moglie sospira. Un giorno lontano nel tempo quell’uomo le prese le mani sull’altare e lei era realmente felice.
“Giulio, lo sai, ne abbiamo già parlato…”
L’uomo non si arrabbia. Non sembra mai arrabbiato. Penoso, sì, affannato, ma non ha rabbia.
“Ma perché?”
“Non si può, lo sai, devi avere pazienza”
“Sono anni che ho pazienza, Elvira, anni!”
“Ma cosa c’è qui che non va, non ti trovi bene con gli altri?”
“Non è questo il punto…” per la prima volta l’uomo distoglie lo sguardo dalla moglie. Sembra circondare tutto lo spazio attorno a loro, come cercasse qualcuno in particolare. 
“A casa non puoi tornare. Ma io vengo tutti i giorni…”
“Ad uno più in là” e l’uomo indica un punto confuso, dietro una fontana e un porticato “i parenti devono aver firmato, perché è da un po’ che non lo vedo.”
“Ma non dire fesserie, Giulio, non può essere!”
“Non vuoi tu, dì la verità!”
“Non è vero, io…”
“Sì, è così Elvira, che credi, che non ho capito? Altro che sindaco… deve firmare il sindaco… non c’entra niente, proprio niente…” l’uomo scivola sulla panchina all’ombra. Davanti a loro sfila una coppia con due bambini. I bambini tengono in mano dei fiori.
“Quante volte ne abbiamo parlato, eh Giulio? Pensa a tua figlia: ci pensi a lei e al bambino? Anche volendo… come si farebbe col bambino? Non va bene Giulio che tu…”
Il volto dell’uomo sembra addolcirsi: la pena profonda che gli tirava i lineamenti, ora distende i tratti. L’argomento del nipote è sempre forte. La figlia e il nipote vivono ancora con sua moglie.
“Quando viene col bambino?”
“Voleva venire oggi, ma non ha potuto, aveva il pediatra”.
“Cos’ha?” L’uomo ha un guizzo che gli solleva il mento.
“Niente, un po’ di tosse…”
Quando la moglie inizia a guardarsi intorno, a muovere le gambe sulla sedia, ad alzare e ad abbassare ritmicamente le punte dei piedi, significa che la visita sta per finire. Ora dirà la solita frase “Giulio, io vado, ma tanto torno. E prima o poi resto”. Davvero è convinta che quella sia una dichiarazione d’amore?
“Salutali, e al bambino digli che nonno…” l’uomo non sa continuare.
La moglie interviene per toglierlo da quell’imbarazzo. “Lo sanno.”
La vede allontanarsi, piano, senza che si volti mai.
La sirena del cimitero suona forte per un minuto intero, gli ultimi parenti escono portandosi via brandelli di discorsi. Il custode si alza dalla sedia, esce dal gabbiotto, chiude il cancello e si gratta la pancia guardando verso il mondo fuori.

Odore di un’altra neve



Freddo come a Salisburgo. L’odore diverso però: di neve, di fumo, di cuoio, di caffè, di sudore, di merda di cavallo. Puntavano dritto al Regio, per il padre tutto era invisibile. Il ragazzo invece rallentava a guardare. Era bella quella città. Le montagne. Il fiume che tagliava il centro. Le colline sinuose. 
Compiva quindici anni quel giorno. Dopo l’esibizione avrebbe incontrato i Reali e la Corte. 
“Dobbiamo fare bella figura” diceva suo padre. Ma lui ora era preso dalla piazza del Duomo, da via Dora Grossa piena di botteghe, da stracci di parole che sembravano francese, dal suono di campanelle oltre i portoni di San Lorenzo. Ecco Palazzo Reale. “Padre, il violino…” disse fermandosi. Il padre si voltò, le due rughe intorno alle labbra marcate (anche lui, e sua sorella, avrebbero preso quella fisionomia seria?). 
“Che cosa!? Torna subito a prenderlo!” Corse, le scarpe di vernice nera che schizzavano neve sulle ghette; le facce bonarie, cocchieri in attesa, donne con ceste colme, suoni, profumi, tutto scorreva mentre volava alla Dogana Nuova, dietro le porte romane. 
Salì le scale, aprì la porta e la vide. La figlia del locandiere, qualche anno più grande, piena, la cuffia che tratteneva i capelli e delimitava l’ovale bianco del viso, era china sul suo letto. Bellissima. Trasalì sollevandosi. 
“Scusate il disturbo, sono…” disse lui, in un italiano traballante, prendendo il violino. 
“Lo so chi siete…” rispose lei tirando la gonna. Aveva mani rosa, nervose. Occhi profondi. “Io sono Fioralba”. E, come tutti in città, sorrise. 
Il ragazzo uscì intontito. Non sapeva perché. Quello che successe poi fu confuso. Seppe che conobbe re Carlo Emanuele III di Savoia, al quale il padre chiese un incarico per il figlio, e poi conti, duchi, baronesse, musicisti. Ma nei battiti in ¾ del suo cuore ci fu solo Fioralba.
“Padre, non suonerò in questa città, vero?” 
“No, il Re non vuole, questioni di corte…”. 
Wolfang Amadeus Mozart lasciò Torino pochi giorni dopo, il 31 gennaio 1771 con una strana nostalgia mescolata a una voglia impellente di creare bellezza.

Albergo Dogana vecchia, via Corte D’Appello 4, Torino

Mozart ha realmente soggiornato nell’albergo che oggi è chiamato Dogana Vecchia. La camera è la più elegante dell’hotel. Il 27 gennaio 1771 Wolfgang compì il suo quindicesimo compleanno a Torino, probabilmente festeggiando alla locanda dove alloggiava.

Il libro.

Colloquio



Sua madre gli aveva stirato la camicia bianca. 
– Mettiti la giacca.
– Ma è per un call center, non serve…
– Tu mettila. 
In bagno certi giorni la chierica non si vedeva. Quella mattina brillava. 
Aveva preso il caffè in cucina, in piedi, mentre suo padre fissava La7. 
“Ora me lo chiede, ora…”. Suo padre non gli aveva chiesto niente. Era inaccettabile. 
– Comunque vado a un colloquio. 
Lo disse male, con poca convinzione, e quella poca era malcelata dalla solita arroganza. Il padre aveva alzato una spalla. Lui gli vedeva la nuca vibrare. Era così da tanto. Da quanto? Da quando aveva lasciato l’università? Forse da prima. 
– Non te ne frega niente? 
Si trovava ancora nel crinale, sul filo sottile tra quella che lui credeva una vittoria e il degenerare (per l’ennesima volta) in uno dei loro litigi vischiosi, crescenti, che in fondo lo annientavano. Sua madre, acuta come un insetto, aveva avvertito i segnali. Era entrata in cucina di fretta, li aveva guardati dalla porta, un istante, la postura, quel silenzio ancora odoroso di sonno eppure già rauco. Non era una donna intelligente. Era stremata. Tra due fuochi, perennemente tra quei due fuochi onnivori. Suo marito. Suo figlio. Lui invece era un ragazzo intelligente. Ma non abbastanza stremato. Dal dare e ricevere mortificazioni. 
– Va bene, non te ne frega un cazzo. Io vado a cercare un lavoro e a te non importa. 
Per un attimo, un breve frammento di forza parve attraversarlo. Così aggrumato a quella verità minima, debole ma oggettiva, stavolta pareva potersi riscattare dalle troppe volte in cui si era difeso senza armi e per questo attaccando, esagitato. Stavolta sentiva di avere tra le mani almeno un tris di figure. Sorriso sarcastico. 
– Vedi, come al solito: se non cerco o se cerco è uguale – disse a sua madre che aprì la bocca, come un pesce. Sua madre, l’unico animale in casa, tutto istinto e sensibilità. Quella forza durò un soffio. Prima di tossire, il padre, senza voltarsi, senza alzarsi, senza cattiveria disse: – Sì, ormai è uguale. Full di donne. 
E mentre saliva la vergogna, si ricordò, nitidamente, come un’illuminazione, che non aveva i soldi per le sigarette e i biglietti dell’autobus. O per le une o per gli altri. A piedi non si poteva andare fino in piazza Benefica: non sarebbe mai arrivato in tempo. Avrebbe dovuto chiederli a suo padre. Posò la tazzina. 
– Mamma, hai visto la borsa grigia? 
L’animaletto di casa capì immediatamente. Uscirono dal cucinotto insieme. La madre estrasse silenziosa il portafogli dalla borsa. Gli diede cinque euro. Sperava almeno in dieci. La madre glieli mise in mano con la solita manovra del “prendi prendi e zitto, non ti preoccupare”. Lui avrebbe dovuto replicare con l’altrettanto solita manfrina “No, tranquilla, li ho”. Non ne ebbe la sfrontatezza. 
Uscì e l’androne, le scale, il palazzo, il mondo gli sembrarono più grandi, spogli, nitidi. 
Se fino alla sera prima quell’ipotesi del call center gli pareva la cosa più vicina allo sterminio del suo essere, ora, nonostante la spossatezza, era determinato a ottenere quel lavoro, ma soprattutto a farselo piacere. Come una donna non bella ma premurosa. Come qualcuno da aiutare per sentirsi moralmente migliore, riflesso nel suo grazie. 
Odorò ascelle e si perse dietro discorsi frammentati fino in via Duchessa Jolanda, dove scese. 
Il 29 era una palazzina di tre piani, elegante. La Contacto aveva l’unico citofono scritto a mano e attaccato con lo scotch. Seminterrato. Scrivanie da usciere, telefoni a tastiera, macchie di caffè, sigarette spente male, cinque ragazzi tutti dita e occhi e un uomo biondo con la coda. Una specie di sicario. 
– Piacere, Aliosha. 
Gli tese la mano quello. Poi gli spiegò il lavoro. Una prova di mezza giornata. Lui vide le pile di pagine bianche, logore. Un calendario dei Carabinieri. Un orologio. 
“Buongiorno, mi chiamo *nome di fantasia*, sono dell’Ufficio – mi raccomando, non Agenzia – delle Entrate. La tranquillizzo subito, non è questione di tasse. Stiamo chiamando i contribuenti regolari come Lei per proporle la guida per la compilazione del modello unico. Sono tre uscite. Centoquarantacinque euro, le paga anche a rate, noi gliele facciamo avere comodamente a casa…” tutto scritto in un foglio, non c’era da sbagliarsi. 
I nomi a caso dagli elenchi.
– Tu sei in prova, inizia dal difficile: tieni il Molise.
La prima telefonata fu terribile. Subito un insulto. Dopo un’ora e mezza iniziò a sentire una pena fortissima per quella gente. Stava per avvisare un vecchio che continuava a ripetergli: – Mi scusi, sono anziano, non capisco, è una multa? Quanto devo pagare? Mi aiuti. 
Gli ricordò suo padre, suo padre di quella mattina, voleva salvarlo da quella truffa, da se stesso. Stava per farlo. “È uno scherzo” era pronto a dire. Per fortuna alzò gli occhi: si accorse che Aliosha, dietro una porta a vetri, stava controllando, serio, con un telefono collegato, la sua chiamata. Dismise l’empatia. Finse entusiasmo. Andò avanti fino alle tredici. 
– Per me vai bene, puoi venire da domani: sono tre e quaranta al mese e dieci per ogni abbonamento. 
– Non so… non so se sono portato… Balbettò.
– Per me vai bene.
– Non ho venduto niente. 
– Venderai.
Uscì deciso a non tornare più. Si tolse la giacca. Avrebbe camminato: risparmiava un biglietto. 

tratto da LA PERDITA DEGLI ANNI – Vito Ferro (Autori Riuniti, 2018) 109 pagine, 13 euro

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La perdita degli anni

Ho cominciato a perdere anni presto, molto presto. 
I miei coetanei avevano ancora tutti i loro anni, folti, fitti, scuri, densi. Io invece, da che ero come loro, iniziai – ricordo era un sabato mattina – a trovarmeli nel letto, sul cuscino, per terra, davanti allo specchio del lavandino. Erano anni che credevo potessi non perdere mai: sono sempre stato fiero dei miei anni. 
Da quel giorno è stata una caduta verticale, inarrestabile, ma non costante: a volte ne perdevo a manciate, altre pareva resistessero, attaccati al mio presente. 
Ho perso il ’94, tutto di colpo. Dell’88 e dell’89 si intravede ancora qualche segno, un piccolo bulbo, come un foro arrossato. Dietro questi il vuoto, liscio levigato lucido.    
Altri li ho persi per strada, alcuni guidando, spesso lavorando, quasi sempre aspettando. 
Uno pensa che a lui non succeda: vedi tutti quegli sconosciuti senza manco più un anno e dici “io non sarò mai come loro, io ci tengo ai miei anni, li curo, ci sto dietro” e invece succede. Non puoi farci niente.       
La mia compagna – che i suoi anni li ha quasi tutti (per le donne è diverso) e, di quelli che non ha più, non se ne cura, pace, amen, che importa? – nutre nei miei confronti, nei confronti di questa mia debolezza, una premura che mi conforta e mi umilia. 
Non posso fare a meno di pensare che riesca a soprassedere a questa mia grave mancanza semplicemente perché non mi ha conosciuto prima, quando gli anni li avevo tutti. 
Col tempo uno un po’ si abitua: lo facciamo per sopravvivere, come con le meschinità che non ci abbandonano.        
Ma stasera, rientrando a casa – l’aria così pesante, il buio opprimente – in ascensore, fissando i piedi, per terra, per la prima volta ho visto un anno perso, ma del futuro. 

