Natale, un ricordo

Anni fa, il 24 dicembre, mi ritrovai con mio fratello al Carrefour di Corso Grosseto mezzora prima della chiusura. Il supermercato, già triste di suo nel resto dell’anno, quella sera era particolarmente desolato: scaffali semivuoti e disordinati, merci fuori posto, sotto sopra, confezioni mezze aperte, strappate, rovinate, segni di un turbolento passaggio, di uno shopping natalizio selvaggio e famelico. In tutto il supermercato rimanevano soltanto cose non volute da nessuno, le ultime delle ultime, pochissimi desolati avventori (in mano pandori senza farcitura, spumanti senza bolle, pantofole, occhiaie meste), io e mio fratello. In cerca del regalo di Natale per la sua nuova ragazza, conosciuta qualche giorno prima.

“Certo, avresti potuto pensarci un po’ prima” ma ormai eravamo lì, io e mio fratello, in mezzo a quella landa disgregata, in mezzo alle rovine, al lato deteriorato del consumismo, nel retro del Natale, e ci toccava cercare. Mezzora alla chiusura.

Fu una ricerca disperata e divertentissima. Più che cercare oggetti, cercavamo giustificazioni plausibili per gli orrori che rinvenivamo. Relitti di epoche dimenticate, robe tirate fuori da magazzini umidi per rimpolpare vuoti, testimonianze fuori moda dal gusto discutibile, scarti di scarti di scarti.
L’altoparlante aumentava la nostra ansia col suo conto alla rovescia gracchiante, strascicato. Dlin dlon, cinque minuti alla chiusura, si invitano i gentili clienti ad affrettarsi.

Alla fine, tra una macchinetta elettrica e un tosaerba, li trovammo. Tre cestini di legno a matrioska, quadrati, semplici, tutto sommato delle perle, là dentro, in quel momento. Non costavano poco: tre prezzi diversi a salire, dal più piccolo al più grande. Il totale troppo.
“Prenderne solo uno?”
“Naa, da solo non rende”
“Tutti e tre costano un bel po’…”
“Pace. É Natale”.
Li infilammo uno dentro l’altro e via.

Alla cassa solo noi. Donne delle pulizie già al lavoro tra i reparti. Il Natale era già finito dentro al supermercato. Si stava smantellando.
La cassiera era stanca ma non sgarbata. Truccata, sarebbe scappata dai suoi cari non appena fossimo andati via. Con due, tre occhiate, comprese tutto di noi. Accennò ad un sorriso. Non sapremo mai se lo fece apposta o meno.
Passò soltanto il cestino più grande, ignorando gli altri due dentro. Io e Edy deglutimmo. Muti.
Pagammo, ringraziammo, augurammo e uscimmo.
“Il prossimo anno conviene tornare qui, all’ultimo” disse mio fratello.

Mio fratello si è sposato con quella ragazza. E quei tre cestini li hanno ancora.

