La perdita degli anni

Ho cominciato a perdere anni presto, molto presto.
I miei coetanei avevano ancora tutti i loro anni, folti, fitti, scuri, densi. Io invece, da che ero come loro, iniziai – ricordo era un sabato mattina – a trovarmeli nel letto, sul cuscino, per terra, davanti allo specchio del lavandino. Erano anni che credevo potessi non perdere mai: sono sempre stato fiero dei miei anni.
Da quel giorno è stata una caduta verticale, inarrestabile, ma non costante: a volte ne perdevo a manciate, altre pareva resistessero, attaccati al mio presente.

 

da giugno in tutte le librerie

Il collare

Quando lo vide uscire dal labirinto era sporco di sangue e radioso. Un dio, sembrava, e la sua fronte rifletteva i bagliori del mare. La guardò eccitato. Ora il premio.
“Ci sei riuscito?” gli sorrise.
Teseo non rispose. Lasciò cadere la spada e il collare, e tese le sue braccia.
“Mi ha quasi ucciso…” la sua voce aveva una cadenza febbrile.
“Quasi.”
“Perché il collare?”
Arianna distolse lo sguardo. Iniziò a spogliarsi lentamente. Poi spogliò lui. Il membro tendeva verso di lei. Lo prese per mano e si diressero verso un piccolo bosco di ulivi.
“Sarà qui. Ma prima indossalo.”
Teseo obbedì.
La spinse contro l’albero, le piegò la testa, la penetrò subito.
Solcava la sua pelle come fossero onde del mare. I colpi da profondi divennero frenetici, tra mugugni e i profumi forti del pomeriggio. In alto scaglie di cielo, nel cuore sussulti.
Arianna immaginò le membra possenti del fratello. La coda, le corna. Le narici che fremono. Il sangue sulla sua bocca. Mentre Teseo non si fermava, ancora e ancora, la montava come una giumenta, come sua madre. Pasifae, moglie di Minosse, il re. Madre che per la troppa voglia si unì con un toro e partorì il mostro. Cosa aveva provato? Quanto fu forte? Questo si era sempre chiesta Arianna, mentre percorreva, ogni giorno, il perimetro dell’enorme palazzo di suo padre. Esiste piacere più grande?
Il collare di cuoio e metallo sbatteva frenetico sul petto dell’uomo, mentre le sue mani la cingevano stretta. Arianna teneva il viso appoggiato alla corteccia. Le sfregava la guancia.
Ancora, ancora, non fermarti. Più forte. L’odore del giovane era quello che lei sognava, tra sangue, sudore, e pelo animale.
Con la mano sinistra raggiunse il collo di Teseo, la vena gonfia, il collare. Lo strinse forte. Lo avvicinò a sé. Chiuse gli occhi. Il desiderio era all’apice. Non smettere, non placarti, lo scongiurava nella mente. Anche io, anche io, come mia madre…
Venne trafitta da un piacere incandescente. Il bosco vorticò sempre più piano, poi si fermò.
La guancia le doleva, e la schiena, e tra le gambe era come avere fiamme accese.
Teseo stava sdraiato sulla terra, respirando forte.
“Mi hai quasi ucciso…”
“Quasi.”
“Vieni con me” le disse Teseo, ancora pieno d’ebrezza.
Arianna sapeva che non esisteva nessun filo abbastanza lungo da ricondurla a casa, dal posto in cui lui l’avrebbe abbandonata.

 

 

Teseo_Minotauro

Festa di lancio Autori Riuniti

Giovedì 21 aprile 2016 dalle ore 19
AUTORI RIUNITI – LA FESTA DI INAUGURAZIONE

e presentazione de “LA DISTRAZIONE DI DIO” di Alessio Cuffaro

Siete tutti invitati! Venite a conoscere la nostra casa editrice, gli autori, i libri, i progetti!

PROGRAMMA DELLA SERATA:
h. 19.00 – Andrea Roccioletti e Andrea D’Agostino presentano il romanzo LA DISTRAZIONE DI DIO di ALESSIO CUFFARO con l’autore;
dalle h. 20.00 in poi – FESTA di inaugurazione della casa editrice con dj set a cura di Dj Bubba: musica R&B, SWING, R&R, BOSSANOVA e BEAT.