da “La perdita degli anni“, Vito Ferro, Autori Riuniti 2018

La prima volta in discoteca



Era l’autunno del 1990. Primo anno di superiori, liceo classico Cavour di Torino. Festa d’istituto nella discoteca Pick Up di via Barge. Io non ero mai stato in discoteca in vita mia. Dopo lunghe ed estenuanti trattative convinco mia madre, in crisi d’apprensione, a mandarmici. Porto a casa il risultato a fronte di condizioni estremamente svantaggiose per me: rientro non dopo mezzanotte e dieci, in taxi fino al luogo del ritrovo con i compagni, nessun tipo di consumazione, alcolica o meno, ritorno con Tony, il vicino di casa, che sarebbe venuto a prendermi. 
“Ma che importa, l’importante è andarci!” pensai. 
Su quella serata avevo investito tante aspettative: ci sarebbe stata R., splendida dea di quinta ginnasio, truccatissima e bionda, inavvicinabile. L’ammiravo ancheggiare in corridoio durante l’intervallo e tremavo. 
Supportato dai miei due tre compagni preferiti avevo stabilito di provarci quella sera. Le luci basse, la musica, l’euforia. Era l’occasione perfetta. Ora o mai più. Ce la posso fare. Ce la posso fare. 
Arriviamo in discoteca: il paradiso. Il bar enorme, il dj, le luci, le balconate circolari sull’enorme pista da ballo. La notte che inizia. Avevo quattordici anni.  
Si chiacchiera e scherza con i compagni, si ride, ci si sente invincibili. Verso le dieci arriva R. Se a scuola mi sembrava l’essere vivente femminile più bello che avessi mai visto, quella sera, in versione discoteca, era qualcosa di strepitoso. Mi sembrava di sentire il suo profumo da quindici metri. I suoi ricci biondi tagliavano l’oscurità della sala, mandavano segnali che io solo sapevo decifrare. 
Gli amici iniziano: “Quando vai? Dai vai! Muoviti!”. Io tentenno, sento il peso dell’impresa. Avevo pur sempre 14 anni, gli occhiali, i capelli a caschetto e i primi brufoli. La musica (credo fossero i Roxette) di colpo cambia: parte un lento, Wind of change degli Scorpions. Per dire che cosa si ascoltava in discoteca una volta. 
Capisco che è arrivato il momento. Respiro. Guardo i miei amici dietro di me, vai vai fanno con la mano, deglutisco, alzo il primo piede, avanzo di un passo, poi un altro, R. è circondata da amiche che sono solo la sua scenografia, balla e scuote la testa, gli occhi chiusi, mi apro la strada tra i liceali come Mosè fece con le acque. Cinque metri. Respiro lungo. Tre metri. “The world closing in, did you ever think that we could be so close…”.
E di colpo il dramma. 
La musica si spegne, una voce tonante dal microfono dice: “VITO FERRO AL BAR DELL’INGRESSO, LO VUOLE SUA MADRE AL TELEFONO”.
In poco meno di un secondo ho un’extrasistole al cuore, le vene dei polsi si annodano, si accartocciano i polmoni, la gola si gonfia come per uno shock anafilattico, la pelle del volto si congela. Due secondi dopo, quel che resta della pappetta che è diventata la mia mente mi fornisce la soluzione più ragionevole per uscirne: fai finta di niente, R. non sa come ti chiami, tutti i liceali che ballano non sanno come ti chiami, nessuno sa che sei tu, quello chiamato al telefono. Dalla madre. In discoteca. 
Nessuno eccetto i miei compagni: sento roboanti alle mie spalle delle risate da iena, stridule, altissime, alcune gutturali, animalesche, risate incontrollabili, da soffocare. Mi volto e li vedo, disgraziati, che ridono e mi indicano. Mi si blocca la colonna vertebrale, dal collo al coccige. Per la prima volta scopro quanto sia pesante la vergogna. Un masso che ti schiaccia. 
Chino il capo, giro i tacchi, salgo mestamente le scale che portano all’ingresso. Le risate dei compagni sfumano. La mia adolescenza è finita prima ancora di iniziare. 
Vorrei scappare via, ma il vicino di casa verrà a prendermi solo tra qualche ora. Ormai in prossimità del bancone bar monta la rabbia. Il barista mi indica la cornetta appoggiata. 
“Che c’è?” urlo contro mia madre. 
“Niente, volevo solo sapere se stavi bene”. Giuro, ha detto così. Solo quello. La mia vita rovinata irreparabilmente. 
Non ricordo il resto della telefonata, non ricordo il resto della serata. Non so se son tornato indietro, a sorbirmi l’umiliazione, o se mi sono rintanato in qualche anfratto. Non ricordo come ho vissuto i giorni successivi, se mi presentai a scuola, o feci passare qualche giorno. So che non ebbi mai più il coraggio di sfiorare con lo sguardo R. 
La mia prima uscita in discoteca è stata questa. Negli anni ho vissuto attivamente figure di merda di tutti i tipi, e ho la certezza che altre mi aspettino nel prossimo futuro. 
Ma di una cosa sono sicuro: nessuna umiliazione sarà mai potente, devastante, totale, come quella notte al Pick Up. 
Ogni tanto, abitandoci vicino, ripasso in via Barge. Porca puttana, voi non ci crederete, ma io mi guardo ancora attorno furtivo e mi sembra di sentire ridere forte.

Quella volta


Quella volta che ho spinto la macchina per tre chilometri che si era fermata per la benzina…

Quella volta che ho dato un bacio a Margherita, si chiamava così quella ragazza bellissima che veniva a prendere il pane la mattina…
Quella volta che ho detto al capo: “io me ne vado” e poi ho riso e ho buttato il camice per terra…
Quella volta che ho corso come un pazzo per raggiungere il rifugio e le bombe piovevano come grandine malvagia…
Quella volta che al mare sul moscone mio figlio mi ha detto “guarda papà che bel tuffo che faccio!”…
Quella volta che ho preso i soldi ed ho comprato quell’anello, costava caro, ma le è piaciuto molto… l’avrà ancora addosso?…
Quella volta che c’era silenzio in classe, e nessuno sapeva la risposta, allora ho alzato la mano che mi tremava, e piano pianissimo, con la mia voce di ragazzino ho dato la risposta giusta…
Quella volta che bruciava la casa e abbiamo fatto in tempo a portare fuori solo le fotografie…
Quella volta che abbiamo aperto la porta della nuova casa per la prima volta…
Quella volta che siamo andati in gita al lago di Garda…
Quella volta che alle giostre guardavo la gente sulle montagne russe e pensavo “pazzi” e poi ci sono salito pure io…
Quella volta che mia figlia mi ha detto “sei nonno” ed io mi sono ricordato di quando, ragazzino, mio nonno mi raccontava le storie di paese ed io sognavo, allora mi è venuto da piangere…
Quella volta che abbiamo raccolto i punti dei detersivi e ci è arrivata la lavatrice nuova…
Quella volta che ho fatto dodici alla schedina…
Quella volta che le ho chiesto di sposarmi alla festa di San Giulio a giugno…
Quella volta che lei mi ha detto sì tremando…
Quella volta che di notte in ospedale, fumavo ed aspettavo…
Quella volta che ho visto la discussione della tesi dei miei figli…
Quella volta che mi aveva fatto impressione pensare che i miei figli avevano scritto un libro…
Quella volta che a me hanno fatto l‘esame di quinta elementare…
Quella volta che tornavo militare, e in osteria i miei amici mi hanno fatto festa con il vino rosso, il salame, e ci siamo ubriacati, ed io ridevo, ridevo…
Quella volta che sono andato al funerale di mia madre…
Quella volta che i medici mi hanno detto quella brutta parola…
Quella volta che io non capivo…
Quella volta che sulla bici ho fatto tutta la strada dal mio paese fino a Palermo…
Quella volta che ho visto il suo corredo, come lei lo tirava fuori dal baule…
Quella volta che ho pescato la trota e l’ho portata a casa…
Quella volta che mi è arrivata la prima pensione…
Quella volta che hanno tentato di farmi rispondere al telefonino ed io l’ho spento per sbaglio…
Quella volta che ci hanno rubato la macchina e dentro c’erano gli zainetti con i libri di scuola dei miei figli…
Quella volta che Francesca aveva la febbre alta e l’abbiamo portata di corsa all’ospedale avvolta da una coperta, ed io la tenevo in braccio ed avevo paura…
Quella volta che abbiamo mangiato in quel ristorante vicino alla spiaggia…
Quella volta che ho fatto pace con mio padre…
Quella volta che ho visto mio figlio farsi la barba…

Nella sala ricreazione dell’ospizio, Giovanni come al solito parla a sproposito da solo, seduto vicino alla finestra.

Il collare

Quando lo vide uscire dal labirinto era sporco di sangue e radioso. Un dio, sembrava, e la sua fronte rifletteva i bagliori del mare. La guardò eccitato. Ora il premio.
“Ci sei riuscito?” gli sorrise.
Teseo non rispose. Lasciò cadere la spada e il collare, e tese le sue braccia.
“Mi ha quasi ucciso…” la sua voce aveva una cadenza febbrile.
“Quasi.”
“Perché il collare?”
Arianna distolse lo sguardo. Iniziò a spogliarsi lentamente. Poi spogliò lui. Il membro tendeva verso di lei. Lo prese per mano e si diressero verso un piccolo bosco di ulivi.
“Sarà qui. Ma prima indossalo.”
Teseo obbedì.
La spinse contro l’albero, le piegò la testa, la penetrò subito.
Solcava la sua pelle come fossero onde del mare. I colpi da profondi divennero frenetici, tra mugugni e i profumi forti del pomeriggio. In alto scaglie di cielo, nel cuore sussulti.
Arianna immaginò le membra possenti del fratello. La coda, le corna. Le narici che fremono. Il sangue sulla sua bocca. Mentre Teseo non si fermava, ancora e ancora, la montava come una giumenta, come sua madre. Pasifae, moglie di Minosse, il re. Madre che per la troppa voglia si unì con un toro e partorì il mostro. Cosa aveva provato? Quanto fu forte? Questo si era sempre chiesta Arianna, mentre percorreva, ogni giorno, il perimetro dell’enorme palazzo di suo padre. Esiste piacere più grande?
Il collare di cuoio e metallo sbatteva frenetico sul petto dell’uomo, mentre le sue mani la cingevano stretta. Arianna teneva il viso appoggiato alla corteccia. Le sfregava la guancia.
Ancora, ancora, non fermarti. Più forte. L’odore del giovane era quello che lei sognava, tra sangue, sudore, e pelo animale.
Con la mano sinistra raggiunse il collo di Teseo, la vena gonfia, il collare. Lo strinse forte. Lo avvicinò a sé. Chiuse gli occhi. Il desiderio era all’apice. Non smettere, non placarti, lo scongiurava nella mente. Anche io, anche io, come mia madre…
Venne trafitta da un piacere incandescente. Il bosco vorticò sempre più piano, poi si fermò.
La guancia le doleva, e la schiena, e tra le gambe era come avere fiamme accese.
Teseo stava sdraiato sulla terra, respirando forte.
“Mi hai quasi ucciso…”
“Quasi.”
“Vieni con me” le disse Teseo, ancora pieno d’ebrezza.
Arianna sapeva che non esisteva nessun filo abbastanza lungo da ricondurla a casa, dal posto in cui lui l’avrebbe abbandonata.

