Fino all’apocalisse

Fino all’apocalisse

Il lavoro, le ore, e poi ancora sperare, scansare le droghe che ti vendono perchè tu non sappia più guardare, stringere, cercare, sul divano delle sere un abbraccio rivolti al televisore, una spremuta di sudore dolce da bere, le tue unghia fosforescenti, i presentimenti, a cena dagli altri, orologi guasti, litigi e sbalzi, di temperatura e d’umore, sulle tende color lillà, sulle case oltre la terrazza, nel cielo di smog intinto, un pezzo di carne il mio sogno, la pioggia fitta di passi, la mattina in cui mi svegli con un sorriso di quelli, quanti sono i beatles ancora vivi?, quanti i confetti buoni nel sacchetto degli sposi?, domani ha un retrogusto di sapone antico, e il passato è ormai un amico che perdoni per quello che fa da ubriaco, ho tutti schierati i miei singhiozzi, polvere si accumula agli angoli dei sorrisi, e ci sono ancora foto da sfogliare, cataloghi di viaggi, orari imperfetti come sono i miei discorsi, scrivo la maledizione di poeti solitari, bicchieri di vino, un bambino ricordo che voleva giocare a sapere, i gelati delle sei, lo spritz e i guanti legati ai polsi, dentro la stanza quando si aprì la prima volta i raggi stavano solidi sputi di carta di cerbottane, con le dita scrivi i nostri nomi e anagrammati ancora danno la formula perfetta, se perdo il biglietto vado dietro ai miei piedi lo sai, tanto la strada è quella, cambiano solo i fondali dei tramonti, ho ancora cassetti stracolmi di lettere a cui non risposi, e il cane che abbaia, la scena in cui appaia la cavalleria invisibile di libri a salvarmi dalla noia, sempre i silenzi, tumulto nel petto, lo strappo nel letto, il gioco segreto, il rombo lontano, il chicco di riso allungato, lo sguardo tenuto fisso, ombrelli smarriti da altri, convinzioni tenute tra i denti lasciate sforire con i miei anni, qui ad ascoltare sornione i pacifisti ingrassare, tutta la gente uguale per sempre a se stessa e perenne un mugugno che distorce, la vera vita non è assente, è dappertutto scorte di gioia, libertà fremente, fosse anche il pentagramma di un marciapiede, la striscia biancastra in mezzo alle tempie, il succo di mirtillo, il calcio d’angolo, la sorpresa più sorpresa del tuo compleanno, mia madre e mio padre che come sai stanno ancora assieme e c’è nel mondo un esercito che due come loro li teme, due come noi, un incontro casuale, un negare la sorte, darle il senso che vuole in realtà avere, sentire nel profondo toccando il tuo palmo che c’è una linea, un solco, che si arresta proprio sul nostro giorno, una sera di dicembre che sta fra le date della storia, minima, eppure assordante, sorsate dolcissime da due bicchieri tremanti, parte da qualche parte, in un posto occulto, il conteggio, dio se c’è sa tutto, conosce le parti il finale, e sa che sei te più di tutto, fra le cose da tenere con cura, fino all’apocalisse.

Dichiarazione d’indipendenza. Oggi.

Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità®: che tutti gli uomini® sono creati eguali®; che essi sono dal Creatore® dotati di certi inalienabili diritti®, che tra questi diritti® sono la Vita®, la Libertà®, e il perseguimento della Felicità®; che per garantire questi diritti® sono istituiti tra gli uomini® governi® che derivano i loro giusti poteri® dal consenso dei governati®; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo® tende a negare questi fini®, il popolo® ha diritto® di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo® fondato su tali principi® e di organizzarne i poteri® nella forma che sembri al popolo® meglio atta a procurare la sua Sicurezza® e la sua Felicità®.