La prima volta in discoteca

Era l’autunno del 1990. Primo anno di superiori, liceo classico Cavour di Torino. Festa d’istituto nella discoteca Pick Up di via Barge. Io non ero mai stato in discoteca in vita mia. Dopo lunghe ed estenuanti trattative convinco mia madre, in crisi d’apprensione, a mandarmici. Porto a casa il risultato a fronte di condizioni estremamente svantaggiose per me: rientro non dopo mezzanotte e dieci, in taxi fino al luogo del ritrovo con i compagni, nessun tipo di consumazione, alcolica o meno, ritorno con Tony, il vicino di casa, che sarebbe venuto a prendermi. 
“Ma che importa, l’importante è andarci!” pensai. 
Su quella serata avevo investito tante aspettative: ci sarebbe stata R., splendida dea di quinta ginnasio, truccatissima e bionda, inavvicinabile. L’ammiravo ancheggiare in corridoio durante l’intervallo e tremavo. 
Supportato dai miei due tre compagni preferiti avevo stabilito di provarci quella sera. Le luci basse, la musica, l’euforia. Era l’occasione perfetta. Ora o mai più. Ce la posso fare. Ce la posso fare. 
Arriviamo in discoteca: il paradiso. Il bar enorme, il dj, le luci, le balconate circolari sull’enorme pista da ballo. La notte che inizia. Avevo quattordici anni.  
Si chiacchiera e scherza con i compagni, si ride, ci si sente invincibili. Verso le dieci arriva R. Se a scuola mi sembrava l’essere vivente femminile più bello che avessi mai visto, quella sera, in versione discoteca, era qualcosa di strepitoso. Mi sembrava di sentire il suo profumo da quindici metri. I suoi ricci biondi tagliavano l’oscurità della sala, mandavano segnali che io solo sapevo decifrare. 
Gli amici iniziano: “Quando vai? Dai vai! Muoviti!”. Io tentenno, sento il peso dell’impresa. Avevo pur sempre 14 anni, gli occhiali, i capelli a caschetto e i primi brufoli. La musica (credo fossero i Roxette) di colpo cambia: parte un lento, Wind of change degli Scorpions. Per dire che cosa si ascoltava in discoteca una volta. 
Capisco che è arrivato il momento. Respiro. Guardo i miei amici dietro di me, vai vai fanno con la mano, deglutisco, alzo il primo piede, avanzo di un passo, poi un altro, R. è circondata da amiche che sono solo la sua scenografia, balla e scuote la testa, gli occhi chiusi, mi apro la strada tra i liceali come Mosè fece con le acque. Cinque metri. Respiro lungo. Tre metri. “The world closing in, did you ever think that we could be so close…”.
E di colpo il dramma. 
La musica si spegne, una voce tonante dal microfono dice: “VITO FERRO AL BAR DELL’INGRESSO, LO VUOLE SUA MADRE AL TELEFONO”.
In poco meno di un secondo ho un’extrasistole al cuore, le vene dei polsi si annodano, si accartocciano i polmoni, la gola si gonfia come per uno shock anafilattico, la pelle del volto si congela. Due secondi dopo, quel che resta della pappetta che è diventata la mia mente mi fornisce la soluzione più ragionevole per uscirne: fai finta di niente, R. non sa come ti chiami, tutti i liceali che ballano non sanno come ti chiami, nessuno sa che sei tu, quello chiamato al telefono. Dalla madre. In discoteca. 
Nessuno eccetto i miei compagni: sento roboanti alle mie spalle delle risate da iena, stridule, altissime, alcune gutturali, animalesche, risate incontrollabili, da soffocare. Mi volto e li vedo, disgraziati, che ridono e mi indicano. Mi si blocca la colonna vertebrale, dal collo al coccige. Per la prima volta scopro quanto sia pesante la vergogna. Un masso che ti schiaccia. 
Chino il capo, giro i tacchi, salgo mestamente le scale che portano all’ingresso. Le risate dei compagni sfumano. La mia adolescenza è finita prima ancora di iniziare. 
Vorrei scappare via, ma il vicino di casa verrà a prendermi solo tra qualche ora. Ormai in prossimità del bancone bar monta la rabbia. Il barista mi indica la cornetta appoggiata. 
“Che c’è?” urlo contro mia madre. 
“Niente, volevo solo sapere se stavi bene”. Giuro, ha detto così. Solo quello. La mia vita rovinata irreparabilmente. 
Non ricordo il resto della telefonata, non ricordo il resto della serata. Non so se son tornato indietro, a sorbirmi l’umiliazione, o se mi sono rintanato in qualche anfratto. Non ricordo come ho vissuto i giorni successivi, se mi presentai a scuola, o feci passare qualche giorno. So che non ebbi mai più il coraggio di sfiorare con lo sguardo R. 
La mia prima uscita in discoteca è stata questa. Negli anni ho vissuto attivamente figure di merda di tutti i tipi, e ho la certezza che altre mi aspettino nel prossimo futuro. 
Ma di una cosa sono sicuro: nessuna umiliazione sarà mai potente, devastante, totale, come quella notte al Pick Up. 
Ogni tanto, abitandoci vicino, ripasso in via Barge. Porca puttana, voi non ci crederete, ma io mi guardo ancora attorno furtivo e mi sembra di sentire ridere forte.