Ingresso libero fino alle h. 21.00 – Giovedì 21 aprile 2016

SAMO – C.so Tortona 52 Torino http://www.same-oh.it
Locandina_21_aprile

 

Ho sognato un mondo perfetto

la-tempesta
Ho sognato un mondo perfetto
Le salamandre parlavano un
dialetto tortuoso, ricco di melodia
Anziani al bar, nel fumo di vino rosso,
litigavano fremendo, il pugno in alto,
su Leopardi e Dylan Thomas
Ecco, il tram arancio – le panche romantiche –
attraversa la nebbia di gennaio
e sfrigola scintille
tra via Po e Piazza Castello
Tu hai perso l’uso dell’ansia ma non sembri spiacertene più di tanto
mentre ti accompagno nel posto segreto
della mia infanzia: é un magazzino in disuso, a più piani, di legno, contiene
giocattoli antichi riposti ordinati sugli  scaffali
Un mondo perfetto, le sigarette non
si contano, le lettere d’amore non si buttano
e i bimbi si perdono ancora nei mercati
Come erano facili gli accordi di chitarra!
I fiori secchi usati come segnalibri
Camminiamo ancora, verso quel punto
della notte dove termina la città straniera,
incuranti della sveglia
impazienti della prossima partenza
Un pantalone scuro, un maglione verde
Infila le mani nella panna di questa torta
il naso dentro al pomeriggio
e insegnami a fischiare i motivetti
delle pubblicità
Ridere ai funerali era considerato appropriato
così come prendere a calci negli stinchi
impiegati sgarbati alle poste
Il nostro letto era una piazza ricoperta
di libri, una zattera negli anni,
lontane le coste
Tra flutti di ebbrezza, spuma di gioia
incagliati nel “come faremo”
di colpo la vela sdrucita
del “ce l’abbiamo fatta, anche stavolta”
si gonfia con uno strappo
Ho sognato un mondo perfetto
Non é stato facile il risveglio
tornare al respiro
Scrutare la penombra della stanza
i mobili la coperta la sedia ingombra
di vestiti, l’ordine banale del tempo
Accettare che non sono realmente
esistiti i desideri se non nel sogno
e tra pochi istanti non sarò in grado
di ricordarli
Ma tu ancora dormi, toccando Uva
con la mano, e i bulbi dei tuoi occhi
coperti, tracciano movimenti sospesi:
In quei segni, la mappa del sogno
che ho perso
Li decifreremo al tavolo della colazione
giù al bar dei cinesi

A chi rendere conto

Facciamo un tentativo, prendiamoci per mano,
ignoriamo quei segnali acuti che vengono dal cielo
dopotutto la notte è lì per preparare lo scoppio di tuono
della luce, per ridare vigore alle piante, fiato agli uccelli,
il senso del tatto e del gusto, la meraviglia negli occhi
Le stagioni saranno passate mille volte e mille volte tornate
come la risacca del mare che porta a riva rifiuti e messaggi
eppure tu vedi gli stessi fiori di quando premevi i piedi
su prati d’infanzia, e non temevi il vuoto dell’altalena,
non sentivi, correndo nella neve, il freddo del tempo
che mangia se stesso
Andiamo oltre queste fotografie, al di là del vetro di oggi
c’è uno sfondo di scintille, ci sono voci tra le ombre
e ponti sottili, barche ancorate, orme bagnate sopra i sassi
altre cene, diversi rimpianti, l’umanità che si ferma
su di una panchina e capisce Cristo, comprende Buddha
nel silenzio di un’attesa alla fermata all’ora di punta
Svuotiamo le tasche, tocchiamo la carta dei libri bruciando parole
perfino le canzoni, i capricci dei bambini sono oracoli
pregni di un senso che basta a fermare l’eterno, a ridergli addosso
Non c’è altra via, né alternativa: calpestiamo il pianeta, giriamo
in tondo, seriamente agghindati con abiti da morti,
in ginocchio davanti a divinità distanti
ma è soltanto alla gioia dietro ogni svolta
che dobbiamo rendere conto

Il tempo questo tempo

Il tempo questo tempo
delle parole sciolte delle panchine
sulle quali si aggrovigliano le nostre ombre
in cielo gli occhi, sfilacciati come nuvole,
non vedono, non vedono
come si soffoca nel rumore
per strada nelle stanze andando per via
cercando ciò che cancelli il senso
perché tutto torni ai primordi senza luce
quando morire e vivere era la stessa cosa
Il tempo quindi passa ma al contempo si ferma
a sostare, tirando il fiato, spremendo il sangue
è gonfio di ore, molle di noia, sciolto di lacrime
è tutte le risorse, i sì e i no di un dio senza pelle
Lasciati qui come strumenti abbandonati, come candele
ripercorriamo i sentieri di ricordi mai avvenuti
e siamo una cosa sola col vento che freme alle pareti
e questo odore di lentezza e frutto che assomiglia
all’estate