In Congresso®, 4 luglio 1776

Il feticismo delle parole

Come sosteneva con grande preveggenza Marx riguardo le merci, esiste un feticismo simile anche delle parole? A cominciare dalla prima, terribile che definisce il nostro ruolo globale: consumatori? Letteralmente consumare qualcosa significa usare qualcosa fino al suo esaurimento (logorarla poco a poco, dilapidare un bene) e, in accezione riflessiva, “danneggiarsi” (“una malattia mi consuma”, “logorarsi la vista”).
Accettiamo supinamente questa definizione e ne abbiamo fatto senso identitario profondo. Ma essa rispecchia una concezione della vita distruttiva e paradossale.
Presuppone che la cosa consumata finisca per sempre e che le cose da consumarsi siano infinite.
La prima azione la realizziamo con altissimo spreco di energia e materiali e risorse e con conseguenze spesso dannose, la seconda è una menzogna: le cose, o meglio i materiali che servono a produrre cose da consumare, siano esse cibi/oggetti/relazioni/ non sono infinite. Anzi, si stanno esaurendo per sempre.
Consumiamo, da consumatori (ci avete mai fatto caso? esistono perfino le “associazioni di consumatori!”), tendenzialmente merci. Che vogliamo sia per il loro valore d’uso (mi servono per) sia soprattutto per il loro valore di scambio.
Non entro nel merito dell’analisi socio economica avviata da Marx e ripresa nel tempo da pensatori e studiosi. Propongo soltanto un ardito parallelo: è possibile che noi ci comportiamo allo stesso modo con le parole? Siamo consumatori di esse in quanto feticci?
Quando utilizziamo una parola, in fondo, non la stiamo svuotando di senso, logorandola, svuotandola, rendendola inutile, inefficace, non scambiabile?
E perché utilizziamo certe parole piuttosto che altre? Cosa ci porta a servirci di termini coniati da poco, o presi in prestito (o rubati?) da altre lingue, o mutuati da un potere che sottilmente li impone a tutti?
Sullo svuotamento della portata profonda di una parola è facile convenire. Parole che erano attinenti alla sfera religiosa sono state “abbassate” ad un livello di quotidianità basso, generalizzate, impoverite. Anima, spirito, Dio, sacrificio, peccato, ma anche altre meno evidenti e pregnanti come angelo, santo, preghiera sono entrate nel vocabolario d’uso comune della nostra società. Sono dentro le canzoni che ascoltiamo alla radio, sono nelle pubblicità sui manifesti, sono in bocca agli attori delle fiction, sono esclamazioni, un intercalare costante e ripetitivo, battute.
Si potrebbe pensare che esse, provenendo da un ambito elevato, abbiano operato una sorta di raffinamento del contesto di vita nel quale le abbiamo fatte precipitare: potrebbe anche darsi, sempre che riconoscessimo alle parole una così ampia forza. E se l’analisi empirica delle nostre vite e del nostro habitat socio culturale non ci svelasse una miseria dilagante.
Parallelamente al sacco della religione, vi è quello della filosofia, dell’arte, della politica, della letteratura. Tantissimi termini densi di significato in un contesto ben preciso, portati, distribuiti, deconstestualizzati, appaiono diluiti, depotenziati, logorati, consumati.
Perché è avvenuta questa degradazione? Perché i termini estrapolati dal loro nido naturale non hanno mantenuto la loro carica, la loro aurea, propagando luce e calore intorno, di fatto migliorando la comunicazione interpersonale, la comprensione del reale, la gestione del nostro pensiero?
Forse perché le parole sono da sempre state funzionali ad un potere e strumenti di esso, e quindi non vi era interesse alcuno a far sì che esse realmente operassero ad un miglioramento.
Il loro valore d’uso è stato adombrato dal valore di scambio, proprio come succede al lavoro come lo intendeva Marx.
La padronanza di determinati termini (penso a quelli presi dalla lingua inglese, a quelli che hanno una patina di scientificità, alle creazioni dell’argot metropolitano, addirittura a quelli impigliati tra le pagine dei romanzi, quelli prettamente politici e quelli lavorativi) è requisito per accedere ad una determinata sfera sociale, ad un gruppo di potere particolare, ad una identità specifica.
Se è vero però che il linguaggio è espressione del pensiero, si è ormai accettato che esso sia anche modificazione di esso: le parole orientano le nostre idee, danno loro forma e sostanza.
Prova di questo è l’estrema varietà di differenze presente tra popoli di culture lontane tra loro, che posti di fronte alla stessa esperienza, la decodificano e la interpretano in modi spesso completamente opposti. Bacio per me Italiano ha un significato, rimanda ad un concetto, per un Arabo ad un altro molto diverso.
Non sono un linguista, di semiotica ne so ben poco, la glottologia non è il mio forte.
Eppure mi rendo conto che il senso di soffocamento che a tratti proviamo tutti, la sensazione di non poter cambiare, mutare le nostre esistenze, uscire da una gabbia che impedisce di condurre un’esistenza realmente autentica, ha il suo avvio e la sua radice nell’uso delle parole.
Se politicamente il mio pensiero è pessimista, se sono sconfortato dalla trasformazione del mondo da luogo di relazioni a luogo di scambi mercantili, umanamente ho sempre ritenuto che l’unico vero ambito di libertà (e di conseguenza di benessere), fosse quello mentale. Tutti gli altri sono un venire a compromessi con questo.
Nella costruzione continua del mio pensiero io posso essere libero. E questa libertà può riflettersi, sempre ridotta, sempre mediata certo, nel mio agire sociale, nel mio essere gettato nel mondo.
A patto che il pensiero indaghi a fondo la natura delle parole, la loro origine, le accezioni ma soprattutto il pervertimento che esse han subito nel tempo.
Così che l’esercizio di libertà sia un esercizio di stile, e l’etimologia un’etica.