Estate 1996

Era l’estate del 1996. Avevo 18 anni. La mia ragazza di allora ne aveva 16 ed era partita per il mare a Cattolica, con una specie di colonia del comune. Due settimane senza, allora, era un tempo che mi appariva intollerabile.
Ricordo la prima domenica da solo: vagavo per le Vallette come un poeta maledetto, magrissimo, i capelli spettinati, disperato. Pochi avevano il cellulare allora, la mia ragazza per sentirmi doveva andare alla reception della struttura ad orari prestabiliti. Io la chiamavo da una cabina rossa dietro la posta, la fontanella unico riverbero di suono nell’estate immobile. Fremente, triste, geloso, malinconico, esaltato, pieno pienissimo di una energia vitale che ricordo bene, meravigliosa forza dentro di me nei miei neanche vent’anni, decisi di raggiungerla. L’unico problema erano i soldi: come oggi, anche allora ne ero sprovvisto.
Vendetti ad una bancarella di corso Siccardi ad un prezzo ridicolmente basso la mia collezione originale di Nathan Never. Tenni soltanto il numero zero. Quello proprio non riuscii a svenderlo. I soldi furono sufficienti per un biglietto del treno andata e ritorno. Non avevo nient’altro. Partii senza sapere dove avrei dormito né come avrei mangiato. Chiaro che questo non mi fermò: io volevo vederla. Era più che sufficiente.
Partii. Arrivai e l’abbracciai come un reduce del Vietnam. Passammo insieme tutto il giorno. La sera chiesi ai responsabili di quell’enorme, gigantesca struttura, fatta da edifici pieni di camerate e stanze e stanzette e locali un posto per dormire: mi dissero che non c’era posto. Bastardi. Mangiai dividendomi la cena con la mia ragazza.
La prima notte, così com’ero, un jeans e una maglietta, il mio ciuffo ribelle e le mie sigarette, la passai in spiaggia. Manco una coperta. Mi buttai sulla sabbia. Chiusi gli occhi. Di notte, al mare, in riva al mare, fa un freddo impossibile. Tremavo. Fu una notte lunghissima. Un sonno debole, sempre interrotto dai brividi. Ebbi anche delle allucinazioni: dall’acqua, verso l’alba, mi parve di vedere uscire mio fratello e Fabio Vullo, sorridenti. Tesi loro le mani. Prima di accorgermi che era illusione, ricordo che quella visione mi diede conforto. Avevo i vestiti umidi quando il primo sole, ancora troppo debole, iniziò a riempire la spiaggia.
Passai il resto del giorno come se non dovesse mai venire notte. Ma poi la notte venne. Recuperai una felpa. Verso mezzanotte iniziò a piovere secco. Non c’era nessun tipo di riparo. Dopo pochi minuti ero zuppo. Dalla colonia vidi arrivare verso la spiaggia (recintata) due sagome. Era la responsabile con la mia ragazza. Impietosita, mi disse che avevano trovato una stanza libera. Mi condusse in un lungo corridoio pieno di stanze vuote. La mia era uno sgabuzzino. Ma aveva un letto asciutto.
Appena quella se ne andò, sbucai fuori, furtivamente, e raggiunsi la mia ragazza nella sua camerata femminile. Dormimmo stretti in un letto minuscolo. Da quella sera feci così tutte le volte: mi nascondevo sotto il suo letto, finita l’ispezione serale uscivo e dormivo con lei.
La questione cibo l’affrontai in questo modo: finsi semplicemente di essere un ospite della colonia. Prendevo il mio bel vassoio, come gli altri, nell’enorme mensa comune e ordinavo a scoppiare. Bis, tris, contorni, frutta, bevande.
Il penultimo giorno vidi al tavolo affianco gli animatori che confabulavano, guardandomi storto.
Il capo si alzò e venne da me. Durante quel colloquio non smisi mai di mangiare.
“Hai pagato per mangiare?”
“No” risposi masticando una forchettata di pasta. Quello esplose: “Intollerabile, non esiste, impossibile, adesso io ti denuncio, ora chiamo, dico, faccio… se lo sapessero i genitori degli altri ragazzi, è una cosa inconcepibile!” e via di questo passo.
Lo lasciai finire, posai la forchetta e gli dissi, quasi sottovoce: “Non so se i genitori si arrabbierebbero più per me o se sapessero che sostanze girano nelle camerate di notte. Tu che dici?”.
Quello sbiancò. “Che sostanze?”
“Pastiglie, canne, acidi…” ed era verità: roba girava. Lo vidi coi miei occhi.
“Mangia pure” mi disse quello. Nessuno mi ruppe più i coglioni. La vacanza finì. Ne conservo un ricordo meraviglioso. Tra tutte le canzoni di quell’estate, non so perché, mi è restata nella mente questa:
https://www.youtube.com/watch?v=r6RjVZIn_OA
Ascoltandola stamattina mi si è stretto lo stomaco e una sensazione calda mi ha avvolto.
Darei tutto per passare quella notte in spiaggia col me stesso ragazzino di vent’anni fa. Avremmo un sacco di cose da dirci, tra un brivido e un’allucinazione.

