Preferirei di no

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Dibattito interessante quello sui dati dell’Istat riguardo ai lettori in Italia. Soltanto il 40% degli Italiani dichiara di aver letto un libro negli ultimi 12 mesi.
Interessante ma non nuovo: sono almeno 30 anni che il trend è questo.
In compenso, paradossalmente, cresce il numero della produzione di libri, il numero degli editori e la grande massa di chi scrive.
Quest’anno, al questionario dell’Istat abbiamo partecipato anche noi come Autori Riuniti: fisicamente l’ho compilato io.
Era richiesto, tra le altre cose, di rispondere a possibili motivazione per comprendere un così scarso risultato (impietoso se confrontato con gli altri paesi europei).
Le domando avevano molte opzioni di risposta: tutte comprensibili, pensate, logiche, ma tutte parziali.
Non si legge per il costo dei libri, il poco tempo a disposizione, politiche scolastiche nulle o carenti, la distribuzione, la sovrapproduzione, ecc.
Non voglio e non posso negare che questi e altri fattori incidano negativamente sulla pratica della lettura degli Italiani, ma dubito che siano esaustivi per comprendere il fenomeno e poter sperare di risolvere la situazione.

L’opzione che mi aspettavo di trovare nel questionario Istat e che, invece, non ho trovato, fa riferimento ad un libro (ovviamente). Questa opzione avrebbe avuto, al suo interno, varie sotto opzioni, in grado di analizzare il fenomeno da diversi punti di vista ma in un’ottica unitaria.
René Girard, critico letterario, filosofo, antropologo e studioso delle religioni, scrive nel 1961 un libro intitolato “Mensonge romantique, vérité romanesque”. Questo testo ha al suo interno un nuovo metodo di indagine letteraria (i passi tra virgolette sono riportati dalla voce relativa a Girard su Wikipedia):

“Invece di cercare la “originalità” delle opere, cerca ciò che esse possono avere in comune e si accorge che i personaggi creati dai romanzieri si muovono in una dinamica di rapporti che si ritrova nei vari autori. La legge universale del comportamento umano, descritta dai grandi romanzieri, secondo Girard consiste nel carattere mimetico (nel senso di imitativo) del desiderio.
Noi imitiamo dagli altri i nostri desideri, le nostre opinioni, il nostro stile di vita.”

Curioso che per arrivare a logiche di comportamento (che, vedremo, sono “metafisiche”* e non solo antropologiche per Girard) egli sia partito dai personaggi dei romanzi.

“Ma chi imitiamo esattamente? Imitiamo le persone che stimiamo e rispettiamo, mentre contro-imitiamo le persone che disprezziamo, cioè cerchiamo di fare il contrario di ciò che fanno loro e sviluppiamo opinioni opposte.”

Questo disprezzo si iscrive nella rivolta dal basso verso i poteri, le istituzioni, i possessori di cultura e di scienza, i detentori di sapere, che negli ultimi anni sta montando dappertutto nel mondo, ma in forme speciali (perché atavicamente anarcoidi) nel nostro paese: chi legge libri non è un modello da ammirare, ma da disprezzare (e chi disprezza i lettori, fenomeno grottesco, molto spesso non si risparmia dallo scrivere libri).

“Quindi il nostro comportamento è sempre un’imitazione, perché è sempre in funzione dell’altro, nel bene come nel male. I tipici modelli che si presentano nella vita di un uomo sono per esempio i genitori, il miglior amico, il leader del gruppo, la persona amata, un politico, un cantante, una guida spirituale o anche la massa in generale”.

Questo è un punto fondamentale: riporta violentemente il discorso sulla lettura ad un approccio identitario. Quanti di noi hanno per modello un “lettore”? Per la nostra società, per la nostra cultura, l’uomo lettore è un modello? Un modello appetibile, vincente, capace cioè di trascinarsi il desiderio mimetico degli altri?

“Perché imitiamo gli altri? Il nostro desiderio è sempre suscitato dallo spettacolo del desiderio di un altro per il medesimo oggetto: la visione della felicità dell’altro suscita in noi (che ce ne rendiamo conto oppure no) il desiderio di fare come lui per ottenere la stessa felicità, o, ancora più intensamente, suscita in noi il desiderio di essere come lui.”

Nessun modello, sociale e culturale, che legge è felice. Chi legge non è mai alla moda, vincente, popolare, nel mezzo della scena. Come potrebbe d’altronde? Leggere è fisicamente appartarsi, farsi da parte, restare indietro, sullo sfondo, godere di un piacere e soddisfare un bisogno egoistico che non reclama tributi e omaggi, anzi ha come una patina di mestizia, di esclusione per colpa; il lettore è “un topo di biblioteca”, uno snob, un asociale, uno che “si rovina gli occhi e la salute” (povero Giacomo!), “che ti servono tutti quei libri?”; quant’anche fosse visto con affetto, il lettore suscita un’ammirazione numinosa che è il controcanto dell’insulto, un’ipocrisia celata da finto complimento per una pratica  che non si capisce e che non si intende imitare, di cui si ha ribrezzo e paura e che si considera infelice.
Per poter inserirsi negli schemi di accettazione sociale, e far passare questa sua infamia, tenerla sotto controllo agli occhi degli altri, farla considerare semplice pratica naif, un po’ bizzarra ma tutto sommato innocua, chi legge deve compiere azioni in grado di cementare il desiderio mimetico, giustificarlo, accreditarlo per sé e per tutti: deve, innanzitutto, giustificare la lettura come puro intrattenimento o, al contrario, come pratica professionale.
Chi divora romanzi come noccioline (ma senza pretese identitarie) e l’addetto ai lavori (che coi libri ci mangia) godono di una specie di immunità: non fanno niente che realmente metta in discussione la non lettura degli altri. Niente che dica “leggere è fondamentale per la mia esistenza”. In questa duplice veste, amatoriale/professionale, la lettura è tutto sommato accettabile, rassicurante, depotenziata.
I problemi nascono quando si eleva la lettura a pratica esistenziale fondamentale e bisogno totale (come bere, dormire, fare l’amore): se dico che la lettura dei libri mi ha cambiato e mi cambia la vita, è come se svelassi una mancanza decisiva negli altri. E questo è inaccettabile.
Il modello lettore, che esiste e viene da lontano nel tempo, non è più socialmente e culturalmente degno di imitazione. Non in Italia almeno. Negli altri paesi sì, evidentemente.
Questo perché in Italia da sempre, purtroppo, non è stato mai, se non a sprazzi e folate che poco segno hanno lasciato e che spesso hanno corrotto politicamente, proposto e incentivato un modello di cittadino consapevole e partecipe, un modello di essere umano completo, premiato per la sua adesione a forme di esistenza che mettessero anche e soprattutto la lettura come componente essenziale del suo essere (sarebbe curioso a questo fine, appoggiare vicini i dati sulla lettura a quelli sul voto politico, la fiducia nelle istituzioni, la partecipazione civica, il dilagante razzismo, le pratiche di cura alternative e fai da te, l’uso distorto dei social, il possesso di beni e oggetti di un certo tipo, ecc e confrontarli con quelli di Svezia, Francia, Germania…).
Chi è approdato alla lettura lo ha fatto per vie intime e personali, per modelli vicini, familiari, amichevoli, non per un percorso istituzionale e istituzionalizzato.

