I posti più pericolosi al mondo negli anni ‘80

Negli anni ’80 i posti più pericolosi al mondo erano: Chernobyl, Medellin, le giostre della Vallette. 
Le giostre delle Vallette, grazie al cielo, venivano in piazza una volta all’anno, per Carnevale. C’erano un tirapugni, l’autoscontro, il tagada, le navicelle su cui salivi e sparavi, i calcinculo. Basta. Ma nonostante l’esiguo numero di attrazioni, queste erano in grado di attirare un numero altissimo di personaggi pericolosi: si andava dal prototamarro (quello col bomber portato a petto nudo) al criminale in erba, dal veterano dello spaccio all’eroe di mille rapine. 
C’erano tutti i miei compagni di scuola, da R.F, 17 anni, la barba e ancora in prima media, a D.C., che per vendicarsi del prof di ginnastica, una volta chiamò i fratelli grandi fuori dalla scuola e insieme gli distrussero l’auto; c’erano i fratelli V., due iene, bulli gregari ma (forse per questo) senza scrupoli; c’era gente che forava i gettoni dell’autoscontro e li legava ad un cordino, per restare in pista ad oltranza, seduto sullo schienale del veicolo, una mano sola sul volante, l’altra a mulinello sulle teste degli altri; c’era A.C. in piedi al centro del tagada, c’era droga, c’era l’alcool, c’erano le ragazze – peggio dei maschi -, c’era la musica trash, c’erano le risse. Che io sappia, mai nessuno oltre Lucento si è mai spinto fino alle giostre delle Vallette. 
(Ah: ho messo le iniziali non per rispetto della privacy, ovviamente). 
Il mio amico Massimo, – noi preadolescenti inermi -, un giorno si avventurò alle giostre, salì sulle navicelle e inizio a vorticare e a sparare. Fzz fzz fzz il raggio laser. E piano piano, le altre navicelle colpite scendevano a terra. Ne sarebbe restato solo uno, in aria, da solo, vincitore di un altro giro gratis. Fzz fzz fzz. In cielo si ritrovano il mio amico Massimo, uno già con una bella esperienza formativa da bullizzato nonostante la giovane età, e M.I., il più pericoloso, il più fuori di testa di quella strana fauna umana che popolava la periferia di Torino in quegli anni. Solo loro due. Uno di fronte all’altro. Sarà stata l’euforia delle giostre, l’aria frizzantina in alta quota, l’inesperienza, ma… fzz, Massimo spara per primo. La navicella del pazzo sanguinario inizia a scendere. Questi fissa serio Massimo. Senza aprire bocca, fa roteare il dito, come a dire: “dopo, dopo”. 
Massimo, mi racconterà poi, pensò che avrebbe voluto non scendere mai più, restare lassù, immerso in quell’aria fredda ma tonificante, la musica leggermente ovattata, isolato, salvo. 

Oggi, Chernobyl ha perso la sua carica radioattiva. Medellin non è più la capitale dello spaccio mondiale. E alle Vallette sono anni che le giostre non vengono più. Sono altri i luoghi da temere. E l’equivalente delle giostre alle Vallette per me oggi è Facebook. 
Proprio come le giostre, in sé innocue, anche questo posto virtuale non è ontologicamente sbagliato. Anzi, come le giostre, è capace di esercitare un’attrazione incredibile: sa di leggerezza, sa di svago, di gioco, di allegria. Un tempo sospeso, dedicato all’inutile, alla manutenzione delle “amicizie”. Eppure, bisogna essere onesti: qualcosa deve essere andato storto. Perché Facebook è diventato come le giostre delle Vallette. 
Se ci vai, rischi di subire violenza o di esercitarla. Inghiottito in un’aggressività livorosa, nervosa, pronta a scattare, a formare branchi, a compiere spedizioni punitive, a prendertela col più debole, con il primino che resta appoggiato al bordo del punchball o osa montare su una macchinetta degli scontri. Come per le risse alle giostre, vai a sapere chi ha iniziato, chi ha provocato per primo, e poi ha davvero importanza saperlo, mentre volano calci con gli anfibi e cazzotti con le chiavi tra le nocche? 