Mia mamma

Gli anni dell’infanzia, quartiere popolare Vallette, Torino.
Il quartiere, allora, era un piccolo universo che a me sembrava sterminato e, come in un paese, tutti conoscevano tutti, ed ognuno aveva il suo ruolo ben definito. I cortili dei palazzi brulicavano di bambini. Io e mio fratello eravamo due di quelli.
Nel nostro cortile c’era un vecchio (per noi che eravamo gagni, ma avrà avuto una cinquantina d’anni) cacciatore. Lipari si chiamava: ora è morto. Lo odiavano tutti. Tutti lo temevano. Faccia che dire arcigna è poco, modi rudi, avambracci muscolosi sempre scoperti, occhi taglienti, un borbottio costante, due cani aggressivi come lui tenuti sempre liberi (e che una volta morsero il mio cane di allora, da cucciolo). Mai un sorriso con nessuno da parte di quell’uomo, mai un gesto amichevole da buon vicino di casa. In compenso si lamentava di tutto e tutti e se c’era da litigare ovviamente non si tirava indietro. Aveva dei fucili, con uno di essi, qualche anno prima di morire, cercò di uccidere la moglie. Venne la polizia, lui barricato in casa, la moglie per strada con la gente, che show pazzesco quella volta. Per dire il tipo. Il suo ruolo in quartiere era quello del cattivo, ovviamente.
I bambini, quando lui scendeva in cortile coi cani, gli stavano alla larga. Un giorno capitò che mio fratello che allora avrà avuto sì e no sei sette anni, forse giocando a pallone forse a nascondino (non ricordo più bene), si avvicinò troppo ai cani di Lipari. Un affronto per il cacciatore. Si avvicinò a mio fratello e gli diede uno schiaffo. Lo schiaffo non credo fosse stato violento, ma bastevole a far piangere mio fratello. Il cortile, come scosso da una scarica elettrica, propagò la notizia. “Lipari ha picchiato Edy”. Le voci si diffusero insieme al pianto, più spaventato che dolorante, di Edy. Volarono tra panchine di cemento e alberi frondosi, tra auto e biciclette, aiuole e panni stesi e raggiunsero il balcone di casa mia, dove mia madre stava stirando.
“Chi? Chi ha picchiato Edy?” chiese dal balcone mia madre, che è sempre stata uno scricciolo di una cinquantina di chili.
“Lipari, è stato Lipari, gli ha dato uno schiaffo” rispose chissà chi di sotto.
Mia madre scese. Lo ricordo come fosse adesso. Era pomeriggio, era estate. Il cortile pieno.
Mia madre si diresse verso quell’uomo, uno dei tanti malati marci come definiva lei le persone corrotte e cattive, putride nell’anima (ancora adesso non trovo definizione migliore), a passo deciso. Quello, dopo lo schiaffo a mio fratello, se ne stava in cortile, coi cani sciolti, senza minimo rimorso.
Mia madre lo raggiunse. Non chiese, non parlò, non disse nulla.
Solo lo afferrò con entrambe le mani e iniziò a strozzarlo.
Quello strabuzzò gli occhi, per la sorpresa e per la mancanza d’aria, cercò soltanto di togliere le mani di mia madre dal suo collo prendendole per i polsi. Non ci riuscì. Mia madre stringeva, quello soffocava.
Occorsero diverse persone per staccarlo a mia madre. Allora divenne una furia, trattenuta a stento. Lo minacciò di morte. Minacce concrete. Lipari scappò. Scappò letteralmente.
Da allora non diede più fastidio a nessuno, se non alla moglie come dicevo, nell’ultimo atto della sua vita.
Ecco, questa è mia madre. Il mio amore, il mio orgoglio.
Auguri, ti voglio bene.

