Il territorio

La luce sopra le nuvole era pura, dorata, calma. Stavano volando da due ore ormai e lui non le aveva rivolto neanche uno sguardo. Come poteva essere così insensibile, così freddo? Possibile che non avesse capito nulla, proprio nulla? No, aveva capito. E’ che di lei non gliene fregava niente.
Lo guardava. Teneva un braccio sollevato, aggrappato al maniglione di sicurezza. Il profilo del viso regolare, le ciglia che sbattevano piano. Orientato un po’ verso il finestrino, ogni tanto si voltava verso la compagnia che rideva forte, sembrava immerso in pensieri pesanti, più pesanti della pressione che c’era là sotto, e che copriva il territorio. Erano in aria, ma lui era rimasto a terra. Stava pensando a una donna?
Fanny era delusa. Aveva sperato tanto in quella gita. Credeva che sarebbe stata l’occasione perfetta per dichiararsi ufficialmente. C’erano state sere prima in cui lui pareva avvicinarsi. Niente di esplicito, ma comunque loro due, soli, ogni tanto a parlare. Soprattutto della gita.
“Non pensi mai a cos’era prima, il territorio?” le chiese una volta. “Come fosse diverso rispetto ad adesso?”. Fanny non sapeva che rispondere. Non ci aveva mai pensato. Aveva studiato, come tutti. Ma non le importava granché. D’altronde cosa sarebbe servito, ripensare al passato, rimpiangere il passato? Il mondo era così, ormai. Il territorio era così, ormai. E non c’era niente da fare. Se non difendere il loro spazio, sempre più piccolo, e viverci meglio che si poteva. Il mare, il loro mare ritiratosi nei secoli, li proteggeva.   A lui invece, la questione interessava molto. Era convinto che prima, tanto prima, il territorio dovesse essere molto diverso da quanto raccontavano i professori a scuola. Non una vasta distesa di terra ricca e piena di meraviglie. Uomini raffinati che si sentivano al massimo grado dell’evoluzione. E, per presunzione, avevano esagerato. Un errore scientifico dopo l’altro. Qualcosa che sfugge al controllo.
Uomini, lo abitavano, sicuramente. Ma, senza sapersi spiegare come e perché avesse quella convinzione, era certo che fossero uomini pieni di sofferenza. Più dolenti, tormentati, più poveri. E innocenti.
Non credeva, – a Fanny la cosa sembrava inconcepibile – che si erano “meritati” ciò che gli era capitato. Quando lei gli chiese come fosse stato possibile allora, lui non aveva saputo rispondere.
L’altoparlante zittì le risate del gruppo. L’hostess si sedette. Il comandante annunciò la discesa. Sarebbero planati, lentamente, verso il terreno, posizionandosi ad un’altezza tale da poter vedere lo spettacolo. La compagnia si irrigidì. Era un momento carico di tensione. Li avrebbero visti. Da vicino. Davvero. Non sarebbero stati soltanto un frame in uno schermo. Le tante, tantissime riprese della guardia di confine mostravano sempre corpi che galleggiavano, annaspavano, si immergevano in quel mare scuro ritiratosi per buona parte. Il surriscaldamento. A volte quei corpi riaffioravano, ma spesso no, si perdevano tra i flutti oleosi, tra le onde quasi solide. Sempre ripresi da distanza di sicurezza, sembravano masse opache e indistinte, rese goffe dal tentativo, sterile, di nuotare. No, stavolta, li avrebbero osservati bene, a terra.    L’hostess illustrò le procedure di sicurezza da osservare: nella cupola inferiore bisognava rimanere legati, anche quando il vetro li avrebbe ricoperti. Poi, al momento di apertura massima, nessuno avrebbe dovuto fare alcun movimento inconsulto né tendere le braccia, non sporgersi, mai, e non gridare. Nessuno avrebbe dovuto gettare cibo autonomamente, ci avrebbe pensato il dispenser automatico. Se qualcuno non se la sentiva di scendere, lo avrebbe dovuto dire ora. Nessuno parlò.
Fanny aspettò che lui si alzasse. La sua pelle, più scura di quella degli altri amici, era distesa. Sembrava più magro e non aveva la stessa euforia di tutti. Gli occhi le parvero annacquati. Quando si mise in fila, davanti alle scale, prese coraggio. Toccò la sua spalla, lo fece voltare. “Posso stare vicino a te, ho paura”. Lui le prese la mano, senza sorriderle. Scesero le scale. L’hostess li aiutò a sistemarsi nelle posizioni. Li legò, in piedi, e poi si accomodò a sua volta.    Erano ancora abbastanza alti, si distinguevano appena, nella pianura senz’acqua, di un giallo opprimente, poche montagnole mangiate dal vento, scarne.
L’aeromobile allargò le ali, e fece uscire i razzi verticali. Sopra le loro teste videro i cannoni spuntare.  Il mezzo fece un rumore come di vetro che si incrina, poi quasi si arrestò. Era iniziata la vera discesa. Nessuno diceva nulla, tutti aprivano gli occhi, paralizzati dall’emozione e dalla paura. Meno cinquecento metri. Il giallo della terra era ora screziato da piccoli puntini che si muovevano, staccandosi da una massa scura che ondeggiava. Meno trecento, il sibilo dei motori sembrava salire, salire. Fanny cercò la sua mano, la trovò fredda e dalla stretta lenta. Non la guardò. Non sembrava eccitato o spaventato, solo triste. Meno cento, i puntini parvero muoversi in maniera diversa ora, accortisi del mezzo che li sorvolava. Prima si fermarono, poi si diressero verso di loro, la testa alzata. La massa enorme, una pozza che sfrigolava, iniziò a scomporsi. Meno cinquanta, la cupola di vetro si aprì. Restò l’intelaiatura di metallo a maglie larghe, e l’aria li investì come una folata di gas. Era leggera, senza odore, molto diversa a quella a cui erano abituati. Fanny poteva sentire il corpo tremante di lui accanto, con la gamba si avvicinò alla sua, e in quel momento, contemporaneamente, i loro schienali a cui erano fissati si inclinarono di parecchi gradi, sporgendoli verso l’esterno. Qualcuno soffocò un urlo. Ormai potevano osservare perfettamente i corpi di quegli esseri agitarsi, venire loro incontro, con un incedere sghembo, lento, disordinato. La massa, sfoltita dalle sue particelle, si rivelò per quello che era: un branco numeroso.
L’aeromobile orientò i motori, e lentamente si posizionò a pochi metri dal suolo. Gli esseri fecero cerchio verso la parte bassa del mezzo, dove sporgeva la cupola con loro legati. “Ne vale la pena, Dio se ne vale la pena” gridò un loro amico, gli occhi gonfi, il volto distorto dalla meraviglia, i capelli scompigliati dall’aria. “Hai ancora paura?” le chiese piano. Lei si stupì, di quell’attenzione. Appoggiò la sua testa sulla sua spalla. “Con te no” gli disse, e sapeva di essere sincera.
Li videro in volto. La carne, scavata e macilenta, era di un grigio scuro innaturale. Il bianco gelatinoso degli occhi spiccava, seppur opaco, senza vita. Erano nudi, magri, storti. L’odore di putrefazione salì verso la cupola, opprimente, insieme al verso gutturale che essi facevano.    Non erano vivi, non erano più neanche uomini, dicevano i libri. Erano una deformazione aberrante della loro umanità. Erano pericolosi. Non morti, non morivano. Però mangiavano. Erano tantissimi, sarebbe stato impossibile sterminarli tutti. C’era il mare a tenerli lontani. Il loro mare. E, per ogni evenienza, una guardia che vigilava continuamente. Nessuno era mai riuscito a raggiungerli. Ma non bisognava mai abbassare l’attenzione.
“Adesso daremo loro da mangiare” disse l’hostess “nessuno si sporga, mi raccomando”.
Ai lati della cupola portelloni si aprirono, facendo colare grossi pezzi di carne sintetica. Quella pioggia li fece impazzire. Accelerarono i movimenti, che si fecero frenetici, premevano gli uni sugli altri, si spingevano, si ammassavano, si calpestavano, pur di raggiungere i pezzi di cibo. Tendevano le mani. Aumentò il volume del loro verso. Era uno spettacolo tremendo: coloro che erano riusciti a raggiugere qualche pezzo di carne, lo divoravano aprendo a dismisura la bocca. La confusione, massima, creò scompiglio: si attaccarono tra di loro, strappandosi con le mani ossute, con i denti, il mangiare. Ferendosi, usciva loro sangue bluastro. Nessun animale mangia così, pensò Fanny. Poi si voltò verso di lui. Piangeva.
“Tutto bene?” gli chiese Fanny, premurosa.
“Mi sembra di essere a casa” rispose.
Fanny non capì.