Mi sono sempre tenuto lontano dalle giostre. Nonostante sognassi di sentire esclamare SUPERMACHO dalla macchinetta dopo un mio pugno, di volteggiare in aria, di saltellare sul tagada, di sbirciare le ragazze truccate di terza. Troppa paura di prendere botte o di doverle dare, proprio nel luogo del massimo divertimento. Così sto imparando a tenermi lontano da Facebook. Cerco di ridurre al minimo la mia presenza, a misurare sempre le parole, a evitare scontri, per rispettare gli altri, per ricevere rispetto. Perché un commento acido ti lascia un tremore molesto e il cuore batte a scatti, e ci pensi e ci ripensi e se rispondi la cosa si prolunga, dura ore, e arrivano squadracce di commentatori contro di te o a favore tuo: e ti senti in un caso umiliato, nell’altro meschino. Il dolore è quasi fisico, com’era negli anni ’80, su quella piazza, dopo l’innesco di un “cazzo ti guardi?” e il primo colpo.  
E così senza manco accorgertene, magari con persone che conosci bene, di persona, sprofondi nel livore: intorno c’è sempre la stessa musica trash e l’odore dello zucchero filato, nauseabondo. 
Non sono mai salito su quelle giostre, ci passavo vicino, buttavo un’occhiata, il resto del quartiere, svuotato, mi sembrava un piccolo paradiso (anche se realmente non lo era). Ma l’inferno erano sicuramente le giostre: tiravano fuori il peggio da tutti. L’avrebbero tirato fuori pure da me. 
Il mondo fuori da Facebook non è il paradiso, ma ancora resistono freni alla nostra aggressività latente. Qui dentro no, questi freni non li vedo. Ed io vorrei stare in alto, dove l’aria è fredda ma tonificante, la musica leggermente ovattata, isolato, salvo: senza aver dovuto sparare neanche un fzz.

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Il vecchio, il bambino e l’asino

Questa storiella, che scopro essere antica ed iraniana, me la raccontava mio nonno quando ero bambino. Lui la conosceva ambientata in Sicilia, ovviamente. Ma credo che valga per ogni luogo del mondo e, soprattutto, per ogni epoca.

Nella favolosa città di Teheran, si sta svolgendo un censimento sulla popolazione e tutti i cittadini, vi si devono recare per certificare la loro esistenza.
Un vecchio con il nipotino, abitanti sulle montagne, in un villaggio molto lontano dalla capitale, si preparano per fare questo lungo viaggio,
A disposizione hanno un solo asinello.
Pian piano si incamminano, per potersi presentare ai funzionari addetti al censimento.
Mentre il bambino è seduto sul dorso dell’asino e il vecchio gli cammina accanto, incontrano un gruppo di persone e dopo averle superate, quando queste si allontanano, il vecchio percepisce i loro commenti:
“Guarda come è maleducato quel bambino, lui sta sull’asino, mentre il vecchio che ha le gambe stanche, cammina a piedi…”
Il vecchio non dice nulla, fa scendere il bambino e sale sull’asino.
Incontrano un altro gruppo di persone e dopo averle superare, di nuovo sente dei commenti:
“ Guarda quel secchione, che egoista, con un bambino così piccolo, con le gambe così corte, lui sta sull’asino e il povero bimbo, deve corrergli appresso….”
Il vecchio, non commenta, ma prende il bambino, facendolo sedere sul dorso dell’asino vicino a sé.
Incontrano un altro gruppo di persone e dopo averle superare, sente nuovamente dei commenti:
“Hai visto quei due lì? Con un asinello così piccolo, gli stanno sopra entrambi, finiranno per sfiancarlo…”
Il vecchio, ancora una volta non dice nulla, ma prende il bambino per mano, scendendo dall’asino ed insieme si incamminano a piedi.
Dopo qualche chilometro incontrano ancora delle persone, che li salutano, ma mentre si allontanano, queste, commentano ridacchiando:
“Avete visto quei due lì? Devono essere proprio stupidi! Hanno un asino a disposizione e vanno a piedi….”