mamma

L’ultimo blue jeans

L’ultimo jeans color jeans conosciuto pare essersi estinto in Lituania nel 2001. Apparteneva a tale Franco Vytautas, nullafacente di Kaunas, che lo aveva acquistato, usato, in un mercatino delle pulci domenicale per un centinaio di Litas (la moneta ufficiale della Lituania prima dell’adozione dell’Euro) che aveva rubato dal salvadanaio a forma di Putin del fratello Enrico (ma questa è un’altra storia). Era un jeans Levi’s 501, colore blu jeans appunto, il blu standard che tutti noi conoscevamo, con un lavaggio tipico che lo rendeva leggermente slavato e sdrucito. Rappresentava l’archetipo dei jeans, e le case produttrici, da tempo immemore, lo realizzavano in quel modo in grandi quantità. Poi, evidentemente, successe qualcosa di inspiegabile intorno alla fine degli anni ’90. Comparvero jeans di ogni foggia, dimensione, taglio e soprattutto colore. Rosa, verdi, viola, gialli, azzurri, a zampa, a sigaretta, storti, con la vita bassissima, con il culo largo, ma soprattutto quelli di un blu che non era più il blu archetipico dei blue jeans. Era un blu finto, grossolano e, seppur declinato in tante gradazioni diverse, non si avvicinava minimamente al blu storico. Stesso discorso per le diverse sfumature di scolorimento: troppo accentuate sulle cosce, sul culo, al fondo, troppo bianche; per non parlare degli strappi: artificiosi, fin troppo regolari, affettati insomma. C’è chi dice che fu tutta colpa dei cinesi, con la loro mania di copiare, male, le robe nostre. Chi, invece, parla di una ciclico estinzione naturale; molto seguito ebbero, dal 2002 al 2005, le teoria complottiste che ritenevano responsabili della tragica scomparsa: 1) gli alieni (che avrebbero fatto incetta del prezioso tessuto di cui si cibano) 2) le scie chimiche (che avrebbero letteralmente disciolto i jeans tradizionali nell’aere) 3) gli Arabi (per una fin troppo evidente posizione anticapitalistica e antiamericana) 4) le multinazionali di ogni settore (che si sarebbero alleate segretamente per l’impresa della quale, però, non si conosce il senso) 5) la politica (come sopra). Quello che si sa per certo è che l’ultimo jeans blu jeans, fece una fine orribile: venne buttato da Franco Vytautas in un campo di patate ai margini della città, in quanto il ragazzo aveva acquistato (rubando i soldi questa volta direttamente dal portafoglio del cugino Orlando) un jeans di marca Zara e sostituito con questo l’ultimo vero blue jeans. Il jeans rimase esposto alle intemperie per ben sette mesi, sotto la pioggia, la neve, il vento, la grandine, il sole, la nebbia, la brina (in Lituania, si sa, c’è un tempo molto variabile che tecnicamente si definisce “di merda”), fino a quando Mario Petrauskas, un contadino non in regola e proprietario di un orto abusivo, lo trovò tutto sommato ancora in condizioni decenti (ah, i vecchi modelli!) e decise di farne accessorio per lo spaventapasseri che aveva appena assunto in nero (i Lituani preferiscono assumere individui per questa mansione, piuttosto che realizzare un fantoccio inanimato: in questo caso, Mario scelse un Lettone, Arturo Ozolinş Turoldo, decisamente più economico dei suoi concittadini lituani, a cui corrispondeva un salario mensile di 23€ e dodici patate). Il jeans, quindi, venne indossato ancora per due settimane scarse, fino a quando lo spaventapasseri lettone si licenziò senza preavviso e scappò in Costa Rica dove adesso gestisce una piccola centrale nucleare. Per tagliare del tutto i ponti con il suo umilissimo passato, cambiò il suo nome in Jack Ozolinş Turoldo e, ovviamente, si liberò del jeans. Pare, ma le testimonianze sono discordanti e sommarie, che seppellì il pantalone in un terreno poco distante dalla ferrovia di Kaunas. Successive indagini non hanno portato però al ritrovamento del prezioso indumento: il Lettone, raggiunto da alcuni studiosi in Costa Rica e interrogato, non seppe (o non volle) rivelare il luogo preciso del seppellimento. Storici della moda, esperti di abbigliamento e semplici appassionati non esitano a manifestare tutta la loro preoccupazione per un pezzo della nostra storia che si è smarrito per sempre e che minaccia, con la sua scomparsa, di cancellare perfino la memoria storica di ciò che abbiamo indossato per decenni. All’ultimo convegno organizzato dalla “Associazione mondiale protezione jeans storici” a Biella, dal titolo “C’era una volta il vero jeans”, personalità di fama internazionale hanno messo in guardia giovani e non sul rischio sociale che la perdita di una memoria così importante potrà ripercuotersi sullo sviluppo della nostra società. “Vedere giovanotti che si mettono pantaloni fosforescenti al posto dei vecchi amati blue jeans blu, fa male al cuore” ha dichiarato Han Peter Casazza, sociologo dei tessuti di Francoforte. “La cosa che spaventa di più” ha aggiunto Lucia Hermanns, casalinga professionista, “è il negazionismo: sul pullman sento sempre persone, anche anziane, dire che i blue jeans colore blu classico non sono mai esistiti! Questo è davvero inaccettabile: chi si ricorderà di loro, quando noi non ci saremo più?”. Le fa eco, allarmato, Giovannino Magnusson, 54 anni, Presidente dell’GAJIO di Medjugorje (Gruppo Autonomo Jeans Internazionali Ortodossi) quando sostiene che  “le nuove generazioni andranno sicuramente incontro a sciagure indicibili: si inizia dal jeans, chissà dove si va a finire!”. La politica sembra insensibile al problema: a livello internazionale l’Onu pare non prendere neanche in considerazione il dramma, e in Italia solo il Movimento 5 Stelle ha indetto un referendum per la salvaguardia e l’estensione “del jeans tradizionale di cittadinanza” per tutti gli Italiani. Finora sono state però raccolte solo 4 firme.