Corso di Scrittura Creativa

scuolacomics
A breve partirà il primo corso di Scrittura Creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Torino.
Il è aperto a tutti coloro che vogliono ampliare e migliorare i propri strumenti narrativi.

È un corso teorico e pratico che parte dalle tecniche della narrazione, dall’esame dei diversi stili e generi, fino ad arrivare agli esercizi di scrittura che verranno discussi in classe, come nelle moderne scuole di scrittura americane. L’obiettivo è quello di formare nuovi autori, fornendo loro tutti i mezzi necessari per trovare la propria voce e scrivere racconti e romanzi che possano suscitare l’interesse dei lettori e possibilmente anche degli editori.

Verranno spiegate alcune regole per sottoporre il proprio manoscritto alle case editrici in maniera efficace.

Durante il corso si terranno inoltre incontri con professionisti legati all’ambiente editoriale e di comprovata esperienza. Al termine del corso i partecipanti avranno la possibilità di una valutazione professionale gratuita di un loro lavoro (romanzo o raccolta di racconti) da parte di Las Vegas edizioni.

Docenti: Andrea Malabaila, Toraldo Manfredi, Vito Ferro.

Info su: http://www.scuolacomics.com/corsi/scrittura-creativa/torino

Passo dopo passo

Passo dopo passo mi avvicino
al bordo del tuo labbro
rRosa confetto
Sento nel petto uno sconquasso
e luci striate indicano il cammino
mentre sussurro parole antiche
come il vino

Al centro della stanza pende immobile
il silenzio
Di millennio in millennio resta acceso
il fuoco, spaventoso il buio
ed io sono tutti gli uomini che hanno
vissuto il mondo accanto agli angeli,
e tu ogni donna che ha sperimentato
pazienza e dolore profondo

Sarà un’isola, una metropoli, una capanna
Sarà mattina di tormenta, suono di conchiglia,
una nuvola che si affanna
tra flutti e nebbia
Sarà una dimenticanza, il vuoto delle cinque
una semplice movenza;
E ci guarderanno le spalle le stelle
in un inverno precoce

Ma lo so, so bene, che non ti piace
la poesia
e queste scene, per te, sono
festoni di carta e nient’altro
ricordi così distanti dal presente
Eppure, lasciami pensare
che tu sia il mio solo bene
e oltre te c’è solo tempo che frana
nell’inutile

Per un istante, prendi a manciate
dalle mie parole
e fai finta che possano bastare
a parlarti di me quando non
rammenti il senso che ci unisce
al di là di ogni abitudine
nella vastità di questa veglia insieme
E leggerle ancora ti stupisce

Il ragno e il fuoco

“Un libro non è soltanto, o non è sempre, un tempio delle idee o un’officina di musica e luce, è anche un luogo oscuro di sfoghi e di rimozioni, dove si combatte un duello senza pietà, con la sola scelta di guarire o morire”.

Gesualdo Bufalino

Il romanzo Il ragno e il fuoco, opera seconda della giovane scrittrice Chiara Nirta, edito da Città del Sole, è stata una piacevole scoperta.
E’ un libro a più livelli di lettura ed interpretazione: è una storia di amore tormentato, è un romanzo di formazione e un grande affresco del Sud, inteso sia come luogo geografico che come paesaggio dell’anima, è un piccolo, essenziale saggio di filosofia antica.

E’ un libro “greco”: così come per la filosofia antica anche nell’opera di Chiara Nirta il dualismo, gioco di forze contrapposte e destini che segnano, è il grande motore immobile, forza primaria che permea di sé tutte le pagine e dà  vita alla vicenda.
Sud e nord, innanzitutto, ma anche e soprattutto amore e odio, dolcezza e violenza, carne e spirito, volontà e sottomissione, sentimento e aridità. Sono tutte coppie di tematiche in conflitto la cui contraddizione di fondo è la descrizione più veritiera del Sud dell’Italia, terra di estremi, di bellezza indescrivibile e al tempo stesso di massima deturpazione.
Ma, a differenza della filosofia delle origini, in cui il bene supremo era rappresentato dalla razionalità pura, da quel Logos (che significa anche “discorso”), che deve domare il pathos, la passione forte in grado di disintegrare l’uomo, accecandolo, trascinandolo alla perdizione, nel romanzo logos e pathos sono alleati, sono parti indistricabili della stessa totalità. Nell’eterna lotta contro l’ignoranza, velo di Maya che abbruttisce e porta alla violenza, ragione e passione devono restare uniti, stretti, saldi.

Cinzia e il Moro, i protagonisti del libro (insieme alla loro terra d’origine anch’esso personaggio a tutto tondo), compiono un percorso di sofferenza e di libertà che passa dalla piena accettazione delle passioni unita alla volontà di sapere, conoscere, imparare. Cultura e tradizione, sembra questo dirci l’autrice, non possono essere scisse: il rischio è la mutilazione della propria anima.
Non è un caso che Cinzia, donna di grande saggezza e carnalità, ribelle che cova nello spirito, nonostante gli anni scivolati addosso, ancora il sacro fuoco del sentimento, di mestiere faccia la professoressa: la maieutica socratica, declinata in tanti dialoghi con la sua giovane ed ingenua allieva, è lo strumento col quale comunicare l’amore della vita e l’accettazione di essa, in ogni sua sfumatura.

Il Sud è correlativo oggettivo di questo conflitto: magnificamente descritto nelle sue qualità precipue, nella bellezza dei posti, dei momenti, del cielo del mare dei campi, dentro i quali perfino il silenzio assume caratteristiche metafisiche, e tutto rimanda ad un passato ancestrale nel quale la terra stessa era come un immenso altare sacro, sono i silenzi in cui si vede / in ogni ombra umana che si allontana / qualche disturbata Divinità*; ma il bisogno assoluto di verità non fa tralasciare di raccontare le brutture che deturpano il meridione, la violenza di una mafia che non sa riconoscere la bellezza o forse, proprio riconoscendola non riesce ad accettarla, e perciò tenta di frantumarla, l’ignoranza di esseri senza ragione e senza passione.  L’equilibrio, faticoso, nella descrizione di un mondo che potrebbe salvarci e che è perennemente sul rischio di sprofondare, è segno evidente di un amore dell’autrice nei confronti della sua terra che sa di non poter prescindere dall’oggettività.

Ma se razionalità e passioni procedono unite, anche sul piano del linguaggio c’è una commistione originale, ardita, estrema: mythos e logos (inteso come discorso, narrazione) non sono disgiunti, tantomeno contrapposti: la scrittura di Chiara è racconto e ragione che si svela narrando. Accanto alle suggestioni poetiche più potenti, più vitali (vitalistiche), alle immagini struggenti che impastano ricordi, sogni, avvenimenti, procedono le riflessione più distaccate, il punto di vista che si sforza di farsi esterno (cosa sono gli emigranti, se non elementi di un insieme che decidono di “staccarsi” per osservare meglio le loro origini?) ed arrivare così ad un punto di fermezza raggiunta, ad un più grande e solido accoglimento.   Scrittura come appropriazione e ricordo, quindi, ancora di salvezza, approdo sicuro: proprio l’opposto di ciò che sosteneva il re Thamus nel mito di Theuth di Platone.   Il risultato è suggestivo: a tratti la sintassi si ingrossa, si addensa, nel tentativo di restituire la pienezza di una vicenda, di vite intrecciate, di un mondo complesso, e tesse una tela intricata di meraviglie e stupori, per poi diluirsi allontanandosi dal fuoco vivo, dalle braci incandescenti di così potente suggestione.
Pirandello e Bufalino scorrono, diluiti, tra le righe e i sostantivi archetipici, tra le sfumature infinite degli aggettivi. La scrittura, così concepita, in tal modo venerata, è la lampara che guida nella notte, è la fiammella che indica la direzione sul mare oscuro, la traccia di una presenza che è segnale e simbolo di speranza, ricerca, riscatto.