“I desideri delle persone che stimiamo ci “contagiano”. Pertanto l’oggetto del desiderio assume un valore del tutto relativo e funzionale solo per il raggiungimento della stessa condizione dell’altro.”

E nessuno vuole essere nella condizione dell’infelicità. Come per lo schiavo del mito della caverna di Platone, io lettore non vengo creduto quando torno al buio della caverna, dopo aver visto la luce, dagli altri schiavi: nel mito questi cercando di uccidere il risvegliato. Nessuno può fargli credere che fino ad allora sono stati in una non realtà, buia e opprimente, e che sarebbe bastato andare avanti dopo le prime due pagine per acce(n)dere alla luce.

“Attraverso quella dei personaggi, è la nostra vita ad essere raccontata. Ciascuno di noi è attaccato all’illusione dell’autenticità dei propri desideri; i grandi romanzieri, invece, rappresentano implacabilmente tutte le menzogne, le dissimulazioni, le manovre, lo «snobismo» messi in scena dagli eroi proustiani per evitare di vedere in faccia la verità: i nostri desideri sono sempre imitazione di desideri altrui e per questo sfociano in invidia e gelosia.”

La soluzione per comprendere il nostro stato, ci dice Girard, è nei libri, nello specifico nei romanzi che mettono in scena la vita di personaggi che siamo noi. Ma chi non legge difficilmente avrà modo di svelare le dinamiche reali dietro a quelle di finzione che lo riguardano e lo descrivono.

 

*“Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato. Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira. In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente all’essere del modello. Per questo, René Girard parla di desiderio «metafisico»: non si tratta assolutamente di un semplice bisogno o appetito, perché «ogni desiderio è desiderio d’essere», è aspirazione, brama di una pienezza attribuita al mediatore”.

 


Photo by Katie Treadway on Unsplash

Il battito oscuro del mondo

Il Grande Romanzo americano, quest’anno, l’ha scritto un italiano.

L’America dei ricchi, del consumo, degli scontri razziali, della deriva; L’America dell’immaginario televisivo, cinematografico, musicale, letterario, denso, vivo, pulsante che ci ha colonizzato la mente; L’America viscida, l’America del sogno, del viaggio, delle scoperte; L’America e la sua breve, contorta storia, un filo sottile che la unisce con la vecchia Europa; L’America perversa, l’America dei soldi, degli uomini e le donne pronti a ripartire dopo un fallimento, e rifallire; l’America di luoghi simbolici, sterminati, di posti deserti, abbandonati; l’America dei segreti, delle bugie, dell’odio e degli amori. Insomma, tutta l’America e qualcosa di più.
Tutto nel libro di Luca Quarin autore del romanzo “Il battito oscuro del mondo” edito da Autori Riuniti, in libreria dal 11 maggio.
Verrà presentato in esclusiva il 5 maggio alla Libreria Pantaleon alle ore 19. Insieme all’autore, la La McMusa Marta Ciccolari Micaldi. Come on guys!

La vita va avanti su Mangialibri

Armando si sveglia disteso nell’erba. Non sa assolutamente dove si trovi né ricorda come ci sia finito. Lentamente si alza. Non sente dolore. Solo una infinita spossatezza. Guarda il cielo. È notte. Le stelle splendono e non c’è una nuvola. Che cosa gli è successo? Come è finito disteso in un prato senza ricordare assolutamente nulla di quello che sia accaduto? Deve semplicemente ragionare, calmarsi e mettere in fila i ricordi. Che sia stato uno scherzo dei suoi amici? Comincia lentamente a camminare e a chiedere aiuto a gran voce sebbene tutto attorno a lui ci sia un silenzio quasi assordante. Ad un certo punto capisce dove si trova. È al cimitero del suo paese. Cerca il custode. Vuole assolutamente uscire e tornare alla sua vita. Eppure il custode, nonostante lui si sbracci e urli, sembra non sentire la sua voce e non percepire la sua presenza. Armando è sconcertato e furioso. Mentre continua a voler attirare l’attenzione del custode scorge tre uomini che sembrano attenderlo. Ad Armando non piacciono. Che diavolo ci fanno di notte al cimitero? E che diavolo ci fa lui in un luogo che frequenta pochissimo e soprattutto perché sembra che solo i tre uomini lo vedano e vogliano parlargli mentre il custode lo ignora completamente?