C’è posta per noi

Ieri sera sono stato a casa a guardare la tv.
Capita a gente come me che ha la carta d’identità ancora fatta di papiro.
Stavo guardando un film di guerra, già iniziato quando mi ci sono messo davanti e così, per principio (tanto non sto capendo un cazzo: sapevo solo che avrei dovuto tifare per alcuni soldati  tedeschi), cambiavo canale.
Il sabato sera in tv è come rovistare tra gli scaffali di un autogrill d’agosto. Ci trovi robe che non troveresti mai da altre parti, e che soprattutto non compreresti mai in altre occasioni.
Ho visto stralci di “C’è posta per te”.
Premessa: avevo già guardato qualche volta il programma. Ma non con sufficiente attenzione, evidentemente.
Ieri sera mi ha colpito in modo particolare. Ho visto fondamentalmente quattro casi (uno di essi in maniera incompleta). Mi hanno fatto capire alcune cose decisive.

a) Da scrittore, ho ancora tantissimo da imparare.
Se la mia idea di trama, di plot come si dice adesso, pensavo la si dovesse desumere da Tolstoj, da Dostoevskij, da Bolanõ, da narratori complessi, abili, che mettevano carne su carne sul fuoco dell’attenzione del lettore, che edificavano cattedrali di intrecci, di svolte, di incroci, di regressioni, di anticipazioni, dialoghi complessi, raffinati, pregni di senso, che stavano attenti al dettaglio, alla sfumatura, che approfondivano la psicologia perfino del personaggio minore, che scrutavano con una lente di ingrandimento la psiche e i sogni e i segreti dei loro soggetti, insomma se pensavo che si dovesse fare questo per essere un narratore, mi sbagliavo. E di grosso.
Maria De Filippi mi ha insegnato che basta rappresentare pochi, pochissimi elementi per creare una trama.
Questi elementi sono: riconoscenza e separazione; i personaggi sono ridotti all’essenziale, caricature, maschere: madre e figli, marito e moglie, amanti, parenti, gente comune per eccellenza insomma che, per dire ciò che ha da dire, si serve della tv e delle lacrime, della mediazione intellettuale di questa donna fredda, potente psicologicamente, ricattatoria e, spesso, di un personaggio celebre, che sbuca all’improvviso a memento perenne della inferiorità di queste persone.