Quella volta

Quella volta che ho spinto la macchina per tre chilometri che si era fermata per la benzina…
Quella volta che ho dato un bacio a Margherita, si chiamava così quella ragazza bellissima che veniva a prendere il pane la mattina…
Quella volta che ho detto al capo: “io me ne vado” e poi ho riso e ho buttato il camice per terra…
Quella volta che ho corso come un pazzo per raggiungere il rifugio e le bombe piovevano come grandine malvagia…
Quella volta che al mare sul moscone mio figlio mi ha detto “guarda papà che bel tuffo che faccio!”…
Quella volta che ho preso i soldi ed ho comprato l’anello, costava caro, ma le è piaciuto molto… l’avrà ancora addosso?…
Quella volta che c’era silenzio in classe, e nessuno sapeva la risposta, allora ho alzato la mano che mi tremava, e piano pianissimo, con la mia voce di ragazzino ho dato la risposta giusta…
Quella volta che bruciava la casa e abbiamo fatto in tempo a portare fuori solo le fotografie…
Quella volta che abbiamo aperto la porta della nuova casa per la prima volta…
Quella volta che siamo andati in gita al lago di Garda…
Quella volta che alle giostre guardavo la gente sulle montagne russe e pensavo “pazzi” e poi ci sono salito pure io…
Quella volta che mia figlia mi ha detto “sei nonno” ed io mi sono ricordato di quando, ragazzino, mio nonno mi raccontava le storie di paese ed io sognavo, allora mi è venuto da piangere…
Quella volta che abbiamo raccolto i punti dei detersivi e ci è arrivata la lavatrice nuova…
Quella volta che ho fatto dodici alla schedina…
Quella volta che le ho chiesto di sposarmi alla festa di San Giulio a giugno…
Quella volta che lei mi ha detto sì tremando…
Quella volta che di notte in ospedale, fumavo ed aspettavo…
Quella volta che ho visto la discussione della tesi dei miei figli…
Quella volta che mi aveva fatto impressione pensare che i miei figli avevano scritto un libro…
Quella volta che a me hanno fatto l‘esame di quinta elementare…
Quella volta che tornavo militare, e in osteria i miei amici mi hanno fatto festa con il vino rosso, il salame, e ci siamo ubriacati, ed io ridevo, ridevo…
Quella volta che sono andato al funerale di mia madre…
Quella volta che i medici mi hanno detto quella brutta parola…
Quella volta che io non capivo…
Quella volta che sulla bici ho fatto tutta la strada dal mio paese fino a Palermo…
Quella volta che ho visto il suo corredo, come lei lo tirava fuori dal baule…
Quella volta che ho pescato la trota e l’ho portata a casa…
Quella volta che mi è arrivata la prima pensione…
Quella volta che hanno tentato di farmi rispondere al telefonino ed io l’ho spento per sbaglio…
Quella volta che ci hanno rubato la macchina e dentro c’erano gli zainetti con i libri di scuola dei miei figli…
Quella volta che Francesca aveva la febbre alta e l’abbiamo portata di corsa all’ospedale avvolta da una coperta, ed io la tenevo in braccio ed avevo paura…
Quella volta che abbiamo mangiato in quel ristorante vicino alla spiaggia…
Quella volta che ho fatto pace con mio padre…
Quella volta che ho visto mio figlio farsi la barba…