Della storia d’amore dei protagonisti, Cinzia e il Moro, non dirò nulla, per non rovinare il gusto della scoperta al lettore. Anticipo solo che i personaggi, una volta conosciuti, difficilmente se ne andranno dalla mente e dal cuore: questo perché la scrittrice ha amato e rispettato i suoi protagonisti, cosa rara nella narrativa contemporanea, nella quale si gioca al massacro coi propri personaggi per arrivare a svolgere tesi e sostenere argomentazioni critiche. Nel libro uomo e donna sono amanti ma anche fratello e sorella primigeni, esseri complementari e anime che si ritrovano dopo l’oblio (ancora il mito che torna…).
Hanno la pienezza di persone vicine a noi, sfumature che li rendono veri e corposi, tratti distintivi che ce li avvicinano e nei quali è immediato rispecchiarci. La capacità della scrittrice è anche in questo: ha sedimentato in Cinzia e il Moro, ma anche nei personaggi minori, caratteri universali, archetipici, ha raccolto in essi millenni di Storia e di storie, ma al tempo stesso quelli che ci restituisce sono individui che potremmo essere noi, i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri figli: sempre che si voglia fare come loro e seguire la propria volontà, al di là del destino che hanno scelto per noi.        Bufalino diceva con ironia e profondità che “conviene, a chi nasce, molta oculatezza nella scelta del luogo, dell’anno, dei genitori”. E dice una verità giusta. Ma dimentica che senza l’imposizione iniziale della Sorte, in special modo quando questa è sfavorevole, non vi sarebbe lotta, e quindi storia.

Torino 2 settembre 2015

* Eugenio Montale, I Limoni

http://www.cdse.it/index.php?id=910

 

La città d’agosto

La città d’agosto si allarga
tra le ombre dei palazzi
Tra una strada e il corso
riverberano lisci spazi
Libera dai posteggi, sgombri
i marciapiedi, svela lenta
i suoi miraggi, a cui di solito non credi
Serrande serrate, cartelli fluorescenti
Nelle lente passeggiate i volti ricorrenti
di chi, come te, resta a vigilare i vuoti
La città d’agosto si respira meglio
di mattino specialmente, quando appena sveglio
ti domandi dove si nasconda
il prossimo stupore, in quale anfratto, dietro che fronda
di giardino, il luccichio dell’acqua di torello,
il suo rivolo distratto di ruscello
Non è il mare con la sua perpetua onda
la città d’agosto
ma quando si quieta il traffico della tangenziale,
il cielo buio senza luci arancio, smuove ricordi ad effetto
É diviene l’unico posto che culli
la tua solitudine invernale,
il tuo rimpianto perfetto

Assedio

In questa notte
l’odore di buio non smorza l’eco
di parole taglienti
I tasti sono mille insetti
e un assedio il ricordo
di domani
Ci vorrebbe un mare là fuori
per ingannare l’insonnia
col rintocco delle onde
o un jazz di luci gialle,
solenne e furente
ti immagino spegnere una stella
dopo l’altra, ed ogni stella è la mia voce
che ti chiama
la mia mano che ti perde
Nel pensiero sei foglia di quercia
e quella ruga intorno agli occhi
Ora dormi, mentre io veglio il nostro amore
che va avanti e indietro
sul filo sospeso
tra il grattacielo e le collinette
Incontriamoci di nuovo, sul ciglio
del cuscino, tra mezzogiorno e adesso
quando la luce rende tutto più vicino
Le ombre che mi suggeriscono dove cadere
saranno solo foto appese domattina
ma al mio petto pesante manca tanto
la tua stretta sul letto,
quello che è detto è detto ed è così mesto
Imparo ogni giorno il bisogno
che ho di te,
soprattutto quando,
di questo nostro silenzio,
si incrina il fragile cristallo 

L’ultimo blue jeans

L’ultimo jeans color jeans conosciuto pare essersi estinto in Lituania nel 2001. Apparteneva a tale Franco Vytautas, nullafacente di Kaunas, che lo aveva acquistato, usato, in un mercatino delle pulci domenicale per un centinaio di Litas (la moneta ufficiale della Lituania prima dell’adozione dell’Euro) che aveva rubato dal salvadanaio a forma di Putin del fratello Enrico (ma questa è un’altra storia). Era un jeans Levi’s 501, colore blu jeans appunto, il blu standard che tutti noi conoscevamo, con un lavaggio tipico che lo rendeva leggermente slavato e sdrucito. Rappresentava l’archetipo dei jeans, e le case produttrici, da tempo immemore, lo realizzavano in quel modo in grandi quantità. Poi, evidentemente, successe qualcosa di inspiegabile intorno alla fine degli anni ’90. Comparvero jeans di ogni foggia, dimensione, taglio e soprattutto colore. Rosa, verdi, viola, gialli, azzurri, a zampa, a sigaretta, storti, con la vita bassissima, con il culo largo, ma soprattutto quelli di un blu che non era più il blu archetipico dei blue jeans. Era un blu finto, grossolano e, seppur declinato in tante gradazioni diverse, non si avvicinava minimamente al blu storico. Stesso discorso per le diverse sfumature di scolorimento: troppo accentuate sulle cosce, sul culo, al fondo, troppo bianche; per non parlare degli strappi: artificiosi, fin troppo regolari, affettati insomma. C’è chi dice che fu tutta colpa dei cinesi, con la loro mania di copiare, male, le robe nostre. Chi, invece, parla di una ciclico estinzione naturale; molto seguito ebbero, dal 2002 al 2005, le teoria complottiste che ritenevano responsabili della tragica scomparsa: 1) gli alieni (che avrebbero fatto incetta del prezioso tessuto di cui si cibano) 2) le scie chimiche (che avrebbero letteralmente disciolto i jeans tradizionali nell’aere) 3) gli Arabi (per una fin troppo evidente posizione anticapitalistica e antiamericana) 4) le multinazionali di ogni settore (che si sarebbero alleate segretamente per l’impresa della quale, però, non si conosce il senso) 5) la politica (come sopra). Quello che si sa per certo è che l’ultimo jeans blu jeans, fece una fine orribile: venne buttato da Franco Vytautas in un campo di patate ai margini della città, in quanto il ragazzo aveva acquistato (rubando i soldi questa volta direttamente dal portafoglio del cugino Orlando) un jeans di marca Zara e sostituito con questo l’ultimo vero blue jeans. Il jeans rimase esposto alle intemperie per ben sette mesi, sotto la pioggia, la neve, il vento, la grandine, il sole, la nebbia, la brina (in Lituania, si sa, c’è un tempo molto variabile che tecnicamente si definisce “di merda”), fino a quando Mario Petrauskas, un contadino non in regola e proprietario di un orto abusivo, lo trovò tutto sommato ancora in condizioni decenti (ah, i vecchi modelli!) e decise di farne accessorio per lo spaventapasseri che aveva appena assunto in nero (i Lituani preferiscono assumere individui per questa mansione, piuttosto che realizzare un fantoccio inanimato: in questo caso, Mario scelse un Lettone, Arturo Ozolinş Turoldo, decisamente più economico dei suoi concittadini lituani, a cui corrispondeva un salario mensile di 23€ e dodici patate). Il jeans, quindi, venne indossato ancora per due settimane scarse, fino a quando lo spaventapasseri lettone si licenziò senza preavviso e scappò in Costa Rica dove adesso gestisce una piccola centrale nucleare. Per tagliare del tutto i ponti con il suo umilissimo passato, cambiò il suo nome in Jack Ozolinş Turoldo e, ovviamente, si liberò del jeans. Pare, ma le testimonianze sono discordanti e sommarie, che seppellì il pantalone in un terreno poco distante dalla ferrovia di Kaunas. Successive indagini non hanno portato però al ritrovamento del prezioso indumento: il Lettone, raggiunto da alcuni studiosi in Costa Rica e interrogato, non seppe (o non volle) rivelare il luogo preciso del seppellimento. Storici della moda, esperti di abbigliamento e semplici appassionati non esitano a manifestare tutta la loro preoccupazione per un pezzo della nostra storia che si è smarrito per sempre e che minaccia, con la sua scomparsa, di cancellare perfino la memoria storica di ciò che abbiamo indossato per decenni. All’ultimo convegno organizzato dalla “Associazione mondiale protezione jeans storici” a Biella, dal titolo “C’era una volta il vero jeans”, personalità di fama internazionale hanno messo in guardia giovani e non sul rischio sociale che la perdita di una memoria così importante potrà ripercuotersi sullo sviluppo della nostra società. “Vedere giovanotti che si mettono pantaloni fosforescenti al posto dei vecchi amati blue jeans blu, fa male al cuore” ha dichiarato Han Peter Casazza, sociologo dei tessuti di Francoforte. “La cosa che spaventa di più” ha aggiunto Lucia Hermanns, casalinga professionista, “è il negazionismo: sul pullman sento sempre persone, anche anziane, dire che i blue jeans colore blu classico non sono mai esistiti! Questo è davvero inaccettabile: chi si ricorderà di loro, quando noi non ci saremo più?”. Le fa eco, allarmato, Giovannino Magnusson, 54 anni, Presidente dell’GAJIO di Medjugorje (Gruppo Autonomo Jeans Internazionali Ortodossi) quando sostiene che  “le nuove generazioni andranno sicuramente incontro a sciagure indicibili: si inizia dal jeans, chissà dove si va a finire!”. La politica sembra insensibile al problema: a livello internazionale l’Onu pare non prendere neanche in considerazione il dramma, e in Italia solo il Movimento 5 Stelle ha indetto un referendum per la salvaguardia e l’estensione “del jeans tradizionale di cittadinanza” per tutti gli Italiani. Finora sono state però raccolte solo 4 firme.