b) Questi elementi base (riconoscenza e separazione, declinati in forme varie) vanno diluiti, gestiti con attenzione, finta specificità, dosati, forzati, “narrati”: il vero messaggio che i protagonisti di un caso hanno da dirsi, lo scrivono quelli del programma (si assomigliano per stile e contenuto) e lo legge la donna bionica, fredda e prepotente psicologicamente. Il pubblico, come nelle arene romane, parteggia per uno o per l’altro dei soggetti coinvolti, non sempre per quello che viene chiamato a decidere se “alzare o meno la busta”.
La donna bionica non solo sa trattenere le lacrime, altrimenti scontate perché tutto viene strutturato al fine di esse, ma interviene, orienta, forza, prende le veci, intellettualizza la richiesta accorata ma spesso illogica, irrazionale, sentimentalmente sgrammaticata della persona che si è rivolta a lei. E’ un atto molto violento, supportato ripeto da un pubblico vociante e dalla sua forza di persuasione quasi ipnotica, dalla sua autorevolezza, dalla sua influenza.
Di fronte a risposte emotive plateali, molto nette, decise (“Non voglio aprire la busta”), Maria De Filippi non si arrende: insiste, gira intorno, propone altre argomentazioni, sminuisce la portata del problema che ha portato ad una situazione, passa sopra il disagio, l’imbarazzo, la decisione di questa gente. Questa gente che, è bene dirlo, accetta in maniera kafkiana le regole e il contesto e si esprime attraverso le prime, rispettando il secondo: non c’è nessuno che si alza e se ne va, semplicemente, non accettando quella forma di violenza, facendo l’unica cosa sensata possibile.
No, tutti entrano nel meccanismo e debbono “lottare” per svicolarsi da quella stretta emotiva. In tv, davanti a milioni di persone, davanti ad uno studio pieno di gente, incalzati dalle argomentazioni di un personaggio pubblico molto popolare, di fronte alla pubblicizzazione della loro vicenda umana, di aspetti di essa decisamente personali, fragili, tendenzialmente riservati e  indicibili.
La gente accetta il processo come lo accetta Joseph K. Uso la parola processo non a caso: di questo si tratta. Ha tutte le forme esteriori (leggermente camuffate) e i rituali di un processo. C’è un giudice, un tribunale, una giuria popolare, un colpevole, una vittima, un perdono.
Anche quando non si tratta di casi di separazione per colpa, in cui appare plateale la richiesta di perdono, si tratta sempre di una sorta di “risarcimento”.

c) Maria De Filippi sta, lentamente, rivoluzionando la grammatica degli affetti delle persone. Si tratta proprio di linguaggio, verbale e non.
Il programma, seguitissimo e di lunga data, opera nel vocabolario affettivo delle persone, incanalandolo in una espressività standardizzata, fatta di lacrime, sospiri, parole topiche, sguardi contriti, umiliazione, stupore, gesti plateali. C’è tutto un campionario che le persone assorbono, imparano, eseguono.

d) Nessuno si sente indignato, ferito, umiliato dal fatto che per esprimersi e sentirsi dire certe verità, occorra il medium (il mezzo, la mediazione) televisivo. Nessuno si scandalizza che la confessione più intime avvenga davanti ad un pubblico sterminato. Nessuno trova assurdo che i panni sporchi vangano mostrati, discussi, dibattuti e, in qualche modo, lavati (all’apparenza: cosa succede al ritorno alla realtà?) in pubblico. La cancellazione del pudore (parola e concetto bellissimi) è una forza, un’arma, l’estrema ratio. Ci si rivolge a Maria come una volta ci si rivolgeva alla Madonna, nell’odore di candele inginocchiati su di un banco di legno.