 

 

Teseo_Minotauro

Il bar delle sette meno un quarto

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Bisogna immaginare una mattina d’inverno. In una città del nord. Come Torino. Sono le sette meno un quarto. Stai andando a lavorare. Fa freddo, ed è buio ancora. Per strada l’asfalto luccica. I lampioni ancora accesi. Il fiato che si condensa mentre lo sputi. Come al solito non sei preparato ad uscire. Hai freddo, sonno, fastidio. Ti pesa più del solito la giornata che si appresta ad iniziare.
Sulla strada per il lavoro, vorresti entrare al bar. Non è un bel bar. Anzi è quasi brutto. È il bar archetipico della periferia italiana. A gestione familiare, grigio e marrone, odore di soffritto, la macchinetta slot machine, i giornali sul frigo dei gelati (non Algida), tazzine sporche di caffè, le occhiaie del barista, addobbi di natale dimenticati da settimane, tutta una clientela speciale, possibile solo in un bar simile, già a quell’ora, le solite battute, i soliti discorsi.
Insomma, il posto più bello del mondo. Sì, perché rispetto a dove devi andare tu, al lavoro che ti aspetta, quel bar è Shangri La, quel bar è territorio diplomatico, è terra di nessuno, è isola felice, nella quale ti vorresti rifugiare per tutta la mattinata, guardando dietro la vetrina impolverata tutte le gradazioni del mattino cambiare, una dentro l’altra, entrare e uscire gente, sfilare umanità lì davanti, la spesa al mercato, gli anziani a passeggio, mamme coi bambini, studenti ritardatari, gente che va a lavoro (e tu no), spazzini, postini, agenti immobiliari e falsi controllori Enel, e chiunque viva la mattina per strada (sono categorie ben precise).
Vorresti l’ozio dentro al bar. Fino a mezzogiorno, l’una, fino a che si disinneschi la portata distruttiva del mattino d’inverno nella città del nord, fino a che un sole pallido, restituisca energia alla tua mente. Il bar è il prolungamento del letto, la riproduzione di un utero, la caverna nella quale stai accucciato, drago apatico.
Più di tutto godresti del fatto di essere assente ingiustificato. Dove sei finito, si chiederebbero a lavoro. Che cosa ti è successo. Malattia, impegno familiare, un incidente. Le chiamate al cellulare che si diradano. Fino a che ti lasciano in pace. Il bar sarebbe come l’attesa del volo per sparire definitivamente. Leggeresti il giornale fino all’ultima riga, anche gli articoli che di solito non leggi, sfoglieresti piano le pagine, ti prenderesti il lusso di tornare indietro, cosa ha deciso il governo indonesiano, che cosa è successo in Texas, perché cambiano i lampioni in provincia, e intanto l’odore dei cornetti scongelati nel fornetto, il latte del cappuccino che un po’ si brucia, l’ubriacone del quartiere che si lamenta, tu abbandonato, vicino al frigo dei gelati (ma non Algida), prima un caffè, poi un succo, un altro cornetto grazie, un bicchiere di bianco, sono già le undici d’altronde, c’è di buono che dentro non fa freddo, e l’odore misto comincia a piacerti, i tuoi occhi, ora svegli, lucidi, quell’euforia da scampato pericolo, tutto sembra possibile, iniziare una nuova vita, progettare nuovi scenari, nuovi modi di arricchirsi e vivere per sempre così, rifugiato politico al bar dell’angolo, lungo, la strada anonima che porta fuori Torino, casette basse, un’autorimessa, da qualche parte una scuola, i dossi, un parchetto striminzito, la fermata dell’autobus, tutto quel grigio colato sulla realtà, da cui solo il bar è escluso. Guarderesti fuori, lentamente, dolcemente, pezzi di cielo, grumi di verde, colori attenuati.
E invece con l’auto al semaforo, alle sette meno un quarto, buio, freddo, tu non hai tempo neanche per un caffè. E poi la macchina dove la lascio, lo prendo alle dieci alla macchinetta, e poi stamattina ho già fatto colazione, tanto sai già che il senso di colpa, sai già che sarebbe risvegliarsi da un sogno, alla luce piena al cristallo finissimo di mezzogiorno, scomparsa la poesia, finita la fuga, non scherziamo, siamo seri, non ho sedici anni, è la vita, non si è mai visto, allontana la tentazione, sono solo fantasie.
Un ultimo sguardo alla vetrina, prima del verde, ti pare quasi di sentire l’odore di brioche e alcol, devo solo svegliarmi, appena mi riprendo tutto fila liscio, come ieri, come sempre.
Verde.

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Racconto sbagliato


Si trovarono all’improvviso dentro il suo racconto. Li rese amanti a pagina 12. Ma era uno scrittore distratto, e con poca dimestichezza coi tasti. Li misi sul TETTO (voleva scrivere LETTO) e presero freddo tutta la notte. Li fece vorticare, preda di un CALLO (voleva dire BALLO). Li spedì in un viaggio romantico a CARPI (ma in realtà intendeva una più suggestiva CAPRI). Sfiniti da un amore pieno di refusi, si lasciarono con SABBIA (era RABBIA). E non si capì mai chi avesse messo la parola FUNE a quella storia.

Il territorio

La luce sopra le nuvole era pura, dorata, calma. Stavano volando da due ore ormai e lui non le aveva rivolto neanche uno sguardo. Come poteva essere così insensibile, così freddo? Possibile che non avesse capito nulla, proprio nulla? No, aveva capito. E’ che di lei non gliene fregava niente.
Lo guardava. Teneva un braccio sollevato, aggrappato al maniglione di sicurezza. Il profilo del viso regolare, le ciglia che sbattevano piano. Orientato un po’ verso il finestrino, ogni tanto si voltava verso la compagnia che rideva forte, sembrava immerso in pensieri pesanti, più pesanti della pressione che c’era là sotto, e che copriva il territorio. Erano in aria, ma lui era rimasto a terra. Stava pensando a una donna?
Fanny era delusa. Aveva sperato tanto in quella gita. Credeva che sarebbe stata l’occasione perfetta per dichiararsi ufficialmente. C’erano state sere prima in cui lui pareva avvicinarsi. Niente di esplicito, ma comunque loro due, soli, ogni tanto a parlare. Soprattutto della gita.
“Non pensi mai a cos’era prima, il territorio?” le chiese una volta. “Come fosse diverso rispetto ad adesso?”. Fanny non sapeva che rispondere. Non ci aveva mai pensato. Aveva studiato, come tutti. Ma non le importava granché. D’altronde cosa sarebbe servito, ripensare al passato, rimpiangere il passato? Il mondo era così, ormai. Il territorio era così, ormai. E non c’era niente da fare. Se non difendere il loro spazio, sempre più piccolo, e viverci meglio che si poteva. Il mare, il loro mare ritiratosi nei secoli, li proteggeva.   A lui invece, la questione interessava molto. Era convinto che prima, tanto prima, il territorio dovesse essere molto diverso da quanto raccontavano i professori a scuola. Non una vasta distesa di terra ricca e piena di meraviglie. Uomini raffinati che si sentivano al massimo grado dell’evoluzione. E, per presunzione, avevano esagerato. Un errore scientifico dopo l’altro. Qualcosa che sfugge al controllo.
Uomini, lo abitavano, sicuramente. Ma, senza sapersi spiegare come e perché avesse quella convinzione, era certo che fossero uomini pieni di sofferenza. Più dolenti, tormentati, più poveri. E innocenti.
Non credeva, – a Fanny la cosa sembrava inconcepibile – che si erano “meritati” ciò che gli era capitato. Quando lei gli chiese come fosse stato possibile allora, lui non aveva saputo rispondere.
L’altoparlante zittì le risate del gruppo. L’hostess si sedette. Il comandante annunciò la discesa. Sarebbero planati, lentamente, verso il terreno, posizionandosi ad un’altezza tale da poter vedere lo spettacolo. La compagnia si irrigidì. Era un momento carico di tensione. Li avrebbero visti. Da vicino. Davvero. Non sarebbero stati soltanto un frame in uno schermo. Le tante, tantissime riprese della guardia di confine mostravano sempre corpi che galleggiavano, annaspavano, si immergevano in quel mare scuro ritiratosi per buona parte. Il surriscaldamento. A volte quei corpi riaffioravano, ma spesso no, si perdevano tra i flutti oleosi, tra le onde quasi solide. Sempre ripresi da distanza di sicurezza, sembravano masse opache e indistinte, rese goffe dal tentativo, sterile, di nuotare. No, stavolta, li avrebbero osservati bene, a terra.    L’hostess illustrò le procedure di sicurezza da osservare: nella cupola inferiore bisognava rimanere legati, anche quando il vetro li avrebbe ricoperti. Poi, al momento di apertura massima, nessuno avrebbe dovuto fare alcun movimento inconsulto né tendere le braccia, non sporgersi, mai, e non gridare. Nessuno avrebbe dovuto gettare cibo autonomamente, ci avrebbe pensato il dispenser automatico. Se qualcuno non se la sentiva di scendere, lo avrebbe dovuto dire ora. Nessuno parlò.
Fanny aspettò che lui si alzasse. La sua pelle, più scura di quella degli altri amici, era distesa. Sembrava più magro e non aveva la stessa euforia di tutti. Gli occhi le parvero annacquati. Quando si mise in fila, davanti alle scale, prese coraggio. Toccò la sua spalla, lo fece voltare. “Posso stare vicino a te, ho paura”. Lui le prese la mano, senza sorriderle. Scesero le scale. L’hostess li aiutò a sistemarsi nelle posizioni. Li legò, in piedi, e poi si accomodò a sua volta.    Erano ancora abbastanza alti, si distinguevano appena, nella pianura senz’acqua, di un giallo opprimente, poche montagnole mangiate dal vento, scarne.
L’aeromobile allargò le ali, e fece uscire i razzi verticali. Sopra le loro teste videro i cannoni spuntare.  Il mezzo fece un rumore come di vetro che si incrina, poi quasi si arrestò. Era iniziata la vera discesa. Nessuno diceva nulla, tutti aprivano gli occhi, paralizzati dall’emozione e dalla paura. Meno cinquecento metri. Il giallo della terra era ora screziato da piccoli puntini che si muovevano, staccandosi da una massa scura che ondeggiava. Meno trecento, il sibilo dei motori sembrava salire, salire. Fanny cercò la sua mano, la trovò fredda e dalla stretta lenta. Non la guardò. Non sembrava eccitato o spaventato, solo triste. Meno cento, i puntini parvero muoversi in maniera diversa ora, accortisi del mezzo che li sorvolava. Prima si fermarono, poi si diressero verso di loro, la testa alzata. La massa enorme, una pozza che sfrigolava, iniziò a scomporsi. Meno cinquanta, la cupola di vetro si aprì. Restò l’intelaiatura di metallo a maglie larghe, e l’aria li investì come una folata di gas. Era leggera, senza odore, molto diversa a quella a cui erano abituati. Fanny poteva sentire il corpo tremante di lui accanto, con la gamba si avvicinò alla sua, e in quel momento, contemporaneamente, i loro schienali a cui erano fissati si inclinarono di parecchi gradi, sporgendoli verso l’esterno. Qualcuno soffocò un urlo. Ormai potevano osservare perfettamente i corpi di quegli esseri agitarsi, venire loro incontro, con un incedere sghembo, lento, disordinato. La massa, sfoltita dalle sue particelle, si rivelò per quello che era: un branco numeroso.
L’aeromobile orientò i motori, e lentamente si posizionò a pochi metri dal suolo. Gli esseri fecero cerchio verso la parte bassa del mezzo, dove sporgeva la cupola con loro legati. “Ne vale la pena, Dio se ne vale la pena” gridò un loro amico, gli occhi gonfi, il volto distorto dalla meraviglia, i capelli scompigliati dall’aria. “Hai ancora paura?” le chiese piano. Lei si stupì, di quell’attenzione. Appoggiò la sua testa sulla sua spalla. “Con te no” gli disse, e sapeva di essere sincera.
Li videro in volto. La carne, scavata e macilenta, era di un grigio scuro innaturale. Il bianco gelatinoso degli occhi spiccava, seppur opaco, senza vita. Erano nudi, magri, storti. L’odore di putrefazione salì verso la cupola, opprimente, insieme al verso gutturale che essi facevano.    Non erano vivi, non erano più neanche uomini, dicevano i libri. Erano una deformazione aberrante della loro umanità. Erano pericolosi. Non morti, non morivano. Però mangiavano. Erano tantissimi, sarebbe stato impossibile sterminarli tutti. C’era il mare a tenerli lontani. Il loro mare. E, per ogni evenienza, una guardia che vigilava continuamente. Nessuno era mai riuscito a raggiungerli. Ma non bisognava mai abbassare l’attenzione.
“Adesso daremo loro da mangiare” disse l’hostess “nessuno si sporga, mi raccomando”.
Ai lati della cupola portelloni si aprirono, facendo colare grossi pezzi di carne sintetica. Quella pioggia li fece impazzire. Accelerarono i movimenti, che si fecero frenetici, premevano gli uni sugli altri, si spingevano, si ammassavano, si calpestavano, pur di raggiungere i pezzi di cibo. Tendevano le mani. Aumentò il volume del loro verso. Era uno spettacolo tremendo: coloro che erano riusciti a raggiugere qualche pezzo di carne, lo divoravano aprendo a dismisura la bocca. La confusione, massima, creò scompiglio: si attaccarono tra di loro, strappandosi con le mani ossute, con i denti, il mangiare. Ferendosi, usciva loro sangue bluastro. Nessun animale mangia così, pensò Fanny. Poi si voltò verso di lui. Piangeva.
“Tutto bene?” gli chiese Fanny, premurosa.
“Mi sembra di essere a casa” rispose.
Fanny non capì.