Non da questa genesi

Non da questa genesi, di lamiera e neon
di vapore e proclami
nascerà l’uomo e il rinnovato creato
non da questa vita, di stupore assente
di fermate d’autobus abbandonate,
di passi affrettati
sarà lampo e disegno, lento riproporsi dei fiori
tra le spaccature del cemento
l’aria immobile, il sole a picco
tra un abbraccio e un giuramento

Non da questa morte, non dallo svanire
si eredita il senso, disteso sul letto d’ospedale
aggredito dai sorrisi implacabili, sospettoso
e incurvato sulla buccia di gioia
rubata agli altri
l’uomo che penso di essere valica
le linee delle mani, attento
a riconoscere lo sguardo, l’intesa
e non pensa ai soldi, non teme i sogni

Non da questo dolore, mantello pesante
ruvido conteggiare gli aggettivi e dosarli
scrutando gli astri, trattenuto al cielo
dalla radice dei capelli
l’uomo che non sono mai diventato
si china verso il bimbo che era
e lascia che questi lo sollevi, con braccia di nebbia
con parole senza superbia
verso il mattino d’estate mai vissuto
(per il quale sente nostalgia antica)
e lo consoli e gli riconosca un legame
– tu sei quello che aspettavo –
gli dirà nel tremore del tramonto
tra palazzi in rovina, tra splendidi disastri
– non te ne sei mai andato –
aggiungerà prima di correre verso
l’angolo del cuore più profondo 

Periferia

Capitani di ventura
in un piccolo fast food
la provinciale semibuia
conta i passi su e giù
Impiccati ai lampioni
i bagliori di città
basta essere migliori
se la vita lo vorrà
Metti via i pochi soldi
che l’inverno durerà
stai pigiato contro i corpi
per scaldarti ancora un po’
Copertoni letti usati
e birre medie a volontà
Settimane tutte uguali
“si, ma la Juve cosa fa?”
Nei silenzi delle sette
non ricordi manco più
tutte le promesse dette
i voli con le fantasie
dentro scatole diverse
che chiamavi opportunità
Sono semplici discorsi
per chi conta tutti i cent
il pacchetto con tre sigarette
fino al mattino durerà?
Ogni mese alle strette
contro i muri della libertà
Ma la vita resta bella
la vita è ancora una meraviglia
tra fabbriche dismesse
e talent show alla tv
ogni tanto c’è l’amore
fino a che la crisi
te lo permetterà
Sale il prezzo delle gioie
anche morire costerà
A letto come fare a botte
non ti riconosci tu
(Ovvio c’è sempre chi
sta messo peggio
per cui fatti coraggio
dice lo specchio)
Alla fermata la mattina
c’è già aria di primavera
e se sforzi un po’ la mente
sembra proprio il mare
la tangenziale
il rumore delle onde
la risacca, l’odore acre
della plastica che brucia
Si alza in volo un gabbiano
sopra la discarica stracolma
Sarà per un’altra volta