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Contro Wired

http://www.wired.it/attualita/media/2014/01/03/contro-lapologia-dilagante-dellignoranza/

Peccato che il giornalista, per portare avanti la sua analisi, utilizzi in pieno tutte le fallacie logiche (e oserei etiche) che condanna nella sua ispirata crociata contro una generica forma di ignoranza che, parrebbe, abbia investito la stragrande maggioranza del popolo italiano.
Innanzitutto la non rigorosità della sua analisi è stabilità già nella premessa.
Espressioni come “ho la percezione netta che”, “non ho modo di dimostrarla”, “servirebbe un’analisi rigorosa del fenomeno” e “ma la percezione resta” parlano da sole.
In pratica, nel condannare un certo tipo di atteggiamento conoscitivo, l’articolista lo usa in pieno: pressapochismo, superficialità, non rigore, ispirazione sovrumana, odio verso posizioni contrarie alla sua.
Dove sta la logica che auspica (addirittura sotto forma di corso obbligatorio) in questo modo di procedere?
Più avanti si supera, con la faziosità e il discorso “ispirato”: mette insieme delle voci rappresentati, secondo lui, forme di rivolta alla “cultura” dando per certo che:
a) esse siano in qualche modo una “parte considerevole dell’opinione pubblica” (su cosa sia l’opinione pubblica, in special modo oggi, si potrebbe dibattere per secoli);
b) esse siano, in realtà, una sola voce: la voce dell’ignoranza. Ma non dimostra che queste posizione specifiche siano riconducibili ad una stessa forma di pensiero: dove sono le prove che un rappresentante dei forconi sia anche a favore del metodo stamina, delle pretese animaliste, del Movimento 5 Stelle, della “rete” come forma primaria di democrazia, del popolo viola. Semplicemente accostandole, l’autore le pone su uno stesso piano di identità e di valore: ma non è così. Una cosa sono (stati?) i forconi, altro sono i malati che difendono il metodo stamina, altro ancora il M5S, il popolo viola, ecc cc. Diverse sono le motivazioni, le rivendicazioni, la forma mentis che anima queste realtà. Ma l’ispirato giornalista non vede (o non vuole vedere?) differenze, specificità, profondità alcuna. Sono, per lui, “quelli insomma che dicono basta alle forme del sapere riconosciuto, perché è sempre e comunque irrimediabilmente corrotto”.
Ecco il sempreverde “appello all’autorità”: che cosa sia il sapere riconosciuto, come si sia prodotto, quali siano nello specifico e nelle sua ramificazioni, quali siano i suoi limiti soprattutto, non viene minimamente accennato. D’altronde è il sapere riconosciuto, che diamine!
E così diamo il benvenuto ad un’altra famosissima (e conseguente) fallacia argomentativa: il falso dilemma. Far credere, cioè, che esistano SOLTANTO due alternative ad un problema, ed obbligare, in questo caso chi legge, a scegliere una delle due. Tertium non datur di Aristotelica memoria, insomma.
Quindi, ricapitoliamo: da una parte il Moloch del “sapere riconosciuto”, intoccabile e, a quanto pare, ineffabile (come Dio), dall’altra “il buon senso, il sapere popolare”. Pace se tra i sostenitori della fazione ignorante vi siano scienziati e tecnici, intellettuali e uomini di cultura: sono fuoriusciti sacrileghi dalla cerchia, ristretta, del sapere riconosciuto, sono apostati, eretici, sbandati. Sono gli ignoranti.
Il giornalista, va detto, prova a mettersi nei panni di questa sfortunata categoria umana: rintraccia colpa e responsabilità nella politica e di una generica “comunicazione” sbagliata. Peccato però non approfondisca abbastanza le posizioni della fazione che avversa. Certo, per un attimo sembra passargli per la mente che, se non addirittura la causa, perlomeno il contesto primario di tanta dilagante ignoranza possa essere la tecnologia. Ma la mano che lancia il sasso viene ritirata repentinamente quando cita l’autorità di tale Massimo Mantellini, il quale ravvede nel carattere nazionale del popolo italiano la componente ineliminabile dell’ignoranza (solamente quindi amplificata da Facebook e dalle Iene, da Twitter e dagli hashtag, ma connaturata con l’esemplare italiano).
Su questa drastica, inconfutabile, inattaccabile, perentoria posizione, il giornalista concorda.
Come dire: Scozzesi tutti tirchi, i neri col ritmo nel sangue, gli italiani ignoranti.
Adesso, sarebbe curioso capire quanto di questa componente del carattere nazionale italiano sia presente anche in Massimo Mantellini e in Fabio Chiusi, ma parrebbe di capire che non lo sia affatto. Essi ne sarebbero, per fortuna loro, immuni insomma, nonostante italiani.
Si va avanti con il teorema che svelerebbe il male dei nostri tempi.
L’analisi si fa serrata, penetrante, acutissima.
“La sensazione” (sensazione?) “è che l’atteggiamento abbia travolto la sfera del pensiero, dandole il colpo di grazia” siamo alla deriva cosmica.
“È così che si finisce per respirare, in una parte che mi pare considerevole dell’opinione pubblica, l’odio per qualunque cosa odori anche solo lontanamente di culturale” ecco la tesi, olfattiva, fondamentale del buon giornalista. L’ignoranza è odio contro la cultura. Non semplice mancanza di essa, no, proprio odio.
Ecco, tutto l’articolo sta in piedi su di una semplice confusione di termini, su di uno scambio (non so quanto voluto): “culturale” al posto di “istituzionale”.

