Perdere gli anni

Recensione su Minervaonline a cura di GIULIETTA ROVERA.

C’è la storia di un ragazzo che si accorge con angoscia e stupore di “perdere gli anni”, alle volte a manciate altre in modo quasi inavvertito. E quella di chi scopre che esistono luoghi dove si mettono all’asta occasioni mancate accadute nel passato. E quella del giovane che assiste impotente al mutare di una fotografia che ritrae una bellissima sconosciuta, che esercita su di lui la fascinazione che solo le creature dotate di mistero sono in grado di esercitare: quasi una rilettura ma in chiave personalissima del capolavoro di Oscar Wilde, “Il racconto di Dorian Gray”. E quella del marito divorato dalla gelosia, che vaga nella notte alla ricerca di indizi e conferme ai suoi sospetti. 24 racconti scritti con mano felicissima costituiscono un libro da non mancare: “La perdita degli anni”. L’autore, Vito Ferro, docente di scrittura creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Torino, non è alla sua prima prova letteraria: ha già infatti al suo attivo alcuni romanzi che hanno ottenuto successo di critica e di pubblico. Ma quest’ultima sua opera va segnalata per originalità, capacità di trasmettere emozioni, descrivere paesaggi, atmosfere, umori. La semplicità con la quale sa costruire la frase, rendendo la lettura quanto mai scorrevole, ricorda quella di un grande della letteratura americana: Raymond Carver, anche lui autore di racconti inimitabili per la capacità di “scrivere per sottrazione”, ossia ridurre all’essenziale la storia e le parole per raccontarla. Nella prosa di Vito Ferro aleggia Raymond Carver, ma anche Kafka, con le sue atmosfere cariche di brume e smarrimenti e angoscia. E Boris Vian, per lo humor nero (vedi il racconto “La veglia funebre”), le atmosfere surreali, l’amore per il jazz – non a caso Johnny di Saint Louis, il personaggio di “Fino alle stelle”, suona musica jazz.

Leggere “La perdita degli anni” significa lasciarsi immergere in una Torino che esercitò un’incontestabile influenza su Nietzsche – pare che proprio nel capoluogo piemontese perdesse la ragione – ma anche su Mark Twain, Gogol, Melville e Dumas. Libro di atmosfere, questo di Vito Ferro, cariche di odori, suoni, luci, ombre, colori, dove “il buio spesso” della strada “deserta di auto e di passi” ti avvolge e nasconde, dove le donne ti ammaliano con i loro “sguardi fragili”, “sguardi di pioggia”, e il “profumo morbido” del neonato ti turba e intenerisce. 

Il tempo, il suo inesorabile scorrere, sembra essere il leitmotiv che accompagna ogni storia: “La prima notte” del primo uomo e della prima donna dopo la cacciata dall’Eden; “Un pezzo dopo l’altro”, che narra l’avventura di chi tornando a casa dal lavoro, giorno dopo giorno vede scomparsi gli interruttori della luce, i caloriferi, le tubature dell’acqua, gli allacci del telefono, gli infissi e le finestre, i mobili, le piastrelle, l’intonaco …; “L’ascensore”, strumento perfettamente funzionante in un caseggiato dove però vige il ferreo divieto di usarlo – pena la cacciata dell’inquilino; “Scrittore a ore”, dove al supermercato puoi comprare pane e formaggio, ma anche farti scrivere racconti, saggi, romanzi e poesie.

“La perdita degli anni” è un libro di atmosfere, in cui l’autore si sposta con maestria fra realtà e sogno, sogno e incubo, incubo e humor, cogliendoti sempre di sorpresa. Come nella numerazione delle pagine. E anche per questo, da non mancare. 

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La vita va avanti su Mangialibri

Armando si sveglia disteso nell’erba. Non sa assolutamente dove si trovi né ricorda come ci sia finito. Lentamente si alza. Non sente dolore. Solo una infinita spossatezza. Guarda il cielo. È notte. Le stelle splendono e non c’è una nuvola. Che cosa gli è successo? Come è finito disteso in un prato senza ricordare assolutamente nulla di quello che sia accaduto? Deve semplicemente ragionare, calmarsi e mettere in fila i ricordi. Che sia stato uno scherzo dei suoi amici? Comincia lentamente a camminare e a chiedere aiuto a gran voce sebbene tutto attorno a lui ci sia un silenzio quasi assordante. Ad un certo punto capisce dove si trova. È al cimitero del suo paese. Cerca il custode. Vuole assolutamente uscire e tornare alla sua vita. Eppure il custode, nonostante lui si sbracci e urli, sembra non sentire la sua voce e non percepire la sua presenza. Armando è sconcertato e furioso. Mentre continua a voler attirare l’attenzione del custode scorge tre uomini che sembrano attenderlo. Ad Armando non piacciono. Che diavolo ci fanno di notte al cimitero? E che diavolo ci fa lui in un luogo che frequenta pochissimo e soprattutto perché sembra che solo i tre uomini lo vedano e vogliano parlargli mentre il custode lo ignora completamente?

La vita va avanti è un romanzo intenso ed è, allo stesso tempo, una lunga meditazione sulla morte. Misurarsi con un tema così pregnante è una operazione molto complessa. Vito Ferro, classe 1977, autore di altri romanzi e racconti, lo fa regalandoci un lavoro molto interessante. La storia potrebbe, di primo acchito, parere già letta mille e mille volte. Il protagonista che è deceduto e non ne ha consapevolezza, il cimitero come luogo in cui transitano le “anime” che non hanno ancora trovato pace, potrebbero apparire dei cliché. Sta invece nella scrittura e nella profonda sensibilità dell’autore lo scarto tra quello che può apparire “scontato” e quel tocco che rende una storia inconfondibile e totalmente diversa da tutte le altre che affrontano le stesse tematiche. Vito Ferro ha un modo di narrare avvolgente, non lascia mai che ci siano momenti di stasi nel suo racconto. Il periodare è complesso e sembra quasi un lungo flusso di coscienza del protagonista. Mentre leggiamo la storia di Armando, con tanto di colpo di scena finale, cominciamo ad interrogarci su noi stessi, sul nostro rapporto con la morte, con le persone che abbiamo amato e che sono venute a mancare, con i mille ricordi che ognuno ha e che custodisce gelosamente. Vito Ferro fa sì che il lettore si metta in discussione, che una fitta sottile di malinconia ci attraversi il petto. Ed è già questo un grande risultato.

www.mangialibri.com/libri/la-vita-va-avanti

Tempo di manifesti culturali

Che cos’è #adotta1blogger? Una community online di 1000 blogger sparsi in tutta Italia, che scrivono sulle tematiche più disparate: filosofia, psicologia, turismo, cucina, letteratura, cinema, arte, design, sharing economy. Noi ci occupiamo di creare connessioni di valore aggregando i contenuti in una rassegna stampa settimanale, best practice di condivisione, partecipazione attiva e ricerca. L’attivismo digitale sinergico che contraddistingue il suo operato l’ha resa di fatto una smart community.