Sottomissione

“Sottomissione” non è, come potrebbe pensare chiunque prima di leggerlo, un libro totalmente virato verso l’islamofobia (che sa tanto di parola d’ordine, etichetta ipocrita per silenziare opinioni critiche). Innanzitutto non vi è nessun accostamento tra il fondamentalismo che guida il terrore e la grande religione monoteista, e in questo Houllebecq si dimostra pensatore abilissimo, disinnescando qualsiasi tipo di obiezione teoretica e pratica, e non concedendo nessun appiglio alla destra xenofoba.
Tutto l’impianto del libro è costruito semmai sull’Islam come realmente è, come viene percepito e vissuto dalla stragrande maggioranza dei fedeli al mondo. Il personaggio di Mohammed Ben Abbes, il brillante politico musulmano che prende il potere nella Francia del 2022, incarna in tutto e per tutto la visione occidentale dell’Islam “moderato”, addirittura ne è la sublimazione in alto. Prova ne è che si siano alzate pochissime voci dal mondo islamico contro il libro.
Certo, la visione dell’Islam, del vero Islam, quello appunto pacifico, moderato, maggioritario (?), quello in grado di innestarsi in una società europea sfinita e rivitalizzarla, trasmutandone i valori, rimane comunque per lo scrittore (e di conseguenza per il lettore) un qualcosa di inquietante, di sinistro. Anche se nel libro non vi è violenza palese nella presa del potere da parte dell’Islam, ma tutto avviene all’interno degli schemi democratici repubblicani, un malessere diffuso si avverte tra le pagine, seguendo le tappe della “sottomissione” personale del protagonista, un professore universitario esperto di Huysmans, un senso di profonda impotenza, di torpore letale. Prima che per le conseguenze drastiche di un così rivoluzionario cambio di regime politico, culturale, religioso, sociale, sono le premesse a urtare profondamente la nostra coscienza.
La sottomissione del titolo avviene perché non può essere altrimenti: un’Europa morta, svuotata di senso, incapace di formare e tenere unite le sue particelle elementari, gli individui vittime delle loro solitudine, ridotti ad un piano di materialismo consumista e formalismo politico, quest’Europa, appunto, non può che capitolare, poiché non ha nulla da offrire, da contrapporre ad un nuovo ordine di valori (per dirla alla Nietzsche). Nietzsche, tra l’altro, deriso più che Maometto: il problema, secondo lo scrittore, sta proprio in ciò che Nietzsche ha auspicato e operato affinché si attivasse, ovvero la perdita di trascendenza, la morte di Dio.
Senza una trascendenza, l’umanità non ha senso, non ha uno scopo, non ha un indirizzo. Vive trasognata e infelice, persa tra fugaci contatti senza amore, non è in grado di riprodursi, non ha forza sufficiente per voler replicarsi, trasmettere idee ed esperienze, principi e ideali; l’umanesimo, che sia capitalistico o comunista, provoca nausea e viene dichiarato impotente a sostituire la forza di trascendenza della religione. E’ bene ricordare inoltre che, nelle intenzioni primarie di Houllebecq, il protagonista del libro, intellettuale ateo, essere umano alla deriva, in bilico tra piaceri carnali (sesso cibo consumi) e ipotesi di suicidio, preda di piccoli e insistenti malesseri fisici e di una profonda, sconsolata, tragica accettazione dell’impossibilità del bene (l’amore, ovviamente, ma anche il continuo godimento impeditogli dal disfacimento del corpo, unico mezzo e referente del godimento stesso), avrebbe dovuto convertirsi al cristianesimo. Non è un dettaglio di poco conto. Se, alla fine, si è deciso di puntare sull’Islam, a mio avviso sensatamente, è proprio perché, all’interno di questa universale perdita di senso e di valori, è coinvolto anche e soprattutto il Cristianesimo. Tecnicamente, e filosoficamente, non avrebbe infatti offerto una ragione sufficiente alle dinamiche di sottomissione, essendo una religione più che secolarizzata, diluito e di molto, rispetto all’Islam, il senso di una trascendenza e non più richiesta (o sentita come urgente) l’applicazione ferrea della religione nella vita quotidiana.
Il cuore pulsante del libro, e di tutta la poetica (direi del “sistema”) di Houllebecq sta qui.
Lo smascheramento dell’impostura, della inconsistenza, del lento sgretolamento di valori fondanti di quella che viene genericamente chiamata società occidentale, la continua, spietata e (attenzione perché è molto importante) ironica denuncia di anomia e nichilismo nel quale siamo immersi, inscindibili dallo stile letterario inconfondibile dell’autore, sono i veri grande pregi che  bisogna riconoscere ad Houllebecq, la cifra stilistica e il nucleo del sistema letterario messo in piedi e rintracciabili in tutte le sue opere.
Ma, nonostante quella che può apparire a tutti gli effetti una condanna senza appello, una sentenza di morte improcrastinabile, aleggia tra le righe di “Sottomissione”, più che altrove nei libri dello scrittore, un’ironia efficace, velata di amarezza a tratti, esilarante e pura in altri, ironia che è anche e soprattutto rifiuto di accettare totalmente ciò a cui si abdica, lucidità nel riconoscere i propri devastanti limiti e, riconoscendoli, guardandoli bene in faccia, un affezionarsi ad essi: noi siamo questo limite, quindi siamo pur qualcosa. Sottile, sotto traccia, ma c’è.
Vero è che il protagonista viene alla fine spinto oltre il limite, e si sottomette, non per mere ragioni di opportunismo, ma per ritrovare finalmente un senso che riempia la sua esistenza e non gli lasci rimpianti. Un senso di trascendenza che non può che passare per un’abdicazione.
La più grande dimostrazione della non esistenza di Dio, e di riflesso del vero significato consolatorio e di potere di ogni religione, è la conversione di un ateo.
In questo Houllebecq pare prendere radicalmente le distanze da pensatori come Sartre e Camus (anch’essi derisi, per “l’impegno”), che invece dopo aver constatato l’inutilità di un’esistenza vuota di significati fondanti assoluti, sciolto l’orizzonte divino, ripartivano costruendo su questa terribile libertà alla quale siamo destinati, un nuovo stare nel mondo. Ed è proprio la volontà di fornire questa soluzione che Houllebecq contesta: se si vuole stare al mondo, senza l’assoluto, la nausea e la rivolta dovranno pur finire, prima o poi. Sarà il momento in cui ripartirà l’inganno. O il vuoto. Non vi è posizione più radicalmente sincera. E’ il nichilismo ad oltranza.
Houllebecq non si ferma infatti. Operando questa scelta di conversione, non fa che portare il pensiero alle sue estreme conseguenze, compie una mossa decisamente più efficace e terribile: mostra come per sfuggire dall’assurdo non si possa che accettare la sottomissione ad una potenza numinosa, ad un arretramento che è in primis teoretico, e poi etico, politico, culturale, sociale. Ci si arrende al sacro (che, come sostiene Girard, non può essere scisso, nella sua essenza, dalla violenza) per sfuggire l’assurdo.
Così facendo, l’uomo perde, ma Dio non vince. Anzi, viene resuscitato il Dio che noi avevamo ucciso, ed è un Dio che non dimentica l’affronto.

Una delle critiche più efficaci al libro non è quella relativa alla costruzione più o meno plausibile di un futuro distopico, quella per intenderci relativa alla fantapolitica. Bensì quella che accusa Houllebecq di non aver descritto e fatto agire adeguatamente le donne all’interno del romanzo, soprattutto non tenendo conto della realtà storica del tempo preso in esame.
Appare, a chi sostiene questa posizione, troppo improbabile una accettazione così supina da parte del mondo femminile occidentale di una rivoluzione che vada proprio ad intaccare pesantemente e a soggiogare il femminile in quanto tale, riportandolo ad una condizione di inferiorità precedente alle battaglie del femminismo e più in generale, ad una riscossione consapevole da parte delle donne (e di qualche uomo) che ha investito tutti gli ambiti del nostro mondo.
In realtà, è plausibile il contrario: Houllebecq ha semplicemente descritto e fatto agire adeguatamente il maschile occidentale, che ha perso per vari fattori la spinta necessaria e violenta alla sopraffazione, non più in grado di trascinare sotto di sé l’altra metà del genere umano. La poligamia all’interno del libro è probabilmente il primo vero vantaggio della sottomissione. Così come per la divisione tra ricchi privilegiati e stragrande maggioranza povera, accettata e incentivata dal nuovo ordine islamico, la supremazia del maschile sul femminile e il ritorno al patriarcato non è che una delle più vantaggiose ricadute dell’accettazione di un senso fondante, smarritosi nell’Occidente laico nei costumi, politicamente corretto, femminilizzato o meglio demascolinizzato, nel quale, seppur ancora lontani dall’aver raggiunta, ci si sta comunque instradando verso la parità di genere. La sottomissione è, in tal senso, lo strumento perfetto per sottomettere.
Semmai, ciò che è assente nel libro, è l’omosessualità. Se per le donne si prospetta un futuro di identità forte, incastonate nella nuova vecchia concezione di famiglia, identità decisamente subordinata a quella dell’uomo (ma non così illogica: trova sponda nelle tante (troppo) donne che considerano improbabile e neanche auspicabile la parità di genere, e non solo nel mondo musulmano) pare non esserci spazio per l’uomo, omosessuale in primis, che non intenda accettare la carica che l’Islam gli consente (impone) di ricoprire.
Anche in questo si scorge la potenza profetica di Houllebecq e la sua capacità analitica: ci mostra le vere ragioni, profonde e insite nella coscienza, dell’omofobia dilagante, reazione estrema ad una messa in discussione dell’onnipotenza maschile (che si crede) dominante. Il Dio dell’Islam infatti, come ci dice lo scrittore, a differenza del Dio cristiano, non può essere che maschile.

houllebecq

Lari

«Dicit quidem et animas hominum daemones esse et ex hominibus fieri lares, si boni meriti sunt; lemures, si mali, seu larvas; manes autem deos dici, si incertum est bonorum eos seu malorum esse meritorum.»

« [Apuleio] afferma inoltre che anche l’anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati dèi Mani se è incerta la loro qualificazione. »

Agostino di Ippona, La città di Dio IX,11

Un mattino nell’inconscio

Un mattino nell’inconscio
potrebbe essere Parigi l’oriente un agosto italiano
foglie larghe come mani che si scherniscono
e ghiaia sotto i piedi, festoni di nuvole
potrebbe essere cent’anni fa o adesso o anche domani
ma mai per sempre
Fugace, passa l’istante in cui mi sono sentito felice
nella musica delle parole, in un verso spinto da solo
tra i riverberi della veglia, tra la gente mia amica
una pagina si volta da sola
Tutto ruota e tutto si lacera, a tratti rivedo la scena
rimane nell’iride e mi manda un segnale
labile e urgente, uno sbuffo di fiato,
il vibrare di erba nel prato
Nel miraggio di tutto il tempo che credevo perduto
a me stesso, scopro che non ho fatto altro
che rivivere un ricordo mai avuto
In questa memoria ero solo, seduto ad un tavolo
all’aperto
potrei essere stato adolescente o vecchio
o tutte e due le cose
Si ferma il respiro e la gola si stringe
e m’invade lo sguardo la dolcezza del sogno
Ecco cosa ho cercato
per tutto questo tempo
me stesso

