Il bar delle sette meno un quarto

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Bisogna immaginare una mattina d’inverno. In una città del nord. Come Torino. Sono le sette meno un quarto. Stai andando a lavorare. Fa freddo, ed è buio ancora. Per strada l’asfalto luccica. I lampioni ancora accesi. Il fiato che si condensa mentre lo sputi. Come al solito non sei preparato ad uscire. Hai freddo, sonno, fastidio. Ti pesa più del solito la giornata che si appresta ad iniziare.
Sulla strada per il lavoro, vorresti entrare al bar. Non è un bel bar. Anzi è quasi brutto. È il bar archetipico della periferia italiana. A gestione familiare, grigio e marrone, odore di soffritto, la macchinetta slot machine, i giornali sul frigo dei gelati (non Algida), tazzine sporche di caffè, le occhiaie del barista, addobbi di natale dimenticati da settimane, tutta una clientela speciale, possibile solo in un bar simile, già a quell’ora, le solite battute, i soliti discorsi.
Insomma, il posto più bello del mondo. Sì, perché rispetto a dove devi andare tu, al lavoro che ti aspetta, quel bar è Shangri La, quel bar è territorio diplomatico, è terra di nessuno, è isola felice, nella quale ti vorresti rifugiare per tutta la mattinata, guardando dietro la vetrina impolverata tutte le gradazioni del mattino cambiare, una dentro l’altra, entrare e uscire gente, sfilare umanità lì davanti, la spesa al mercato, gli anziani a passeggio, mamme coi bambini, studenti ritardatari, gente che va a lavoro (e tu no), spazzini, postini, agenti immobiliari e falsi controllori Enel, e chiunque viva la mattina per strada (sono categorie ben precise).
Vorresti l’ozio dentro al bar. Fino a mezzogiorno, l’una, fino a che si disinneschi la portata distruttiva del mattino d’inverno nella città del nord, fino a che un sole pallido, restituisca energia alla tua mente. Il bar è il prolungamento del letto, la riproduzione di un utero, la caverna nella quale stai accucciato, drago apatico.
Più di tutto godresti del fatto di essere assente ingiustificato. Dove sei finito, si chiederebbero a lavoro. Che cosa ti è successo. Malattia, impegno familiare, un incidente. Le chiamate al cellulare che si diradano. Fino a che ti lasciano in pace. Il bar sarebbe come l’attesa del volo per sparire definitivamente. Leggeresti il giornale fino all’ultima riga, anche gli articoli che di solito non leggi, sfoglieresti piano le pagine, ti prenderesti il lusso di tornare indietro, cosa ha deciso il governo indonesiano, che cosa è successo in Texas, perché cambiano i lampioni in provincia, e intanto l’odore dei cornetti scongelati nel fornetto, il latte del cappuccino che un po’ si brucia, l’ubriacone del quartiere che si lamenta, tu abbandonato, vicino al frigo dei gelati (ma non Algida), prima un caffè, poi un succo, un altro cornetto grazie, un bicchiere di bianco, sono già le undici d’altronde, c’è di buono che dentro non fa freddo, e l’odore misto comincia a piacerti, i tuoi occhi, ora svegli, lucidi, quell’euforia da scampato pericolo, tutto sembra possibile, iniziare una nuova vita, progettare nuovi scenari, nuovi modi di arricchirsi e vivere per sempre così, rifugiato politico al bar dell’angolo, lungo, la strada anonima che porta fuori Torino, casette basse, un’autorimessa, da qualche parte una scuola, i dossi, un parchetto striminzito, la fermata dell’autobus, tutto quel grigio colato sulla realtà, da cui solo il bar è escluso. Guarderesti fuori, lentamente, dolcemente, pezzi di cielo, grumi di verde, colori attenuati.
E invece con l’auto al semaforo, alle sette meno un quarto, buio, freddo, tu non hai tempo neanche per un caffè. E poi la macchina dove la lascio, lo prendo alle dieci alla macchinetta, e poi stamattina ho già fatto colazione, tanto sai già che il senso di colpa, sai già che sarebbe risvegliarsi da un sogno, alla luce piena al cristallo finissimo di mezzogiorno, scomparsa la poesia, finita la fuga, non scherziamo, siamo seri, non ho sedici anni, è la vita, non si è mai visto, allontana la tentazione, sono solo fantasie.
Un ultimo sguardo alla vetrina, prima del verde, ti pare quasi di sentire l’odore di brioche e alcol, devo solo svegliarmi, appena mi riprendo tutto fila liscio, come ieri, come sempre.
Verde.

Photo by James Sutton on Unsplash

Ho sognato un mondo perfetto

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Ho sognato un mondo perfetto
Le salamandre parlavano un
dialetto tortuoso, ricco di melodia
Anziani al bar, nel fumo di vino rosso,
litigavano fremendo, il pugno in alto,
su Leopardi e Dylan Thomas
Ecco, il tram arancio – le panche romantiche –
attraversa la nebbia di gennaio
e sfrigola scintille
tra via Po e Piazza Castello
Tu hai perso l’uso dell’ansia ma non sembri spiacertene più di tanto
mentre ti accompagno nel posto segreto
della mia infanzia: é un magazzino in disuso, a più piani, di legno, contiene
giocattoli antichi riposti ordinati sugli  scaffali
Un mondo perfetto, le sigarette non
si contano, le lettere d’amore non si buttano
e i bimbi si perdono ancora nei mercati
Come erano facili gli accordi di chitarra!
I fiori secchi usati come segnalibri
Camminiamo ancora, verso quel punto
della notte dove termina la città straniera,
incuranti della sveglia
impazienti della prossima partenza
Un pantalone scuro, un maglione verde
Infila le mani nella panna di questa torta
il naso dentro al pomeriggio
e insegnami a fischiare i motivetti
delle pubblicità
Ridere ai funerali era considerato appropriato
così come prendere a calci negli stinchi
impiegati sgarbati alle poste
Il nostro letto era una piazza ricoperta
di libri, una zattera negli anni,
lontane le coste
Tra flutti di ebbrezza, spuma di gioia
incagliati nel “come faremo”
di colpo la vela sdrucita
del “ce l’abbiamo fatta, anche stavolta”
si gonfia con uno strappo
Ho sognato un mondo perfetto
Non é stato facile il risveglio
tornare al respiro
Scrutare la penombra della stanza
i mobili la coperta la sedia ingombra
di vestiti, l’ordine banale del tempo
Accettare che non sono realmente
esistiti i desideri se non nel sogno
e tra pochi istanti non sarò in grado
di ricordarli
Ma tu ancora dormi, toccando Uva
con la mano, e i bulbi dei tuoi occhi
coperti, tracciano movimenti sospesi:
In quei segni, la mappa del sogno
che ho perso
Li decifreremo al tavolo della colazione
giù al bar dei cinesi