Quella musica

Io l’ho visto quando è arrivato. Sono stato il primo io. Di sicuro. Ero sull’albero di gelso, stavo accucciato come sempre. Perché ho la gamba così, non significa mica che non so arrampicarmi. Anzi. Io salgo sugli alberi come uno scoiattolo. Ero sull’albero, e ho visto una sagoma bianca che avanzava, lenta, sollevando polvere dalla stradina che porta fuori paese, dove c’è l’ansa del fiume e le staccionate degli ultimi campi. Ero sull’albero e l’ho visto. Sull’albero ci sto spesso, quasi sempre. Per via degli altri. E’ ovvio. Loro, nessuno di loro sa arrampicarsi come me: dove arrivo io, loro non arrivano. Camminava tenendo la schiena bassa, all’inizio mi parve addirittura gobbo, poi vidi che aveva una borsa gonfia e delle scarpe buffe, ma più di tutto il cappello, floscio e con una piuma. Era strano.
Mentre si avvicinava al mio albero, sentii il suo fischio. Era una melodia che non avevo mai sentito. Ormai vicino a me, non so come, mi venne voglia di gettargli qualcosa addosso e così feci. Staccai una castagna, e la lancia. Lo colpii in testa, su quel cappello brutto. Lui si fermò, alzò lo sguardo e mi vide. Non disse nulla e neanche io. Mi sorrise. Ma non era un sorriso buono quello.
Mi lasciai cadere, come solo io so fare, raggiungendo i rami più bassi; un ultimo salto e corsi via, corsi per modo di dire: per quanto mi permette la mia gamba.
I ratti in paese erano giorni che scorrazzavano e infestavano tutti i luoghi. Le case, i granai, le strade, le soffitte, i pozzi. I fuochi non servivano a niente, i ratti sono furbi, e sono molti. Nel villaggio nessuno sapeva più che fare. Gli uomini, anche mio padre e mio fratello, si dividevano in turni, di giorno e di notte, per cacciare quelle bestie. Ma per quante ne ammazzassero, il doppio spuntava fuori, come dal nulla. E ci mangiavano il nostro cibo, e rovinavano i raccolti e tanta gente era stata morsa e si era ammalata. E qualcuno poi moriva.
Vidi lo strano individuo parlare con il capo villaggio. Nella piazza del mercato, la gente accalcata e curiosa, che lo scrutava. Io me stavo in disparte, appoggiato ad un muro. Non volevo rivedere quel sorriso. L’uomo e il capo villaggio si strinsero la mano. Qualcuno gridò, ma non riuscii a sentire che cosa. Allora l’uomo posò a terra la borsa, l’aprì ed estrasse un oggetto. Ero troppo lontano per vedere cosa fosse, e non volevo avvicinarmi: avevo paura degli altri bambini. Per via della gamba, se la prendono sempre con me. Nella piazza si fece silenzio, ed io sentii il suono. Era una musica dolce ma triste, che pareva un lamento continuo, ma non sgradevole. Non era come sentire piangere un neonato. Sembrava una voce che sta raccontando la sua sfortuna.
Nessuno seppe dire come fosse possibile, ma i ratti cominciarono a uscire, tra le grida delle persone del villaggio. Uscivano dappertutto, e di corsa, spingendosi, scivolando e montando uno sull’altro. Era una corsa pazza verso l’origine di quella musica. L’uomo, nonostante quei topi che si avvicinavano, e il caos delle persone che fuggivano ormai da tutte le parti, non smise di suonare. Lo vidi bene, perché io non scappai.  Non ho paura dei topi, ma solo degli altri bambini. Aveva il flauto in bocca e suonava con quel sorriso che ormai gli conoscevo. I topi erano a migliaia, tutti nella piazza del paese, una massa nera che si infittiva, come una coperta molle e bagnata, stesa al vento. In mezzo quel suonatore, circondato.
Iniziò a camminare lentamente, e i topi gli si aprirono davanti a fargli strada. Sempre suonando, si diresse fuori dal paese, portandosi appresso i ratti. Mi arrampicai sul tetto del granaio di casa mia, e sotto la luna piena vidi quello strano corteo: un uomo, vestito di bianco e con un cappello floscio in testa, che suonava un piffero mentre un fiume lunghissimo, come un fango nero, lo seguiva squittendo. Scomparvero quando la stradina faceva la curva sull’ansa del Weser.
La gente tornò in piazza, incredula e attonita. Non c’erano più ratti. Tutti si abbracciavano, ridevano e alte grida si levarono. Si accesero luci e sembrava giorno. Mai avevo visto il mio paese così felice. Iniziò una festa che durò tutta la notte.
Fattosi mattino, il pifferaio tornò. Alla prima luce del giorno, appariva più pallido ancora, con quei suoi abiti bianchi dai riflessi rossastri e blu. Era magro, e non aveva più in bocca il flauto. Gli uomini del villaggio, ed anche molti bambini, erano ubriachi marci quando lui si avvicinò. Ridevano forte e lo indicavano col dito. Dal tetto del granaio li sentii gridare, farsi rossi in viso e alzarsi minacciosi dalle panche e dalle botti sulle quali stavano seduti. L’uomo non disse nulla, stette immobile, mentre una decina di loro gli si faceva avanti minacciosa, spintonandolo e mostrandogli il pugno. Mi parve solo che rifece quel sorriso. Ad un certo punto, egli si voltò e si incamminò verso il fiume. Lentamente. Scomparve, ed ancora gli uomini ridevano, battendosi le mani sulle spalle e cantando canzoni storpiate.
Scesi dal tetto, e passando dal vicolo dietro l’osteria arrivai a casa. Mi misi a letto tremando, come se avessi la febbre. Mi svegliarono le campane della chiesa. Rintoccavano forte, a festa. Oltre la finestra sentii il vociare confuso della gente e i loro passi veloci sulle pietre. Mi affacciai e vidi tutto il paese che, vestito a festa, si dirigeva verso la chiesa. Erano tutti allegri. Scesi anche io, ma non entrai in chiesa. Davanti al sagrato infatti c’erano tutti i bambini del paese. Stetti vicino al pozzo, pronto a scappare nel caso questi mi avessero visto. Trasalii quando sentii la voce: “vuoi sentire un po’ di musica?” disse il pifferaio alle mie spalle. Aveva quel sorriso, e le sue mani ossute reggevano il piffero. Era di legno di scuro. Io non seppi che dire. Lo guardai fisso, ed un po’ avevo paura. Lui mi sorpassò. Diretto alla chiesa. Pensai che se gli uomini lo avessero visto, di sicuro lo avrebbero picchiato. Ma gli uomini, e le donne, erano tutti in chiesa. Solo i bambini lo videro. Si alzarono dalla scalinata e non so dire se anche a loro lui chiese la stessa cosa che aveva chiesto a me. Forse sì, perché immediatamente attaccò a suonare la canzone che aveva stregato i ratti. Da dove stavo io, la sentivo appena, ma la riconobbi. Gli altri bambini si immobilizzarono, gli occhi sbarrati, le mani sui fianchi. Tutti lo ascoltavano con attenzione. Quando lui iniziò a camminare, loro gli andarono dietro. Mi raggiunsero dopo poco, e nessuno di loro sembrava badare a me. Adesso la musica era forte, si spandeva nell’aria e sembrava ricoprire ogni cosa nel paese e nella mia testa. Sembrava davvero una voce e, anche se non vi erano parole, quella musica parlava. Ed io capivo. Capivo che dovevo seguirla.
Il pifferaio aveva accelerato il passo e i bambini per stargli dietro dovettero correre. Io non riuscivo a mantenere la loro andatura, mi sforzai, strascicai la mia gamba meglio che potevo, perché stavo perdendo quella musica, si stava allontanando da me, mentre tutti gli altri l’avevano addosso, la sentivano bene, ci erano immersi. Sollevavano polvere, le loro piccole gambe agitate, e sempre più distacco si creò tra me e gli altri. Cercavo di tendere le mie orecchie, ma della melodia ormai non afferravo che qualche nota sparsa, qua e là.
Li vidi arrivare alla curva della strada e superarla. Avevo il fiatone, e la gamba mi doleva. Mi chinai per prendere fiato. Quando alzai la testa, c’era solo polvere. Solo silenzio.
Tornai in paese e mi nascosi in cantina, dove mio padre tiene il vino. Da lì, sentii tutto: le prime grida di richiamo, i dialoghi concitati, i passi frenetici, la rabbia, la disperazione, i pianti delle madri, le voci dure e spesse dei padri. Non uscii fino a che non si fu fatta notte. Mi arrampicai attraverso l’edera fino alla mia stanza. Sono bravo ad arrampicarmi, nonostante la gamba.
pifferaio

Vergogna

La madre lo tirava per la manica del cappottino. Lo stesso che lei gli aveva cucito anni addietro.
Lui si lasciava sballottare dalla frenesia di sua madre che ogni tanto borbottava qualcosa di incomprensibile, con tono dolente. Sentiva di aver fatto qualcosa di tanto sbagliato. Non era stata una semplice sgridata, no. Quelle ogni tanto se le beccava, erano rapidi e istantanei rimbrotti, acuti gridi, seguiti da rari schiaffi nel sedere o rarissimi in faccia. Quella volta niente di tutto questo. Meno che mai schiaffi. Solo uno sguardo intenso scambiato col padre, e la madre che si torce le mani davanti la cucina, il padre che dice: “portiamolo dal dottore, domani subito”.
Perciò, adesso, pur ignaro della sua colpa, lasciava che sua madre lo trascinasse senza un lamento, per rendersi complice, per volontà di espiare.
Non capiva ancora dove avesse sbagliato. Sua madre, a pochi metri dallo studio del dottore, disse più chiaramente: “che vergogna, che vergogna”. E a lui venne una fitta spiacevole allo stomaco.
Il dialogo col dottore fu colmo di sottintesi, di rapidi accenni, i due adulti si intendevano benissimo nonostante quelle parole smozzicate e tronche, mentre lui ci capiva poco. Intese che tutto nasceva per ciò che aveva scritto il pomeriggio prima su quel foglio. L’aveva fatto in maniera innocente, e quasi automatica. Gli capitava spesso di pensare a quelle cose, e ieri aveva provato (ma senza volontà, come guidato da una forza sottile e pacata) a scriverle lentamente sulla carta. La madre l’aveva beccato. Aveva prima squadrato per qualche minuto il suo compitare metodico e sereno, poi di colpo, come scossa, come capendo, gli aveva strappato, letteralmente, il foglio dalle mani e aveva letto. Il bambino, colto alla sprovvista, rimase attonito, con le mani aperte come ad attendere, come ghiacciate.
La madre faceva scorrere gli occhi sul foglio con frenesia che man mano si gonfiava.
E man mano diventava più disperata l’espressione della sua bocca, il contorno sopra le sopracciglia, le guance arrossate di spavento.
Staccò gli occhi dal foglio, si guardò intorno temendo la presenza di spie, fissò lui e gli disse: “cos’hai fatto? cos’hai fatto?” piangente. E lui non capiva, cercava di ricordare che guaio avesse combinato in cortile o in camera coi fratellini. In quell’istante maledetto, non riusciva a collegare la gravità della sua azione alla scrittura sul foglio.
“Ma dottore, dottore, che vergogna, che vergogna… come facciamo… siamo una famiglia perbene, lavoratori… suo padre è distrutto, e pure io… abbiamo altri due figli, dobbiamo difenderli, proteggerli…” e ogni tanto lanciava occhiatacce nere verso il bambino che si stringeva nel suo cappottino di lana grezza. Lui adesso aveva una paura sottile. Quella del collegio. Paventata minaccia, condanna potenziale per ogni sua mancanza.
Il dottore sembrava triste, preoccupato, pensoso.
“Purtroppo non ci sono cure ancora così adatte, signora… vede si sta ancora studiando, cercando…”
“Ma lei ci deve aiutare, si potrà pur fare qualcosa… mio marito è disposto a prendere la sua liquidazione… sono un po’ di soldi…”
“Signora, non è questione di soldi… e che non è ancora possibile curare la patologia, non ci sono scoperte significative… deve accettarlo signora, non c’è soluzione”.
La madre si sgonfiò come un sacco sporco. Il dottore aveva abbassato gli occhi.
Lui sperava che non gli chiedessero nulla. Aveva comunque capito, e deciso tra sé e sé, che quelle cose non le avrebbe più scritte. Magari sarebbe bastato per far contenta la sua famiglia, per togliersi quella vergogna di dosso. Non giurava che non l’avrebbe mai più neanche pensate, quelle gli venivano da sole, ma scritte sì. Mai più. E non appena sarebbero usciti dal medico, lo avrebbe detto a sua mamma, superando la paura, la vergogna. Le avrebbe detto “mamma non le scrivo più le poesie, te lo giuro. Mi vuoi ancora bene?”.