Cultura è l’insieme delle cognizioni intellettuali che, acquisite attraverso lo studio, la lettura, l’esperienza, l’influenza dell’ambiente e rielaborate in modo soggettivo e autonomo diventano elemento costitutivo della personalità, contribuendo ad arricchire lo spirito, a sviluppare o migliorare le facoltà individuali, specialmente la capacità di giudizio. Ma anche il complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico.

Il termine istituzione invece deriva da istituire, che vuol dire “stabilire un ordine, fondare, regolare”, e può avere una grande varietà di significati. Talvolta è usato per indicare un gruppo organizzato o un apparato che persegue un particolare scopo in maniera sistematica, seguendo determinate regole e procedure. Istituzioni in questo senso sono le scuole, gli ospedali, le imprese economiche.
Istituzioni totali sono dette quelle che esercitano un controllo globale e costante sui membri di una comunità. Rientrano in questa categoria le prigioni, i campi di concentramento, gli ospedali psichiatrici, le caserme: in generale, cioè, tutti quegli apparati che tendono a cancellare ogni espressione dell’individualità trasformando in semplici numeri tutti coloro che, perlopiù involontariamente, ne fanno parte.
In antropologia e in sociologia il concetto di istituzione è usato spesso in un significato estremamente ampio e generalizzato per indicare azioni e comportamenti modellati da sistemi di regole.
Le istituzioni, come ogni prodotto dell’attività umana, sono soggette a nascere e a scomparire.