I volti e le storie dietro la Liberazione

Valdo Fusi è un giovane e brillante avvocato di Torino. Quasi per caso entra nella Resistenza: viene scelto per rappresentare la Democrazia Cristiana nel Comitato militare piemontese del Comitato di liberazione nazionale.
Un giorno l’avvocato Guglielminetti, luminare e suo Collega Importante, si presenta nel suo ufficio.

– Il Comitato dei cinque partiti antifascisti ha costituito il Comitato militare regionale. Io rappresento la Democrazia Cristiana nel Comitato politico. Ho pensato a te per il militare. Cominci subito. Domani a Vercelli c’è la prima riunione.

Valdo Fusi è recalcitrante: “Mi sento libero e libero intendo rimanere: non accetto; a Vercelli non andrò.”
L’indomani andrà a Vercelli e diverrà parte fondamentale della prima lotta partigiana in Piemonte.

Nel libro che scriverà anni dopo, “Fiori rossi al Martinetto”, c’è la cronaca fedele di quel percorso, tragico e amaro, doloroso e, sembra pazzesco, nonostante tutto pieno di ironia e leggerezza. Valdo Fusi racconta con umorismo affettuoso quegli anni, le persone che incontra, i personaggi generosi, attivi, eccezionali e normali con cui lotterà insieme, pieno di ammirazione e tenerezza nei confronti di uomini politicamente distanti da lui, ma che sente umanamente vicini, fratelli.
Eusebio Giambone, ad esempio, operaio comunista, uomo di altissimi valori e padre premuroso di Gisella, la sua bambina, al confino in Campania nel 1943, anziché aspettare l’imminente arrivo degli Alleati, scappa e torna a Torino a riprendere la lotta; Paolo Braccini, docente universitario in Zootecnica, che entra, all’indomani dell’8 settembre, nel Partito d’Azione e quindi nella Brigata Giustizia e Libertà, spinto da ideali profondi (“il più intelligente tra di noi” dirà Fusi): è padre e marito affettuoso; il giovane Errico Giachino, giovane militare di 28 anni, soprannominato Erich, che formerà le prime bande armate resistenti ed entrerà poi nella brigata Matteotti: si è appena fidanzato; e poi ancora Franco Balbis, militare ironico e valoroso, Quinto Bevilacqua, figlio di braccianti, è nel Comitato militare da soli due settimane; Giulio Biglieri, partigiano dall’inizio, arrestato già a 21 anni, anche lui torna a Torino dal meridione per combattere ancora, Massimo Montano, alpino, la cui giovane sposa è in attesa di un bimbo, e Giuseppe Perotti, il Generale, combattente già premiato durante la Prima guerra mondiale, figura di prestigio per la prima resistenza che necessitava di uomini come lui, in grado di fornire organizzazione e disciplina alle azioni militari di un Comitato che stava formandosi. Valdo Fusi conosce tutta la rete incredibile di civili, militari, partigiani, uomini e donne che, a vario titolo, si sono riuniti attorno alla resistenza contro il Nazifascismo. Valdo Fusi ne rende un ritratto vario, profondo e sfaccettato.
Sente di condividere con questi uomini, animati da ideali di libertà e uguaglianza, una battaglia decisiva.

