Lari

«Dicit quidem et animas hominum daemones esse et ex hominibus fieri lares, si boni meriti sunt; lemures, si mali, seu larvas; manes autem deos dici, si incertum est bonorum eos seu malorum esse meritorum.»

« [Apuleio] afferma inoltre che anche l’anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati dèi Mani se è incerta la loro qualificazione. »

Agostino di Ippona, La città di Dio IX,11

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Gli amici di Giobbe

A Giorgio De Alessi, che son sicuro apprezzerà

Ciò che colpisce nel Libro di Giobbe non è, come si potrebbe facilmente pensare, la condotta capricciosa e meschina di un Dio che si sa potente potentissimo (“Dov’eri tu quando io fondavo la terra?”) che, per scommessa col diavolo, permette che ad un suo fedele figlio capitino sciagure e disgrazie; non è neanche la reazione dignitosa e ferma di Giobbe, che si rifiuta di maledire Dio ma pretende risposte. Questi aspetti, ampiamente trattati e discussi (senza che in realtà sia data vera soluzione al primo: le perplessità teologiche di Giobbe rimangono tali e valide per sempre e dovunque e per tutti gli uomini) non hanno attirato la mia attenzione quanto un altro aspetto, marginale probabilmente, ovvero gli amici di Giobbe.

Giobbe riceve la visita dapprima di tre amici, Elifaz, Bildad e Zofar, e poi di un ultimo personaggio, di nome Elhu: giovane, arrogante, insopportabile nel suo supponente e meschino monologo contro Giobbe.
Iniziamo con i primi tre. Queste figure, che visitano un Giobbe in disgrazia assoluta, ridotto alla miseria, al lutto, alla sofferenza fisica, ricoperto di piaghe e di angosce, non fanno altro, in maniera leggermente diversa uno dall’altro, che stare dalla parte di Dio, e della tradizione.
Non vogliono vedere lo stato dell’amico, sorvolano sull’accanimento che Dio gli ha riservato e, pur sapendolo un giusto (più giusto e devoto di loro), gli dicono che se si trova in quella condizione è perché ha peccato. E più si lamenta, più chiede risposte (che arroganza! Volere che Dio spieghi i suoi piani ad un meschino uomo!), più resterà nel peccato e quindi nella giusta punizione. Ottusamente ribadiscono l’equivalenza empi : punizione = giusti : ricompensa.
Giobbe, con sottile ironia (“Voi, certo, valete quanto un popolo e con voi morirà la saggezza” o anche “i vostri detti memorabili sono massime di cenere”) e spesso con frustrazione (“vedete uno che fa orrore e vi prende paura” o anche “siete inventori di menzogne, siete tutti quanti medici da nulla”), illustra come questa formula non sempre sia vera e reale, come la vita e l’esperienza spesso mostrino proprio il contrario. Ribadisce inoltre di essere innocente davanti a Dio: pretende quindi una ragione. Non lo ascoltano.
Arriverà così un quarto interlocutore. Più giovane degli altri e di Giobbe, ha taciuto per rispetto degli anziani, ma ad un certo punto si sente in dovere e in diritto di parlare. Tratta Giobbe senza rispetto, lo sfida (“Se puoi, rispondimi; prepara le tue ragioni, fatti avanti!”).
Rincara la dose, accusa perfino gli amici di non essere stati abbastanza persuasivi con Giobbe (“Vi ho seguito attentamente, ed ecco, nessuno di voi ha convinto Giobbe”). Evidentemente, visto il fallimento degli altri tre, Giobbe è destinato, secondo Elhu, a farsi una ragione con le sue parole, ispirategli da Dio.
Cerca di annichilire Giobbe (“No, di certo Dio non commette ingiustizie! L’onnipotente non perverte il diritto!”). Giobbe quindi, si sta lamentando invano e in maniera sacrilega. Torni sulla retta via, e vedrà che Dio saprà ricompensarlo. Questo il senso della sua arringa: sostenuta con arroganza, con mancanza del rispetto dovuto ad uomo anziano come Giobbe.
Dio, dopo essere intervenuto sotto forma di turbine, aver fatto sfoggio di tutta la sua potenza, mortifica e umilia Giobbe, che china la testa. Solo allora, questo Dio iracondo, vendicatore, irrazionale, rimproveragli amici, perdona Giobbe e gli restituisce la sua vita, accresciuta ed arricchita.

