L’ultimo blue jeans

L’ultimo jeans color jeans conosciuto pare essersi estinto in Lituania nel 2001. Apparteneva a tale Franco Vytautas, nullafacente di Kaunas, che lo aveva acquistato, usato, in un mercatino delle pulci domenicale per un centinaio di Litas (la moneta ufficiale della Lituania prima dell’adozione dell’Euro) che aveva rubato dal salvadanaio a forma di Putin del fratello Enrico (ma questa è un’altra storia). Era un jeans Levi’s 501, colore blu jeans appunto, il blu standard che tutti noi conoscevamo, con un lavaggio tipico che lo rendeva leggermente slavato e sdrucito. Rappresentava l’archetipo dei jeans, e le case produttrici, da tempo immemore, lo realizzavano in quel modo in grandi quantità. Poi, evidentemente, successe qualcosa di inspiegabile intorno alla fine degli anni ’90. Comparvero jeans di ogni foggia, dimensione, taglio e soprattutto colore. Rosa, verdi, viola, gialli, azzurri, a zampa, a sigaretta, storti, con la vita bassissima, con il culo largo, ma soprattutto quelli di un blu che non era più il blu archetipico dei blue jeans. Era un blu finto, grossolano e, seppur declinato in tante gradazioni diverse, non si avvicinava minimamente al blu storico. Stesso discorso per le diverse sfumature di scolorimento: troppo accentuate sulle cosce, sul culo, al fondo, troppo bianche; per non parlare degli strappi: artificiosi, fin troppo regolari, affettati insomma. C’è chi dice che fu tutta colpa dei cinesi, con la loro mania di copiare, male, le robe nostre. Chi, invece, parla di una ciclico estinzione naturale; molto seguito ebbero, dal 2002 al 2005, le teoria complottiste che ritenevano responsabili della tragica scomparsa: 1) gli alieni (che avrebbero fatto incetta del prezioso tessuto di cui si cibano) 2) le scie chimiche (che avrebbero letteralmente disciolto i jeans tradizionali nell’aere) 3) gli Arabi (per una fin troppo evidente posizione anticapitalistica e antiamericana) 4) le multinazionali di ogni settore (che si sarebbero alleate segretamente per l’impresa della quale, però, non si conosce il senso) 5) la politica (come sopra). Quello che si sa per certo è che l’ultimo jeans blu jeans, fece una fine orribile: venne buttato da Franco Vytautas in un campo di patate ai margini della città, in quanto il ragazzo aveva acquistato (rubando i soldi questa volta direttamente dal portafoglio del cugino Orlando) un jeans di marca Zara e sostituito con questo l’ultimo vero blue jeans. Il jeans rimase esposto alle intemperie per ben sette mesi, sotto la pioggia, la neve, il vento, la grandine, il sole, la nebbia, la brina (in Lituania, si sa, c’è un tempo molto variabile che tecnicamente si definisce “di merda”), fino a quando Mario Petrauskas, un contadino non in regola e proprietario di un orto abusivo, lo trovò tutto sommato ancora in condizioni decenti (ah, i vecchi modelli!) e decise di farne accessorio per lo spaventapasseri che aveva appena assunto in nero (i Lituani preferiscono assumere individui per questa mansione, piuttosto che realizzare un fantoccio inanimato: in questo caso, Mario scelse un Lettone, Arturo Ozolinş Turoldo, decisamente più economico dei suoi concittadini lituani, a cui corrispondeva un salario mensile di 23€ e dodici patate). Il jeans, quindi, venne indossato ancora per due settimane scarse, fino a quando lo spaventapasseri lettone si licenziò senza preavviso e scappò in Costa Rica dove adesso gestisce una piccola centrale nucleare. Per tagliare del tutto i ponti con il suo umilissimo passato, cambiò il suo nome in Jack Ozolinş Turoldo e, ovviamente, si liberò del jeans. Pare, ma le testimonianze sono discordanti e sommarie, che seppellì il pantalone in un terreno poco distante dalla ferrovia di Kaunas. Successive indagini non hanno portato però al ritrovamento del prezioso indumento: il Lettone, raggiunto da alcuni studiosi in Costa Rica e interrogato, non seppe (o non volle) rivelare il luogo preciso del seppellimento. Storici della moda, esperti di abbigliamento e semplici appassionati non esitano a manifestare tutta la loro preoccupazione per un pezzo della nostra storia che si è smarrito per sempre e che minaccia, con la sua scomparsa, di cancellare perfino la memoria storica di ciò che abbiamo indossato per decenni. All’ultimo convegno organizzato dalla “Associazione mondiale protezione jeans storici” a Biella, dal titolo “C’era una volta il vero jeans”, personalità di fama internazionale hanno messo in guardia giovani e non sul rischio sociale che la perdita di una memoria così importante potrà ripercuotersi sullo sviluppo della nostra società. “Vedere giovanotti che si mettono pantaloni fosforescenti al posto dei vecchi amati blue jeans blu, fa male al cuore” ha dichiarato Han Peter Casazza, sociologo dei tessuti di Francoforte. “La cosa che spaventa di più” ha aggiunto Lucia Hermanns, casalinga professionista, “è il negazionismo: sul pullman sento sempre persone, anche anziane, dire che i blue jeans colore blu classico non sono mai esistiti! Questo è davvero inaccettabile: chi si ricorderà di loro, quando noi non ci saremo più?”. Le fa eco, allarmato, Giovannino Magnusson, 54 anni, Presidente dell’GAJIO di Medjugorje (Gruppo Autonomo Jeans Internazionali Ortodossi) quando sostiene che  “le nuove generazioni andranno sicuramente incontro a sciagure indicibili: si inizia dal jeans, chissà dove si va a finire!”. La politica sembra insensibile al problema: a livello internazionale l’Onu pare non prendere neanche in considerazione il dramma, e in Italia solo il Movimento 5 Stelle ha indetto un referendum per la salvaguardia e l’estensione “del jeans tradizionale di cittadinanza” per tutti gli Italiani. Finora sono state però raccolte solo 4 firme.

Annunci

Ammutinamento nell’appartamento

Da principio furono gli strepitii delle stoviglie
arroccate nella credenza
fomentarono l’agitazione di una spugna
e di qualche straccio
Dalla cucina – l’odore dell’olio, delle cipolle
a vessillo di una padronanza –
il disordine si sparse per la casa
Il portaombrelli grondante insofferenza
Il proletariato informe delle calze,
vestiti a reclamare spazio
Si scrollarono gli oggetti uno strato spesso
di polvere antica
I ninnoli del salotto si unirono al coro
Dal terrazzo, le piante vibrarono
le porte violente al vento
del cambiamento
Noi ci barricammo in bagno
ma l’acqua ci sgorgò impetuosa contro
e l’aria s’appannò come sugli specchi
I quadri vennero giù frantumando
i cristalli, le mattonelle si resero trappole
lisce e le sedie capovolte
Finimmo sul pianerottolo, ansimanti
non capendo
Ci chiudemmo la porta alle spalle
Sentimmo, nel giubilo dei materiali,
i proclami,
su un ordine nuovo,
che gridavano i libri sugli scaffali