La vita va avanti è un romanzo intenso ed è, allo stesso tempo, una lunga meditazione sulla morte. Misurarsi con un tema così pregnante è una operazione molto complessa. Vito Ferro, classe 1977, autore di altri romanzi e racconti, lo fa regalandoci un lavoro molto interessante. La storia potrebbe, di primo acchito, parere già letta mille e mille volte. Il protagonista che è deceduto e non ne ha consapevolezza, il cimitero come luogo in cui transitano le “anime” che non hanno ancora trovato pace, potrebbero apparire dei cliché. Sta invece nella scrittura e nella profonda sensibilità dell’autore lo scarto tra quello che può apparire “scontato” e quel tocco che rende una storia inconfondibile e totalmente diversa da tutte le altre che affrontano le stesse tematiche. Vito Ferro ha un modo di narrare avvolgente, non lascia mai che ci siano momenti di stasi nel suo racconto. Il periodare è complesso e sembra quasi un lungo flusso di coscienza del protagonista. Mentre leggiamo la storia di Armando, con tanto di colpo di scena finale, cominciamo ad interrogarci su noi stessi, sul nostro rapporto con la morte, con le persone che abbiamo amato e che sono venute a mancare, con i mille ricordi che ognuno ha e che custodisce gelosamente. Vito Ferro fa sì che il lettore si metta in discussione, che una fitta sottile di malinconia ci attraversi il petto. Ed è già questo un grande risultato.

www.mangialibri.com/libri/la-vita-va-avanti

Booktrailer La vita va avanti

https://www.youtube.com/watch?v=Xq9kQFZictM

In teoria dovrei esserci abituato ormai: non sono più un giovane autore alle prime armi. Ma vi confesso, amici, che vedere questo booktrailer del mio ultimo romanzo mi ha fatto molto emozionare.
Ho ripensato alla prima volta che ho spedito un manoscritto ad un editore – avevo 16 anni – alla prima risposta positiva – dopo le trentamila negative – alla prima volta che ho preso in mano il mio libro stampato… Ai sogni, le speranze, gli stimoli che sentivo allora.
Adesso, da uomo bello che fatto (e che uomo…), posso confermarlo: è tutto come allora. Identico. Stessi brividi, stessa euforia, stessa gioia nel sapere che il libro viaggerà e verrà letto.
Grazie ad Alessio Cuffaro e Sara Madeo per avermi aiutato nella realizzazione del booktrailer, grazie a tutti voi che che lo guarderete e condividerete!

Oggi esce “La distrazione di Dio”

Oggi esce in tutte le librerie “La distrazione di Dio” di Alessio Cuffaro, il primo libro edito da Autori Riuniti.
Per me è un’emozione fortissima: un libro che sento mio pur non avendolo scritto. Al di là della bellezza del romanzo, il suo valore aggiunto è nel segnare, per me, l’inizio di una nuova avventura professionale e umana, quella da editore.
Ricordo ancora la prima volta che lo lessi: “eccolo!” pensai “questo libro io lo devo pubblicare”. Così è stato. Ora è nelle librerie d’Italia. Lettori sconosciuti lo leggeranno, viaggeranno col protagonista e la sua vicenda.
Accarezzeranno le pagine e non sapranno quanto sia stato bello e gratificante vederlo ancora in fasce, farsi vivo sempre più, grazie alla sapiente capacità di scrittura di Alessio Cuffaro. Auguro il meglio a questa storia così originale, profonda, avvincente: di trovare soprattutto cuori aperti ad accoglierla!

Ecco il book trailer: https://youtu.be/2IZM7BflKT8

Il terrore della pagina bianca

Nell’ambito delle iniziative del SALONE OFF 2016, il sottoscritto, in collaborazione con Autori Riuniti, vi invita al workshop:

Il TERRORE della pagina bianca

L’angoscia più grande, lo spauracchio per eccellenza di chi scrive: da dove iniziare? Come far procedere la propria storia? Come non bloccarsi e deprimersi?
Un incontro per padroneggiare l’ispirazione, allenare lo sguardo, migliorare la propria scrittura, giocare con la creatività, superare il terrore della pagina bianca. Attraverso esercizi pratici e giochi letterari, l’incontro offrirà ai partecipanti l’occasione di confrontarsi con stimoli curiosi e impadronirsi di tecniche e trucchi della scrittura creativa.

Quando: domenica 15 maggio 2016, dalle 10 alle 13 (vi offriamo il caffè!)
Dove: Campus San Paolo, Via Caraglio 97 – Torino
Costi: solamente 14€ con omaggio il libro “Questo libro si può anche leggere” – Antologia di racconti e tecniche narrative (Autori Riuniti, 2016)
Gestore: Vito Ferro, autore, fondatore della casa editrice Autori Riuniti e insegnante di scrittura creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Torino
Materiale: Fogli, penna, curiosità
Numero partecipanti: max 20 – affrettatevi!!!
Info e iscrizione obbligatoria (entro il 14 maggio):
info@autori-riuniti.it

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In tv

Oggi l’allegra banda di Autori Riuniti è stata intervistata da Laura De Donato per il Tg3 Piemonte. Molto emozionante, soprattutto per chi, come me, non è mai stato in televisione. A breve sapremo giorno e ora della messa in onda del servizio. Intanto, ricordatevi la data di domani, giovedì 21 aprile dalle 19: al Samo (Corso Tortona 52 a Torino) è festa Autori Riuniti!

Nella foto: Da sinistra, la giornalista Laura De Donato, il balbettante sottoscritto, un paralizzato Alessio Cuffaro, la dolce Laura Caputo e il divo Andrea Roccioletti.

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Tempo di manifesti culturali

Che cos’è #adotta1blogger? Una community online di 1000 blogger sparsi in tutta Italia, che scrivono sulle tematiche più disparate: filosofia, psicologia, turismo, cucina, letteratura, cinema, arte, design, sharing economy. Noi ci occupiamo di creare connessioni di valore aggregando i contenuti in una rassegna stampa settimanale, best practice di condivisione, partecipazione attiva e ricerca. L’attivismo digitale sinergico che contraddistingue il suo operato l’ha resa di fatto una smart community.

Un manifesto inteso come programma culturale, a volte racchiude in sé una carica energetica tipica di chi non si accomoda  in una non vita, in un non luogo e in un tempo indefinibile, sintesi dell’inettitudine umana. E’ il caso degli Autori Riuniti, per i quali pubblicare è come fare l’amore: è commovente solo se è gratis. Perciò al bando marchette, scambi di recensioni e nicchie troppo affollate! Abbiamo valori per cui lottare, tradizioni da portare avanti, vite da indossare e da riscattare. Senza clamore, con incedere sicuro ed elegante.