Quella musica

Io l’ho visto quando è arrivato. Sono stato il primo io. Di sicuro. Ero sull’albero di gelso, stavo accucciato come sempre. Perché ho la gamba così, non significa mica che non so arrampicarmi. Anzi. Io salgo sugli alberi come uno scoiattolo. Ero sull’albero, e ho visto una sagoma bianca che avanzava, lenta, sollevando polvere dalla stradina che porta fuori paese, dove c’è l’ansa del fiume e le staccionate degli ultimi campi. Ero sull’albero e l’ho visto. Sull’albero ci sto spesso, quasi sempre. Per via degli altri. E’ ovvio. Loro, nessuno di loro sa arrampicarsi come me: dove arrivo io, loro non arrivano. Camminava tenendo la schiena bassa, all’inizio mi parve addirittura gobbo, poi vidi che aveva una borsa gonfia e delle scarpe buffe, ma più di tutto il cappello, floscio e con una piuma. Era strano.
Mentre si avvicinava al mio albero, sentii il suo fischio. Era una melodia che non avevo mai sentito. Ormai vicino a me, non so come, mi venne voglia di gettargli qualcosa addosso e così feci. Staccai una castagna, e la lancia. Lo colpii in testa, su quel cappello brutto. Lui si fermò, alzò lo sguardo e mi vide. Non disse nulla e neanche io. Mi sorrise. Ma non era un sorriso buono quello.
Mi lasciai cadere, come solo io so fare, raggiungendo i rami più bassi; un ultimo salto e corsi via, corsi per modo di dire: per quanto mi permette la mia gamba.
I ratti in paese erano giorni che scorrazzavano e infestavano tutti i luoghi. Le case, i granai, le strade, le soffitte, i pozzi. I fuochi non servivano a niente, i ratti sono furbi, e sono molti. Nel villaggio nessuno sapeva più che fare. Gli uomini, anche mio padre e mio fratello, si dividevano in turni, di giorno e di notte, per cacciare quelle bestie. Ma per quante ne ammazzassero, il doppio spuntava fuori, come dal nulla. E ci mangiavano il nostro cibo, e rovinavano i raccolti e tanta gente era stata morsa e si era ammalata. E qualcuno poi moriva.
Vidi lo strano individuo parlare con il capo villaggio. Nella piazza del mercato, la gente accalcata e curiosa, che lo scrutava. Io me stavo in disparte, appoggiato ad un muro. Non volevo rivedere quel sorriso. L’uomo e il capo villaggio si strinsero la mano. Qualcuno gridò, ma non riuscii a sentire che cosa. Allora l’uomo posò a terra la borsa, l’aprì ed estrasse un oggetto. Ero troppo lontano per vedere cosa fosse, e non volevo avvicinarmi: avevo paura degli altri bambini. Per via della gamba, se la prendono sempre con me. Nella piazza si fece silenzio, ed io sentii il suono. Era una musica dolce ma triste, che pareva un lamento continuo, ma non sgradevole. Non era come sentire piangere un neonato. Sembrava una voce che sta raccontando la sua sfortuna.
Nessuno seppe dire come fosse possibile, ma i ratti cominciarono a uscire, tra le grida delle persone del villaggio. Uscivano dappertutto, e di corsa, spingendosi, scivolando e montando uno sull’altro. Era una corsa pazza verso l’origine di quella musica. L’uomo, nonostante quei topi che si avvicinavano, e il caos delle persone che fuggivano ormai da tutte le parti, non smise di suonare. Lo vidi bene, perché io non scappai.  Non ho paura dei topi, ma solo degli altri bambini. Aveva il flauto in bocca e suonava con quel sorriso che ormai gli conoscevo. I topi erano a migliaia, tutti nella piazza del paese, una massa nera che si infittiva, come una coperta molle e bagnata, stesa al vento. In mezzo quel suonatore, circondato.
Iniziò a camminare lentamente, e i topi gli si aprirono davanti a fargli strada. Sempre suonando, si diresse fuori dal paese, portandosi appresso i ratti. Mi arrampicai sul tetto del granaio di casa mia, e sotto la luna piena vidi quello strano corteo: un uomo, vestito di bianco e con un cappello floscio in testa, che suonava un piffero mentre un fiume lunghissimo, come un fango nero, lo seguiva squittendo. Scomparvero quando la stradina faceva la curva sull’ansa del Weser.
La gente tornò in piazza, incredula e attonita. Non c’erano più ratti. Tutti si abbracciavano, ridevano e alte grida si levarono. Si accesero luci e sembrava giorno. Mai avevo visto il mio paese così felice. Iniziò una festa che durò tutta la notte.
Fattosi mattino, il pifferaio tornò. Alla prima luce del giorno, appariva più pallido ancora, con quei suoi abiti bianchi dai riflessi rossastri e blu. Era magro, e non aveva più in bocca il flauto. Gli uomini del villaggio, ed anche molti bambini, erano ubriachi marci quando lui si avvicinò. Ridevano forte e lo indicavano col dito. Dal tetto del granaio li sentii gridare, farsi rossi in viso e alzarsi minacciosi dalle panche e dalle botti sulle quali stavano seduti. L’uomo non disse nulla, stette immobile, mentre una decina di loro gli si faceva avanti minacciosa, spintonandolo e mostrandogli il pugno. Mi parve solo che rifece quel sorriso. Ad un certo punto, egli si voltò e si incamminò verso il fiume. Lentamente. Scomparve, ed ancora gli uomini ridevano, battendosi le mani sulle spalle e cantando canzoni storpiate.
Scesi dal tetto, e passando dal vicolo dietro l’osteria arrivai a casa. Mi misi a letto tremando, come se avessi la febbre. Mi svegliarono le campane della chiesa. Rintoccavano forte, a festa. Oltre la finestra sentii il vociare confuso della gente e i loro passi veloci sulle pietre. Mi affacciai e vidi tutto il paese che, vestito a festa, si dirigeva verso la chiesa. Erano tutti allegri. Scesi anche io, ma non entrai in chiesa. Davanti al sagrato infatti c’erano tutti i bambini del paese. Stetti vicino al pozzo, pronto a scappare nel caso questi mi avessero visto. Trasalii quando sentii la voce: “vuoi sentire un po’ di musica?” disse il pifferaio alle mie spalle. Aveva quel sorriso, e le sue mani ossute reggevano il piffero. Era di legno di scuro. Io non seppi che dire. Lo guardai fisso, ed un po’ avevo paura. Lui mi sorpassò. Diretto alla chiesa. Pensai che se gli uomini lo avessero visto, di sicuro lo avrebbero picchiato. Ma gli uomini, e le donne, erano tutti in chiesa. Solo i bambini lo videro. Si alzarono dalla scalinata e non so dire se anche a loro lui chiese la stessa cosa che aveva chiesto a me. Forse sì, perché immediatamente attaccò a suonare la canzone che aveva stregato i ratti. Da dove stavo io, la sentivo appena, ma la riconobbi. Gli altri bambini si immobilizzarono, gli occhi sbarrati, le mani sui fianchi. Tutti lo ascoltavano con attenzione. Quando lui iniziò a camminare, loro gli andarono dietro. Mi raggiunsero dopo poco, e nessuno di loro sembrava badare a me. Adesso la musica era forte, si spandeva nell’aria e sembrava ricoprire ogni cosa nel paese e nella mia testa. Sembrava davvero una voce e, anche se non vi erano parole, quella musica parlava. Ed io capivo. Capivo che dovevo seguirla.
Il pifferaio aveva accelerato il passo e i bambini per stargli dietro dovettero correre. Io non riuscivo a mantenere la loro andatura, mi sforzai, strascicai la mia gamba meglio che potevo, perché stavo perdendo quella musica, si stava allontanando da me, mentre tutti gli altri l’avevano addosso, la sentivano bene, ci erano immersi. Sollevavano polvere, le loro piccole gambe agitate, e sempre più distacco si creò tra me e gli altri. Cercavo di tendere le mie orecchie, ma della melodia ormai non afferravo che qualche nota sparsa, qua e là.
Li vidi arrivare alla curva della strada e superarla. Avevo il fiatone, e la gamba mi doleva. Mi chinai per prendere fiato. Quando alzai la testa, c’era solo polvere. Solo silenzio.
Tornai in paese e mi nascosi in cantina, dove mio padre tiene il vino. Da lì, sentii tutto: le prime grida di richiamo, i dialoghi concitati, i passi frenetici, la rabbia, la disperazione, i pianti delle madri, le voci dure e spesse dei padri. Non uscii fino a che non si fu fatta notte. Mi arrampicai attraverso l’edera fino alla mia stanza. Sono bravo ad arrampicarmi, nonostante la gamba.
pifferaio