Un manifesto inteso come programma culturale, a volte racchiude in sé una carica energetica tipica di chi non si accomoda  in una non vita, in un non luogo e in un tempo indefinibile, sintesi dell’inettitudine umana. E’ il caso degli Autori Riuniti, per i quali pubblicare è come fare l’amore: è commovente solo se è gratis. Perciò al bando marchette, scambi di recensioni e nicchie troppo affollate! Abbiamo valori per cui lottare, tradizioni da portare avanti, vite da indossare e da riscattare. Senza clamore, con incedere sicuro ed elegante.

Quando si pensa che l’esistenza di Drogo sia condannata a svanire nel silenzio e nella solitudine, spezzata solo dalle scarse conversazioni con il medico militare e qualche altro ufficiale con cui però il maggiore Drogo non trova affinità, la Fortezza prende nuovo vigore perché accade l’insperato: il nemico è alle porte, i rinforzi arrivano dalla città, ma Drogo -ormai gravemente malato- non sarà protagonista della battaglia più importante, quella attesa per tutta una vita.
Ultima lettura: “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati , di Elena Tamborrino

In questo mondo fermo, immobile, che sta marcendo sotto ai nostri occhi, nel coro delle lamentele di tutti, noi abbiamo deciso di ripartire da zero: dalle storie, dalle emozioni, dalla meraviglia. Dagli Autori. Finalmente riuniti.
Nasce Autori Riuniti , di Vito Ferro

Ho comprato un cappello rosso piccolo e leggero, così quando lo indosso,  mia nonna Ines mi ricorda da dove vengo e che non sono sola come una lettera messa lì a caso su un foglio bianco. Mi fa credere che c’è un senso di parole e frasi e storie da continuare a scrivere. Mi fa credere che io sono le storie che mi hanno preceduto.
Come un dispetto , di Tiziana Calabrò

http://www.lastampa.it/2016/04/09/blogs/adottaunblogger/tempo-di-manifesti-culturali-SrpsKnfzTphJ7FQkR4ye5M/pagina.html

Il ragno e il fuoco

“Un libro non è soltanto, o non è sempre, un tempio delle idee o un’officina di musica e luce, è anche un luogo oscuro di sfoghi e di rimozioni, dove si combatte un duello senza pietà, con la sola scelta di guarire o morire”.

Gesualdo Bufalino

Il romanzo Il ragno e il fuoco, opera seconda della giovane scrittrice Chiara Nirta, edito da Città del Sole, è stata una piacevole scoperta.
E’ un libro a più livelli di lettura ed interpretazione: è una storia di amore tormentato, è un romanzo di formazione e un grande affresco del Sud, inteso sia come luogo geografico che come paesaggio dell’anima, è un piccolo, essenziale saggio di filosofia antica.

E’ un libro “greco”: così come per la filosofia antica anche nell’opera di Chiara Nirta il dualismo, gioco di forze contrapposte e destini che segnano, è il grande motore immobile, forza primaria che permea di sé tutte le pagine e dà  vita alla vicenda.
Sud e nord, innanzitutto, ma anche e soprattutto amore e odio, dolcezza e violenza, carne e spirito, volontà e sottomissione, sentimento e aridità. Sono tutte coppie di tematiche in conflitto la cui contraddizione di fondo è la descrizione più veritiera del Sud dell’Italia, terra di estremi, di bellezza indescrivibile e al tempo stesso di massima deturpazione.
Ma, a differenza della filosofia delle origini, in cui il bene supremo era rappresentato dalla razionalità pura, da quel Logos (che significa anche “discorso”), che deve domare il pathos, la passione forte in grado di disintegrare l’uomo, accecandolo, trascinandolo alla perdizione, nel romanzo logos e pathos sono alleati, sono parti indistricabili della stessa totalità. Nell’eterna lotta contro l’ignoranza, velo di Maya che abbruttisce e porta alla violenza, ragione e passione devono restare uniti, stretti, saldi.

Cinzia e il Moro, i protagonisti del libro (insieme alla loro terra d’origine anch’esso personaggio a tutto tondo), compiono un percorso di sofferenza e di libertà che passa dalla piena accettazione delle passioni unita alla volontà di sapere, conoscere, imparare. Cultura e tradizione, sembra questo dirci l’autrice, non possono essere scisse: il rischio è la mutilazione della propria anima.
Non è un caso che Cinzia, donna di grande saggezza e carnalità, ribelle che cova nello spirito, nonostante gli anni scivolati addosso, ancora il sacro fuoco del sentimento, di mestiere faccia la professoressa: la maieutica socratica, declinata in tanti dialoghi con la sua giovane ed ingenua allieva, è lo strumento col quale comunicare l’amore della vita e l’accettazione di essa, in ogni sua sfumatura.

Il Sud è correlativo oggettivo di questo conflitto: magnificamente descritto nelle sue qualità precipue, nella bellezza dei posti, dei momenti, del cielo del mare dei campi, dentro i quali perfino il silenzio assume caratteristiche metafisiche, e tutto rimanda ad un passato ancestrale nel quale la terra stessa era come un immenso altare sacro, sono i silenzi in cui si vede / in ogni ombra umana che si allontana / qualche disturbata Divinità*; ma il bisogno assoluto di verità non fa tralasciare di raccontare le brutture che deturpano il meridione, la violenza di una mafia che non sa riconoscere la bellezza o forse, proprio riconoscendola non riesce ad accettarla, e perciò tenta di frantumarla, l’ignoranza di esseri senza ragione e senza passione.  L’equilibrio, faticoso, nella descrizione di un mondo che potrebbe salvarci e che è perennemente sul rischio di sprofondare, è segno evidente di un amore dell’autrice nei confronti della sua terra che sa di non poter prescindere dall’oggettività.