Per tutto il libro Giobbe è solo. E’ solo fisicamente, dal momento che ha perso familiari e parenti, ruolo sociale e ricchezze, ed è solo dialetticamente: nessuno cerca anche solo minimamente di immedesimarsi in lui, di prestargli ascolto e fiducia: le parole degli amici non sono di consolazione per Giobbe, anzi (“Di cose come queste ne ho udite tante! Siete tutti dei consolatori molesti!”). E come potrebbero d’altronde?
Ma cosa spinge questi uomini, che si dichiarano suoi amici, che l’hanno raggiunto nel punto più estremo della sua miseria (fisicamente e moralmente) e cercano di parlare con lui? Forse la paura di Dio? Forse la ferma convinzione che la tradizione e le sacre scritture realmente non mentano e loro credano in esse in maniera totale?
Quello che li spinge ad accusare un innocente, ad infierire, è semplicemente la meschina soddisfazione di vedere un giusto cadere nella polvere, un giusto innocente, più fortunato, ricco, importante, devoto di loro.
Gli amici (begli amici, diremmo noi!) godono nel sapere Giobbe piegato. Godono  nel sapere di disporre di argomentazioni canoniche indiscutibili, con le quali possono rivalersi su Giobbe. Non hanno nessuna intenzione di consolarlo. Dietro lo schermo di Dio e della religione, si stanno semplicemente prendendo una rivincita. Nessuno di loro infatti vuole ricordare/ribadire/accettare che Giobbe sia stato, in tutta la sua vita, un giusto assoluto. Il passato di Giobbe (e quindi il presente) diventa, per loro, occasione di peccato: lo accuseranno falsamente di crimini e peccati che, sanno, Giobbe non ha mai commesso (“La tua malvagità non è forse grande, e le tue iniquità non sono infinite? Tu, per un nulla, prendevi pegno dai tuoi fratelli, spogliavi delle loro vesti gli ignudi. Allo stanco non davi da bere l’acqua, all’affamato rifiutavi il pane. Rimandavi a vuoto le vedove, le braccia degli orfani erano spezzate. Ecco perché sei circondato di lacci, spaventato da improvvisi terrori”). Meschini, dove non riescono con la dottrina, provano con le calunnie: sanno bene che Giobbe pregava per sé e per i figli perfino, in caso essi avessero mai commesso qualche peccato.

Per loro Giobbe è, finalmente, diventato il capro espiatorio. Non gli pare vero che un uomo di siffatta integrità venga così duramente punito da Dio: la cosa, al posto di spaventarli e farli riflettere sulle loro personali colpe, non fa che accrescere il senso di impunità e soddisfazione di sapersi salvi.
Con che coraggio chiede Giobbe di potersi difendere davanti al suo grande accusatore? Chi è, come si permette?
Il comportamento dell’uomo di fronte al più debole, in specialmodo se esso è innocente, è di una  crudeltà indicibile. Dio, per i tre amici di Giobbe, è una sorta di irremovibile verità ontologica: è lo specchio e il destino di Giobbe, la sua sconfitta meritata, la loro vittoria sordida.
Le tesi di Girard sul capro espiatorio si sposano perfettamente con il dilemma eterno che il libro di Giobbe rappresenta.  Il senso del male, la sofferenza inutile del buono, provocata e permessa da Dio, è ribadita e giustificata in maniera dis-umana dagli altri uomini.
Lo scampato pericolo che ci assolve, fa precipitare un nostro fratello: nostro dovere è stare dalla parte di chi ha comminato la pena, non di chi la subisce.
L’istinto di sopravvivenza dell’anima procede di pari passo con quello del corpo. E se Primo Levi subì, come tanti, l’angoscia di sapersi superstite, per il resto dell’umanità il proprio perdurare non è realmente tale se non si vede dissolversi il bene di un altro.
Lo spirito vitale, la volontà di potenza è anche volontà di distruzione dell’altro.

Quattro dimostrazioni logiche dell’esistenza dell’uomo e altrettante confutazioni

Mio figlio è, come tutti i giovani, entusiasta e incosciente. Lui dice di averli visti, dice che lo avrei addirittura mandato io da loro, a vivere come loro, per un po’, come uno di loro addirittura. Il ragazzo ha la fantasia troppo fertile, è proprio un sognatore. Si è addirittura messo a studiare, pur di convincermi. Visto che alla sua presunta testimonianza diretta io non credo minimamente, se ne è stato per un po’ da solo, poi mi si è ripresentato con un foglio tutto fitto di parole, e ha incominciato ad enunciarmi ciò che aveva scoperto. Disse che davanti alla logica, avrei dovuto inchinarmi, e accettare che loro esistono. Le sue argomentazioni erano queste:

1^ Dimostrazione, cosiddetta ontologica: siccome si può pensare che la materia, da me creata, ha una certa dose di “libertà”, ovvero si può combinare in quasi infinite maniere, non si può negare a priori che essa stessa si sia combinata, col tempo e grazie a diversi fattori, casuali e causali remoti, ma non impossibili, in loro come lui li intende. Niente meno che somiglianti a noi, e capaci di pensarci, ma che dico, pensarci, credere addirittura in noi.