Queste notti

L’urgenza di queste notti a districarci
tra semafori spenti e chiazze di buio
sui muri, tra passi circolari e i lampi
dei televisori
Hic sunt leones immaginavo
dietro un muro anonimo
tra le auto in sosta, mentre l’ultima
insegna balbetta caffè come mantra
Dalla bocca nostra escono nuvole fredde
e ti sospiro l’ansia di saperti sola
nella tua testa
Sarebbe festa, nel mentre che Uva
odora il silenzio e tracce di un guaito
non un passante, nessun invito
Da un auto che veloce attraversa
le strisce la radio ci sbeffeggia
con una canzone d’estate
Troveremo il nostro angolo di paradiso
in mezzo allo zolfo, sarà altrove e dappertutto
finirà per ricominciare, come un capodanno
al secondo
e noi avremo biglietti scaduti
mappe di paesi ignoti, il mondo negli occhi
ci terremo ancora per mano, saremo felici
e le notti si dormirà senza fretta
o resteremo insonni
a fingere stupore per l’alba
ed emozionarci

Vergogna

La madre lo tirava per la manica del cappottino. Lo stesso che lei gli aveva cucito anni addietro.
Lui si lasciava sballottare dalla frenesia di sua madre che ogni tanto borbottava qualcosa di incomprensibile, con tono dolente. Sentiva di aver fatto qualcosa di tanto sbagliato. Non era stata una semplice sgridata, no. Quelle ogni tanto se le beccava, erano rapidi e istantanei rimbrotti, acuti gridi, seguiti da rari schiaffi nel sedere o rarissimi in faccia. Quella volta niente di tutto questo. Meno che mai schiaffi. Solo uno sguardo intenso scambiato col padre, e la madre che si torce le mani davanti la cucina, il padre che dice: “portiamolo dal dottore, domani subito”.
Perciò, adesso, pur ignaro della sua colpa, lasciava che sua madre lo trascinasse senza un lamento, per rendersi complice, per volontà di espiare.
Non capiva ancora dove avesse sbagliato. Sua madre, a pochi metri dallo studio del dottore, disse più chiaramente: “che vergogna, che vergogna”. E a lui venne una fitta spiacevole allo stomaco.
Il dialogo col dottore fu colmo di sottintesi, di rapidi accenni, i due adulti si intendevano benissimo nonostante quelle parole smozzicate e tronche, mentre lui ci capiva poco. Intese che tutto nasceva per ciò che aveva scritto il pomeriggio prima su quel foglio. L’aveva fatto in maniera innocente, e quasi automatica. Gli capitava spesso di pensare a quelle cose, e ieri aveva provato (ma senza volontà, come guidato da una forza sottile e pacata) a scriverle lentamente sulla carta. La madre l’aveva beccato. Aveva prima squadrato per qualche minuto il suo compitare metodico e sereno, poi di colpo, come scossa, come capendo, gli aveva strappato, letteralmente, il foglio dalle mani e aveva letto. Il bambino, colto alla sprovvista, rimase attonito, con le mani aperte come ad attendere, come ghiacciate.
La madre faceva scorrere gli occhi sul foglio con frenesia che man mano si gonfiava.
E man mano diventava più disperata l’espressione della sua bocca, il contorno sopra le sopracciglia, le guance arrossate di spavento.
Staccò gli occhi dal foglio, si guardò intorno temendo la presenza di spie, fissò lui e gli disse: “cos’hai fatto? cos’hai fatto?” piangente. E lui non capiva, cercava di ricordare che guaio avesse combinato in cortile o in camera coi fratellini. In quell’istante maledetto, non riusciva a collegare la gravità della sua azione alla scrittura sul foglio.
“Ma dottore, dottore, che vergogna, che vergogna… come facciamo… siamo una famiglia perbene, lavoratori… suo padre è distrutto, e pure io… abbiamo altri due figli, dobbiamo difenderli, proteggerli…” e ogni tanto lanciava occhiatacce nere verso il bambino che si stringeva nel suo cappottino di lana grezza. Lui adesso aveva una paura sottile. Quella del collegio. Paventata minaccia, condanna potenziale per ogni sua mancanza.
Il dottore sembrava triste, preoccupato, pensoso.
“Purtroppo non ci sono cure ancora così adatte, signora… vede si sta ancora studiando, cercando…”
“Ma lei ci deve aiutare, si potrà pur fare qualcosa… mio marito è disposto a prendere la sua liquidazione… sono un po’ di soldi…”
“Signora, non è questione di soldi… e che non è ancora possibile curare la patologia, non ci sono scoperte significative… deve accettarlo signora, non c’è soluzione”.
La madre si sgonfiò come un sacco sporco. Il dottore aveva abbassato gli occhi.
Lui sperava che non gli chiedessero nulla. Aveva comunque capito, e deciso tra sé e sé, che quelle cose non le avrebbe più scritte. Magari sarebbe bastato per far contenta la sua famiglia, per togliersi quella vergogna di dosso. Non giurava che non l’avrebbe mai più neanche pensate, quelle gli venivano da sole, ma scritte sì. Mai più. E non appena sarebbero usciti dal medico, lo avrebbe detto a sua mamma, superando la paura, la vergogna. Le avrebbe detto “mamma non le scrivo più le poesie, te lo giuro. Mi vuoi ancora bene?”.

Angelo di fango

A fine ottobre 1994 credetti di essermi innamorato di una ragazza dopo averla vista una sola volta. Avevo 17 anni, ero molto ingenuo ed entusiasta.
La ragazza in questione, credo si chiamasse Claudia ma potrei sbagliarmi, viveva in un paese sulle sponde del Tanaro.
Il Tanaro, ai primi di novembre straripò di brutto. Molti paesi furono gravemente colpiti, tra cui quello della ragazza di cui credevo di essermi innamorato.
Decisi di andare a trovarla.
“Non si può” dicevano tutti “i paesi sono isolati”. Non mi scoraggiai. A 17 anni non ci si scoraggia per queste piccole cose, soprattutto quando credi di essere innamorato.
Scoprii che da Settimo la domenica mattina alle 6 in punto un camion di volontari sarebbe partito alla volta proprio di Canelli, il paese della ragazza di cui credevo di essermi innamorato.
“Mamma, papà vado a fare il volontario nei paesi dell’alluvione” dissi ai miei.
Mio padre mi accompagnò quella domenica mattina dubbioso: sapeva il mio reale intento. Non avevo nessuna intenzione di prendere una pala in mano, figurarsi spalare fango tutta la domenica. Volevo imbucarmi su quel camion, arrivare nel paese, scendere dal camion, dileguarmi, raggiungere la ragazza, stare con lei. Mi sarei ripresentato alla fine della giornata per il passaggio di ritorno.
Gli altri volontari mi guardarono con la stessa perplessità di mio padre: sembravo vestito più per un appuntamento galante che per una dura giornata di lavoro.
Partimmo. Arrivammo alle porte di Canelli. L’esercito davanti ad un ponte crollato.
Non si entra, passa solo l’esercito. Paese isolato, dirigetevi su Rocchetta Tanaro, paese vicino, lì si può andare a spalare. Non ci potevo e volevo credere. Provai a corrompere l’esercito perché mi portasse. Niente da fare. Questa è la pala.
Non avevo cellulare. La linea non ci sarebbe stata. La ragazza di cui credevo di essermi innamorato mi avrebbe aspettato invano.
Spalai tutto il giorno. Tolsi secchiate di fango, non avevo mai visto così tanto fango in vita mia. Il fango portato da un’alluvione non è fango normale: è una specie di cemento con dentro tutto. Rami, oggetti, pietre, copertoni, pezzi di metallo, rifiuti. E’ una sostanza densa, appiccicosa, maleodorante. Non ha manco il colore del fango.
Rocchetta Tanaro era una paese fantasma, triste, freddo, devastato. La gente era silenziosa, non piangeva neanche. Si lavorava. Io odiavo tutti: gli altri volontari in primis, poi l’esercito, gli abitanti del paese, la croce rossa, la pioggia (che continuava, non smise un secondo), il fango, il cielo, dio, la madonna, il piemonte, me stesso.
Un signore ci regalò delle bottiglie di vino per ringraziarci di averlo aiutato a spalare a casa sua. L’aprimmo, bevetti: fango pure dentro la bottiglia.
Non so come e perché, ma la giornata finì. Era buio, freddo, ed io ero sporco, i vestiti danneggiati per sempre, arrabbiato, stanco. Tornai indietro non sul camion, – troppo pieno -, ma grazie al passaggio di un uomo che aveva un Fiorino bianco pieno di vestiti usati: mi sistemai nel retro, in mezzo a quegli abiti.
Allora, ricordo, nessuno mi chiamo pomposamente “angelo del fango”: un po’ per il ben noto basso profilo piemontese e un po’, temo, perché avevano scoperto la mia “meschina” intenzione. Insomma, non avrei mai meritato quel celestiale appellativo, nonostante, alla fine, quel figlio di puttana di fango io l’avevo spalato come gli altri.
Quella ragazza non la rividi più. E comunque non mi amava. Credetti di stare male per questo. Poi mi dissi che, comunque, era un po’ troppo in carne per i miei gusti.