Angelo di fango

A fine ottobre 1994 credetti di essermi innamorato di una ragazza dopo averla vista una sola volta. Avevo 17 anni, ero molto ingenuo ed entusiasta.
La ragazza in questione, credo si chiamasse Claudia ma potrei sbagliarmi, viveva in un paese sulle sponde del Tanaro.
Il Tanaro, ai primi di novembre straripò di brutto. Molti paesi furono gravemente colpiti, tra cui quello della ragazza di cui credevo di essermi innamorato.
Decisi di andare a trovarla.
“Non si può” dicevano tutti “i paesi sono isolati”. Non mi scoraggiai. A 17 anni non ci si scoraggia per queste piccole cose, soprattutto quando credi di essere innamorato.
Scoprii che da Settimo la domenica mattina alle 6 in punto un camion di volontari sarebbe partito alla volta proprio di Canelli, il paese della ragazza di cui credevo di essermi innamorato.
“Mamma, papà vado a fare il volontario nei paesi dell’alluvione” dissi ai miei.
Mio padre mi accompagnò quella domenica mattina dubbioso: sapeva il mio reale intento. Non avevo nessuna intenzione di prendere una pala in mano, figurarsi spalare fango tutta la domenica. Volevo imbucarmi su quel camion, arrivare nel paese, scendere dal camion, dileguarmi, raggiungere la ragazza, stare con lei. Mi sarei ripresentato alla fine della giornata per il passaggio di ritorno.
Gli altri volontari mi guardarono con la stessa perplessità di mio padre: sembravo vestito più per un appuntamento galante che per una dura giornata di lavoro.
Partimmo. Arrivammo alle porte di Canelli. L’esercito davanti ad un ponte crollato.
Non si entra, passa solo l’esercito. Paese isolato, dirigetevi su Rocchetta Tanaro, paese vicino, lì si può andare a spalare. Non ci potevo e volevo credere. Provai a corrompere l’esercito perché mi portasse. Niente da fare. Questa è la pala.
Non avevo cellulare. La linea non ci sarebbe stata. La ragazza di cui credevo di essermi innamorato mi avrebbe aspettato invano.
Spalai tutto il giorno. Tolsi secchiate di fango, non avevo mai visto così tanto fango in vita mia. Il fango portato da un’alluvione non è fango normale: è una specie di cemento con dentro tutto. Rami, oggetti, pietre, copertoni, pezzi di metallo, rifiuti. E’ una sostanza densa, appiccicosa, maleodorante. Non ha manco il colore del fango.
Rocchetta Tanaro era una paese fantasma, triste, freddo, devastato. La gente era silenziosa, non piangeva neanche. Si lavorava. Io odiavo tutti: gli altri volontari in primis, poi l’esercito, gli abitanti del paese, la croce rossa, la pioggia (che continuava, non smise un secondo), il fango, il cielo, dio, la madonna, il piemonte, me stesso.
Un signore ci regalò delle bottiglie di vino per ringraziarci di averlo aiutato a spalare a casa sua. L’aprimmo, bevetti: fango pure dentro la bottiglia.
Non so come e perché, ma la giornata finì. Era buio, freddo, ed io ero sporco, i vestiti danneggiati per sempre, arrabbiato, stanco. Tornai indietro non sul camion, – troppo pieno -, ma grazie al passaggio di un uomo che aveva un Fiorino bianco pieno di vestiti usati: mi sistemai nel retro, in mezzo a quegli abiti.
Allora, ricordo, nessuno mi chiamo pomposamente “angelo del fango”: un po’ per il ben noto basso profilo piemontese e un po’, temo, perché avevano scoperto la mia “meschina” intenzione. Insomma, non avrei mai meritato quel celestiale appellativo, nonostante, alla fine, quel figlio di puttana di fango io l’avevo spalato come gli altri.
Quella ragazza non la rividi più. E comunque non mi amava. Credetti di stare male per questo. Poi mi dissi che, comunque, era un po’ troppo in carne per i miei gusti.

La distrazione di Dio

Invito i lettori del mio blog a leggere questo splendido racconto di Alessio Cuffaro e a votarlo sul sito di 20lines.

Gli ultimi mesi della sua vita li aveva vissuti grazie alla forza di volontà, al duro lavoro e all’attesa della meraviglia che i risultati di tanta fatica stavano per dare: era a capo del progetto per la realizzazione della prima automobile italiana. Da quando gli era stato affidato l’incarico aveva passato notti intere a calcolare ogni variabile, a cercare il giusto equilibrio tra il calore del motore bicilindrico e il raffreddamento ad acqua; a tentare di far stare insieme quelle viti, quei pistoni e quelle ruote snelle avendo come unico collante una fiducia incrollabile nel progresso. Aveva dovuto lottare con gli operai che di giorno in giorno diventavano sempre più insofferenti per la sua meticolosità, e poi con i “signori”, i proprietari della fabbrica, quel gruppo riottoso di una dozzina di notabili che non capiva perché bisognasse perdere tanto tempo per dettagli così minimi.
C’erano già stati due collaudi prima di quella mattina, ma in entrambi i casi, dopo alcuni chilometri, il motore non aveva retto. Si era dannato l’anima per cercare di trovare la soluzione che avrebbe dato la stabilità necessaria. E adesso era tutto pronto. Avrebbe guidato l’auto per almeno venti minuti filati, godendo di quell’armonia della tecnica che aveva inseguito per tanto tempo. C’era il vento che correva contrario e il motore dell’automobile gridava tutta la sua forza e spingeva impazzito. Pensava “lo vedesse mio padre! Mi vedesse seduto qui adesso a guidare. Se solo sapesse come ci si sente!”
L’ultimo ricordo fu una curva troppo stretta, il suono libero dei pistoni sospesi in aria durante la caduta dalla scarpata, la terra nera di quel campo arato nel mattino.
Era il 1900, Torino. Si chiamava Francesco Cassini. Marito, padre di Antonio, 15 anni, di Marco, 6 anni, e della piccola Anna, la bella di casa. Ingegnere meccanico, amante del progresso. Aveva 35 anni.
Poi ci fu un buio profondo. Per qualche secondo non fu capace di pensare a nulla. Urlò, ma senza riuscire a sentire il suono della propria voce.
Pochi minuti dopo riaprì gli occhi in un ospedale.

Una donna gli stringeva forte la mano destra e diceva qualcosa in francese. Un medico era chino sul suo petto e lo auscultava con uno stetoscopio. Provava un dolore lancinante alla testa, aveva la bocca secca, si sentiva stordito e confuso.
Tornò a guardare la donna e gli parve bellissima ed elegante, con quel viso che rifletteva la luce per via delle lacrime che lo bagnavano. Aveva gli occhi provati, grandi, perfettamente simmetrici e verdi, ai cui lati cadevano dei lisci capelli rossi che andavano via via ad assottigliarsi fino a perdersi in un seno generoso e bianco, reso più morbido da alcune lentiggini e da un forte odore di buono e stanchezza. Il medico gli disse qualcosa in francese che non capì. La donna gli baciò la mano e Francesco la ritirò di scatto.
“Dove mi trovo?”, – disse farfugliando.
“Oh Jacques!”, – disse la donna, e poi rivolgendosi al medico, -“Perché parla in italiano?”
“Non lo so Madame. Ha studiato l’italiano?”
“No, no!”, – disse la donna quasi a voler fugare il sospetto di un irrimediabile errore di educazione.
Mentre il dottore e la donna cercavano di capire, Francesco rimaneva terrorizzato sul letto, chiedendosi cosa fosse successo alla sua voce, come mai non era più in grado di riconoscere il proprio timbro. Poteva trattarsi di un danno alle corde vocali, magari un colpo al collo durante la caduta con l’automobile. Ma allora perché parlavano francese? Come c’era finito in Francia? Perché non lo avevano portato in ospedale a Torino? E poi chi diavolo era quella donna che gli stringeva la mano? Provò a richiamare nuovamente l’attenzione dei due:
“Cosa mi è successo?”

“Mi capite?”

“Voglio vedere mia moglie!”
La donna guardò il dottore incredula e spaventata.
Il medico disse che aveva studiato un po’ di italiano e che gli sembrava di capire che il ragazzo volesse avere notizie della moglie.
“Ma non è sposato!”
“Signora la prego venga con me fuori un attimo.”
Vedendoli uscire dalla stanza, Francesco cercò di acciuffare quel po’ di francese che gli aveva insegnato la zia nizzarda da piccolo e gridò:
“Aiutatemi, per piacere. Mi chiamo Francesco Cassini.”
La donna scoppiò a piangere e il medico la spinse docilmente fuori dalla stanza. Rientrò un secondo dopo, solo con la testa, per dire in un italiano stentato, – “L’aiuteremo Monsieur, ma adesso riposa.”, – e uscì dalla stanza.

I medici dissero che si trattava di un caso di amnesia e stato di alterazione mentale dovuto al trauma celebrale e alla relativa perdita di coscienza.
Lo tennero sotto osservazione in ospedale, piantonato da quella donna, Valérie Combe, la madre di Jacques, l’uomo di cui Francesco aveva inconsapevolmente rubato il corpo.
Le infermiere passavano ogni 6 ore a medicargli la ferita alla testa. Era un rituale lungo e delicato. Una delle due, la più corpulenta, lo sollevava leggermente dal cuscino, mentre l’altra con delicatezza svolgeva il bendaggio facendoglielo girare intorno al capo.
A giudicare dalla faccia seria che faceva l’infermiera quando finalmente finiva di srotolare le bende e guardava la ferita, doveva trattarsi di qualcosa di grave.
Valérie gli restava accanto durante le ore diurne, guardandolo dolcemente negli occhi quando li teneva aperti, lavandogli le palpebre con una spugna inumidita quando erano chiusi. Su consiglio dei medici evitava di rivolgere la parola al malato, ma le restavano un sacco di cose da dire con le carezze e con lo sguardo.
Anche Francesco aveva rinunciato all’impresa di chiarire quella situazione paradossale con il linguaggio. Si arrese alla convalescenza rimandando il chiarimento a quando il dolore alla testa, fortissimo i primi giorni, sarebbe diminuito col passare del tempo.​

Per lungo tempo avrebbe ricordato con terrore quel giorno in cui finalmente i medici permisero a Valérie – quella che per Francesco era la bella sconosciuta che senza un perché lo accudiva e che per gli altri era una madre coraggiosa che lottava contro l’amnesia del figlio – di porgergli uno specchio.
C’era un ragazzo biondo con una barbetta indecisa e gli occhi azzurri. E non c’era più Francesco.
Provò a muovere gli occhi a destra e sinistra per vedere se anche quell’immagine riflessa avesse l’ardire di fare lo stesso. Per quanto fosse assurdo e inconcepibile, non c’era altra spiegazione: era finito nel corpo di un altro. Scaraventò lo specchio contro il muro e urlò perché lo lasciassero solo in stanza.
Valérie gli strinse forte la mano. I medici entrarono nella stanza richiamati dalle urla del paziente. Uno lo tenne fermo mentre l’altro gli somministrò in vena un sedativo.
Riprese coscienza diverse ore dopo, durante la notte. Constatò con soddisfazione di essere solo e dopo alcuni attimi si rese conto di non essere mai stato così solo in tutta la sua vita.