2^ Dimostrazione, cosiddetta economica: L’universo che ho creato, per trastullarmi con qualcosa e riempire l’eternità, è divenuto così complesso, che sarebbe “sprecato”, ha detto proprio così, se esso non fosse abitato da esseri intelligenti appunto simili a noi. Un principio evidente secondo lui.

3^ dimostrazione, cosiddetta cosmologica: Seppur inconsciamente (io agire inconsciamente?, ah, i giovani, che audacia intellettuale…), io ho creato un universo fisicamente adatto alle condizioni di vita per loro. Forse non l’ho fatto apposta, acconsente mio figlio, ma tant’è che le cose sono andate a ordinarsi nel modo migliore per loro.

4^ dimostrazione causale: Essendo io il principio e la causa di tutto, non posso non essere che causa di un certo effetto, e siccome loro come effetto sono almeno pensabili, io devo essere la loro causa attiva, non solo la causa pensante, ma addirittura fattuale, io insomma garantirei della loro esistenza: avendoli resi almeno pensabili, creati in una maniera non ancora concreta, volente o nolente, per volontà mia diretta o per indiretta emanazione, loro si sono davvero concretizzati, poiché sarebbe assurdo, secondo mio figlio, credere che ciò che io penso resti una semplice fantasia, inconsistente e vuota e non si concretizzi nell’esistenza. Il mio pensiero, essendo onnipotente, quindi, deve anche averli creati esistenti e non solo pensabili.

Queste sono le argomentazioni che mio figlio, e di questo deve dargli atto, con fatica ha escogitato. A nulla è valso quindi il mio ostinato rifiuto nel credere al suo “sogno” come lo chiamo io, di incarnazione in mezzo a loro. Mio figlio l’ha superato, cercando di trovare qualcosa che non potessi negare, e si è avvalso quindi della logica. Povero figliolo, ha ancora tanto da imparare. La logica non è un’arma infallibile, e se ne renderà conto ben presto. Anzi. E’ misera cosa, se non può essere suffragata dalla vera esperienza. E’ un idealista, mia figlio. Gli passerà. Le sue dimostrazioni, ma non glielo dirò ancora, fanno acqua da tutte le parti e sono facilmente smontabili. Non glielo dirò subito, aspetterò qualche millennio, facendogli credere di stare riflettendo sulle sue inattaccabili certezze. Lo farò contento per un po’, gli lascerò la gioia che viene dalla consapevolezza di aver messo in crisi suo padre. Poi, quando lo vedrò cambiato, e pronto, gli dirò che:

1^ confutazione della dimostrazione cosiddetta ontologica: La materia è vero, ha una certa libertà di movimento, chiamiamola così, ma non può agire come se fosse “intelligente”, essendo io l’unica intelligenza (e mio figlio e lo Spirito Santo, ma un po’ meno di me) presente nell’universo: per creare loro, come lui vorrebbe, ci sarebbe bisogno di una intelligenza, e non da poco, la mia insomma, e non sono tanto vecchio e squinternato da non ricordarmi se li ho creato o meno. La materia da sola, son sicuro, non c’è l’ha mai fatta e mai potrà farcela. Le manca la scintilla divina, che io non le ho concesso.

2^ confutazione della dimostrazione cosiddetta economica: Questa è la più facilmente confutabile. Non ho creato l’universo per un principio di utilità, quindi non ho fatto le cose perché avessero la potenzialità di occupare un posto assegnato. Non ho inteso la creazione del tutto come collocazione ordinata e armonica, nel quale nessun spreco sia possibile. Ho creato lo spreco, appunto, essendo io pienezza e massima totalità. Lo spreco per eccesso di energia.

3^confutazione della dimostrazione cosiddetta cosmologica: Molto simile alla precedente, questa dimostrazione si confuta quasi da sola: anche qui, non ho creato l’universo per far sì che esso assumesse tutte le forme possibili. Ho creato l’universo con una minuscola, infinitesimale scoria della mia pienezza: io sono tutte le possibilità possibili, io le contengo, non l’universo. L’universo è limitatissimo, e di certo, non può assumere la forma atta alla vita per loro. Avrei dovuto intervenire molto più attivamente e scegliere una disposizione concreta del tutto creato secondo una regola ben precisa, per dare la possibilità a loro di venire alla luce. Ma io, ripeto, ho utilizzato una piccolissima particella di me stesso, per fare l’universo. Non mi sono mica impegnato più di tanto.