Intersezioni

Prime furono quelle degli sguardi
gli oggetti su cui si disponevano i tuoi occhi
come da dentro li riempiva una luce
e noi creavamo, nell’eden urbano, ampie zone
d’ombra, angoli di notte fresca
Poi le mani, dentro la scatola dell’inverno,
funzionarono come boe e rami
Le tue dita lunghe, il tuo smalto brillante
Tra gli spazi sul dorso e sul palmo
nessuna fessura
Quando iniziarono i pensieri, ad incrociarsi
senza schianto, a fluire nel denso
vortice di ciò che siamo
le prime volte ci stupimmo
si parlò di un contatto, di un’altra vita:
era soltanto la conseguenza di un incontro
A un certo punto, furono le ore i giorni
i mesi i sogni
ad intersecarsi bruciando ogni altro bivio
tracciando il viale storto e curvo e tutto un dosso
della nostra vita
Venne gente ad osservare il fenomeno
ci raggiunse un cane a triangolare il sorriso
Ancora capita che inciampo nei tuoi passi
– la città è stretta e minuscola –
e ci aggrovigliamo e ci ritroviamo,
per terra attoniti, davanti ad un semaforo
nel mezzo dell’incrocio
Ed è sempre quella notte
sarà sempre quell’incontro

Mentre la vita

MENTRE la vita stringe da dietro è finita la STORIA di certe sere una mosca di luce rimbalza e la STANZA inizia a vibrare sotto di noi abitava un VECCHIO io avevo una passione per il fango e ci sguazzavo e poi RIDEVO sul cancello della scuola c’era nato un alveare di vespe e la ROTONDA di cemento era campo di calcio e ciri mena fino a che ebbi forza restai SVEGLIO cerco tra le carte messaggi a me stesso ci sarà pur un angolo VUOTO un deserto niente passi niente voci solo istanti QUASI perfetti perché se fossero del tutto perfetti non SAREBBERO  nostri non li riconosceremmo come tali e allora TANTO vale sul giornale c’è scritto che la gente SMETTE di morire ma non di odiare