Ma se razionalità e passioni procedono unite, anche sul piano del linguaggio c’è una commistione originale, ardita, estrema: mythos e logos (inteso come discorso, narrazione) non sono disgiunti, tantomeno contrapposti: la scrittura di Chiara è racconto e ragione che si svela narrando. Accanto alle suggestioni poetiche più potenti, più vitali (vitalistiche), alle immagini struggenti che impastano ricordi, sogni, avvenimenti, procedono le riflessione più distaccate, il punto di vista che si sforza di farsi esterno (cosa sono gli emigranti, se non elementi di un insieme che decidono di “staccarsi” per osservare meglio le loro origini?) ed arrivare così ad un punto di fermezza raggiunta, ad un più grande e solido accoglimento.   Scrittura come appropriazione e ricordo, quindi, ancora di salvezza, approdo sicuro: proprio l’opposto di ciò che sosteneva il re Thamus nel mito di Theuth di Platone.   Il risultato è suggestivo: a tratti la sintassi si ingrossa, si addensa, nel tentativo di restituire la pienezza di una vicenda, di vite intrecciate, di un mondo complesso, e tesse una tela intricata di meraviglie e stupori, per poi diluirsi allontanandosi dal fuoco vivo, dalle braci incandescenti di così potente suggestione.
Pirandello e Bufalino scorrono, diluiti, tra le righe e i sostantivi archetipici, tra le sfumature infinite degli aggettivi. La scrittura, così concepita, in tal modo venerata, è la lampara che guida nella notte, è la fiammella che indica la direzione sul mare oscuro, la traccia di una presenza che è segnale e simbolo di speranza, ricerca, riscatto.

Della storia d’amore dei protagonisti, Cinzia e il Moro, non dirò nulla, per non rovinare il gusto della scoperta al lettore. Anticipo solo che i personaggi, una volta conosciuti, difficilmente se ne andranno dalla mente e dal cuore: questo perché la scrittrice ha amato e rispettato i suoi protagonisti, cosa rara nella narrativa contemporanea, nella quale si gioca al massacro coi propri personaggi per arrivare a svolgere tesi e sostenere argomentazioni critiche. Nel libro uomo e donna sono amanti ma anche fratello e sorella primigeni, esseri complementari e anime che si ritrovano dopo l’oblio (ancora il mito che torna…).
Hanno la pienezza di persone vicine a noi, sfumature che li rendono veri e corposi, tratti distintivi che ce li avvicinano e nei quali è immediato rispecchiarci. La capacità della scrittrice è anche in questo: ha sedimentato in Cinzia e il Moro, ma anche nei personaggi minori, caratteri universali, archetipici, ha raccolto in essi millenni di Storia e di storie, ma al tempo stesso quelli che ci restituisce sono individui che potremmo essere noi, i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri figli: sempre che si voglia fare come loro e seguire la propria volontà, al di là del destino che hanno scelto per noi.        Bufalino diceva con ironia e profondità che “conviene, a chi nasce, molta oculatezza nella scelta del luogo, dell’anno, dei genitori”. E dice una verità giusta. Ma dimentica che senza l’imposizione iniziale della Sorte, in special modo quando questa è sfavorevole, non vi sarebbe lotta, e quindi storia.

Torino 2 settembre 2015

* Eugenio Montale, I Limoni

http://www.cdse.it/index.php?id=910


Sottomissione

“Sottomissione” non è, come potrebbe pensare chiunque prima di leggerlo, un libro totalmente virato verso l’islamofobia (che sa tanto di parola d’ordine, etichetta ipocrita per silenziare opinioni critiche). Innanzitutto non vi è nessun accostamento tra il fondamentalismo che guida il terrore e la grande religione monoteista, e in questo Houllebecq si dimostra pensatore abilissimo, disinnescando qualsiasi tipo di obiezione teoretica e pratica, e non concedendo nessun appiglio alla destra xenofoba.
Tutto l’impianto del libro è costruito semmai sull’Islam come realmente è, come viene percepito e vissuto dalla stragrande maggioranza dei fedeli al mondo. Il personaggio di Mohammed Ben Abbes, il brillante politico musulmano che prende il potere nella Francia del 2022, incarna in tutto e per tutto la visione occidentale dell’Islam “moderato”, addirittura ne è la sublimazione in alto. Prova ne è che si siano alzate pochissime voci dal mondo islamico contro il libro.
Certo, la visione dell’Islam, del vero Islam, quello appunto pacifico, moderato, maggioritario (?), quello in grado di innestarsi in una società europea sfinita e rivitalizzarla, trasmutandone i valori, rimane comunque per lo scrittore (e di conseguenza per il lettore) un qualcosa di inquietante, di sinistro. Anche se nel libro non vi è violenza palese nella presa del potere da parte dell’Islam, ma tutto avviene all’interno degli schemi democratici repubblicani, un malessere diffuso si avverte tra le pagine, seguendo le tappe della “sottomissione” personale del protagonista, un professore universitario esperto di Huysmans, un senso di profonda impotenza, di torpore letale. Prima che per le conseguenze drastiche di un così rivoluzionario cambio di regime politico, culturale, religioso, sociale, sono le premesse a urtare profondamente la nostra coscienza.
La sottomissione del titolo avviene perché non può essere altrimenti: un’Europa morta, svuotata di senso, incapace di formare e tenere unite le sue particelle elementari, gli individui vittime delle loro solitudine, ridotti ad un piano di materialismo consumista e formalismo politico, quest’Europa, appunto, non può che capitolare, poiché non ha nulla da offrire, da contrapporre ad un nuovo ordine di valori (per dirla alla Nietzsche). Nietzsche, tra l’altro, deriso più che Maometto: il problema, secondo lo scrittore, sta proprio in ciò che Nietzsche ha auspicato e operato affinché si attivasse, ovvero la perdita di trascendenza, la morte di Dio.
Senza una trascendenza, l’umanità non ha senso, non ha uno scopo, non ha un indirizzo. Vive trasognata e infelice, persa tra fugaci contatti senza amore, non è in grado di riprodursi, non ha forza sufficiente per voler replicarsi, trasmettere idee ed esperienze, principi e ideali; l’umanesimo, che sia capitalistico o comunista, provoca nausea e viene dichiarato impotente a sostituire la forza di trascendenza della religione. E’ bene ricordare inoltre che, nelle intenzioni primarie di Houllebecq, il protagonista del libro, intellettuale ateo, essere umano alla deriva, in bilico tra piaceri carnali (sesso cibo consumi) e ipotesi di suicidio, preda di piccoli e insistenti malesseri fisici e di una profonda, sconsolata, tragica accettazione dell’impossibilità del bene (l’amore, ovviamente, ma anche il continuo godimento impeditogli dal disfacimento del corpo, unico mezzo e referente del godimento stesso), avrebbe dovuto convertirsi al cristianesimo. Non è un dettaglio di poco conto. Se, alla fine, si è deciso di puntare sull’Islam, a mio avviso sensatamente, è proprio perché, all’interno di questa universale perdita di senso e di valori, è coinvolto anche e soprattutto il Cristianesimo. Tecnicamente, e filosoficamente, non avrebbe infatti offerto una ragione sufficiente alle dinamiche di sottomissione, essendo una religione più che secolarizzata, diluito e di molto, rispetto all’Islam, il senso di una trascendenza e non più richiesta (o sentita come urgente) l’applicazione ferrea della religione nella vita quotidiana.
Il cuore pulsante del libro, e di tutta la poetica (direi del “sistema”) di Houllebecq sta qui.
Lo smascheramento dell’impostura, della inconsistenza, del lento sgretolamento di valori fondanti di quella che viene genericamente chiamata società occidentale, la continua, spietata e (attenzione perché è molto importante) ironica denuncia di anomia e nichilismo nel quale siamo immersi, inscindibili dallo stile letterario inconfondibile dell’autore, sono i veri grande pregi che  bisogna riconoscere ad Houllebecq, la cifra stilistica e il nucleo del sistema letterario messo in piedi e rintracciabili in tutte le sue opere.
Ma, nonostante quella che può apparire a tutti gli effetti una condanna senza appello, una sentenza di morte improcrastinabile, aleggia tra le righe di “Sottomissione”, più che altrove nei libri dello scrittore, un’ironia efficace, velata di amarezza a tratti, esilarante e pura in altri, ironia che è anche e soprattutto rifiuto di accettare totalmente ciò a cui si abdica, lucidità nel riconoscere i propri devastanti limiti e, riconoscendoli, guardandoli bene in faccia, un affezionarsi ad essi: noi siamo questo limite, quindi siamo pur qualcosa. Sottile, sotto traccia, ma c’è.
Vero è che il protagonista viene alla fine spinto oltre il limite, e si sottomette, non per mere ragioni di opportunismo, ma per ritrovare finalmente un senso che riempia la sua esistenza e non gli lasci rimpianti. Un senso di trascendenza che non può che passare per un’abdicazione.
La più grande dimostrazione della non esistenza di Dio, e di riflesso del vero significato consolatorio e di potere di ogni religione, è la conversione di un ateo.
In questo Houllebecq pare prendere radicalmente le distanze da pensatori come Sartre e Camus (anch’essi derisi, per “l’impegno”), che invece dopo aver constatato l’inutilità di un’esistenza vuota di significati fondanti assoluti, sciolto l’orizzonte divino, ripartivano costruendo su questa terribile libertà alla quale siamo destinati, un nuovo stare nel mondo. Ed è proprio la volontà di fornire questa soluzione che Houllebecq contesta: se si vuole stare al mondo, senza l’assoluto, la nausea e la rivolta dovranno pur finire, prima o poi. Sarà il momento in cui ripartirà l’inganno. O il vuoto. Non vi è posizione più radicalmente sincera. E’ il nichilismo ad oltranza.
Houllebecq non si ferma infatti. Operando questa scelta di conversione, non fa che portare il pensiero alle sue estreme conseguenze, compie una mossa decisamente più efficace e terribile: mostra come per sfuggire dall’assurdo non si possa che accettare la sottomissione ad una potenza numinosa, ad un arretramento che è in primis teoretico, e poi etico, politico, culturale, sociale. Ci si arrende al sacro (che, come sostiene Girard, non può essere scisso, nella sua essenza, dalla violenza) per sfuggire l’assurdo.
Così facendo, l’uomo perde, ma Dio non vince. Anzi, viene resuscitato il Dio che noi avevamo ucciso, ed è un Dio che non dimentica l’affronto.

Una delle critiche più efficaci al libro non è quella relativa alla costruzione più o meno plausibile di un futuro distopico, quella per intenderci relativa alla fantapolitica. Bensì quella che accusa Houllebecq di non aver descritto e fatto agire adeguatamente le donne all’interno del romanzo, soprattutto non tenendo conto della realtà storica del tempo preso in esame.
Appare, a chi sostiene questa posizione, troppo improbabile una accettazione così supina da parte del mondo femminile occidentale di una rivoluzione che vada proprio ad intaccare pesantemente e a soggiogare il femminile in quanto tale, riportandolo ad una condizione di inferiorità precedente alle battaglie del femminismo e più in generale, ad una riscossione consapevole da parte delle donne (e di qualche uomo) che ha investito tutti gli ambiti del nostro mondo.
In realtà, è plausibile il contrario: Houllebecq ha semplicemente descritto e fatto agire adeguatamente il maschile occidentale, che ha perso per vari fattori la spinta necessaria e violenta alla sopraffazione, non più in grado di trascinare sotto di sé l’altra metà del genere umano. La poligamia all’interno del libro è probabilmente il primo vero vantaggio della sottomissione. Così come per la divisione tra ricchi privilegiati e stragrande maggioranza povera, accettata e incentivata dal nuovo ordine islamico, la supremazia del maschile sul femminile e il ritorno al patriarcato non è che una delle più vantaggiose ricadute dell’accettazione di un senso fondante, smarritosi nell’Occidente laico nei costumi, politicamente corretto, femminilizzato o meglio demascolinizzato, nel quale, seppur ancora lontani dall’aver raggiunta, ci si sta comunque instradando verso la parità di genere. La sottomissione è, in tal senso, lo strumento perfetto per sottomettere.
Semmai, ciò che è assente nel libro, è l’omosessualità. Se per le donne si prospetta un futuro di identità forte, incastonate nella nuova vecchia concezione di famiglia, identità decisamente subordinata a quella dell’uomo (ma non così illogica: trova sponda nelle tante (troppo) donne che considerano improbabile e neanche auspicabile la parità di genere, e non solo nel mondo musulmano) pare non esserci spazio per l’uomo, omosessuale in primis, che non intenda accettare la carica che l’Islam gli consente (impone) di ricoprire.
Anche in questo si scorge la potenza profetica di Houllebecq e la sua capacità analitica: ci mostra le vere ragioni, profonde e insite nella coscienza, dell’omofobia dilagante, reazione estrema ad una messa in discussione dell’onnipotenza maschile (che si crede) dominante. Il Dio dell’Islam infatti, come ci dice lo scrittore, a differenza del Dio cristiano, non può essere che maschile.

houllebecq

Intervista di Claudio Morandini per Letteratitudine

FESTIVAL MARACANÃ, di Vito Ferro – edizioniLas Vegas
in collegamento con il forum “Letteratura e Musica” di Letteratitudine

a cura di Claudio Morandini

Vito Ferro (Torino, 1977), animatore culturale e già autore di “L’ho lasciata perché l’amavo troppo” (Coniglio), “Condominio reale” (Edizioni di Latta), “Mentre la luce sale” (Lietocolle), nel 2012 ha pubblicato con le Edizioni Las Vegas di Torino un romanzo movimentato, comico, intriso di passione per la musica, a modo suo un atto d’amore per il rock e l’umanità delle periferie, “Festival Maracanã” (sic).
Conversare con lui è stato un vero piacere. Riporto la trascrizione della nostra chiacchierata subito dopo la breve silloge redazionale del romanzo.
 
Ale, Casimiro e Tommy, tre ragazzi spiantati dell’estrema periferia di Torino, terra di niente e di nessuno, decidono di organizzare un festival musicale, una mini Woodstock di tre giorni, con il sogno di riscattare per una volta le loro vite e il loro quartiere. L’impresa non si rivela così semplice e il fiasco sembra essere dietro l’angolo. I tre amici devono vedersela con una burocrazia impietosa, politici improbabili e cantanti incredibili, e l’organizzazione del festival sfugge al loro controllo. Tra situazioni esilaranti e umanità ricca di sfumature, questo romanzo è la storia di una passione sincera, di un’amicizia senza fine. E forse il capostipite di un nuovo genere: l’umorismo magico.

CM – “Dove le parole finiscono, inizia la musica” (H. Heine) si legge in esergo. Il tuo romanzo sembra la risposta ironica a questa massima, sembra dire: dove la musica non riesce ad arrivare, iniziano le parole.
VF – È così. Ho sempre pensato che la musica abbia un potere incredibile, universale, meraviglioso. Ma al contempo mi rendo conto che di una canzone io cerco di capire profondamente il testo, e lo trovo inscindibile dalla melodia. Non riesco ad ascoltare un pezzo strumentale, non ho le capacità tecniche per coglierne la bellezza, ho bisogno della “didascalia” che è il testo.
Il testo valorizza la musica e viceversa, si autoalimentano. La mia esperienza personale, poi, è quella di chitarrista ritmico dilettante e paroliere per alcuni amici musicisti. Provo invidia per le loro capacità musicali e frustrazione per non essere abbastanza bravo con lo strumento, ma anche orgoglio e soddisfazione nell’essere riuscito a dare “senso” alle note che loro hanno creato.
Ecco: scrivere per me è dare un senso a una bellezza, a una melodia, potrei dire a una storia, già presente.

CM – Il romanzo, in molte pagine, soprattutto nei dialoghi, ha la vividezza di una registrazione dal vivo. Ci ho sentito spesso (ma è un’impressione che andrebbe messa alla prova) l’eco di certi romanzi di Roddy Doyle, “I Commitments”, “Due sulla strada”, riferimenti che però dribbli virando presto sull’invenzione fantastica, sul comico onirico… Al di là di questi rimandi letterari, il senso molto forte di presa diretta mi spinge a chiederti quanto ci sia di veramente vissuto nel racconto dell’organizzazione di una piccola Woodstock di periferia. Alla domanda hai già risposto, sia pure con qualche reticenza, nell’ultima pagina, ma vorrei tornare insieme con te su questo punto.
VF – Non ho mai visto i film che citi, anche se molti lettori mi hanno segnalato le somiglianze.
In realtà il riferimento maggiore è proprio alle edizioni realmente svoltesi del festival alle Vallette (storica periferia nord di Torino nonché mio luogo di nascita) e ai trent’anni di vita nel quartiere stesso.
Il festival è esistito, per due anni di fila, e si è svolto in maniera rocambolesca, avventurosa, sconclusionata per certi versi, molto naïf per altri. È stato una caricatura di festival. Noi organizzatori ci siamo divertiti molto. E, credo, anche il pubblico che partecipò. Fu un’esperienza molto bella perché fondamentalmente libera, a briglia sciolta. Ricevemmo il permesso dal comune di poter superare di molto il consueto orario di chiusura di manifestazioni del genere: potevamo andare avanti fino alle 4 e 30 del mattino! Tu immagina: ragazzi giovani, un prato isolato di una periferia di per sé isolata, birra, panini, musica fino al mattino. Tanti eventi presenti nel libro sono realmente capitati nelle edizioni reali, poi ovviamente sono intervenuto con l’invenzione narrativa: che non considero una storpiatura della realtà, ma una sorta di interpretazione di essa, un correlativo oggettivo poetico. La spensieratezza, la stranezza, il surreale sono in fondo già presenti nel reale: i personaggi del libro l’accettano come una cosa “diversa” ma esistente, da rispettare. Sul quartiere ho migliaia di aneddoti estremi e molto divertenti che paiono inventati se non si è conoscenza dei soggetti che lo vivono, delle situazioni.

CM – Woodstock, Dylan, addirittura Elvis Presley (o i Police, ma non stiamo a precisare perché, per non rovinare la sorpresa ai lettori)… I miti musicali che alimentano i sogni dei protagonisti sono ormai tutti storicizzati. Che cosa può rappresentare la musica di quegli anni per dei ragazzi di provincia di oggi? 
VF – Nel libro ho cercato proprio di riportare i gusti musicali che hanno segnato la nostra giovinezza e che rimangono ancora adesso come fari nella notte.
Adolescenza e musica sono fenomeni che non possono disgiungersi: noi del quartiere, io, ma credo tutti gli adolescenti del mondo, abbiamo riversato nella musica, prima che in ogni altra cosa (forse anche il calcio), la voglia di fuga, di ribellione, di identità. Quasi tutti gli amici che avevo a vent’anni suonavano o ascoltavano musica in maniera maniacale. E facendolo, era inevitabile rivolgere il proprio sguardo a band e scene indietro nel tempo. Il presente appare sempre meno appetibile, meno autentico di ciò che non c’è più ma aleggia come modello.
C’è poi l’elemento nostalgico (che è un sentimento che amo molto): tutto ciò che faceva la nostra vita di allora è denso di meraviglia, di poesia. Perché lo vivevamo in un momento in cui tutto sembrava possibile, e tutto realmente lo era.

CM – Che cosa invece non può dare la musica di oggi, se paragonata a quella di cinquanta anni fa?
VF – Musicalmente parlando, credo che oggi l’offerta sia maggiore, più variegata e originale di venti o trenta anni fa. Ci sono più band, più generi, più voglia di sperimentare. Se ci si pensa bene, alcuni artisti molto poco commerciali oggi vengono ascoltati da un sacco di persone, pur non diventando mainstream. C’è una mescolanza creativa mai vista prima. Eppure manca qualcosa. E quel che manca è probabilmente relativo alle dinamiche e al tempo di fruizione: c’è troppa velocità. Come per i libri, la vita di un album, di una canzone, è troppo corta. Troppo distratto l’ascolto. Forse, paradossalmente, troppo accessibile. Manca l’elemento esoterico e solipsistico dell’ascolto musicale. Scoprire una band, un brano, anni fa significava scoprire un piccolo tesoro e sentirsi eletto. Adesso tutto finisce immediatamente condiviso sui social network e dentro uno spot. I ragazzi di oggi sono abituati a questo, io che ho quasi quarant’anni no: mi mancano dei punti fermi, mi manca l’entusiasmo che avevo a vent’anni. Ma erano anni di formazione, e forse la vera magia stava in quello: allora la musica era una procedura vitale di crescita, ora che ci sentiamo bell’e che formati è intrattenimento e basta.

CM – Racconti la periferia come una parodia del centro, da cui quella sembra però essere irrimediabilmente scollata. È un mondo chiuso, con i suoi miti, il suo linguaggio, le sue fonti di informazione (“Cronaca vera”, la televisione…); appare come un gigantesco deposito di masserizie scadute. In essa tutto si impantana e rallenta fino a rasentare l’immobilità, eppure è anche iperbolicamente violento, oppure kafkiano (si veda tutto quello che concerne la Circoscrizione). Al di là di questo quadro così comicamente vivido, e di certe derive surreali verso la fine, quali rimangono secondo te i problemi più evidenti della periferia di una città come Torino? 
VF – Conosco una signora delle Vallette che quando deve andare in centro città dice: “Oggi vado a Torino”.
La periferia, la mia in particolar modo la conosco molto bene, ma anche Barriera di Milano, in cui ho lavorato, o Falchera, o Mirafiori, è altro rispetto alla città. Lo è sempre stato, è nata come contesto diverso. Le Vallette non hanno mai avuto una biblioteca, una libreria, servizi adeguati, luoghi di incontro degni, manifestazioni, eventi culturali. Se non grazie ai preti non c’è mai stato un vero cinema, e solo recentemente un teatro. L’apatia è sempre stato il tratto distintivo della periferia, apatia e fiammate feroci di violenza, di disagio.
Al tempo stesso, questo sapersi e sentirsi abbandonati, diversi, relegati in un angolo, ha sì alimentato il disagio ma anche, ovviamente, un orgoglio. Che senti palpabile in coloro che ancora la abitano. Essere delle Vallette era ed è un vanto, proprio perché il luogo è sempre stato dipinto come un ghetto.
Ora le periferie stanno invecchiando: sono piene di vecchi, silenziose, ancor meno vissute. Vecchi e immigrati: loro sono gli unici soggetti che le stanno ripopolando. Vedere il cortile nel quale giocavo da bambino pieno di ragazzini rumeni, di colore, cinesi, è bello, molto indicativo dei tempi che cambiano e, speriamo, migliorano, si aprono.

CM – Quindi la vita in periferia ha anche dei vantaggi.
VF – Ecco, il vantaggio grande di una periferia può essere questo: costringe chi la abita a gestire i conflitti, a imparare la convivenza. Completamente lasciati soli, i suoi abitanti non hanno mediatori per risolvere il disagio, l’interazione. Devono fare da soli. Spesso ciò ha portato a scontri e a cose ancora più gravi, ma anche a una solidarietà intrinseca che fa somigliare la periferia a un borgo nel quale tutti si conoscono e condividono la stessa sorte. Da ultimi, da masserizie scadute.

CM – L’ansia e la sensazione di accerchiamento che coglie un po’ tutti (compresi quelli che lavorano negli uffici della Circoscrizione) l’hai constatata di persona o è un’efficace trovata comica?
VF – È pienamente reale. Da undici anni sono presidente di un’associazione culturale che organizza eventi. Da undici anni convivo con difficoltà con questa ansia. La burocrazia che sta dietro al sostegno e alla pianificazione socioculturale è nata, cresciuta a dismisura e opera perscoraggiare l’organizzazione dal basso, per castrarla, spegnerla, irrigidirla.
La politica, anche quella locale, è nell’occhio del ciclone da molto ormai, ma la politica vive un ricambio, le elezioni lo permettono. La burocrazia no: è statica, perenne, omnipervasiva. Io detesto più certa burocrazia, certi uffici, certi dirigenti che i politici. Abbiamo sempre avuto un buon rapporto con la politica cittadina, si è sempre trovato il modo di dialogare con essa, mentre la burocrazia è il vero mostro che spegne questo paese, che lo vampirizza.
Se noti, è lo stesso identico incubo che aveva Kafka. L’Autorità e la Legge che diventato sorde e cieche ed implacabili.

CM – “Eravamo animati da un furore bello” scrivi a un certo punto. Che cosa può uccidere questo furore entusiastico, oltre naturalmente alla burocrazia?
VF – La mancanza di visione. So che il termine visione ha assunto un’accezione antipatica, da spirito aziendale, ma io credo che ripreso il suo significato originario, filosofico oserei dire, questa parola è ancora in grado di ispirare l’azione: se manca la visione di un futuro, di una direzione, di un quadro generale complesso e vivo, tutto diventa sterile. La crisi che stiamo vivendo è essenzialmente economica, certo, ma in realtà poggia su fondamenta etiche che si stanno sgretolando. Mancando un’aspettativa di futuro, o meglio una speranza di futuro, ci si isola. Scatta il “si salvi chi può”. Il senso di comunità esiste perché si ha una tradizione alle spalle, un presente fatto di quotidianità in collettivo ma anche e soprattutto un futuro da creare insieme. Si sta perdendo la voglia di agire in tal senso: non riuscendo a immaginare un futuro (che fondamentalmente è lo scenario delle possibilità), non si opera a lungo termine, non si opera guidati da un piano. Si brancola, si ciondola timorosi, le mani avanti, non si rischia. Il “furore bello” è “l’ardente pazienza” di cui parlava Rimbaud. La consapevolezza e la forza di avere in mano la propria vita, l’orgoglio di cercare e tenere vicino a sé i propri simili, e insieme costruire.
Il famoso finale de “Le città invisibili” è quanto mai attuale: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

CM – Mi è piaciuto il tuo uso del registro comico, anche farsesco: trovo che spesso, in letteratura, sia il modo più efficace (sospetto talvolta che sia l’unico) per raccontare il disagio, l’ingiustizia, l’abbandono, la povertà, la periferia, il distacco dalle e delle istituzioni – insomma, per scendere in basso, al livello della terra e delle vite degli uomini comuni, e fare del vero realismo. 
VF – Questa scelta di registro attiene principalmente a una visione personale della vita. In primis considero l’umorismo (umorismo proprio, non l’ironia o il sarcasmo, che sono forme mediate di esso, e sono un divertimento più intellettuale), il ridere di gusto, l’ubriacarsi di risate, una forma di intelligenza, di esercizio continuo di essa. Sono un allenamento, un darsi forza. Ridere è come accedere a una consapevolezza innalzandosi sulle miserie quotidiane, è un elevarsi senza giudizio, senza per questo sentirsi migliori, ma anzi accettando di fare parte di questa fragilità, di ciò che ci rende simili: ma ci aiuta a non subirla, a non farci sminuire.
Detesto le scritture che pretendono di indagare e rappresentare fedelmente il marcio della società, il disagio particolare. Le trovo non solo limitanti, ma moralistiche, e quindi altezzose, snob.
In tanti libri che vanno per la maggiore in questo momento non vedo speranza, non ritrovo l’affetto e la tenerezza nei confronti del reale (e dei personaggi) che secondo me son necessari nello scrivere. Non ci vedo astrazione, universalità, nessuna trasposizione su un piano più profondo. Qual è il loro intento? Ferire, colpire? Lo fa di più, e meglio, un libro come “Cecità”, lo fanno di più e meglio Kafka, Roth, Buzzati, Benni. Punto di vista molto personale, che va oltre il mero giudizio tecnico.
L’umorismo, che rischia sempre di essere interpretato come superficialità, come vuoto, ha due pregi invece: rassicura il lettore, cerca di avvicinarlo alle storie, non lo mette a disagio, non lo sfida intellettualmente e moralmente a tutti i costi, non è mai una prova di forza e di bravura; ha un’attenzione delicata nei confronti di ciò che descrive, cerca di mettere in luce la gioia, la leggerezza, anche la poesia.
Perché queste esistono, e decidere di raccontarle (in un certo modo) è una scelta anche etica, se vogliamo.

CM – Tornando alla musica, qual è la scena musicale a cui ti senti più legato?
VF – Il grunge degli anni ’90, per ovvie questioni anagrafiche, il pop inglese che ha le radici nei Beatles, la scena alternativa e indie, tanta musica italiana a mio avviso di qualità, e non mi riferisco solo ai cantautori impegnati, ma soprattutto, come per l’editoria, alle piccole band e ai musicisti che trovi, sempre meno, nei locali cittadini.

CM – Di cos’è fatto il rock, secondo te? Quali sono gli ingredienti (ammesso che si possa parlare di ingredienti, e che questi si possano misurare) che, variamente shakerati, lo compongono? Dal tuo romanzo direi che l’entusiasmo ha una parte preponderante, che la tecnica non è essenziale, che un suo ruolo hanno anche rabbia, sofferenza (vedi l’esibizione di Pietro Rapa) e voglia di divertimento, di condivisione…
VF – È proprio questo. Il rock è entusiasmo, innanzitutto, la tecnica c’è ma è nascosta, o meglio è celata per far emergere l’emotività (e questo atteggiamento non è di per sé molto virtuoso?), è il contrario dell’autodistruzione (che è una deriva che con il rock c’entra poco, secondo me), è la pienezza di una vita vissuta fino in fondo, con libertà, autenticità, senso del tempo.
Posso dire che ogni mattina quando mi sveglio cerco di vivere la mia vita come se fossi una rockstar: come se fossi il protagonista delle mie azioni, delle mie scelte, come se tutto fosse decisivo, vero, profondo. La voglia di prendere posizione è rock. La scelta di schierarsi, possibilmente contro ciò che viene considerato maggioranza, e in questo trasgredire il pensiero unico, andare contro certe regole, metterle in discussione, affrontarle, proporne altre attraverso l’esempio. Più che rabbia, coraggio.

CM – Non solo la voglia di fare musica, ma anche la voglia di comunicare attraverso la scrittura è raccontata nel tuo romanzo. Non c’è solo l’io narrante che coltiva progetti letterari, ma verso la fine compare tale Pietroletti che è un po’ un concentrato di tic e idiosincrasie da aspirante scrittore.
Senti che qualcosa del linguaggio della musica ti ha ispirato nella scrittura e nella costruzione del romanzo? Se vuoi riformulo così: trovi dei punti in comune, dei legami profondi, tra la musica e la letteratura, tra il comporre e lo scrivere?
VF – Il personaggio di Pietroletti è una presa in giro affettuosa dello scrittore non affermato, in erba, che crede di vedere nello scrivere una missione, l’elevazione spirituale, l’essere portatore di un messaggio superiore. Il suo paragrafo nel libro è un invito a non prendersi troppo sul serio, a considerare la scrittura con più leggerezza.
La musica e la scrittura hanno punti di contatto, ma più che altro in quello che attiene al momento della creazione: la stessa tensione, la stessa vertigine di far nascere qualcosa che prima non esisteva e che abbia armonia, proporzione, che tenga, che sia fortemente comunicativo.

CM – E quali sono le differenze, secondo te?
VF – A ben vedere, le differenze sono più numerose: la musica ha specificità che la scrittura narrativa non possiede. L’apporto collettivo ad esempio è quasi esclusivamente prerogativa della musica: il creare insieme, in una band, è rispetto delle competenze di ognuno, è fusione di talenti. Nella scrittura è molto difficile operare in maniera collettiva.
La fruizione: la musica ha un’immediatezza di fruizione che la scrittura non avrà mai. E anche la fruizione, come la creazione, è spesso collettiva: la scrittura rimane un fatto individuale. È un singolo che si rivolge a se stesso e a un altro singolo.
La musica, aspetto decisivo, ti fa conoscere più persone, soprattutto donne: se dici di essere un bassista avrai sempre più successo che dicendo di essere uno scrittore. Tranne Fabio Volo, gli scrittori non hanno le groupie
Un musicista, misteriosamente, rimane tale anche quando non suona: uno scrittore al di fuori del suo libro è tendenzialmente un disadattato.

© Letteratitudine

Extra Torino

Extra Torino di maggio/giugno mi include nella lista dei 31 scrittori più importanti (ziofà!) di Torino. Sotto la categoria “Ragazze (e un ragazzo) che dovreste conoscere”.
“Ha esordito qualche tempo fa con un piccolo e attento editore torinese, Las Vegas. Il suo Festival Maracanã andrebbe scandagliato meglio, perché vi riconoscereste vicini di casa, assessori, musicisti… un gioco divertente, molto molto torinese”.

Figata!

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Recensione Festival

Un piccolo, particolarissimo romanzo questo di Vito Ferro. Un romanzo che rappresenta sicuramente un investimento nella sperimentazione delle voci per l’editore Las Vegas. Tre ragazzi nati e cresciuti nella periferia degradata di Torino, ma potrebbe essere quella di qualsiasi altra città italiana. Vite che faticano a trovare uno sbocco, soprattutto una prospettiva di futuro in giorni che si susseguono tutti banalmente uguali tra la ricerca di un lavoro che non c’è e quella di stimoli che sono ancor più latitanti. Poi l’idea: organizzare un festival musicale in un’estate squallida come solo quelle di periferia sanno essere. Inizia così la calata, per questi tre ardimentosi, in un girone dantesco di difficoltà e di scontro con l’ottusità della burocrazia. Permessi, corridoi, funzionari, richieste, soldi. L’impossibilità di tener testa al mostro della pubblica amministrazione eppure la testardaggine di volerci, comunque, provare. Vito Ferro ci racconta cose vere, eppure realizza la magia di calarle in un clima da favola umoristica che all’improvviso diventa una giostra di situazioni che oscillano tra i quadri di Salvator Dalì e la fantasia malinconica di Fellini. E allora ecco che un alcolizzato impenitente si gonfia di alcool al punto da diventare una sorte di pallone luminescente da segnalazione, ancorato con una fune ad un palo. Ecco l’invasione dei sinti con i loro moderni camper carrozzoni. Ecco l’arrivo delle autorità, invocate per ottenere giustizia e poi esorcizzate col versamento di tutto ciò che dal festival si è ottenuto. Ecco la mostruosa carovana di tir neri e lucenti che minacciano un’invasione aliena e la mantengono, se è vero che a bordo di quei veicoli si trova uno dei gruppi musicali più leggendari di sempre. Tra l’evocazione di un caldo asfissiante, di aroma di birra spillata a ettolitri, di sudore, di panini, di folle entusiaste, di marane putrescenti, il sogno dei tre ragazzi si realizza e, insieme, svanisce dopo tre giorni che aprono una falla spazio-temporale tra ciò che è possibile, ciò che appare improbabile e ciò che attiene alla materia delle più rosee speranze. Si sveglieranno, i tre ragazzi, con un’amicizia ancora più salda e una disillusione verso le possibilità della vita ancora più acuta. Una menzione a parte spetta alla figura del coetaneo scrittore, vittima delle proprie paranoie, in guerra contro il sistema editoriale italiano e deciso a sfondare abbandonando manoscritti lungo i binari. Un’idea che di sicuro Vito Ferro non dovrà cavalcare, perché se è vero che il mondo editoriale è alla ricerca di voci originali, la sua non potrà che farsi udire, alta e forte. Come dite? Non è vero che il mondo editoriale è alla ricerca di voci originali? Beh, magari non qui, ma nel mondo di Festival Maracanã tutto può accadere.

Laura Costantini
Scrittrice e Giornalista

http://www.anobii.com/books/Festival_Maracan%C3%A3/9788895744230/0115eede0e354ed3cb/

Condominio reale: (forse) una recensione

E così, tra un caffè corretto e una puliziata al bancone, ho finito un altro dei libri della libreria. Quella virtuale, ché se il tarlo passava di lì secondo me si leccava pure i baffi.
Perché Condominio Reale finora è la cosa migliore che ho letto, qui dentro.

Nel senso che c’è lo stile (Vito Ferro scrive bene. E quando dico bene, intendo il bene che non lascia spazio ai fraintendimenti. Poi può piacere o non piacere, ma come diceva mio zio davanti al cesso rovesciato di Duchampnon puoi limitarti a dire che ti piace. Poi a me il cesso rovesciato non piaceva, ma il discorso era che una cosa buona ha una bontà oggettiva e punto), la storia ti intriga (non vi dico tantissimo, della storia, però fate che siamo in un reality, e che ce lo racconta uno che non ci voleva partecipare, ma come succede ogni volta che ci sono di mezzo i condomìni e i condòmini si ritrova suo malgrado il reality come vicino di casa e ci deve stare cercando di procurarsi il disagio minore possibile).

Epperò ha pure un problema, Condominio reale.

Che per pagine e pagine e pagine mi parla dei partecipanti al reality, e poi, quasi verso la fine, mi tira fuori il personaggio più figo: il signor Denti. Quello che ha la storia che a me terrebbe attaccata alla poltrona fino alla fine. Me lo accenna all’inizio, mi dice che ha una moglie, e che pure lui non partecipa al reality, e poi mi tira fuori all’improvviso il coniglio dal cilindro.

E insomma, io a Vito Ferro gli andrei a tirare le orecchie, se potessi. I personaggi, zio bonino, sono importanti. un signor Denti non si lascia lì fin quasi alla fine del libro, e non gli si tira fuori all’improvviso una storia coi controcoglioni che vale un altro romanzo.
Non so, poi magari io ho la mente offuscata dalla candeggina, ché il tarlo qui sta facendo un casino indescrivibile.
Però se venite a dare un’occhiata anche voi, a Condominio reale, e mi dite cosa ne pensate, ecco, magari mi chiarisco le idee. Al limite, se ho ragione, tiriamo insieme le orecchie a Vito Ferro.

E adesso scusate ma il tarlo sta rodendosi le gambe del tavolo. Gli devo tirare un I love shopping per distrarlo.

Giuliana Dea

http://starbooks.it/2012/10/30/condominio-reale-forse-una-recensione/