4^ confutazione della dimostrazione cosiddetta causale: Questa dimostrazione è molto sottile, a prima vista. Ma guardandola meglio, addentrandosi in essa, si scopre la sua pecca principale. Il mio pensiero è in effetti onnipotente, su questo devo dare ragione a mio figlio. E sono la causa di tutto ciò che è, in quanto è. E’ vero, io ho pensato, rendendo quindi pensabili, loro. Ma non ho reso loro concreti a partire dal pensiero. L’avessi fatto, non avrei avuto bisogno prima di pensarli, li avrei creati e basta, ma, come ho già detto, non ho disposto me stesso nelle condizioni operative migliori affinché a partire dalla creazione dell’universo si giungesse davvero a loro. E peggio ancora, avessi reso loro solo pensabili, e poi, grazie al pensiero stesso, essi si fossero, come dire, adeguati materialmente al pensiero, il pensiero si fosse combinato, incontrandosi con la materia presente nell’universo, per rispondere alla logica della mia attività mentale, ciò vorrebbe dire che io non ho il controllo del mio pensiero: ma essendo il mio pensiero onnipotente ciò è impossibile. Un pensiero onnipotente, implica un pensatore onnipotente, ma un pensatore a cui sfugge un suo pensiero, fino a diventare una cosa concreta indipendente, non è un pensatore onnipotente. Mio figlio, quindi, per dimostrare loro sarebbe costretto a confutare me: non si è reso conto dell’assurdità a cui è costretto a giungere, se porta fino in fondo la sua dimostrazione. Per questo dicevo che la logica è cosa subdola, si finge arma e diventa suicidio.
Quindi, alla fine di tutto, posso dire con sicurezza che loro non esistono, perché se lo facessero, allora significherebbe che io stesso non esisto. E’ ciò, carissimi, dal momento che vi sto parlando, e sono davanti a voi, davanti alla vostra esperienza, vi rendete conto che è non solo è impossibile ed assurdo, ma è anche ozioso pensarlo.

dio-padre

Gesù liberaci

Gesù-misericordiosoGesù, che da qualche parte ci sei, ti prego liberaci da suore che ballano in tv, da preti pedofili, da frati con  le stigmate,  da missionari in Africa che condannano i preservativi, dallo Ior, da Cl, dai Papa-boys, dai ritiri francescani, dalle cattedrali nel deserto, da Madonne piangenti e suore affacciate ai campanili, da Lourdes, da Fatima coi suoi segreti,  da Medjugorje, dai rosari, dalle formule trite e ritrite e fredde e vuote e disumane per sposare la gente, per seppellire i morti, dal catechismo per i bambini, dalle lezioni di religione, dal crocifisso dappertutto, dall’”Europa ha radici cristiane”, da gente che ti rinnega quando sente cantare i galli, da chi fa le peggio cose e poi si fa perdonare, dalla confessione, dai pezzi rock e rap cristiani, dai santini, dai gadget religiosi, dalle vecchie bigotte, dai politici ex dc, dagli antiabortisti nei consultori e negli ospedali, da chi voleva “viva” a tutti i costi Eluana Englaro, da chi ha negato il funerale a Welby ma seppellisce in una basilica il capo della Magliana, da chi traduce i testi sacri come gli fa più comodo, da chi sa a memoria tutti gli inni, da Madre Teresa e da ciò che rappresenta, dalle scuole private cattoliche, dai roghi, dagli inquisitori, dai gesuiti, dalle apocalissi, dai San Paolo, dalle visionarie, dai martiri, dai santi, dai dieci comandamenti, dalla colpa e dal peccato, dalla castità forzata, dall’obbedienza cieca, dalla falsa povertà, dalle lotte di potere del Vaticano, dai preti che combattono altri preti, dagli uomini di chiesa che dicono che gli omosessuali son diversi, peggiori, disumani, e li deve “guarire”, dagli ortodossi, dai protestanti, dai testimoni di Geova, dagli invasati, dagli scismi, da coloro che “non vado in chiesa ma credo” e da quelli che “non credo ma vado in chiesa”, dal concetto cristiano di “famiglia”, dai poveri elevati a modello di virtù, dall’inferno, dal paradiso, dalle tesi di Sant’Agostino, di San Tommaso, di Sant’Anselmo, dagli esorcisti, dagli indemoniati, insomma liberaci dai cristiani.