Alessio Cuffaro

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Racconto in poche righe

Nel letto la cercò con la mano, gli occhi ancora chiusi: ma era la prima riga, impossibile.
Andò a capo. Si alzò, nebbia in testa: era a casa sua ma si chiese comunque cosa fosse successo. Ricordava perfettamente solo la sera prima: le luci, i bicchieri, quei suoni, poi lei. La notte tutta loro. Sentiva una fretta, un’urgenza.
La riga la sette e ancora tanto vuoto: come avrebbe fatto?
Girò per l’appartamento, temendo di stare annoiando se stesso e il lettore. Avrebbe ripreso la vita di sempre? E lei? Un miraggio che sbiadisce nel baule del ricordo? Capelli lisci, quel sorriso impertinente. Il corpo, un dono del Signore.
Sul cellulare chiamate perse: sua madre, il collega, la Vodafone. Sullo specchio del bagno: “Quando ti sveglierai, ci vediamo dove sai. Presto che siamo quasi a metà racconto”. Dove so? Si chiese, stizzito. Non lo so, non ricordo. L’avrà detto, ma io ho ascoltato tutto il tempo soltanto il suo corpo. Non fece la barba dopo la doccia. Si vestì in fretta. Lasciò perdere aggettivi e avverbi che l’avrebbero rallentato. Andò al sodo. Uscì con l’intento di ripetere i passi di ieri. Tutti quanti.
L’aperitivo, la passeggiata, il locale, ballare, bere, “ragazzi, noi andiamo”, la macchina, casa sua.
La domenica è il giorno del Signore e quindi dei suoi doni, di lei. L’avrebbe trovata, a costo di correre come un pazzo fino all’ultima riga. Il bar era chiuso, il giorno troppo chiaro per un mistero. Al locale notturno stavano pulendo. “Scusate, vi ricordate di ieri, ero con una ragazza coi capelli lisci, il sorriso impertinente, sapete chi sia? Dove posso trovarla?” il cameriere lo guardò come guarda sempre gli ubriachi di cui è costretto a pulire le chiazze di vomito: il suo, è un racconto circolare. Si sedette nel prato davanti al locale. Sforziamo la mente. Ricorda ricorda… Minuti gonfi, ma niente, vuoto, nulla, silenzio. Mesto, rifece all’indietro il gioco dell’oca. Casa sua, il portone. Le scale, una voglia di pianto. Sente che la storia sta perdendo mordente: manca il finale a sorpresa.
Le chiavi in mano, la vide appoggiata alla porta. “Dove sei stato? È dalla prima riga che ti sto aspettando nel bar qua sotto: mi hai promesso caffè e cornetto”. Ho proprio bisogno di un caffè, si disse. E di lei. Fine del racconto.

luci notte

Swing di Natale

Il vecchio stava sorvolando il paese come tutti gli anni, rosso scintillante, le renne frementi, il cumulo immenso di pacchi, la neve che sferzava la sua barba candida. Aveva un sorriso a stento trattenuto: la notte non era così fredda.
Aveva, come sempre, pianificato il giro: grazie al lavoro degli elfi, il suo ruolino di marcia fino a quel momento era stato impeccabile. I paesi nordici per primi (questione di vicinanza da casa), la Gran Bretagna, la Germania, Belgio, Olanda, Svizzera, Francia, Spagna e Portogallo. Prima di raggiungere l’est Europa e puntare alla Russia e poi all’Oriente, c’era l’Italia.
Le prime avvisaglie le notò, quasi distrattamente, sorvolando le Alpi: poche, pochissime luci di Natale sul paese, addobbi scarsi, alberi spogli. Sulle porte delle case niente vischio, sulle finestre nessuna sua replica in miniatura pronta ad arrampicarsi. La crisi, pensò. Meglio così: mai come quest’anno porterò allegria con la mia venuta.
Raggiunse Ventimiglia, il confine.
Una luce improvvisa, un faro potente, gli venne puntato contro da terra. Abbagliò le renne in rima fila, che istintivamente puntarono verso il basso, con uno strappo.
Riprese il controllo della slitta, planò gradualmente. Atterrò a pochi metri dalla vecchia dogana.
Finanzieri infreddoliti lo accerchiarono.
“Da dove viene? E’ cittadino comunitario? Cosa trasporta? Ha il foglio del microchip delle renne?” le domande lo incalzavano, non faceva in tempo a rispondere ad una che già altre dieci si affollavano. Una camionetta blindata si aggiunse. La notte divenne più fredda. Il tempo passava, stava ritardando.
“Scusate, ma io dovrei andare adesso…”
“Lei non va da nessuna parte” disse perentorio colui che sembrava il capo.
Passarono i minuti, poi le ore. Ciao est Europa, ciao Russia, ciao Oriente, ciao Mondo: stava saltando tutto il piano.
Verso le due e venti della notte gli formalizzarono i capi d’accusa e lo arrestarono: immigrazione clandestina (non era stato in grado di mostrare documenti attendibili), contrabbando di merci, detenzione illegale di animali selvatici, volo non autorizzato, slitta non omologata, trasporto pericolante.
“Ma non potete, è il mio dovere!” provò rauco a protestare.
“Anche noi, nonno, dobbiamo fare il nostro dovere” fu la risposta.
Il mezzo con la merce venne sequestrato, le renne affidate ad un canile nei pressi di Imperia, e lui trasferito in una caserma della Guardia di Finanza dove passò il resto della notte di Vigilia, in cella con due evasori cinesi e quattro ambulanti nordafricani.

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Fantasmi

a casa dove abito è zeppa di fantasmi.
Se ne stanno nascosti dappertutto, e di notte, soprattutto di notte, quando cala il buio fin dentro le stanze, quando il vento si sente, loro escono allo scoperto, e niente li ferma nel venire a torturarmi.
Il giorno mi lasciano abbastanza in pace.
Un po’ perché io, indaffarato da mille piccole occupazioni, non mi curo dei rumori sinistri, degli scricchiolii, del cigolare insistente, di un battere ritmico.
Un po’ perché loro sanno di avere meno potere con la luce del sole.
E’ la notte la loro reggia, nella notte il loro splendore oscuro, tutto gli è permesso.
Di notte vengono, non mi toccano, ma se ne stanno lì, fissi, verso di me, con quell’espressione del viso e del corpo ghiacciata dall’orrore, la pelle cadente, gli occhi vuoti.
Non mi toccano mai, ma a modo loro lo fanno. Terribile, terribile.
La prima volta che li avvertii, ovviamente non pensai a loro, a fantasmi.
La casa è vecchia, ha problemi, mi dissi. Ma cresceva lenta una regolarità costante, in quei rumori, in quegli aliti d’aria fredda, in quelle voci biascicate appena percettibili.
E non appena lasciai che nella mia mente penetrasse il primo, corrosivo, dubbio (l’ipotesi della loro esistenza), ecco che i fantasmi iniziarono a manifestarsi.
Sottili, sguscianti, le prime volte solo la coda dell’occhio li coglieva.
Quel tanto da non pensare ad allucinazioni, quel poco da capire di cosa si trattasse.
Sì, perché anche se non li avevo mai visti prima in vita mia, c’era poco da confondersi: erano fantasmi.
E sono sicuro che ognuno di voi, non appena li vedesse, li riconoscerebbe come tali.
Tutti noi li riconosciamo, i nostri fantasmi.
I miei hanno il volto di tutti i familiari che ho ucciso e murato di sotto. Potrei mai confonderli?

fantasma

Storia del Messicano

Me ne stavo seduto sotto l’ombra del mio sonno.
Una paesino sperduto nel deserto caldo.
Non volevo l’amore.
Dormivo da sveglio.
Odiavo le donne, perché mi avevano fatto male, più dei proiettili e di qualsiasi rissa.
Amavo solo la tequila.
Lei giunse con una corriera, quella che passa una volta sola all’anno. Scese da sola. Alzai automatico gli occhi, e la vidi. Fu come vedere costruire il paradiso. C’eravamo solo io, lei e il vento del deserto. “Gringo” mi disse “sto scappando: vieni con me?”.
Fuggimmo insieme. Per tre lunghissimi anni.
Un giorno salì su una corriera, da sola, e non la vidi più.
Aspettai nel mio paese altri tre anni, dormendo da sveglio.
Ma lei non tornò.
Così decisi di venire qui, ed aprire un locale, per dimenticarla.
Ma non l’ho dimenticata.
Ho sempre l’ansia di vedere costruire il paradiso.

Via Bologna

Prima di Via Bologna, il pullman apre le porte e aspetta.
Sul marciapiede sotto il riparo della balaustra, c’è un uomo. Robusto, straniero, con il cappottone grigio scuro, di ordinanza per tutti i nord africani in Italia. Gli occhi sembrano palle nere incastrate tra grinze di carne. I capelli sono compatti, sopra la fronte libera a righe.
L’uomo sta in piedi, in mano una bambina di uno o due anni, un giubbotto gonfio a palloncino rosa, le guance fredde e il cappello a cuffia, ricevuto da qualche chiesa. L’altra mano dell’uomo si è liberata lasciando la presa di un’altra figlia. Più grande della piccola, già da scuola. Magra, con la coda dei capelli neri che sbatte sopra lo zainetto, la bambina è salita sul pullman da sola. Si è girata a dare le spalle a tutti i passeggeri, sorridendo, ha di fronte suo padre e sua sorella che la guardano. Lei guarda loro fissamente, sempre con un velo in bocca. Il padre la osserva serio, le dà istruzioni nella loro lingua, la piccolina fa ciao con la mano. Il padre volta la sua smorfia a lato.
Ma già l’autista riparte, così si gira di scatto, dal punto nell’orizzonte annacquato sul quale si era posato, rifissa la figlia, oltrepassando il vetro, la porta, i passanti che non si accorgono degli sguardi e dei movimenti con le mani.
La bambina sul pullman segue con gli occhi voltati, le figure sulla strada che si allontanano.
Seria, concentrata, tremando, inizia a contare le fermate.

Le belve della notte

night wood

Fuori ci sono le belve della notte. Le sento ansimare dietro la zanzariera e il vetro della finestra e quelle spesse sbarre di acciaio che sigillano la casa. Tremola il vento e porta i bisbigli assassini.
Fuori, c’è il pericolo. Fuori ci sono le belve della notte.
Le avevo chiesto di non andare.
Attraverso gli alberi, come antenne, si propaga il suono del loro strisciare, dell’arrancare costante. Girano in tondo, fanno sortite, aspettano, sibilano. Il buio è la loro tana.
In casa sono tranquillo, ho le mie sbarre dappertutto, sulle finestre e sulle porte, croci spesse e grigio scuro, che mi proteggono e le tengono fuori.
La luna non esce più da molto. Quando è notte, l’oscurità è più completa.
Voleva uscire, pur provando il brivido. Le belve della notte non perdonano. L’avevo implorata di non andare. Io conosco bene le belve della notte. Sono capaci di respirarti addosso per ore, senza che tu possa vederle, prima di afferrarti. L’unica difesa è la propria casa. Sbarrata e impenetrabile, il silenzio che diventa soffice cotone sul quale sprofondare.
Stanotte il rumore di fuori lo stesso sale, e come spifferi gelati penetra attraverso le fessure.
Voleva vedere le sue amiche.
Sento distintamente grattare sulle sbarre, e come striduli acuti di singhiozzo.
Io so chi è alla porta, io so chi cerca di entrare. Ma la mia casa ormai è impenetrabile, non aprirò a nessuno.
Nel tragitto di andata e ritorno sarebbe stata sicura, ha detto. E non teme le belve della notte, che ci sono fuori.
Quelle che ci sono fuori puoi anche non temerle, ho pensato. Quelle che ci sono fuori dalla nostra casa.

Storia di nei

Quando avevo 16 anni volevo già scrivere. Non ero uno scrittore affermato come adesso, ero un aspirante scrittore. Scrivevo racconti gotici, a tratti struggenti, sempre lirici. Non li leggeva nessuno: non perché i lettori non volessero, come succede adesso, ma perché li infilavo in una cartelletta verde e li tenevo lì (ricordo molto bene quella cartelletta: era la cosa più preziosa che io credevo di avere). Ora l’ho persa, ma comunque. A dire il vero, forse, qualcuno li aveva letti: gli editori a cui li mandai. Ma non ottenni mai risposta per cui non saprei dire se siano stati letti o meno.
A scuola andavo male. Bocciato due volte al Cavour, roba da elite, mentre io ero la cosa più intellettuale delle Vallette, in procinto di essere bocciato la terza volta al geometra, perché non c’è due senza tre e soprattutto non ci sono geometri intellettuali.
Fu in quel momento che conobbi questa ragazza. Lorenza. Bella. Sorridente. Gran tette. Mi innamorai, ovviamente. Come ci si innamora a sedici anni. In maniera profondissima e ridicola. Ma questo è.
Quando la conobbi non sapevo che Lorenza fosse ricca. Ma ricca in una maniera oltraggiosa, indisponente, superlativa; non sapevo che si potesse essere ricchi a quel modo. Per me, che venivo dalle Vallette e che mi compravo da vestire all’Auchan (si chiamava Città Mercato allora), essere ricchi significava poter prendere il taxi. Cioè, bastava quello.

