Estate 1996

camille-minouflet-ggkrG9EfxXM-unsplash
Era l’estate del 1996. Avevo 18 anni. La mia ragazza di allora ne aveva 16 ed era partita per il mare a Cattolica, con una specie di colonia del comune. Due settimane senza, allora, era un tempo che mi appariva intollerabile.
Ricordo la prima domenica da solo: vagavo per le Vallette come un poeta maledetto, magrissimo, i capelli spettinati, disperato. Pochi avevano il cellulare allora, la mia ragazza per sentirmi doveva andare alla reception della struttura ad orari prestabiliti. Io la chiamavo da una cabina rossa dietro la posta, la fontanella unico riverbero di suono nell’estate immobile. Fremente, triste, geloso, malinconico, esaltato, pieno pienissimo di una energia vitale che ricordo bene, meravigliosa forza dentro di me nei miei neanche vent’anni, decisi di raggiungerla. L’unico problema erano i soldi: come oggi, anche allora ne ero sprovvisto.
Vendetti ad una bancarella di corso Siccardi ad un prezzo ridicolmente basso la mia collezione originale di Nathan Never. Tenni soltanto il numero zero. Quello proprio non riuscii a svenderlo. I soldi furono sufficienti per un biglietto del treno andata e ritorno. Non avevo nient’altro. Partii senza sapere dove avrei dormito né come avrei mangiato. Chiaro che questo non mi fermò: io volevo vederla. Era più che sufficiente.
Partii. Arrivai e l’abbracciai come un reduce del Vietnam. Passammo insieme tutto il giorno. La sera chiesi ai responsabili di quell’enorme, gigantesca struttura, fatta da edifici pieni di camerate e stanze e stanzette e locali un posto per dormire: mi dissero che non c’era posto. Bastardi. Mangiai dividendomi la cena con la mia ragazza.
La prima notte, così com’ero, un jeans e una maglietta, il mio ciuffo ribelle e le mie sigarette, la passai in spiaggia. Manco una coperta. Mi buttai sulla sabbia. Chiusi gli occhi. Di notte, al mare, in riva al mare, fa un freddo impossibile. Tremavo. Fu una notte lunghissima. Un sonno debole, sempre interrotto dai brividi. Ebbi anche delle allucinazioni: dall’acqua, verso l’alba, mi parve di vedere uscire mio fratello e Fabio Vullo, sorridenti. Tesi loro le mani. Prima di accorgermi che era illusione, ricordo che quella visione mi diede conforto. Avevo i vestiti umidi quando il primo sole, ancora troppo debole, iniziò a riempire la spiaggia.
Passai il resto del giorno come se non dovesse mai venire notte. Ma poi la notte venne. Recuperai una felpa. Verso mezzanotte iniziò a piovere secco. Non c’era nessun tipo di riparo. Dopo pochi minuti ero zuppo. Dalla colonia vidi arrivare verso la spiaggia (recintata) due sagome. Era la responsabile con la mia ragazza. Impietosita, mi disse che avevano trovato una stanza libera. Mi condusse in un lungo corridoio pieno di stanze vuote. La mia era uno sgabuzzino. Ma aveva un letto asciutto.
Appena quella se ne andò, sbucai fuori, furtivamente, e raggiunsi la mia ragazza nella sua camerata femminile. Dormimmo stretti in un letto minuscolo. Da quella sera feci così tutte le volte: mi nascondevo sotto il suo letto, finita l’ispezione serale uscivo e dormivo con lei.
La questione cibo l’affrontai in questo modo: finsi semplicemente di essere un ospite della colonia. Prendevo il mio bel vassoio, come gli altri, nell’enorme mensa comune e ordinavo a scoppiare. Bis, tris, contorni, frutta, bevande.
Il penultimo giorno vidi al tavolo affianco gli animatori che confabulavano, guardandomi storto.
Il capo si alzò e venne da me. Durante quel colloquio non smisi mai di mangiare.
“Hai pagato per mangiare?”
“No” risposi masticando una forchettata di pasta. Quello esplose: “Intollerabile, non esiste, impossibile, adesso io ti denuncio, ora chiamo, dico, faccio… se lo sapessero i genitori degli altri ragazzi, è una cosa inconcepibile!” e via di questo passo.
Lo lasciai finire, posai la forchetta e gli dissi, quasi sottovoce: “Non so se i genitori si arrabbierebbero più per me o se sapessero che sostanze girano nelle camerate di notte. Tu che dici?”.
Quello sbiancò. “Che sostanze?”
“Pastiglie, canne, acidi…” ed era verità: roba girava. Lo vidi coi miei occhi.
“Mangia pure” mi disse quello. Nessuno mi ruppe più i coglioni. La vacanza finì. Ne conservo un ricordo meraviglioso. Tra tutte le canzoni di quell’estate, non so perché, mi è restata nella mente questa:
https://www.youtube.com/watch?v=r6RjVZIn_OA
Ascoltandola stamattina mi si è stretto lo stomaco e una sensazione calda mi ha avvolto.
Darei tutto per passare quella notte in spiaggia col me stesso ragazzino di vent’anni fa. Avremmo un sacco di cose da dirci, tra un brivido e un’allucinazione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un’icona per effettuare l’accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: