Mussons

Il cancello è socchiuso
sul pozzo e l’erba non tagliata
La chiave è sempre lì nascosta
Ci sono figure lente dentro al bar
Ogni goccia di pioggia riflette
l’istante in cui ci si pente
di essere all’aperto
e passo dopo passo
arrivano le cinque e mezza
L’odore di una campagna lontana
Nel crocevia la panchina di legno
ha addosso il verde marcio del tempo
Avevo visto corvi risalendo il rigagnolo
e foglie piegate dal gelo
Avevo visto ragazzi diventare
vecchi e donne arrabbiate
Le case, in questo paese di anime
silenziose, gialle e chiuse
hanno i segni di tremende
avventure e, dentro, nonne
centenarie addormentate
come bambine
Così lontana la sagra dell’estate
così estenuate le campane
che il prete si ostina a tirare
E tra il fiume di piombo
e la stradale
il cimitero dove tutti si conoscono
e, in certe notti tiepide,
escono a parlare
il dialogo senza fine del desiderio
di ancora vivere

Fiore

Le parole che uso per dirti 
non sono le parole che senti 
non sono le parole che ti stanno 
nascoste dentro, cucite 
al pensare, non sono forse 
che il lontanissimo risvolto 
di un antico linguaggio 
in frantumi. 
Ti parlo 
ma così tu non capisci. 
La stessa distanza che 
c’accomuna, allontana 
altri esseri. 
Il tracciato che compie 
un nome comune, 
mettiamo “fiore”, 
per te è diverso 
da quello che rotea 
nella mia mente. 
Tu vedi un cristallo 
di petalo rosso sangue 
io un lungo stelo piegato 
e biancastro. 
E il fiore che credevamo ci unisse, 
è scomparso.

Quel grumo di ricordo

Si è sciolto quel grumo di ricordo
sul marciapiede
inverno, esterno gelido,
mentre qualcuno
dorme in un letto,
con la pistola accanto 
Le favole finiscono magnifiche
ed io non ho più le tue mani
per conversare

Quel grumo di ricordo
aveva attaccati capelli unghia frasi
lo conservavo nella tasca
interna della giacca, a sinistra
palpitava contro il cuore 
Gentile, mi chiedeva perdono
quando lo fissavo
come fosse colpa sua
e di nessun altro

Sul marciapiede
inverno, esterno gelido,
non passa nessuno
Perfino la luce del lampione
potesse, andrebbe a letto
sicura protetta da una pistola
accanto
ed invece fa il suo dovere giallo
di illuminare la fine
in una pozza che pare pianto
Non c’è rumore
rivedo me stesso e il mio cane
durante un tragitto circolare
nel vecchio quartiere
dove ci incontrammo
– il quartiere è fallito, l’hanno chiuso –
Era primavera di un anno
non segnato nel calendario
ed io credetti speciale
il nostro stare insieme
a spendere soldi che non avevamo
a stringerci nel letargo

Ora che i pensieri mi spuntano radi
in testa come i capelli
e la barba è sempre un po’ più avanti
della lametta
Ora che è difficile farmi intenerire
la carne e gli occhi
da musiche struggenti
Ora che mio padre e mia madre
non hanno più parole per saturare
e gli amici sono naufraghi
dentro il loro stare bene
non c’è neanche il mio cane
(è morto di fatica e sta sepolto
nei suoi occhi fissi)
nessuno, oltre al lampione
e me
a testimoniare la fine
di quell’unico grumo di ricordo che avevo
l’unico di me e di te assieme

Un quartiere, ora chiuso,
una primavera esplosa
di un anno ignoto
un volto, il tuo,
mi pare di ricordarlo,
non ho una pistola accanto al letto
cosa sta illuminando questo lampione
scema il principio di infarto nel petto
fa freddo
cosa faccio
un volto sta sfumando
chi stavo abbracciando
chi stavo baciando
l’aria ostile dell’inverno
dovrei procurarmi un arma
dovrei camminare
e non stare qui fermo

Un volto sbianca
due occhi una bocca
un giorno
un grumo indistinto
forse è tutto inganno
di questa nebbia sottile
chi stavo abbracciando
chi stavo baciando
mi scuote il vento
per un braccio
Di cosa stavo parlando?
chiedo al lampione
piegato dal freddo
sul suo pianto giallo

Ph by Nathaniel Watson @Nathanielw

Fare, dire

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La luce lontana si sfoglia,
la copia perfetta sbadiglia.

Di questa folla, presa dalla fretta
di dire la cattiveria giusta, non resta,
vedi, che l’ombra e la camminata storta.

Saperti vicina
tra i sassi del viale, dopo dune di sale
le parole, al momento che scende
il sole e la città si fa glaciale,
sono l’unica fonte di calore.

Perderemo tutti i nostri ricordi
sbalzati dal sedile posteriore
e saranno pomeriggi e vuoti d’aria
a far posto ai nuovi discorsi.

Le nuvole rimpiante, le vie strette
e nel silenzio delle sette
di mattina, la luce vicina si sveglia
l’originale sbadiglia e
già appare sulla scena chi ancora
ti sceglie, perché non ti assomiglia.

Padrone

 

 

 

 

 

 

 

 

Ingrassato da quel cappotto nero
alla ricerca di ore di lavoro
non ti passa l’abitudine
di guardare per terra
contando mattonelle sporche
sperando in banconote sperse
La tua sciarpa avrà visto
la guerra in Crimea
e le scarpe sono arieggiate come
una gabbia di pappagallo
Dove vai con quelle suole
sottili? Dove vai con le mani
fredde, il fiato pesante?
La gente ti scansa come
fossi incandescente
ma di un rosso opaco, spento
come fossi portatore
di un brutto messaggio
di un cattivo presentimento
La città ha le sue strade
ogni giorno più lunghe
e se non fosse per i portici
del centro, assaggeresti
ogni goccia di questo autunno
anonimo e freddo

Una volta qualcuno ti ha detto poeta
han battuto le mani
annunciando “lei ha vinto”
un quarto posto ad un concorso
di poesia organizzato
da una cooperativa, sotto natale
Ti sei sentito importante
nonostante il premio fosse una coppa
e non un cesto di mangiare
La coppa l’hai impegnata
quasi subito
per procurarti il mangiare
Ma il marchio, infamante pensi
estirpando le unghie,
di poeta, quello t’è rimasto
E’ così che ti chiamano, per scherno,
alla stazione
gli altri randagi adagiati sul cartone
Ma loro non sanno, nessuno sa,
che nemmeno i tuoi sogni
son privi di versi
e i giorni passano lievi
sul tempo in cui sai
che sei già padrone
di tutti i beni del mondo:
ti basta scrivere
sul retro degli scontrini
e imparare a memoria
i tuoi stessi pensieri.
Ti basta andare a capo
per non sentire la fame

Il mio nemico

 

 

 

 

 

 

 

Il mio nemico è chi mette alle strette
con la fretta, con parole troppo dette
Chi mi spegne la candela, e non capisce
la potenza dei bisbigli, i passi decisivi
sull’uscio del mattino, ancora preda
di sbadigli

Il mio nemico è chi mi trattiene
poco prima del salto nel baratro
e non chi lascia che io prenda la rincorsa
Il mio nemico aspetta, gira intorno, – una morsa
un colpo di teatro
e nella vertigine di luce dimentica
la strada percorsa

Il mio nemico non conosce le sfumature
di ghiaccio nella voce, il fiore appena
esploso tra il dolore e l’estate
Crede, come religione senza fede, tetro
che tutto si assomigli, che gli altri
siano appigli per la scalata all’indietro

Il mio nemico proprio adesso
sta affilando le armi, gli artigli
sta, nell’ombra di un dispetto, al posto solito
dove fa sempre freddo
Il laccio, il pugnale, lo sguardo benevolo
e la verità che sempre dice
rispettosa della legge,
degli uomini e degli ideali
Pronto a balzarmi addosso
coi suo denti micidiali
Il mio nemico è colui che non sa
ancora che mentre mi divora
si distrugge

Io lo vedo, lo sento, nel letto
quando mi parlo, e poco prima del sonno,
come sempre, mi sfugge

La lettrice

Il tuo profilo è così netto,
il volto assorto
come una dea paziente
né gioia né fremito
mentre ti scorgo
nel dehor del bar dei cinesi

Sul tavolino
un pacchetto di sigarette
l’accendino, il caffè,
il solco di un’attesa

Penso a dove tu stia andando
in questo mondo
e nell’altro:
ad un incontro
d’amore a fine Ottocento
forse sperduta nel mezzo
dell’universo, alla stazione
dei pullman ma senza bagaglio

Tra poco, il caffè ormai freddo,
alzerai lo sguardo da quelle scie
di parole sulla carta
sentirai di colpo il rumore del mondo
Lascerai il conto, chiuderai il libro
ti perderai nel reale che ti reclama
come il dovere dopo il sogno
Ed io non saprò mai il tuo nome
né cosa tu stia leggendo

I custodi della notte

detective
Guarda, ci sono i guardiani, le sentinelle i custodi della notte
qualcuno deve avergli dato le chiavi, tanto tempo fa,
qualcuno che poi è scappato, ha lasciato il regno vuoto,
sabbia e polvere e spumante,
ed ora sta riempiendo il giorno d’oro
Ma loro non lo sanno, i guardiani le sentinelle i custodi
e perseverano notte dopo notte, buio dentro al buio
ridendo a volte, tacendo spesso, ascoltando il minimo sussurro
Perché se Lui torna, e torna col premio, loro vorranno essere pronti
fronte alta mento dritto un po’ viola intorno all’occhio
ma che orgoglio
Hanno abitato fino adesso la notte ed ogni sua declinazione
sfiorando con la punta delle dita i primi spruzzi d’alba
Li hanno fotografati sull’uscio di locali, tra il selciato dei marciapiedi
nel riflesso del porfido bagnato, dentro la scatola sonora
lungo il fiume
Senza famiglia, senza un lavoro, senza un progetto
che non sia quello di custodire la notte
ed un poco appropriarsene
E sentirsi, per un istante, grazie all’alcol che freme,
come Lui, come il padrone fuggito, di un regno
che si crea e si disfa
continuamente, non si sa se sia davvero esistito,
e che, comunque, non vale niente

Chi ci toglie la memoria

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Chi ci toglie la memoria
l’ha studiata bene
Fa come i vampiri che non eccedono
ogni notte un sorso
appena più abbondante

Lentamente ci consuma
non sapere ricordare le cose più facili:
l’indirizzo di un amico
il proprio numero di telefono
il volto del nostro amore
quando non è presente

Chi ci toglie la memoria
sa il suo tornaconto
agisce senza scampo
frantumando un ricordo dopo l’altro
lo manda al macero
e ci controlla se si piange troppo

Lentamente ci consuma
smarrire i passi
non capire
dove stiamo andando
chi stiamo pregando
con chi eravamo furenti
nel minuto appena trascorso
Il nome del nostro brutto male

Chi ci toglie la memoria
potrebbe infine prenderci tutto
senza che capissimo l’affronto
Come pesci in rete, stretti e
niente aria da respirare
vedremmo il mondo finire
e non si alzerebbe un grido

Lentamente ci consuma
lo spazio immenso dentro
dove ormai stagna l’eco sbiadita
di un volto
il volto del nostro amore
quando era presente

Quello che hai sognato

Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi
Quello che hai sognato
– mi racconti fumando, parlando -,
un uomo, debole come l’aria
potente come il tempo
che respirava l’odore della tua casa
– lo stesso odore che ho addosso,
mentre sfuma il pomeriggio –
ti ha portato alle lacrime
lacrime di gioia lacrime piene
Non è da tutti avere Leopardi
in cucina, seduto addosso al
radiatore, sospirante, sereno
Me lo racconti come se fosse
davvero capitato
e forse è successo, in fondo
– questo penso mentre mi guardano
sornioni i tuoi libri ordinati,
promesse di tesori, come parole silenti
tra le nostre vivaci –
Allora ecco il pensiero
della fine (ok, pensarlo è sano, però…)
che già incrina il bordo della tazzina, slabbra
il contorno di ogni prossimo progetto, e in parte
ci nega, amico, futuro letture passeggiate
chiacchierate come questa, all’ombra
del tuo sogno:
forse non lo sai ma ormai già lo conservo
come se fosse uno dei tanti libri che
in questi anni mi hai donato
come uno dei tanti che insieme abbiamo letto

Ho sognato un mondo perfetto

la-tempesta
Ho sognato un mondo perfetto
Le salamandre parlavano un
dialetto tortuoso, ricco di melodia
Anziani al bar, nel fumo di vino rosso,
litigavano fremendo, il pugno in alto,
su Leopardi e Dylan Thomas
Ecco, il tram arancio – le panche romantiche –
attraversa la nebbia di gennaio
e sfrigola scintille
tra via Po e Piazza Castello
Tu hai perso l’uso dell’ansia ma non sembri spiacertene più di tanto
mentre ti accompagno nel posto segreto
della mia infanzia: é un magazzino in disuso, a più piani, di legno, contiene
giocattoli antichi riposti ordinati sugli  scaffali
Un mondo perfetto, le sigarette non
si contano, le lettere d’amore non si buttano
e i bimbi si perdono ancora nei mercati
Come erano facili gli accordi di chitarra!
I fiori secchi usati come segnalibri
Camminiamo ancora, verso quel punto
della notte dove termina la città straniera,
incuranti della sveglia
impazienti della prossima partenza
Un pantalone scuro, un maglione verde
Infila le mani nella panna di questa torta
il naso dentro al pomeriggio
e insegnami a fischiare i motivetti
delle pubblicità
Ridere ai funerali era considerato appropriato
così come prendere a calci negli stinchi
impiegati sgarbati alle poste
Il nostro letto era una piazza ricoperta
di libri, una zattera negli anni,
lontane le coste
Tra flutti di ebbrezza, spuma di gioia
incagliati nel “come faremo”
di colpo la vela sdrucita
del “ce l’abbiamo fatta, anche stavolta”
si gonfia con uno strappo
Ho sognato un mondo perfetto
Non é stato facile il risveglio
tornare al respiro
Scrutare la penombra della stanza
i mobili la coperta la sedia ingombra
di vestiti, l’ordine banale del tempo
Accettare che non sono realmente
esistiti i desideri se non nel sogno
e tra pochi istanti non sarò in grado
di ricordarli
Ma tu ancora dormi, toccando Uva
con la mano, e i bulbi dei tuoi occhi
coperti, tracciano movimenti sospesi:
In quei segni, la mappa del sogno
che ho perso
Li decifreremo al tavolo della colazione
giù al bar dei cinesi

Tic Toc

Tic Toc
La luna cola dal bordo del vetro
io vedo
l’artiglio di un ramo
graffiare il cuscino

Tic Toc
Il camino si quieta, la luce sfumata
di una candela ridona
alla credenza di noce
la sua origine vegetale

Tic Toc
le mie paure
hanno a che fare
con nomi di donne
e odore di neve

Tic Toc
la notte, pigra,
sull’uscio di casa
s’arresta, impreca,
scuote la brina
dalla sua veste piegata
e si stropiccia le mani

Lontano tra i campi
forse il vento
sta molestando
il grano
e poche stelle
nel cielo screpolato

Le ore intristite
della mia infanzia
in solitudine

Tic Toc
Chi viene a bussare?
Chi mi porterà via
da questo nido
d’afa e silenzio?

Tic Toc
la prima goccia di pioggia
scava in un rigo
la polvere di un secolo
e a me cala sul volto
finalmente
il sonno giusto
per un bimbo

night wood 2

Parola

italiano-origine-parole
Parola
Isola, pietra, tu sola, nuvola che si invola
radice che si spande
nel suolo del pensiero, immagine
sempre diversa, eredità antica

Sei tronca, ma non come un arto che manca
semplicemente una sospensione, un ruzzolo
finale dalle scale:
la felicità così è uguale alla realtà
perlomeno nel suono, per quel che vale

Spesso sei linea retta, tenera invenzione
una piana che si distende
dimori nel libro, sei ponte sospeso
tra vertigini d’altezza
ma ancora più frequente è vederti
sdrucciolare sul pavimento levigato
del palato, atterrando sul morbido
della lingua
la tua origine è nello zucchero
in una frase altrimenti imbevibile
e se esageri, allora dondolano
i tuoi riverberi, e sono cose che capitano
quando si rischia l’avventura
di una chiacchiera

Sei sostanza tenera e futile
orpello concreto e utile,
azione che viaggia nei tempi
verbali
rapporto fugace d’amore
tra qualcuno che si incontra
ogni tanto o sempre

Parola
essere di parola è una parola!
Perché, di parola in parola,
son tutti bravi a parole
ma avere una sola parola
(che spesso è l’ultima parola)
a volte è solo giocare con le parole
C’è chi dice due parole
e chi addirittura mezze parole
Chi ci mette una buona parola
ma non è mai detta l’ultima parola
C’è la parola di Dio
la parola d’ordine
la parola di Re
e le parole d’oro
Volano le parole grosse
ricadono parole pesanti
così che bisogna pesare le parole
Dopo aver passato parola
arriva chi prende parola
e poi sputa quattro parole in croce
(come quelle di nostro Signore in agonia:
Parole sante!)
Restare senza parola
nel momento in cui ci si rimangia la parola
o si toglie la parola di bocca,
come il pane, agli altri
per spendere una parola
(nel mercato del discorso)
Parola, insomma: come puoi vedere
ti prendo seriamente in parola

Il pensiero che assilla

Il pensiero che assilla squilla sul cuscino, mi sveglia inopportuno
la sua risata alta da gerarca rimbomba come grancassa, poi è
timpano vicino all’orecchio, unghia sullo specchio, l’unico ago di pino
secco sul sentiero sgombro
E’ un pensiero di malaugurio, è superstizione al plenilunio, fuga di passi
molesti nel pianerottolo, goccia che scava l’osso del desiderio
Non so stargli dietro, quando penso di averlo stretto alle corde
della logica, ha mutato forma, è diventato verme sottile filigrana
ovatta premuta sulla bocca, un’altra rincorsa a vuoto
Nella casa nella notte non si vede il suo marciare
nessuno sente ciò che io sento, perché il pensiero è mio e mio soltanto
Il pensiero che assilla non si accontenta di svegliarmi nel cuore del buio
non è felice fino a quando non mi ha ricoperto di una patina d’inverno
e allora, solo allora, quando infine son tremante, sfinito,
mi irride puntandomi il dito:
“e dire che non esisterei, se non fosse per te”

Passo dopo passo

Passo dopo passo mi avvicino
al bordo del tuo labbro
rRosa confetto
Sento nel petto uno sconquasso
e luci striate indicano il cammino
mentre sussurro parole antiche
come il vino

Al centro della stanza pende immobile
il silenzio
Di millennio in millennio resta acceso
il fuoco, spaventoso il buio
ed io sono tutti gli uomini che hanno
vissuto il mondo accanto agli angeli,
e tu ogni donna che ha sperimentato
pazienza e dolore profondo

Sarà un’isola, una metropoli, una capanna
Sarà mattina di tormenta, suono di conchiglia,
una nuvola che si affanna
tra flutti e nebbia
Sarà una dimenticanza, il vuoto delle cinque
una semplice movenza;
E ci guarderanno le spalle le stelle
in un inverno precoce

Ma lo so, so bene, che non ti piace
la poesia
e queste scene, per te, sono
festoni di carta e nient’altro
ricordi così distanti dal presente
Eppure, lasciami pensare
che tu sia il mio solo bene
e oltre te c’è solo tempo che frana
nell’inutile

Per un istante, prendi a manciate
dalle mie parole
e fai finta che possano bastare
a parlarti di me quando non
rammenti il senso che ci unisce
al di là di ogni abitudine
nella vastità di questa veglia insieme
E leggerle ancora ti stupisce

La città d’agosto

La città d’agosto si allarga
tra le ombre dei palazzi
Tra una strada e il corso
riverberano lisci spazi
Libera dai posteggi, sgombri
i marciapiedi, svela lenta
i suoi miraggi, a cui di solito non credi
Serrande serrate, cartelli fluorescenti
Nelle lente passeggiate i volti ricorrenti
di chi, come te, resta a vigilare i vuoti
La città d’agosto si respira meglio
di mattino specialmente, quando appena sveglio
ti domandi dove si nasconda
il prossimo stupore, in quale anfratto, dietro che fronda
di giardino, il luccichio dell’acqua di torello,
il suo rivolo distratto di ruscello
Non è il mare con la sua perpetua onda
la città d’agosto
ma quando si quieta il traffico della tangenziale,
il cielo buio senza luci arancio, smuove ricordi ad effetto
É diviene l’unico posto che culli
la tua solitudine invernale,
il tuo rimpianto perfetto

Assedio

In questa notte
l’odore di buio non smorza l’eco
di parole taglienti
I tasti sono mille insetti
e un assedio il ricordo
di domani
Ci vorrebbe un mare là fuori
per ingannare l’insonnia
col rintocco delle onde
o un jazz di luci gialle,
solenne e furente
ti immagino spegnere una stella
dopo l’altra, ed ogni stella è la mia voce
che ti chiama
la mia mano che ti perde
Nel pensiero sei foglia di quercia
e quella ruga intorno agli occhi
Ora dormi, mentre io veglio il nostro amore
che va avanti e indietro
sul filo sospeso
tra il grattacielo e le collinette
Incontriamoci di nuovo, sul ciglio
del cuscino, tra mezzogiorno e adesso
quando la luce rende tutto più vicino
Le ombre che mi suggeriscono dove cadere
saranno solo foto appese domattina
ma al mio petto pesante manca tanto
la tua stretta sul letto,
quello che è detto è detto ed è così mesto
Imparo ogni giorno il bisogno
che ho di te,
soprattutto quando,
di questo nostro silenzio,
si incrina il fragile cristallo 

Non da questa genesi

Non da questa genesi, di lamiera e neon
di vapore e proclami
nascerà l’uomo e il rinnovato creato
non da questa vita, di stupore assente
di fermate d’autobus abbandonate,
di passi affrettati
sarà lampo e disegno, lento riproporsi dei fiori
tra le spaccature del cemento
l’aria immobile, il sole a picco
tra un abbraccio e un giuramento

Non da questa morte, non dallo svanire
si eredita il senso, disteso sul letto d’ospedale
aggredito dai sorrisi implacabili, sospettoso
e incurvato sulla buccia di gioia
rubata agli altri
l’uomo che penso di essere valica
le linee delle mani, attento
a riconoscere lo sguardo, l’intesa
e non pensa ai soldi, non teme i sogni

Non da questo dolore, mantello pesante
ruvido conteggiare gli aggettivi e dosarli
scrutando gli astri, trattenuto al cielo
dalla radice dei capelli
l’uomo che non sono mai diventato
si china verso il bimbo che era
e lascia che questi lo sollevi, con braccia di nebbia
con parole senza superbia
verso il mattino d’estate mai vissuto
(per il quale sente nostalgia antica)
e lo consoli e gli riconosca un legame
– tu sei quello che aspettavo –
gli dirà nel tremore del tramonto
tra palazzi in rovina, tra splendidi disastri
– non te ne sei mai andato –
aggiungerà prima di correre verso
l’angolo del cuore più profondo 

Periferia

Capitani di ventura
in un piccolo fast food
la provinciale semibuia
conta i passi su e giù
Impiccati ai lampioni
i bagliori di città
basta essere migliori
se la vita lo vorrà
Metti via i pochi soldi
che l’inverno durerà
stai pigiato contro i corpi
per scaldarti ancora un po’
Copertoni letti usati
e birre medie a volontà
Settimane tutte uguali
“si, ma la Juve cosa fa?”
Nei silenzi delle sette
non ricordi manco più
tutte le promesse dette
i voli con le fantasie
dentro scatole diverse
che chiamavi opportunità
Sono semplici discorsi
per chi conta tutti i cent
il pacchetto con tre sigarette
fino al mattino durerà?
Ogni mese alle strette
contro i muri della libertà
Ma la vita resta bella
la vita è ancora una meraviglia
tra fabbriche dismesse
e talent show alla tv
ogni tanto c’è l’amore
fino a che la crisi
te lo permetterà
Sale il prezzo delle gioie
anche morire costerà
A letto come fare a botte
non ti riconosci tu
(Ovvio c’è sempre chi
sta messo peggio
per cui fatti coraggio
dice lo specchio)
Alla fermata la mattina
c’è già aria di primavera
e se sforzi un po’ la mente
sembra proprio il mare
la tangenziale
il rumore delle onde
la risacca, l’odore acre
della plastica che brucia
Si alza in volo un gabbiano
sopra la discarica stracolma
Sarà per un’altra volta

Un mattino nell’inconscio

Un mattino nell’inconscio
potrebbe essere Parigi l’oriente un agosto italiano
foglie larghe come mani che si scherniscono
e ghiaia sotto i piedi, festoni di nuvole
potrebbe essere cent’anni fa o adesso o anche domani
ma mai per sempre
Fugace, passa l’istante in cui mi sono sentito felice
nella musica delle parole, in un verso spinto da solo
tra i riverberi della veglia, tra la gente mia amica
una pagina si volta da sola
Tutto ruota e tutto si lacera, a tratti rivedo la scena
rimane nell’iride e mi manda un segnale
labile e urgente, uno sbuffo di fiato,
il vibrare di erba nel prato
Nel miraggio di tutto il tempo che credevo perduto
a me stesso, scopro che non ho fatto altro
che rivivere un ricordo mai avuto
In questa memoria ero solo, seduto ad un tavolo
all’aperto
potrei essere stato adolescente o vecchio
o tutte e due le cose
Si ferma il respiro e la gola si stringe
e m’invade lo sguardo la dolcezza del sogno
Ecco cosa ho cercato
per tutto questo tempo
me stesso

Queste notti

L’urgenza di queste notti a districarci
tra semafori spenti e chiazze di buio
sui muri, tra passi circolari e i lampi
dei televisori
Hic sunt leones immaginavo
dietro un muro anonimo
tra le auto in sosta, mentre l’ultima
insegna balbetta caffè come mantra
Dalla bocca nostra escono nuvole fredde
e ti sospiro l’ansia di saperti sola
nella tua testa
Sarebbe festa, nel mentre che Uva
odora il silenzio e tracce di un guaito
non un passante, nessun invito
Da un auto che veloce attraversa
le strisce la radio ci sbeffeggia
con una canzone d’estate
Troveremo il nostro angolo di paradiso
in mezzo allo zolfo, sarà altrove e dappertutto
finirà per ricominciare, come un capodanno
al secondo
e noi avremo biglietti scaduti
mappe di paesi ignoti, il mondo negli occhi
ci terremo ancora per mano, saremo felici
e le notti si dormirà senza fretta
o resteremo insonni
a fingere stupore per l’alba
ed emozionarci

Senza ali

Gli occhi riempiti di luci
andavamo verso la strada di notte
e avevamo mani strette, una bocca
piena di futuri
Coi piedi scalavamo grigi disastri
certi che sarebbe stata
oltre la prossima linea di fuga
la gioia intravista
in un angolo dell’infanzia
Avevamo appena perso le nostre ali
Prendevamo confidenza con il respiro
e i battiti, e questo dolore
che si chiama vivere