(Piccola digressione: i supermercati, allora come adesso, hanno, nel reparto indumenti, marche struggenti nella loro mestizia: cercano in tutti i modi di assomigliare alle vere marche, si danno nomi inglesi come Cup’s o Tex, sono prodotti economici, sono irrimediabilmente, clamorosamente a volte, brutti. Io mi vestivo con quella roba lì).

Conosco Lorenza. Facciamo amicizia. La corteggio. Lei ride. Non me la dà. Però ci vediamo spesso. Ora, solo ora, mi rendo conto che per lei io ero come un mango, un avocado: una cosa un po’ esotica che ha una data di scadenza. Quando questa data si oltrepassa, la cosa viene a noia.
Ci vedevamo il pomeriggio in centro, facevamo le vasche, io fingevo di avere più soldi di quanti in realtà ne avessi, lei fingeva di averne meno. Così pagavo sempre io la crepe e da bere. Non scoprii la portata della sua ricchezza fino a quando non vidi dove abitava.
Io ero attratto dalla sua solarità e dalle sue tette ballonzolanti e piene. Una cosa ci accomunava: pure lei era stata bocciata. Per questo frequentava una scuola di recupero anni, che poi frequentai anche io.
Ci siete mai stati? Scuole di vita, altroché di recupero anni. Ci vorrebbe un romanzo per parlarne, cazzo. Io ci andai quando fui ufficialmente non solo un avanzo di liceo, ma anche uno scarto tecnico. Costava, quella scuola. I suoi pagarono in anticipo i due anni che le avrebbero permesso di prendere la maturità scientifica.
Quando mi facevo un po’ più ardito, Lorenza si ritraeva. Quando, raramente, mi tiravo indietro, Lorenza stuzzicava. La storia dell’uomo e della donna contestualizzata nella Torino degli anni novanta, attraverso corpi e azioni di due adolescenti.
Lorenza fu la prima persona a cui non solo confessai, ma addirittura offrii, la mia scrittura. Fu l’ultimo atto di un piano diabolico: volevo conquistarla con la mia “sensibilità” di scrittore. Tlac: aprii la mia cartelletta verde, un pomeriggio in piazza Statuto. Estrassi, senza parlare, alcuni fogli. Le porsi i miei racconti.
“Che roba è?” disse lei e poi rise.
“I miei racconti” sospirai serio, annuendo. I MIEI RACCONTI: come altri avrebbero detto “i miei figli” o “i miei peccati”.
“Ma daiiii, scriviii?” (Lorenza eccitata allungava a dismisura le parole) “leggo leggo leggoooo” e intanto saltellava sulla panchina non prima di avermi premuto le sue burrose tette addosso in un abbraccio caricatura di un abbraccio.
Lesse. Stranamente concentrata. Seria. Io entrai in apnea per circa 25 minuti. Quando ormai ero blu cobalto, alzò gli occhi dai fogli, e disse: “Minchia Vito, sei troppo bravo”. Segui la mia pantomima di falsissima modestia.
“No, dico sul serio: dovresti pubblicarli!” aggiunse perentoria. Eh già, come se non avessi voluto, come se fosse colpa/responsabilità/causa mia che le mie storie stavano dentro una cartelletta e non stampate su libri pubblicati in tirature pazzesche. Nessuno degli editori a cui li mandai mi rispose, come vi dicevo.
Ma a lei non lo dissi. Assunsi in pieno il ruolo di scrittore romantico, che scrive per sé e basta.
Lorenza sembrava non accettarlo: si innescò in lei una specie di istinto da crocerossina editoriale. Lei mi avrebbe aiutato a pubblicare. A me sarebbe bastato, dico la verità, iniziare con una spagnoletta, ma a caval donato.
“Facciamo così: vieni a cena a casa mia, una sera, e parli con mio padre. Mio padre fa il professore, lui ti può aiutare”
“Professore di che?” chiesi.
“Filosofia. All’università” disse come uno dei miei amici delle Vallette avrebbe potuto dire sfasciacarrozze parlando di suo padre.
“Scrive un casino di libri” aggiunse come i miei amici avrebbero detto “mette anche la cravatta ogni tanto”.
Devo confessare che ne fui lusingato e come inebriato. Avrei parlato con un professore universitario di filosofia (non vi dirò mai e poi mai il nome: è inutile che cerchiate partendo dalla figlia, anche lei non si chiama Lorenza: fatevi i cazzi vostri). Quell’anno, infatti, conobbi una prof di italiano al geometra (laureata in filosofia) che mi disse che avrei dovuto fare proprio filosofia all’università. Mi prestò dei libri, che lessi senza capire e perciò amai da pazzi. Era perfetto, quindi.
Allora non c’era internet: sembra pazzesco, ma è così. O meglio, c’era ma io non lo avevo. Altrimenti avrei scoperto che il padre di Lorenza era un ex sessantottino, uno gagliardo, intellettuale di sinistra, lotte, pubblicazioni, petizioni, manifestazioni.
Fissammo una data. Passai l’attesa trepidando. Riempii la cartellina verde di scritti, tutti quelli che avevo prodotto fino ad allora. La cartellina verde era gonfia e l’elastico tesissimo. Lo raccontai ai miei, mia madre quella sera mi fece la pasta col sugo per festeggiare. Ero felice. Il futuro stava arrivando.

Arrivò la sera. Mio padre mi accompagnò in macchina fino a Gassino, in collina.
“Vuoi che ti aspetti?” mi chiese.
“Ma no, papà, mi riaccompagneranno loro, dai”.

Suonai il citofono. Video citofono.
Sulla porta Lorenza. Sorriso flebile. Era diversa.
Il padre e la madre in un enorme salone contornato di libri. La faccia di due stitici cronici. Erano contenti di vedermi come può esserlo uno a cui hanno servito del pongo come antipasto. Con loro anche una coppia di amici. Tutti, compreso il cane, avevano la erre moscia.
Fu la serata peggiore della mia vita. Fu la serata passata con le peggiori persone possibili: ricchi, intellettuali, di sinistra.
Quando non mi mettevano in difficoltà/soggezione/imbarazzo mi ignoravano voluttuosamente. E il bello è che lo faceva pure Lorenza. Io la pensavo naif, invece era una figlia. Una figlia di quei due.
Si parlò di libri (io al tempo leggevo Dylan Dog), di viaggi (io al tempo non avevo oltrepassato mai Celle Ligure), di conoscenze (chi conoscevo io aveva la foto in commissariato o spacciava).
Fu devastante. Mi muovevo con una lentezza disumana, goffo, rigido, le tempie pulsanti, la paura di venire interpellato e:
– non sapere cosa dire
– quindi dire una cazzata
– ovviamente dirla male

Lorenza non mi fu di aiuto in nessun modo. Ciarlava loquace cogli amici dei suoi. Non mi guardava. Perché quella cattiveria? Perché quella trappola? Che cosa si era detta coi genitori? Che cosa questi le avevano detto? Forse la verità su di me.
Chi è? Nessuno. E perché porti un nessuno a cena? Così, per ridere. Doveva essere andata più o meno così.
Finì la cena. Ci spostammo nell’enorme salone in cui i libri parevano sentinelle armate che mi puntavano contro il loro disprezzo.
“Non ci hai letto, idiota”.
Lorenza, di punto in bianco, disse ad alta voce. “Ah, papi, Vito vuole diventare scrittore. Che università gli consigli?” e lo disse come fosse una battuta. Tralasciai quell’atteggiamento, pensai che potesse essere venuto il mio momento finalmente. I miei racconti. La cartelletta verde. Posai una mano sull’elastico, pronto ad aprire la scatola magica. Su quel versante avrei vinto, o perlomeno sarei stato più importante, avrei avuto un senso.
Il padre si fece accigliato: da parecchi minuti sembrava avermi completamente dimenticato. E poi, il comunista, il teorico della lotta rivoluzionaria, il sessantottino, mi disse, in sintesi, che sarebbe stato meglio, molto molto meglio (se fossi riuscito a finire le superiori), di iscrivermi ad ingegneria. Più sicuro, più remunerativo. Tolsi la mano dall’elastico. La cartelletta non l’aprii mai.
Chiesi dove fosse il bagno.
Sinceramente non dovevo fare nessun bisogno. Volevo piangere.
Percorsi un corridoio infinito, pieno d svincoli e uscite e caselli.
Raggiunsi un bagno che era grande quanto casa mia più quella del vicino più parte del mio quartiere. Era bianco come neanche il concetto di bianco. Profumava di santità. Perfetto. Una sala operatoria.
Chiusi la porta. Non piansi. Le lacrime non uscivano, o forse avevo troppa vergogna di farmi vedere gli occhi arrossati. Andai verso il cesso, alzai la tavoletta, mi aprii la patta.
Mi sentivo una nullità. Avrei voluto sparire. E invece mi toccava ritornare in quel salotto.
Chinai gli occhi, mentre le prime timidissime, inibite gocce di urina scendevano. Vidi una cosa. All’angolo destro del buco, poco sopra il livello dell’acqua una inequivocabile, indiscutibile, determinatissima macchiolina di merda.
Era un grumetto, una molecolina, una pulce di merda. Ma io la vidi. E in quel bianco, in quella pulizia, in quella perfezione angelica, quella piccolissima presenza di merda assunse le dimensioni di un buco nero, era la cappella Sistina della merda, era il Titanic dello schifo, l’Himalaya della sporcizia. Era l’unico, vero, NEO che riscontravo in quella gente, in quella casa, in quella serata. Era la prova lampante che quelle fossero persone spregevoli.
A chi apparteneva quella merda, che già nel mio ribollire umorale, divenne cagata poi stronzo poi cumulo poi massa poi collina di merda?
Era merda filosofico rivoluzionaria? Era prodotto di una riflessione teoretica mentre il padre stava sul cesso?
Era merda raffinata della moglie, labbro pendulo e occhietto socchiuso mentre la produceva?
Era di Lorenza due facce?
Chi di loro aveva realizzato quel capolavoro di degrado e non l’aveva pulito?
Decise che era di tutti e tre, anzi di tutti e cinque (amici compresi), anzi pure del cane, e perché no, dei parenti della nonna dei cugini dei colleghi degli antenati di quella fottutissima famiglia di merdosi! Era l’onta incancellabile, era la macchia perenne, lo stigma secolare, era la maledizione di Dio! E io, io l’avevo scovata, finalmente. Noi, a casa nostra, perlomeno il cesso lo pulivamo sempre.
Tornai nel salotto radioso. Avevo un sorriso largo, sfrontato, leggero. Mi risedetti sul divano largo due ettari e stetti zitto. Non so se qualcuno si accorse della mia trasformazione. Forse no. Si fece tardi ma, mi fecero capire, solo per me, nessuno mi chiese come sarei tornato a casa, e allora quasi senza rendermene conto ero fuori, nella notte fresca della collina, libero.
Mio papà mi aveva aspettato.