Quando si pensa che l’esistenza di Drogo sia condannata a svanire nel silenzio e nella solitudine, spezzata solo dalle scarse conversazioni con il medico militare e qualche altro ufficiale con cui però il maggiore Drogo non trova affinità, la Fortezza prende nuovo vigore perché accade l’insperato: il nemico è alle porte, i rinforzi arrivano dalla città, ma Drogo -ormai gravemente malato- non sarà protagonista della battaglia più importante, quella attesa per tutta una vita.
Ultima lettura: “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati , di Elena Tamborrino

In questo mondo fermo, immobile, che sta marcendo sotto ai nostri occhi, nel coro delle lamentele di tutti, noi abbiamo deciso di ripartire da zero: dalle storie, dalle emozioni, dalla meraviglia. Dagli Autori. Finalmente riuniti.
Nasce Autori Riuniti , di Vito Ferro

Ho comprato un cappello rosso piccolo e leggero, così quando lo indosso,  mia nonna Ines mi ricorda da dove vengo e che non sono sola come una lettera messa lì a caso su un foglio bianco. Mi fa credere che c’è un senso di parole e frasi e storie da continuare a scrivere. Mi fa credere che io sono le storie che mi hanno preceduto.
Come un dispetto , di Tiziana Calabrò

http://www.lastampa.it/2016/04/09/blogs/adottaunblogger/tempo-di-manifesti-culturali-SrpsKnfzTphJ7FQkR4ye5M/pagina.html

Il manifesto di Autori Riuniti

1- Una casa per gli autori, una casa degli autori
I nostri libri verranno selezionati e tradotti, editati e corretti, impaginati e promossi esclusivamente da autori.

2- Pubblicare è come fare l’amore: è commovente solo se è gratis.
Gli autori non dovranno mai pagare per essere pubblicati dalle edizioni Autori Riuniti.

3- Un libro che piace a tutti è solo ovvietà in formato tascabile
Ogni libro, anche qualora fosse di un autore già membro della Autori Riuniti, sarà sottoposto al vaglio insindacabile del comitato di lettura. Il comitato deciderà a maggioranza e non sarà necessaria l’unanimità. Crediamo infatti che la ricerca di un parere uniforme nei comitati editoriali sia causa di un progressivo appiattimento delle proposte sul minimo comun denominatore. Non esistono membri permanenti del comitato di lettura. A turno ne faranno parte gli autori della casa editrice. Nessun autore potrà mai far parte del comitato di lettura incaricato di valutare il proprio manoscritto.

4- Siamo una coppia aperta
Gli autori non saranno costretti a sottoscrivere contratti pluriennali di esclusiva con la Autori Riuniti.

5- Si vive per scrivere, certo, ma nessuno vieta che si possa anche scrivere per vivere
Agli autori verranno corrisposti diritti d’autore più alti della media del mercato: – Libro cartaceo: 12% sul prezzo di copertina – Libro cartaceo venduto direttamente dalla casa editrice: 24% sul prezzo di copertina – Ebook: 24% sul prezzo di copertina – Ebook venduto direttamente dalla casa editrice: 30% sul prezzo di copertina

6- Questa è casa tua
Un autore che aderisce al collettivo Autori Riuniti diventa parte integrante del progetto. Potrà partecipare, in base alle proprie doti o alla propria professione, alla nascita dei libri degli altri autori, così come gli altri autori hanno fatto per la nascita del suo. Quindi partecipando a un comitato di lettura se ha la vena dello scopritore di talenti, oppure correggendo delle bozze se è un nemico giurato dei refusi, presentando i libri di altri autori nella propria città se è affetto da un elevato grado di estroversione ecc.

7- Tutto il resto è noia
Cerchiamo opere di qualunque genere letterario in cui siano presenti questi tre elementi: la storia, l’affabulazione, lo stile. Sarà una lunga ricerca.

8- C’è una vita da vivere
La Autori Riuniti non sprecherà mai le energie mentali dei propri autori per definire norme tipografiche, l’eventuale uso delle “d” eufoniche, dei doppi apici o delle virgolette “a sergente”. Lasciamo volentieri che queste questioni rimangano parte saliente dell’ortodossia dei cosiddetti “professionisti dell’editoria”. Ogni autore deciderà le proprie norme e le comunicherà all’autore incaricato di correggergli le bozze.

9- Tocca anche al lettore
Noi faremo sempre il possibile per emozionare il lettore, per fagli spendere il meno possibile, svegliarlo dal torpore, scandalizzarlo laddove sia ingenuo e ammorbidirlo laddove si sia inaridito. In cambio chiediamo al lettore solo di parlare (bene o male) dei nostri libri e dei nostri autori con intensità e passione. In fondo vogliamo solo che un libro non si riduca a semplice merce.

10- Non abbiamo idea di come andrà finire
Partiamo da una casa editrice, lo facciamo con l’intento di sperimentare, ri-elaborare, contaminare, ibridare. Alcuni esperimenti andranno a buon fine, altri si riveleranno utilissimi buchi nell’acqua. Probabilmente invaderemo ambiti non canonici, utilizzeremo media non per forza cartacei, saremo un agente culturale a tutto tondo. Comunque vada non vi avremo annoiato.

http://www.autori-riuniti.it/il-manifesto-autori-riuniti/

Nasce Autori Riuniti

logo buonoIn un mondo di grandi gruppi editoriali che si fondono, di libri distillati, di marchette, di scambi di recensioni, di nicchie troppo affollate, di editori che si considerano indipendenti partendo con 6 milioni di euro di capitale, di poeti demenziali, di libri brutti, di libri alla moda, di libri che vivono un mese, di apocalittici dati Istat sulla lettura, di libri imposti a scuola, di meccanismi complessi e stritolanti, di premi letterari da spartirsi, di grandi catene che chiudono in un posto e aprono in un altro, di libri pubblicati a pagamento, di traduttori non pagati, di voci che si perdono, che non hanno lo spazio che meritano, di lettori considerati vacche da mungere, di opere abbandonate sul bordo dello scaffale, immolate sull’altare del comodino, in questo mondo fermo, immobile, che sta marcendo sotto ai nostro occhi, nel coro delle lamentele di tutti, noi abbiamo deciso di ripartire da zero: dalle storie, dalle emozioni, dalla meraviglia. Dagli Autori. Finalmente RIUNITI.

http://www.autori-riuniti.it

Corso di Scrittura Creativa

scuolacomics
A breve partirà il primo corso di Scrittura Creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Torino.
Il è aperto a tutti coloro che vogliono ampliare e migliorare i propri strumenti narrativi.