Nel libro li racconta soprattutto nei loro aspetti umani, antieroici, come semplici individui che hanno scelto, liberamente, da che parte stare: perché sentivano che non si poteva fare altrimenti, che quella era l’unica scelta possibile, pensando al bene collettivo, al futuro dell’Italia e delle generazioni a venire. Anche se la scelta sapevano, erano certi, che li avrebbe portati al sacrificio.
La Resistenza fu, innanzitutto, una questione di scelta. Assunta in piena responsabilità, totalizzante, sofferta spesso, ma mai messa in discussione.
Questi uomini (insieme altri precedentemente catturati) operano fino a che, forse per via di una spia, vengono arrestati in piazza del Duomo a Torino il 31 marzo del 1944, prima di una riunione segreta. Chi di loro ha subodorato il pericolo, e notato i poliziotti fascisti, non scappa: vuole avvisare gli altri compagni. Vengono presi e condotti, prima in Procura, poi alle Nuove.
Inizierà il cosiddetto processo di Torino.
Il Nord Italia è in mano ai Nazisti. Mussolini, da Salò, preme affinché le condanne siano durissime, esemplari: vuole mostrare all’alleato tedesco che anche gli Italiani sanno essere intransigenti e duri contro i “terroristi”.
Il processo, una farsa montata ad hoc, per simulare una parvenza di diritto, è già deciso.
La notte prima della sentenza, in carcere, ben sapendo quale sarà l’esito del processo, questi uomini la passano a parlare tra loro, scherzando. Il Capitano Balbis dice: – Ragazzi, avete pensato al desiderio da esprimere questa sera? Io chiederò di fare il giro del mondo in bicicletta. E voi?
Braccini dice: – Io chiederò che mi lascino vedere come finirà la guerra.
Giambone dice: – Io mi accontento di un cappuccino.
– Desiderio non proprio ortodosso per un comunista.
Giambone sorride, divertito, e mi domanda: – E tu?
– Dirò che desidero imparare il cinese. Ci vogliono dodici anni.

L’indomani gli imputati sono in aula. I capi d’accusa sono: aver commesso attentati contro l’integrità, l’indipendenza e l’unità della Repubblica Sociale Italiana; avere, in tempo di guerra, concorso tra loro, tenendo intelligenza col nemico, commesso fatti diretti a favorire le operazioni militari del nemico stesso, raggiungendo l’intento; aver promosso una insurrezione armata, poi avvenuta e in atto contro i poteri dello Stato; aver commesso, in concorso tra loro, fatti che hanno suscitato la guerra civile tuttora in atto;
Valdo Fusi, da avvocato, rassicura così i compagni:
– Le ultime tre imputazioni non ci preoccupano, – spiego.
– È già qualcosa, – dice Giambone – ma perché?
– Perché la prima contempla la pena di morte.
– Così li freghiamo, – dice Geuna, – le ultime non le scontiamo.

Queste le condanne:
Giuseppe Perotti: condannato a morte.
Gustavo Leporati: ergastolo.
Franco Balbis: condannato a morte.
Silvio Geuna: ergastolo.
Massimo Montano: condannato a morte.
Cornelio Brosio: due anni di reclusione.
Pietro Carlando: ergastolo.
Giuseppe Giraudo: ergastolo.
Giulio Biglieri: condannato a morte.
Paolo Braccini: condannato a morte.
Eusebio Giambone: condannato a morte.
Errico Giachino: condannato a morte.
Quinto Bevilacqua: condannato a morte.
Assolti per insufficienza di prove Luigi Chignoli e Valdo Fusi.
Chi abita a Torino, soprattutto, assocerà molti di questi nomi a delle vie e piazze cittadine: è necessario che questi nomi tornino ad essere volti, storie, racconti, immagini e non solo retorica. La Resistenza e la Liberazione si festeggiano soprattutto rendendo noi stessi testimoni attivi.

L’ultima notte in carcere, prima dell’esecuzione della sentenza, questi uomini la passano a scrivere lettere ai loro cari.
Giachino scrive ai genitori e alla fidanzata: chiede loro di incontrarsi (non si conoscono), di rimanere in contatto e aiutarsi a vicenda, di volersi bene; chiede scusa alla fidanzata di non averle dedicato gli ultimi tempi. Montano scrive alla moglie: aspettano un figlio, che lui non vedrà mai. Le dice che, in questo suo ultimo giorno di vita, se lo immagina nascere e crescere roseo e paffutello.
Inserisco al fondo di questo articolo solo quella di Giambone alla figlia di Gisella: è una delle più famose, toccanti e dolci, documento altissimo di un uomo che ha saputo fare la cosa giusta. Sempre.
Invito a leggere le altre, qui ne trovate alcune: http://www.storiaxxisecolo.it/documenti/documenti7.html

La mattina del 5 aprile 1944 gli otto condannati a morte vengono condotti al poligono di tiro del Martinetto, a Torino, dove varranno fucilati, seduti e legati di spalle al plotone.