Come si può ben leggere, ciò che l’ignoranza dilagante, secondo il signor Chiusi, cerca di odiare non è la cultura, semmai l’istituzione. Come si potrebbe d’altronde odiare la propria “seconda natura”? E anche se volessimo considerare solo la seconda accezione del termine, ovvero, il complesso delle istituzioni che regolano ogni aspetto della vita umana, appare quanto meno difficile pensare che ci siano individui con l’intento consapevole di odiare e distruggere tutto il complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico. Mi sembra un poco pretenzioso aspettarsi quest’opera così nichilista da un ammalato su sedia a rotelle che vorrebbe poter eseguire il metodo stamina o da un animalista che pensa di trovare un metodo di sperimentazione alternativa a quella animale.
Quello che mi sembra di scorgere, invece, è un tentativo particolare di mettere in discussione parti del sistema istituzionalizzato, parti di potere, insomma. E non spegnando il “pensiero in quanto astrazione”, e quindi “lontano dai problemi reali delle persone”: ciò che viene considerato astrazione, e questo sì lontano dai problemi reali, è proprio l’esercizio del potere da parte dell’istituzione.
Invece il giornalista è convinto che, per tanti, troppi, il “pensiero sarebbe un lusso che non ci possiamo permettere, in tempi di miseria arrembante”.
La diretta conseguenza di questa rinuncia al pensiero si concretizza nella nascita di “forconi che vogliono bruciare i libri a Savona”, dalla sostituzione del “metodo scientifico e la peer review con “servizi delle Iene e dai memi su Facebook”, “nell’idea che il digitale possa magicamente risolvere tutti i problemi della democrazia con l’esattezza di un algoritmo”, “nei complottismi più vari, e sempre in ottima salute”.
E qui entriamo in pieno nelle due argomentazioni tipiche del Cum hoc ergo propter hoc e Post hoc ergo propter hoc, ovvero che la relazione tra alcuni eventi (ingigantiti e deformati) sia necessariamente di tipo causale. Il massimo però viene raggiunto nel finale. Dopo tanta analisi perentoria, si ribalta completamente l’argomentazione finora sostenuta e si tirano furi “umiltà” e “dubbio”, finora non presenti nell’articolo.
“La cultura costa fatica, è un lavoro – perché è una costante ricerca, e un costante invito all’umiltà”.
Adesso, concludendo, ognuno è libero di assumere la posizione che preferisce e criticare chi ne ha un’altra di posizione, ma questo andrebbe fatto con onestà intellettuale e volontà di comprendere.
Quello che ho letto io nell’articolo di Chiusi, invece, è una confusa invettiva contro tutto ciò che va contro un determinato potere (potere che lo stesso giornalista sente in qualche modo di possedere). Facendo così, però, non solo non si attaccano minimamente i limiti e le storture di tante posizioni in rivolta (e limiti e storture sono molti), ma ci si asserraglia dentro il recinto confortevole di una presunta scientificità, si diventa casta per davvero, una casta presuntuosa, distante, a tratti disumana, facendo un danno enorme alla scienza in sé, vero e unico baluardo contro l’ignoranza.
La scienza non si difende attaccando qualcuno: si difende avvicinandola al maggior numero di persone possibili. Chiusi, nel suo articolo, non avvicina nessuno. Io non difendo i forconi, non difendo Stamina, non difendo i complottisti, non difendo nessuno in particolare. Ma trovo più inutile e dannoso ergersi a paladini del sapere riconosciuto, della “cultura”, adottando un atteggiamento come quello presente nell’articolo, pieno di condanna e senso di superiorità (seppur non supportato da reali argomentazioni), privo di empatia e profondità, senza nessuna volontà di reale insegnamento. Un atteggiamento vecchio, elitario, repressivo, che porterà molti, troppi, a sentirsi confortati nelle loro posizioni confuse, estreme.
Se questa è la risposta alla presunta ignoranza dilagante, non avremo nessuna possibilità di “distinguere i ciarlatani del nuovo dagli innovatori”.

(Le definizioni di cultura e istituzione sono sul sito della Treccani).