È un corso teorico e pratico che parte dalle tecniche della narrazione, dall’esame dei diversi stili e generi, fino ad arrivare agli esercizi di scrittura che verranno discussi in classe, come nelle moderne scuole di scrittura americane. L’obiettivo è quello di formare nuovi autori, fornendo loro tutti i mezzi necessari per trovare la propria voce e scrivere racconti e romanzi che possano suscitare l’interesse dei lettori e possibilmente anche degli editori.

Verranno spiegate alcune regole per sottoporre il proprio manoscritto alle case editrici in maniera efficace.

Durante il corso si terranno inoltre incontri con professionisti legati all’ambiente editoriale e di comprovata esperienza. Al termine del corso i partecipanti avranno la possibilità di una valutazione professionale gratuita di un loro lavoro (romanzo o raccolta di racconti) da parte di Las Vegas edizioni.

Docenti: Andrea Malabaila, Toraldo Manfredi, Vito Ferro.

Info su: http://www.scuolacomics.com/corsi/scrittura-creativa/torino

Il ragno e il fuoco

“Un libro non è soltanto, o non è sempre, un tempio delle idee o un’officina di musica e luce, è anche un luogo oscuro di sfoghi e di rimozioni, dove si combatte un duello senza pietà, con la sola scelta di guarire o morire”.

Gesualdo Bufalino

Il romanzo Il ragno e il fuoco, opera seconda della giovane scrittrice Chiara Nirta, edito da Città del Sole, è stata una piacevole scoperta.
E’ un libro a più livelli di lettura ed interpretazione: è una storia di amore tormentato, è un romanzo di formazione e un grande affresco del Sud, inteso sia come luogo geografico che come paesaggio dell’anima, è un piccolo, essenziale saggio di filosofia antica.

E’ un libro “greco”: così come per la filosofia antica anche nell’opera di Chiara Nirta il dualismo, gioco di forze contrapposte e destini che segnano, è il grande motore immobile, forza primaria che permea di sé tutte le pagine e dà  vita alla vicenda.
Sud e nord, innanzitutto, ma anche e soprattutto amore e odio, dolcezza e violenza, carne e spirito, volontà e sottomissione, sentimento e aridità. Sono tutte coppie di tematiche in conflitto la cui contraddizione di fondo è la descrizione più veritiera del Sud dell’Italia, terra di estremi, di bellezza indescrivibile e al tempo stesso di massima deturpazione.
Ma, a differenza della filosofia delle origini, in cui il bene supremo era rappresentato dalla razionalità pura, da quel Logos (che significa anche “discorso”), che deve domare il pathos, la passione forte in grado di disintegrare l’uomo, accecandolo, trascinandolo alla perdizione, nel romanzo logos e pathos sono alleati, sono parti indistricabili della stessa totalità. Nell’eterna lotta contro l’ignoranza, velo di Maya che abbruttisce e porta alla violenza, ragione e passione devono restare uniti, stretti, saldi.

Cinzia e il Moro, i protagonisti del libro (insieme alla loro terra d’origine anch’esso personaggio a tutto tondo), compiono un percorso di sofferenza e di libertà che passa dalla piena accettazione delle passioni unita alla volontà di sapere, conoscere, imparare. Cultura e tradizione, sembra questo dirci l’autrice, non possono essere scisse: il rischio è la mutilazione della propria anima.
Non è un caso che Cinzia, donna di grande saggezza e carnalità, ribelle che cova nello spirito, nonostante gli anni scivolati addosso, ancora il sacro fuoco del sentimento, di mestiere faccia la professoressa: la maieutica socratica, declinata in tanti dialoghi con la sua giovane ed ingenua allieva, è lo strumento col quale comunicare l’amore della vita e l’accettazione di essa, in ogni sua sfumatura.

Il Sud è correlativo oggettivo di questo conflitto: magnificamente descritto nelle sue qualità precipue, nella bellezza dei posti, dei momenti, del cielo del mare dei campi, dentro i quali perfino il silenzio assume caratteristiche metafisiche, e tutto rimanda ad un passato ancestrale nel quale la terra stessa era come un immenso altare sacro, sono i silenzi in cui si vede / in ogni ombra umana che si allontana / qualche disturbata Divinità*; ma il bisogno assoluto di verità non fa tralasciare di raccontare le brutture che deturpano il meridione, la violenza di una mafia che non sa riconoscere la bellezza o forse, proprio riconoscendola non riesce ad accettarla, e perciò tenta di frantumarla, l’ignoranza di esseri senza ragione e senza passione.  L’equilibrio, faticoso, nella descrizione di un mondo che potrebbe salvarci e che è perennemente sul rischio di sprofondare, è segno evidente di un amore dell’autrice nei confronti della sua terra che sa di non poter prescindere dall’oggettività.

Ma se razionalità e passioni procedono unite, anche sul piano del linguaggio c’è una commistione originale, ardita, estrema: mythos e logos (inteso come discorso, narrazione) non sono disgiunti, tantomeno contrapposti: la scrittura di Chiara è racconto e ragione che si svela narrando. Accanto alle suggestioni poetiche più potenti, più vitali (vitalistiche), alle immagini struggenti che impastano ricordi, sogni, avvenimenti, procedono le riflessione più distaccate, il punto di vista che si sforza di farsi esterno (cosa sono gli emigranti, se non elementi di un insieme che decidono di “staccarsi” per osservare meglio le loro origini?) ed arrivare così ad un punto di fermezza raggiunta, ad un più grande e solido accoglimento.   Scrittura come appropriazione e ricordo, quindi, ancora di salvezza, approdo sicuro: proprio l’opposto di ciò che sosteneva il re Thamus nel mito di Theuth di Platone.   Il risultato è suggestivo: a tratti la sintassi si ingrossa, si addensa, nel tentativo di restituire la pienezza di una vicenda, di vite intrecciate, di un mondo complesso, e tesse una tela intricata di meraviglie e stupori, per poi diluirsi allontanandosi dal fuoco vivo, dalle braci incandescenti di così potente suggestione.
Pirandello e Bufalino scorrono, diluiti, tra le righe e i sostantivi archetipici, tra le sfumature infinite degli aggettivi. La scrittura, così concepita, in tal modo venerata, è la lampara che guida nella notte, è la fiammella che indica la direzione sul mare oscuro, la traccia di una presenza che è segnale e simbolo di speranza, ricerca, riscatto.