Senza ali

Gli occhi riempiti di luci
andavamo verso la strada di notte
e avevamo mani strette, una bocca
piena di futuri
Coi piedi scalavamo grigi disastri
certi che sarebbe stata
oltre la prossima linea di fuga
la gioia intravista
in un angolo dell’infanzia
Avevamo appena perso le nostre ali
Prendevamo confidenza con il respiro
e i battiti, e questo dolore
che si chiama vivere

Quando hanno formato le coppie
in questo frammento d’universo veloce
forse noi non eravamo promessi
ma le divinità benevolmente assenti
apprezzano chi sa diventare
ciò che non ha mai pensato di essere

Tutto scorre

l’uscio di una porta, il sole che taglia l’ombra colata sul selciato di pietra
una gonna rossa, una donna di spalle, la sua camminata a scansare i passanti
la macchinina di metallo tenuta con la mano che sbatte contro lo zoccolo della parete
il gusto sul palato di una spremuta, un mattino a Bangkok mentre il sudore sulla fronte
durante una festa di paese, coppie di anziani che ballano, la band di liscio, la grigliata
la mattina del 25 dicembre 1987 sul divano davanti ai pacchi regalo, neve
l’aereo in mezzo alla turbolenza le luci spente qualcuno che dorme i sobbalzi
un applauso in qualche sala piena di volti, il microfono che gracchia
un tiro a giro, la bocca aperta le mani alzate
le orecchie dritte del cane
il rumore della moneta rotante sul tavolo di casa
la tosse del padre
un semaforo rosso sotto la pioggia di sera in autunno
un racconto letto e ricordato solo in parte
gli occhi assonnati della madre
l’aula di prima media, il ponte oltre la finestra
alcuni colombi appesi ad un filo lungo la fermata del tram
i sassi del fiume bianchi
un paio di jeans stesi sul letto, ancora l’etichetta
le parole “sapessi”, “il tempo”, “corso”, “davvero” in mezzo ad una conversazione
l’inizio del ritornello della canzone liquefy
i piccoli buchi sul parquet fatti dall’osso lasciato cadere dal divano, dal cane innumerevoli volte
una domenica pomeriggio, la televisione la luce gialla prima della pioggia
male ai denti, rannicchiato sulla poltrona le tre del mattino
lo strappo sulle tende, vicino al foro bruciato di sigaretta
l’odore dell’erba nel quartiere
il panettiere del forno notturno che tira fuori la pizza le brioche
la spuma sulle caviglie i riflessi della luna sulle ultime onde la sabbia fredda
l’ago che estrae il sangue il calendario del mese della prevenzione i batuffoli di cotone
lo zainetto invicta con le scritte
mentre porge la mano ad un professore che non sorride
il vino poi la vodka alla frutta nel garage ragazzi inglesi, una di loro si tocca il naso
una mantide dentro le Converse comprate fallate, pagate 15.000 lire
persone a Gardaland su cabine sospese a sei metri d’altezza
un sogno in cui il diavolo stava in cantina e osservava tutto
la fossetta accanto all’occhio di lei, mentre sta ridendo
una certa carta del mercante in fiera
la lana grezza della divisa sul petto nudo, sulle gambe olio di canfora
l’angolo del quartiere, gli scalini, un bacio tra i grilli, passi lontani
il circuito elettrico costruito in terza media, lo scatto dell’interruttore
un bambino che gira intorno al terrazzo su una piccola bicicletta
il poster del film E.T. fuori dal cinema Capitol, le foglie bagnate, un amica di famiglia
il fossile sul palmo della mano all’uscita di una mostra
sul suo letto seduto coi fratelli a far finta di essere un’altra persona

Le luci abbaglianti, l’urlo che non esce, lo schianto.

Curriculum Vitae

Sono sveglio
Ho voci fuori dalla testa
So la lingua dei miei occhi
e quella di molti amici
Parlo fluentemente
con me stesso
circondato da silenzi
Per un po’ ho creduto ai sogni
prima di cercare di realizzarli
Ho vissuto in Italia
ma ho anche viaggiato
attraverso le linee
del palmo delle mani,
dal mio ieri bambino
al domani quando avrò male
alle ginocchia
fino all’adesso
ancora in larga parte inesplorato
Ho lavorato con santi sporchi
e complici passanti
Ho dato forma e nome a ben dodici nuvole
A undici anni mi son fatto male
– ho il diploma appeso sulla schiena –
ma non ho pianto
Sono disposto a ridere
sia di giorno che di notte
Mi piacciono le donne
ma la mia più di tutte
Cerco di restare un figlio,
il fratello maggiore
Non credo in Dio
ma stringo forte il mio cane
durante un temporale
So cucinare la pasta col tonno
Ho soltanto tre o quattro bisogni imprescindibili
e tutti superflui
Scrivo con gusto
quando ne ho voglia
Non mi aspetto rivelazioni, non cerco brividi forti
giusto quel poco
di immortalità
concessami in certi pomeriggi di grazia
Sono disponibile a trasferte
fuori di me
Ho due buoni piedi, il sinistro soprattutto
Fumo come se fosse una medicina
Provo a disegnare, mangio farinata,
coltivo la malinconia
Sono di buon umore
da circa dodici anni
Chi mi conosce bene sa
che non so fischiare
e non ho mai mortificato nessuno
Mi piacciono i peccati, i libri, i rumori
della notte
Se proprio devo definire una specializzazione
direi il rispetto, profondo,
per la mia immaginazione

Aspetto che mi facciate sapere.
Intanto vivo.

A chi rendere conto

Facciamo un tentativo, prendiamoci per mano,
ignoriamo quei segnali acuti che vengono dal cielo
dopotutto la notte è lì per preparare lo scoppio di tuono
della luce, per ridare vigore alle piante, fiato agli uccelli,
il senso del tatto e del gusto, la meraviglia negli occhi
Le stagioni saranno passate mille volte e mille volte tornate
come la risacca del mare che porta a riva rifiuti e messaggi
eppure tu vedi gli stessi fiori di quando premevi i piedi
su prati d’infanzia, e non temevi il vuoto dell’altalena,
non sentivi, correndo nella neve, il freddo del tempo
che mangia se stesso
Andiamo oltre queste fotografie, al di là del vetro di oggi
c’è uno sfondo di scintille, ci sono voci tra le ombre
e ponti sottili, barche ancorate, orme bagnate sopra i sassi
altre cene, diversi rimpianti, l’umanità che si ferma
su di una panchina e capisce Cristo, comprende Buddha
nel silenzio di un’attesa alla fermata all’ora di punta
Svuotiamo le tasche, tocchiamo la carta dei libri bruciando parole
perfino le canzoni, i capricci dei bambini sono oracoli
pregni di un senso che basta a fermare l’eterno, a ridergli addosso
Non c’è altra via, né alternativa: calpestiamo il pianeta, giriamo
in tondo, seriamente agghindati con abiti da morti,
in ginocchio davanti a divinità distanti
ma è soltanto alla gioia dietro ogni svolta
che dobbiamo rendere conto