Le parole

Le parole sono l’oggetto artificiale che ci accompagnano da più tempo. Centinaia d’anni, alcune millenni. Nessun oggetto potrà durare così a lungo, senza diventare rovina/scarto/ maceria/rifiuto, inutilizzabile, vuoto di senso e scopo. La parola Dio è più antica di qualsiasi chiesa mai creata. E ancora si erge luminosa, potente, assoluta, indistruttibile come nessuna cattedrale gotica, nessuna moschea, nessun tempio.
Le parole sono antichissime e sempre nuove. Combinate tra loro, o tra termini nuovi di zecca, presi a prestito (o impostici) da altre lingue, creano nuovi significati, simboli, aperture sull’ignoto che è lo spazio di comprensione da colmare, che ci divide sempre e sempre ci avvicina.
La parola è universale, piena, concetto della mente e incarnazione del reale, compendio di esso, epitome di ogni archetipo, fondamentalmente archetipo essa stessa, quando non la si cali nella vita quotidiana e la si faccia diventare
faro nel buio, attrezzo umile di artigiano. La parola parola ad esempio: non vuol dire niente in particolare, ma significa tutto. Unità minima dotata di senso, è parola d’ordine, è nucleo autosufficiente, è addirittura mondo che contiene
tutti i mondi. Quale altre oggetto durando da così tanto tempo ha la stessa freschezza della parola amore? Quale è più nuova, sempre nuova, sempre abbagliante, seppur usata a sproposito, continuamente, dappertutto, in ogni ambito, declinata in tutte le sue sfumature, pervertita, volgarizzata, banalizzata, ridotta, abbassata, affiancata alla materia: si ama Dio, si ama una donna, si ama un paese, si ama una città, si ama un programma televisivo. Ma non tutto allo stesso modo, ovviamente, non tutto con la stessa intensità. E, quando non si tirino fuori i suoi surrogati depotenziati, sfumati
per così dire (l’affetto ad esempio) o quelli al contrario potenziati (l’adorazione), essa stessa contiene le sue gradazioni.  Chi ci permette un’aderenza così immediata con il naturale? Quale altro dispositivo ci congiunge con la nostra storia ed ogni altra storia, passata presente o futura? Esiste un qualcosa in grado di svolgere la funzione così perfetta dell’approssimarsi alla corrispondenza profonda tra ogni sensazione, emozione, stato d’animo, fantasia di ogni vivente? Un’immagine può fare tutto questo? E, in definitiva, un’immagine non è prima già parola?
Le parole ci sostengono, strutturano il flusso delle idee, gli danno un senso, uno spazio, un tempo, un limite, ci impediscono di diventare pazzi invasi da immagini turbinanti, ma al tempo stesso ci permettono di immetterci nell’eterno. Platone pensava che la loro essenza fosse nell’iperuranio, eterna incorruttibile dimensione ideale: sbagliava. La loro essenza è a nostra disposizione ora e qui, continuamente, sfondo e seme allo stesso tempo, archetipo e copia
congiunti indissolubilmente, materia e forma aristotelica. (O forse le parole sono davvero l’anima delle cose, e pre-estino a queste, non la semplice convenzione usata per nominarle. Se così fosse, non potremmo crearne di nuove e
di nuove che non abbiano attinenza coll’esistente. Se tavolo rappresenta un tavolo, libertà non esiste nel reale: è una creazione concettuale, astrazione. Nel reale esistono cose libere e cose non libere. Esistono cose che possiedono, in gradi diversi, la libertà, oggetto mentale che non ha un suo corrispondente concreto, oggettivo. I concetti sono reali però, si potrebbe obiettare. Non come una mela, ma reali comunque. In realtà lo divengono, dopo averli creati. E li si crea pensandoli, ovvero nominandoli…).
Le parole sono l’unico vero tesoro in nostro possesso. Niente potrà restarci accanto come loro fanno. Potremmo perdere tutto, ma esse resteranno sempre, anche se sprofondassimo nel silenzio più assoluto. Ci sarebbero sempre: attutite,
smorzate, soffocate, rimbomberebbero nella nostra mente con tutta la forza dell’universale e con tutta la minuzia del particolare. Una parola sola può salvarci la vita o perderla, una semplice parola può ricoprirci di luce o di tenebra, una parola può, realmente, darci quel senso che cerchiamo con una sete inestinguibile, o essere il primo scalino verso l’ascesa del discorso infinito, l’unica forma di rimanenza di fronte al vuoto della morte.