Della storia d’amore dei protagonisti, Cinzia e il Moro, non dirò nulla, per non rovinare il gusto della scoperta al lettore. Anticipo solo che i personaggi, una volta conosciuti, difficilmente se ne andranno dalla mente e dal cuore: questo perché la scrittrice ha amato e rispettato i suoi protagonisti, cosa rara nella narrativa contemporanea, nella quale si gioca al massacro coi propri personaggi per arrivare a svolgere tesi e sostenere argomentazioni critiche. Nel libro uomo e donna sono amanti ma anche fratello e sorella primigeni, esseri complementari e anime che si ritrovano dopo l’oblio (ancora il mito che torna…).
Hanno la pienezza di persone vicine a noi, sfumature che li rendono veri e corposi, tratti distintivi che ce li avvicinano e nei quali è immediato rispecchiarci. La capacità della scrittrice è anche in questo: ha sedimentato in Cinzia e il Moro, ma anche nei personaggi minori, caratteri universali, archetipici, ha raccolto in essi millenni di Storia e di storie, ma al tempo stesso quelli che ci restituisce sono individui che potremmo essere noi, i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri figli: sempre che si voglia fare come loro e seguire la propria volontà, al di là del destino che hanno scelto per noi.        Bufalino diceva con ironia e profondità che “conviene, a chi nasce, molta oculatezza nella scelta del luogo, dell’anno, dei genitori”. E dice una verità giusta. Ma dimentica che senza l’imposizione iniziale della Sorte, in special modo quando questa è sfavorevole, non vi sarebbe lotta, e quindi storia.

Torino 2 settembre 2015

* Eugenio Montale, I Limoni

http://www.cdse.it/index.php?id=910

 

Sottomissione

“Sottomissione” non è, come potrebbe pensare chiunque prima di leggerlo, un libro totalmente virato verso l’islamofobia (che sa tanto di parola d’ordine, etichetta ipocrita per silenziare opinioni critiche). Innanzitutto non vi è nessun accostamento tra il fondamentalismo che guida il terrore e la grande religione monoteista, e in questo Houllebecq si dimostra pensatore abilissimo, disinnescando qualsiasi tipo di obiezione teoretica e pratica, e non concedendo nessun appiglio alla destra xenofoba.
Tutto l’impianto del libro è costruito semmai sull’Islam come realmente è, come viene percepito e vissuto dalla stragrande maggioranza dei fedeli al mondo. Il personaggio di Mohammed Ben Abbes, il brillante politico musulmano che prende il potere nella Francia del 2022, incarna in tutto e per tutto la visione occidentale dell’Islam “moderato”, addirittura ne è la sublimazione in alto. Prova ne è che si siano alzate pochissime voci dal mondo islamico contro il libro.
Certo, la visione dell’Islam, del vero Islam, quello appunto pacifico, moderato, maggioritario (?), quello in grado di innestarsi in una società europea sfinita e rivitalizzarla, trasmutandone i valori, rimane comunque per lo scrittore (e di conseguenza per il lettore) un qualcosa di inquietante, di sinistro. Anche se nel libro non vi è violenza palese nella presa del potere da parte dell’Islam, ma tutto avviene all’interno degli schemi democratici repubblicani, un malessere diffuso si avverte tra le pagine, seguendo le tappe della “sottomissione” personale del protagonista, un professore universitario esperto di Huysmans, un senso di profonda impotenza, di torpore letale. Prima che per le conseguenze drastiche di un così rivoluzionario cambio di regime politico, culturale, religioso, sociale, sono le premesse a urtare profondamente la nostra coscienza.
La sottomissione del titolo avviene perché non può essere altrimenti: un’Europa morta, svuotata di senso, incapace di formare e tenere unite le sue particelle elementari, gli individui vittime delle loro solitudine, ridotti ad un piano di materialismo consumista e formalismo politico, quest’Europa, appunto, non può che capitolare, poiché non ha nulla da offrire, da contrapporre ad un nuovo ordine di valori (per dirla alla Nietzsche). Nietzsche, tra l’altro, deriso più che Maometto: il problema, secondo lo scrittore, sta proprio in ciò che Nietzsche ha auspicato e operato affinché si attivasse, ovvero la perdita di trascendenza, la morte di Dio.
Senza una trascendenza, l’umanità non ha senso, non ha uno scopo, non ha un indirizzo. Vive trasognata e infelice, persa tra fugaci contatti senza amore, non è in grado di riprodursi, non ha forza sufficiente per voler replicarsi, trasmettere idee ed esperienze, principi e ideali; l’umanesimo, che sia capitalistico o comunista, provoca nausea e viene dichiarato impotente a sostituire la forza di trascendenza della religione. E’ bene ricordare inoltre che, nelle intenzioni primarie di Houllebecq, il protagonista del libro, intellettuale ateo, essere umano alla deriva, in bilico tra piaceri carnali (sesso cibo consumi) e ipotesi di suicidio, preda di piccoli e insistenti malesseri fisici e di una profonda, sconsolata, tragica accettazione dell’impossibilità del bene (l’amore, ovviamente, ma anche il continuo godimento impeditogli dal disfacimento del corpo, unico mezzo e referente del godimento stesso), avrebbe dovuto convertirsi al cristianesimo. Non è un dettaglio di poco conto. Se, alla fine, si è deciso di puntare sull’Islam, a mio avviso sensatamente, è proprio perché, all’interno di questa universale perdita di senso e di valori, è coinvolto anche e soprattutto il Cristianesimo. Tecnicamente, e filosoficamente, non avrebbe infatti offerto una ragione sufficiente alle dinamiche di sottomissione, essendo una religione più che secolarizzata, diluito e di molto, rispetto all’Islam, il senso di una trascendenza e non più richiesta (o sentita come urgente) l’applicazione ferrea della religione nella vita quotidiana.
Il cuore pulsante del libro, e di tutta la poetica (direi del “sistema”) di Houllebecq sta qui.
Lo smascheramento dell’impostura, della inconsistenza, del lento sgretolamento di valori fondanti di quella che viene genericamente chiamata società occidentale, la continua, spietata e (attenzione perché è molto importante) ironica denuncia di anomia e nichilismo nel quale siamo immersi, inscindibili dallo stile letterario inconfondibile dell’autore, sono i veri grande pregi che  bisogna riconoscere ad Houllebecq, la cifra stilistica e il nucleo del sistema letterario messo in piedi e rintracciabili in tutte le sue opere.
Ma, nonostante quella che può apparire a tutti gli effetti una condanna senza appello, una sentenza di morte improcrastinabile, aleggia tra le righe di “Sottomissione”, più che altrove nei libri dello scrittore, un’ironia efficace, velata di amarezza a tratti, esilarante e pura in altri, ironia che è anche e soprattutto rifiuto di accettare totalmente ciò a cui si abdica, lucidità nel riconoscere i propri devastanti limiti e, riconoscendoli, guardandoli bene in faccia, un affezionarsi ad essi: noi siamo questo limite, quindi siamo pur qualcosa. Sottile, sotto traccia, ma c’è.
Vero è che il protagonista viene alla fine spinto oltre il limite, e si sottomette, non per mere ragioni di opportunismo, ma per ritrovare finalmente un senso che riempia la sua esistenza e non gli lasci rimpianti. Un senso di trascendenza che non può che passare per un’abdicazione.
La più grande dimostrazione della non esistenza di Dio, e di riflesso del vero significato consolatorio e di potere di ogni religione, è la conversione di un ateo.
In questo Houllebecq pare prendere radicalmente le distanze da pensatori come Sartre e Camus (anch’essi derisi, per “l’impegno”), che invece dopo aver constatato l’inutilità di un’esistenza vuota di significati fondanti assoluti, sciolto l’orizzonte divino, ripartivano costruendo su questa terribile libertà alla quale siamo destinati, un nuovo stare nel mondo. Ed è proprio la volontà di fornire questa soluzione che Houllebecq contesta: se si vuole stare al mondo, senza l’assoluto, la nausea e la rivolta dovranno pur finire, prima o poi. Sarà il momento in cui ripartirà l’inganno. O il vuoto. Non vi è posizione più radicalmente sincera. E’ il nichilismo ad oltranza.
Houllebecq non si ferma infatti. Operando questa scelta di conversione, non fa che portare il pensiero alle sue estreme conseguenze, compie una mossa decisamente più efficace e terribile: mostra come per sfuggire dall’assurdo non si possa che accettare la sottomissione ad una potenza numinosa, ad un arretramento che è in primis teoretico, e poi etico, politico, culturale, sociale. Ci si arrende al sacro (che, come sostiene Girard, non può essere scisso, nella sua essenza, dalla violenza) per sfuggire l’assurdo.
Così facendo, l’uomo perde, ma Dio non vince. Anzi, viene resuscitato il Dio che noi avevamo ucciso, ed è un Dio che non dimentica l’affronto.