Nella sala ricreazione dell’ospizio, Giovanni come al solito parla a sproposito da solo, seduto vicino alla finestra.

16 cose fragili

I venerdì nei tuoi occhi
Il sonno del mio cane
L’aria fuori dal balcone
Le dita dei piedi di Gaia (due mesi)
I giorni di vacanza
I taccuini stesi all’ombra
Le foglie delle nostra pianta
Gli inverni nella memoria
Gli amori d’estate
I passi dei miei 
Gli abbracci con gli altri
Le foto che ti feci
Le corse in autostrada
L’ odore del basilico
I segni sopra i muri
E queste mie parole

Trasloco del cuore

A breve cambieremo casa. 

Non sarà un grande cambiamento, ci basterà girare l’angolo del palazzo. Eppure di cambiamento si tratta. Nuovo stabile, nuovo piano (in alto per la prima volta), nuovi vicini, una nuova visuale dalle finestre e dal balcone, una stanza in più, i mobili, per forza di cose, disposti diversamente e, secondo il Feng Shui, il letto di sicuro ci darà altri sogni messo dove sarà messo. Anche Uva avrà il suo attimo di spaesamento, poi, come noi, si abituerà.
Lasciamo un’appartamento di bambole: piccolo, a tratti claustrofobico nei suoi 44 mq, l’ingresso che è stato da subito il mio studio, la cucina a vista, il bagno stretto e lungo, il balcone che pare una mattonella all’aria aperta, la camera da letto arredata con 400 euro. 
In questa casa abbiamo fatto feste con più di 30 persone. 
Abbiamo passato inverni freddi al calore dei nostri abbracci, estati calde sparandoci in faccia l’aria finta di un ventilatore, abbiamo riso litigato pensato tirato ad indovinare che piega avrebbero preso i minimi eventi delle nostre vite. E’ stata una casa utile. Ci ha sostenuto in momenti di sconforto, e sempre ci è parsa rifugio comodo quando fuori non hai voglia di uscire. Ora trabocca di cose e libri, lo spazio è finito, il disordine è legge. La casa ad esempio ha inghiottito il mio passaporto e non lo restituirà mai più.
Ricordo che quando l’abbiamo vista la prima volta, ho saputo che lì avremmo abitato. E la stessa cosa mi è successa con il nuovo appartamento. 
Forse nella vita di una persona un trasloco non è un grande evento, soprattutto se paragonato ad una nascita, ad una perdita, ad un lavoro nuovo, ad un trasferimento all’estero. Se poi ci si sposta di pochi metri, appare ancora più irrilevante. Ma in fondo non è così. Ci sarà da cancellare l’automatismo che ci guiderà verso un portone, che non è più il nostro. Ci sarà da smettere di aspettare il rumore cigolante della caldaia, di notte, e riabituare i passi al buio verso il bagno. Si dovrà pensarci diversi. Con i mobili i libri i vestiti i documenti il cane e i ricordi, un bel pezzo di cuore trasloca. Si lascia indietro minuscoli frammenti, briciole nel bosco per illudersi di non perdersi.