Noi

Non ci conoscevamo ancora.
Avevamo la stessa ansia, la stessa difficoltà a stare in mezzo agli altri (così diversi da noi), uguale timidezza, paure (se di paure si può parlare a quell’età) simili, identica ricchezza del mondo interiore, trafficato di voci, di pensieri da non poter dire. Eppure non ci conoscevamo ancora.
Ignoravamo l’esistenza l’uno dell’altra, e ci avessero detto che l’universo intero stava macchinando (coi suoi metodi e i suoi tempi) per restituirci l’uno all’altra, non avremmo capito: forse riso, forse tremato, forse pianto.
I posti erano diversi, l’angolo di mondo concessoci personale per ognuno. Tu, anni dopo, mi parlerai di compagne altolocate, di suore, di gonne strappate e mortificazioni; io ti dirò dei guai in cui era facile cacciarsi, del vivere in cortile, dei miei giochi in quartiere. Moncalieri aveva per me il suono e la distanza di un luogo esotico, le Vallette saranno state per te invece come un etichetta, una piccola leggenda metropolitana. E intanto il destino lavorava.
Crescemmo, in pomeriggi di sole finita la scuola, in gite in montagna, in tanti sabato in centro. La scuola, i compiti, le cene, il Natale, il dentista, le prime esperienze e, tra ombre traslucide e idee più complesse di noi, il rapido solco dell’amore, fugace, incompleto, abbozzato appena, preludio del futuro, il cuore che si inganna e batte batte batte e lo stomaco dietro, ma ancora non capire, non saper dire. Ignoravo che ci fossi, dove fossi, tu facesti altrettanto. Piano, ignari, ci consegnavamo ad un destino che invece, sornione, sapeva tutto.
Come avrei accolto quella bambina che eri, di cosa avremmo parlato? Come avresti interpretato la mia risata, i miei scherzi? Chi di noi due avrebbe intuito per primo? E l’avremmo realmente intuito? Anche se esiste (ne sono sicuro) un nastro di sottile raso ad unire il noi di allora al noi di adesso e di domani e di sempre (esiste per tutti), eravamo diversi, eravamo altri. Non ci conoscevamo ancora: io non conoscevo me stesso, tu non conoscevi te stessa.
Diventare grandi significa aumentare le cose di sé che si nascondono agli altri. Diventammo grandi come tutti, mentendo un po’.
E iniziarono i problemi. I problemi di allora erano spessi, appiccicosi, ruvidi. Erano anche evidenti come la nostra acne, come la goffaggine, malattia di cui soffrimmo allora e soffriamo ancora adesso, anche se la teniamo a bada. Molti di quei problemi riguardavano la voglia inappagata di amare qualcuno. Di farla finita con la solitudine e di avere ciò che altri, più fortunati, già avevano: un amore. O anche molti amori. Spesso chi amavamo, in silenzio, non lo conoscevamo neanche. Era un nome sul diario, un sussurro all’orecchio degli amici. Intanto le stagioni passavano come il tempo in sala d’attesa, ma passavano. I jeans più strappati, la musica, le uscite, di colpo ci siamo trovati una macchina sotto il sedere e la notte di Torino, immediatamente a ridere, bere, ballare, cercare là fuori finalmente noi stessi. Tu la ragazza che sempre avresti voluto essere, io il ragazzo che mi immaginavo dover diventare.
Non ci conoscevamo ancora. Eppure conoscemmo tanti: in molti transitammo come treni in stazioni minuscole, di notte, in alcuni sostammo come all’ombra, in pochissimi portammo con noi da allora: sono quelli  che ancora rimangono, i primi testimoni di quando ci conoscemmo. Sono cambiati anche loro, come noi, sono cambiati da quando c’è un noi.
Quando non ti conoscevo ancora, non ti immaginavo così. Forse non ti immaginavo proprio. Avevo la sensazione che tu non saresti stata tu, ma lo saresti diventata. Dobbiamo ammettere che è ciò che poi è successo. Conoscendoci siamo diventati quello che siamo, l’uno per l’altra. Prima, prima eravamo qualcos’altro.
E poi ci conoscemmo. Per convenzione si usa stabilire un giorno d’inizio. E’ normale. E questo giorno esiste anche per noi da qualche parte, in un passato che è la storia intima nostra, scatolina dentro la scatola più grande che ci contiene. Ma, ora, dopo tanti anni, come dire realmente che sia stato un giorno, che ci sia stato quel giorno, anzi che tutto dura da prima, da sempre, come negare il gran lavoro che ha fatto il destino, il piano architettato, l’insieme precario di eventi che ha concorso a far sì che tu sia ora colei che aspetto sempre?
Ora che mi hai messo a disposizione il tuo passato, fino a quando ricordi, ora che ti ho concesso lo stesso spazio mio, che siamo tornati indietro ad occupare reciprocamente posizioni che mai occupammo, vuoti, interstizi, discorsi, momenti. Ecco che vedo Moncalieri, la tua casa, la tua scuola, la strada in mezzo ai campi, il tuo banco, il tuo autobus, le stagioni a lavorare, il tuo camice, le tue mani, il sonno, le risate, i tuoi vestiti, le tue amiche, il rossetto, le foto, i sogni, gli amori, il velo sollevato. Ed in ognuno di questi scatti, mi pare di esserci, di aver recuperato terreno, di essere stato dove non ero, dove non ero previsto, dove non sarei servito, dove sarei stato di troppo, ovviamente, qualcosa di estraneo. Eppure ormai ci sono. Non dipende neanche più da me, da noi. E come immaginare un posto prima di visitarlo: se ne andrà mai via quell’impressione primitiva, nonostante ad essa si sovrapponga la realtà? Sappiamo che eravamo altre persone, prima di conoscerci, ma possiamo crederlo fino in fondo? Mi piace pensare retroattivamente. Mi piace fingere che in quell’incertezza, in quella precarietà (l’unica cosa realmente solida è proprio la fugacità), noi eravamo per noi il punto d’arrivo, colui e colei che avrebbero messo a posto tutto, risollevato ogni dubbio, consolato ogni pianto, sistemato lo squilibrio. È una finzione, lo sappiamo. Il passato era perfetto così, così come perfetto ci appare ora il presente. Non può essere altrimenti.
Ma nel profondo, ora che ci conosciamo, sentiamo che l’universo non sarebbe stato in pace se non avesse portato a termine il suo compito, con noi. Siamo stati bravi, a lasciarlo lavorare come si deve, e ottimi esecutori una volta che ci ha svelato il suo piano. Non era facile, sarebbe bastato un niente a scambiarci per l’ennesimo giro a vuoto, per un momento del tempo lungo dell’esistenza che altro scopo non aveva che sfumare, non appena svuotato di senso.
Forse ci abbiamo creduto nonostante le apparenze (ricordi le difficoltà dell’inizio? Gli scontri le distanze i silenzi?). Ma forse è stato tutto un azzardo. Forse, lo stesso destino che ora si prende il merito di aver creato un amore che ancora tiene, domani riderà come un ossesso, e ci prenderà in giro, e butterà le carte in aria, e mischierà le sensazioni e ci avvolgerà in nebbia, e non potremmo farci niente, lui è il destino.
Ma, succeda quel che succeda, ormai tu mi conosci ed io ti conosco.

amore