invasione nei

Foto di Francesco Locuratolo

Quella volta

Quella volta che ho spinto la macchina per tre chilometri che si era fermata per la benzina…
Quella volta che ho dato un bacio a Margherita, si chiamava così quella ragazza bellissima che veniva a prendere il pane la mattina…
Quella volta che ho detto al capo: “io me ne vado” e poi ho riso e ho buttato il camice per terra…
Quella volta che ho corso come un pazzo per raggiungere il rifugio e le bombe piovevano come grandine malvagia…
Quella volta che al mare sul moscone mio figlio mi ha detto “guarda papà che bel tuffo che faccio!”…
Quella volta che ho preso i soldi ed ho comprato l’anello, costava caro, ma le è piaciuto molto… l’avrà ancora addosso?…
Quella volta che c’era silenzio in classe, e nessuno sapeva la risposta, allora ho alzato la mano che mi tremava, e piano pianissimo, con la mia voce di ragazzino ho dato la risposta giusta…
Quella volta che bruciava la casa e abbiamo fatto in tempo a portare fuori solo le fotografie…
Quella volta che abbiamo aperto la porta della nuova casa per la prima volta…
Quella volta che siamo andati in gita al lago di Garda…
Quella volta che alle giostre guardavo la gente sulle montagne russe e pensavo “pazzi” e poi ci sono salito pure io…
Quella volta che mia figlia mi ha detto “sei nonno” ed io mi sono ricordato di quando, ragazzino, mio nonno mi raccontava le storie di paese ed io sognavo, allora mi è venuto da piangere…
Quella volta che abbiamo raccolto i punti dei detersivi e ci è arrivata la lavatrice nuova…
Quella volta che ho fatto dodici alla schedina…
Quella volta che le ho chiesto di sposarmi alla festa di San Giulio a giugno…
Quella volta che lei mi ha detto sì tremando…
Quella volta che di notte in ospedale, fumavo ed aspettavo…
Quella volta che ho visto la discussione della tesi dei miei figli…
Quella volta che mi aveva fatto impressione pensare che i miei figli avevano scritto un libro…
Quella volta che a me hanno fatto l‘esame di quinta elementare…
Quella volta che tornavo militare, e in osteria i miei amici mi hanno fatto festa con il vino rosso, il salame, e ci siamo ubriacati, ed io ridevo, ridevo…
Quella volta che sono andato al funerale di mia madre…
Quella volta che i medici mi hanno detto quella brutta parola…
Quella volta che io non capivo…
Quella volta che sulla bici ho fatto tutta la strada dal mio paese fino a Palermo…
Quella volta che ho visto il suo corredo, come lei lo tirava fuori dal baule…
Quella volta che ho pescato la trota e l’ho portata a casa…
Quella volta che mi è arrivata la prima pensione…
Quella volta che hanno tentato di farmi rispondere al telefonino ed io l’ho spento per sbaglio…
Quella volta che ci hanno rubato la macchina e dentro c’erano gli zainetti con i libri di scuola dei miei figli…
Quella volta che Francesca aveva la febbre alta e l’abbiamo portata di corsa all’ospedale avvolta da una coperta, ed io la tenevo in braccio ed avevo paura…
Quella volta che abbiamo mangiato in quel ristorante vicino alla spiaggia…
Quella volta che ho fatto pace con mio padre…
Quella volta che ho visto mio figlio farsi la barba…

Nella sala ricreazione dell’ospizio, Giovanni come al solito parla a sproposito da solo, seduto vicino alla finestra.

Chissà

Chissà dove sei adesso, amore mio adolescente. Chissà dove. E come sei. Sei morto forse, sepolto sotto uno strato freddo di terra, dentro un loculo stretto incasellato in una alveare di morti. O forse sei lontana, hai viaggiato, ti sei spostata dalla tua città d’origine, hai incontrato volti e voci nuovi, hai imparato un mestiere, diverso da ciò che studiavi, e ora lavori, determinata, a realizzare un tuo sogno privato. Forse sei ancora single, ma è difficile. Amavi la compagnia e non volevi mai stare sola. Ti sei sposata, allora? Hai un marito che ti vuol bene e che, rientrando a casa, ti chiama, e nei fine settimana ti porta in giro, con la vostra macchina o con il camper a vedere posti e a mangiare in ristoranti strani. Hai figli, forse. Bambini che sono diventati ormai ragazzi, adolescenti più grandi di te quando io ti conobbi. Hai dato loro nomi inconsueti, e forse sono due, due maschi, oppure due femmine, o, chissà, un maschio e una femmina. Forse non ne hai più di due. Sei diventata madre, allora, chissà. Hai partorito e lasciato il lavoro, forse per un po’, il tempo di crescerli. E se invece, per qualche triste motivo, non avessi potuto avere figli, cosa hai fatto? Starai ancora viaggiando, magari con un uomo che non è tuo marito, ma solo un compagno, vi scambiate impressioni e progettate imprese per mantenervi, aprite un locale dopo l’altro in posti sempre diversi e lontani tra loro, e accumulate soldi e ricordi, e forse senti già una stanchezza dentro di te, che ti chiede, ti implora, di fermarti. E, chissà, se ti sei fermata, dove ti sei fermata? Avrai scelto un posto caldo, lontano da qui, da dove ti conobbi io, un posto dove la tristezza è preclusa dall’ambiente stesso, dove l’ombra quando scende non mette inquietudine, e non esistono i brividi. Amerai ancora gli animali? Credo di sì, sono cose che non cambiano queste, chissà, forse addirittura stai facendo qualcosa per loro, adesso, sei nel loro mondo, aiutandoli come hai sempre sognato. Eppure non sei famosa, non l’hai mai cercata la fama, discreta come sei, schiva. Chissà, amore mio adolescente, dove sei finita? Avrai salute o no? Sei malata? Hai un difetto che ti impedisce una vita regolare? Hai avuto sfortuna nella vita? O forse ti è sempre andato tutto bene, ed è ciò che ti spaventa un po’: col tuo buon senso, avrai di sicuro pensato più volte, che tutto quello che uno ha, alla fine, è costretto a renderlo. Ma forse non hai mai pensato a cose del genere, non sei come me, non ti appesantisci di questi turbamenti, la tua parte di luce, interna, non te lo permette, non sei fatta così, non ti piace il crepuscolo, ma l’aurora, e risani chi ti sta attorno, come hai fatto con me. Chissà dove sei, amore mio adolescente, forse sei vicina, nella stessa mia città, ma forse, è più probabile, sei lontana un mondo. Lontana da me e dal passato. E sei diventata un’altra, irriconoscibile, seppur non peggiore di come quando io ti conobbi. Ma forse, chissà, c’è anche un’altra possibilità, remota? Non so, ma c’è, questa possibilità che mi turbina in testa, e mi appare adesso con una fioca luce di contorno. Brilla questa idea come una stella al mattino, l’ultima. Forse, chissà, sei ancora quella che ho sposato, trenta e passa anni fa, e che ora, in cucina, prepara da mangiare, che tra poco mi chiama a tavola, e che io amo, e che ancora, dopo tutto, mi ama.

Finisce l’estate

Ci dissero, uccelli di passaggio, che l’estate stava finendo.
Guardammo fuori dallo schermo dei vetri di casa, una luce rosa poco diffusa, un via vai stanco di gente.
Le prime sciarpe, le scarpe alte. Le mani in tasca o ad abbracciarsi il petto. Non ci credemmo.
“Parla!” dicemmo al ragno nel suo angolo. “Se sapete, dite!” insistemmo con la fila ordinata di formiche sotto il davanzale. Ci guardarono con occhi tristi, smisero per un attimo di filare la tela, di trascinare briciole di pane. Capimmo. Gli insetti, di solito, non mentono, men che meno i ragni. Piangemmo. Un’ora. Due tre quattro cinque. Un giorno. Fuori la luce si fece meno intensa, più livido il cielo. Ecco il vento. Il gusto di pioggia.
Al quarto giorno le lacrime formarono un piccolo lago torbido, quasi al ginocchio. Fu difficile spostare i piedi in quel pantano. Non riuscivamo a smettere. Solo di notte, per forza di cose, si placava l’inondazione. Forse. Perché ci svegliavamo umidi tra coperte infeltrite. Le lacrime ci arrivano alla cintura. Mettemmo galosce alle gambe del tavolo e alle sedie. Spostammo i libri più in alto sugli scaffali. L’estate era un ricordo che faceva male evocare. Gli occhi erano rossi: piangemmo a turno per riposarli. Ormai usavamo salvagenti improvvisati per spostarci da una stanza all’altra. Certi giorni, tutta quell’acqua diventava ghiaccio in superficie, una patina sottile di bianco. Naufragammo nel freddo. Tirammo su il letto, ancorato al soffitto da cavi ricavati dalle tende. Dormivamo sospesi. Avevamo esaurito le scorte di pianto.
Una mattina, si posò leggero un colombo sulla balaustra del terrazzo. Tubò discreto per svegliarci. Ci fornì un pettegolezzo. Lo confermò il sole pallido. Le poche nuvole, l’assenza di vento. Niente più ghiaccio sulle mani degli alberi. Piano piano il caldo. Insieme ai sorrisi iniziò ad evaporare l’acqua. Rivedemmo il fondo brillante del pavimento delle stanze. Fuori, uomini in maglietta, donne pallide svestite. Una musica lontana segnalò che era ora di festeggiare. Facemmo un banchetto insieme alle formiche e al ragno. Ridemmo di noi, delle lacrime, dell’inverno. Non sappiamo se tornerà a inghiottirci un giorno. Se reclamerà ancora la sua parte. Adesso è di nuovo estate. Una torrida asciutta estate.

Sarebbe entrata, entrò, entrerà, entra

parigi“Sarebbe entrata proprio da quella porta, un vestito viola, la pelle…” no no no, non funziona. Viola mai. Troppo demodé.
“Lei avrebbe sicuramente aperto la porta con un colpo veloce dell’anca…” anca?  Ortopedico.
“Lei sarebbe entrata facendo suonare la campanella appesa alla porta” perché, qualcuno potrebbe entrare senza riuscirci. E’ appesa. Deve fare quello di mestiere.
Forse è il condizionale.
“Lei entrò dalla porta” che poi: da dove cazzo si entra di solito?
“Lei entrò” anni e anni e anni fa, no no no.
“Lei entrerà” anni e anni e anni ancora? No.
“Lei entra”. Semplice, forse banale ma efficace. Rende l’idea.
“Lei entra. Si guarda attorno. Vede il grande bancone di zinco, le sedie impagliate, l’uomo con i palmi appoggiati sul bancone che sposta il suo collo taurino dal televisore appeso alla parete.
– Desidera? dice l’uomo deglutendo, il vocione strozzato.
E’ bellissima e fa sempre questo effetto agli uomini. Sarà il biondo dei capelli. O la pienezza delle labbra. Forse il sorriso che le scivola, dolcemente, da una parte all’altra della faccia, in un punto vicino alle guance.
– Sto cercando una persona, dice raggiante. Perché nel frattempo, la persona che sta cercando i suoi occhi l’han trovata. Appoggiata alla macchinetta del video poker, un quarto di rosso finito, il pacchetto delle sigarette accartocciato, il petto che è uno sconquasso.
– Sei arrivata… il ragazzo per un attimo teme che sia soltanto una visione sua. Qualcosa che non esiste. Ma l’allucinazione è troppo vera, troppo reale. E poi gli si fa incontro, sulla punta dei piedi. Improvvisamente fuori non è più inverno”.

Ma si può sapere che cazzo scrivi sempre te? Sono anni che te ne vieni qui, compri un cazzo, e stai ad occupare il tavolo. Non ce l’hai un lavoro, non ce l’hai una famiglia, una donna? Ah già, una donna ce l’hai! L’americana? Come no! Mi stavo scordando. E stai scrivendo la solita lettera per lei? dice beffardo, facendo scrocchiare saporosamente le sue dita tozze, una ad una. Poi c’è lo sbadiglio e la grattata d’orecchie. La sua ginnastica solita.
Guarda che io devo chiudere, per cui se non ordini più niente, aria! dice facendo il gesto inequivocabile che nel mondo occidentale significa “aria”.
Il ragazzo si alza. La gambe anchilosate e nella testa un fischio che assomiglia vagamente a quello che si prova certe mattine, svegliandosi di soprassalto, credendosi ancora dentro un sogno.
No, vado, non voglio più niente, dice piano, scandendo bene le parole, rivolto alla porta, come se aspettasse che qualcuno.
Fuori è ancora inverno, e non c’è nessuno.
Quanto ti devo?
Il solito: dueeuroecinquanta.
Il ragazzo cerca le monete dentro la giacca di velluto, esse provano a non farsi trovare, rintanandosi nelle pieghe della stoffa della tasca. L’operazione richiede due minuti buoni. In tutto questo tempo l’omone fissa disgustato il ragazzo che invece butta occhiate frettolose alla porta.
Le trova. Paga senza guardare l’omone. Esce.
L’aria è scioccante. Microschegge di gelo risalgono i suoi condotti, gelandogli il respiro fin dentro i polmoni. La strada è un magma di nebbia e umido.
Per questo ha difficoltà a scorgerla subito, a riconoscerla dentro quel nulla che è la via di casa sua, della sua città, della sua regione, del suo paese, del suo continente.
Non veste di viola, ma i capelli sono biondi come nelle lettere, e così il sorriso che si fa largo sfondando strati e strati di nebbia.
Sei arrivata… dice e/o pensa il ragazzo, congelato sul posto dal freddo e dalla visione.
Si corrono incontro e si scaldano nell’unico metodo realmente funzionante al mondo: un abbraccio. Si baciano per completare il quadro.
Posso chiederti un favore? le dice lui nella sua lingua. Prima di andare a casa, vieni con me in un posto? Solo cinque secondi!
A fare cosa? chiede lei di rimando nella lingua di lui.
A sorridere a qualcuno.