Una delle critiche più efficaci al libro non è quella relativa alla costruzione più o meno plausibile di un futuro distopico, quella per intenderci relativa alla fantapolitica. Bensì quella che accusa Houllebecq di non aver descritto e fatto agire adeguatamente le donne all’interno del romanzo, soprattutto non tenendo conto della realtà storica del tempo preso in esame.
Appare, a chi sostiene questa posizione, troppo improbabile una accettazione così supina da parte del mondo femminile occidentale di una rivoluzione che vada proprio ad intaccare pesantemente e a soggiogare il femminile in quanto tale, riportandolo ad una condizione di inferiorità precedente alle battaglie del femminismo e più in generale, ad una riscossione consapevole da parte delle donne (e di qualche uomo) che ha investito tutti gli ambiti del nostro mondo.
In realtà, è plausibile il contrario: Houllebecq ha semplicemente descritto e fatto agire adeguatamente il maschile occidentale, che ha perso per vari fattori la spinta necessaria e violenta alla sopraffazione, non più in grado di trascinare sotto di sé l’altra metà del genere umano. La poligamia all’interno del libro è probabilmente il primo vero vantaggio della sottomissione. Così come per la divisione tra ricchi privilegiati e stragrande maggioranza povera, accettata e incentivata dal nuovo ordine islamico, la supremazia del maschile sul femminile e il ritorno al patriarcato non è che una delle più vantaggiose ricadute dell’accettazione di un senso fondante, smarritosi nell’Occidente laico nei costumi, politicamente corretto, femminilizzato o meglio demascolinizzato, nel quale, seppur ancora lontani dall’aver raggiunta, ci si sta comunque instradando verso la parità di genere. La sottomissione è, in tal senso, lo strumento perfetto per sottomettere.
Semmai, ciò che è assente nel libro, è l’omosessualità. Se per le donne si prospetta un futuro di identità forte, incastonate nella nuova vecchia concezione di famiglia, identità decisamente subordinata a quella dell’uomo (ma non così illogica: trova sponda nelle tante (troppo) donne che considerano improbabile e neanche auspicabile la parità di genere, e non solo nel mondo musulmano) pare non esserci spazio per l’uomo, omosessuale in primis, che non intenda accettare la carica che l’Islam gli consente (impone) di ricoprire.
Anche in questo si scorge la potenza profetica di Houllebecq e la sua capacità analitica: ci mostra le vere ragioni, profonde e insite nella coscienza, dell’omofobia dilagante, reazione estrema ad una messa in discussione dell’onnipotenza maschile (che si crede) dominante. Il Dio dell’Islam infatti, come ci dice lo scrittore, a differenza del Dio cristiano, non può essere che maschile.

houllebecq

Intervista di Claudio Morandini per Letteratitudine

FESTIVAL MARACANÃ, di Vito Ferro – edizioniLas Vegas
in collegamento con il forum “Letteratura e Musica” di Letteratitudine

a cura di Claudio Morandini

Vito Ferro (Torino, 1977), animatore culturale e già autore di “L’ho lasciata perché l’amavo troppo” (Coniglio), “Condominio reale” (Edizioni di Latta), “Mentre la luce sale” (Lietocolle), nel 2012 ha pubblicato con le Edizioni Las Vegas di Torino un romanzo movimentato, comico, intriso di passione per la musica, a modo suo un atto d’amore per il rock e l’umanità delle periferie, “Festival Maracanã” (sic).
Conversare con lui è stato un vero piacere. Riporto la trascrizione della nostra chiacchierata subito dopo la breve silloge redazionale del romanzo.
 