Per questo oggi, la celebrazione della Liberazione a Torino passerà per il Martinetto.

Valdo Fusi, la cui storia continua, e a cui il destino ha riservato il ruolo di testimone, non potrà che raccontare.
“Fiori rossi al Martinetto” è così una delle tante testimonianze della lotta partigiana. Forse non è la più celebrata, accurata, elevata. Io però l’ho trovata illuminante. Leggerla mi ha aiutato a vedere, e non solo a sapere. Vedere uomini concreti, come potremmo (dovremmo?) essere noi, in una situazione al limite, che costringe ad una scelta drammatica, vanno fino in fondo, mettono da parte tutto, ma proprio tutto, gli affetti più cari, la loro stessa vita, e agiscono avendo come unica guida il bene degli altri.
Se oggi io scrivo questo articolo, e voi lo leggete, e tra poco usciremo di casa, in questo girono di festa, passeggeremo, parleremo, rideremo, immersi in una libertà che spesso trascuriamo, è semplicemente grazie a questi uomini che hanno scelto.
Oggi festeggiamo loro.

Cara Gisella,
quando leggerai queste righe il tuo papà non sarà più.
Il tuo papà che ti ha tanto amata malgrado i suoi bruschi modi e la sua grossa voce grossa voce che in verità non ti hai mai spaventata.
Il tuo papà è stato condannato a morte per le sue idee di Giustizia e di Eguaglianza.
Oggi sei troppo piccola per comprendere perfettamente queste cose, ma quando sarai più grande sarai orgogliosa di tuo padre e lo amerai ancora di più, se lo puoi, perché so già che lo ami tanto. Non piangere, cara Gisellina, asciuga i tuoi occhi, tesoro mio, consola tua mamma da vera donnina che sei. Per me la vita è finita, per te incomincia, la vita vale di essere vissuta quando si ha un ideale quando si vive onestamente, quando si ha l’ambizione di essere non solo utili a sé stessi ma a tutta l’Umanità.
Tuo papà ti ha sempre insegnato a fare bene e fino ad ora sei stata una brava bambina, devi essere maggiormente brava oggi per aiutare tua mamma ad essere coraggiosa, dovrai essere brava domani per seguire le ultime raccomandazioni di papà. Studia di buona lena come hai fatto finora per crearti un avvenire.
Un giorno sarai sposa e mamma, allora ricordati delle raccomandazioni di tuo papà e soprattutto dell’esempio di tua mamma. Studia non solo, per il tuo avvenire ma per essere anche più utile nella società, se un giorno i mezzi non permetteranno di continuare gli studi e dovrai cercarti un lavoro, ricordati che si può studiare ancora ed arrivare ai sommi gradi della cultura pur lavorando.
Mentre ti scrivo ti vedo solo nell’aspetto migliore, non vedo i tuoi difetti ma solo le tue qualità perché ti amo tanto: ma non ingannarti perché anche tu hai i tuoi difetti come tutte le bambine (ed anche i grandi), ma saprai fare in modo di divenire sempre migliore, ed è questo il modo migliore di onorare la memoria del tuo papà.
Tu sei giovane, devi vivere e crescere e se è bene che pensi sovente al tuo papà, devi pensarci senza lasciarti sopraffare dal dolore, sei piccola, devi svagarti e divertirti come lo vuole la tua età e non solo piangere.
Devi far coraggio alla mamma, curarla e scuoterla se è demoralizzata. Sii brava, sempre, ama sempre la mamma che lo merita tanto. Il tuo papà ti ha amata immensamente ti abbraccia ed il suo pensiero sarà sono alla fine per te e mamma

il tuo papà