Quando hanno formato le coppie
in questo frammento d’universo veloce
forse noi non eravamo promessi
ma le divinità benevolmente assenti
apprezzano chi sa diventare
ciò che non ha mai pensato di essere

Curriculum Vitae

Sono sveglio
Ho voci fuori dalla testa
So la lingua dei miei occhi
e quella di molti amici
Parlo fluentemente
con me stesso
circondato da silenzi
Per un po’ ho creduto ai sogni
prima di cercare di realizzarli
Ho vissuto in Italia
ma ho anche viaggiato
attraverso le linee
del palmo delle mani,
dal mio ieri bambino
al domani quando avrò male
alle ginocchia
fino all’adesso
ancora in larga parte inesplorato
Ho lavorato con santi sporchi
e complici passanti
Ho dato forma e nome a ben dodici nuvole
A undici anni mi son fatto male
– ho il diploma appeso sulla schiena –
ma non ho pianto
Sono disposto a ridere
sia di giorno che di notte
Mi piacciono le donne
ma la mia più di tutte
Cerco di restare un figlio,
il fratello maggiore
Non credo in Dio
ma stringo forte il mio cane
durante un temporale
So cucinare la pasta col tonno
Ho soltanto tre o quattro bisogni imprescindibili
e tutti superflui
Scrivo con gusto
quando ne ho voglia
Non mi aspetto rivelazioni, non cerco brividi forti
giusto quel poco
di immortalità
concessami in certi pomeriggi di grazia
Sono disponibile a trasferte
fuori di me
Ho due buoni piedi, il sinistro soprattutto
Fumo come se fosse una medicina
Provo a disegnare, mangio farinata,
coltivo la malinconia
Sono di buon umore
da circa dodici anni
Chi mi conosce bene sa
che non so fischiare
e non ho mai mortificato nessuno
Mi piacciono i peccati, i libri, i rumori
della notte
Se proprio devo definire una specializzazione
direi il rispetto, profondo,
per la mia immaginazione

Aspetto che mi facciate sapere.
Intanto vivo.

Alfabeto

Aspettavamo l’alba
Bianca e sottile
Come sempre
Dovrebbe
Essere il risveglio
Festeggiando, eravamo
Giovani, ricordi?, ed io
Ho, nel frattempo, non so quanto
Inventato, ridendo
Le
Migliori
Notti: lo facevo per me e per te
Ora, che tutto il buio è in rovina
Però, e
Questo nostro
Rabbrividire
Sembra ormai
Terminato
Usciamo, non ci resta che
Vestirci, e riprendere il cammino
Zeppo di luce

Sonno

Nella veglia hai risposto
alla domanda che ti posi
nel sonno
Ti ho ascoltata e vista
muovere le labbra e agitare
il volto, era già mattino
ma io stavo ancora dormendo
Il suono emesso però è arrivato
come onda, come vento
dentro la mia notte nel giorno
E quando, io finalmente sveglio, ho provato
a parlarti, tu stavi dormendo
e hai replicato, occhi chiusi, qualcosa di oscuro
e profondo
Ora credo di stare cercando
di rispondere al tuo sogno col mio
non so più chi stia dormendo
non so chi abbia domandato
e a chi tocchi rispondere

anche se siamo nello stesso letto
e sfioriamo il nostro corpo
col corpo dell’altro
stiamo abitando luoghi e tempi
e immagini distanti
Non ci incontreremo mai
questa stanza è piena di doppi
e dubbi e silenzi improvvisamente
interrotti
da respiri agitati, movimenti nervosi

Siamo dentro l’inganno e siamo l’inganno
che vivono tutti i mortali
una ferita senza sangue
lo smarrimento continuo della mente
nello stesso letto
mentre sfioriamo reciprocamente l’enigma
di una palpebra chiusa