Ale, Casimiro e Tommy, tre ragazzi spiantati dell’estrema periferia di Torino, terra di niente e di nessuno, decidono di organizzare un festival musicale, una mini Woodstock di tre giorni, con il sogno di riscattare per una volta le loro vite e il loro quartiere. L’impresa non si rivela così semplice e il fiasco sembra essere dietro l’angolo. I tre amici devono vedersela con una burocrazia impietosa, politici improbabili e cantanti incredibili, e l’organizzazione del festival sfugge al loro controllo. Tra situazioni esilaranti e umanità ricca di sfumature, questo romanzo è la storia di una passione sincera, di un’amicizia senza fine. E forse il capostipite di un nuovo genere: l’umorismo magico.

CM – “Dove le parole finiscono, inizia la musica” (H. Heine) si legge in esergo. Il tuo romanzo sembra la risposta ironica a questa massima, sembra dire: dove la musica non riesce ad arrivare, iniziano le parole.
VF – È così. Ho sempre pensato che la musica abbia un potere incredibile, universale, meraviglioso. Ma al contempo mi rendo conto che di una canzone io cerco di capire profondamente il testo, e lo trovo inscindibile dalla melodia. Non riesco ad ascoltare un pezzo strumentale, non ho le capacità tecniche per coglierne la bellezza, ho bisogno della “didascalia” che è il testo.
Il testo valorizza la musica e viceversa, si autoalimentano. La mia esperienza personale, poi, è quella di chitarrista ritmico dilettante e paroliere per alcuni amici musicisti. Provo invidia per le loro capacità musicali e frustrazione per non essere abbastanza bravo con lo strumento, ma anche orgoglio e soddisfazione nell’essere riuscito a dare “senso” alle note che loro hanno creato.
Ecco: scrivere per me è dare un senso a una bellezza, a una melodia, potrei dire a una storia, già presente.

CM – Il romanzo, in molte pagine, soprattutto nei dialoghi, ha la vividezza di una registrazione dal vivo. Ci ho sentito spesso (ma è un’impressione che andrebbe messa alla prova) l’eco di certi romanzi di Roddy Doyle, “I Commitments”, “Due sulla strada”, riferimenti che però dribbli virando presto sull’invenzione fantastica, sul comico onirico… Al di là di questi rimandi letterari, il senso molto forte di presa diretta mi spinge a chiederti quanto ci sia di veramente vissuto nel racconto dell’organizzazione di una piccola Woodstock di periferia. Alla domanda hai già risposto, sia pure con qualche reticenza, nell’ultima pagina, ma vorrei tornare insieme con te su questo punto.
VF – Non ho mai visto i film che citi, anche se molti lettori mi hanno segnalato le somiglianze.
In realtà il riferimento maggiore è proprio alle edizioni realmente svoltesi del festival alle Vallette (storica periferia nord di Torino nonché mio luogo di nascita) e ai trent’anni di vita nel quartiere stesso.
Il festival è esistito, per due anni di fila, e si è svolto in maniera rocambolesca, avventurosa, sconclusionata per certi versi, molto naïf per altri. È stato una caricatura di festival. Noi organizzatori ci siamo divertiti molto. E, credo, anche il pubblico che partecipò. Fu un’esperienza molto bella perché fondamentalmente libera, a briglia sciolta. Ricevemmo il permesso dal comune di poter superare di molto il consueto orario di chiusura di manifestazioni del genere: potevamo andare avanti fino alle 4 e 30 del mattino! Tu immagina: ragazzi giovani, un prato isolato di una periferia di per sé isolata, birra, panini, musica fino al mattino. Tanti eventi presenti nel libro sono realmente capitati nelle edizioni reali, poi ovviamente sono intervenuto con l’invenzione narrativa: che non considero una storpiatura della realtà, ma una sorta di interpretazione di essa, un correlativo oggettivo poetico. La spensieratezza, la stranezza, il surreale sono in fondo già presenti nel reale: i personaggi del libro l’accettano come una cosa “diversa” ma esistente, da rispettare. Sul quartiere ho migliaia di aneddoti estremi e molto divertenti che paiono inventati se non si è conoscenza dei soggetti che lo vivono, delle situazioni.

CM – Woodstock, Dylan, addirittura Elvis Presley (o i Police, ma non stiamo a precisare perché, per non rovinare la sorpresa ai lettori)… I miti musicali che alimentano i sogni dei protagonisti sono ormai tutti storicizzati. Che cosa può rappresentare la musica di quegli anni per dei ragazzi di provincia di oggi? 
VF – Nel libro ho cercato proprio di riportare i gusti musicali che hanno segnato la nostra giovinezza e che rimangono ancora adesso come fari nella notte.
Adolescenza e musica sono fenomeni che non possono disgiungersi: noi del quartiere, io, ma credo tutti gli adolescenti del mondo, abbiamo riversato nella musica, prima che in ogni altra cosa (forse anche il calcio), la voglia di fuga, di ribellione, di identità. Quasi tutti gli amici che avevo a vent’anni suonavano o ascoltavano musica in maniera maniacale. E facendolo, era inevitabile rivolgere il proprio sguardo a band e scene indietro nel tempo. Il presente appare sempre meno appetibile, meno autentico di ciò che non c’è più ma aleggia come modello.
C’è poi l’elemento nostalgico (che è un sentimento che amo molto): tutto ciò che faceva la nostra vita di allora è denso di meraviglia, di poesia. Perché lo vivevamo in un momento in cui tutto sembrava possibile, e tutto realmente lo era.

CM – Che cosa invece non può dare la musica di oggi, se paragonata a quella di cinquanta anni fa?
VF – Musicalmente parlando, credo che oggi l’offerta sia maggiore, più variegata e originale di venti o trenta anni fa. Ci sono più band, più generi, più voglia di sperimentare. Se ci si pensa bene, alcuni artisti molto poco commerciali oggi vengono ascoltati da un sacco di persone, pur non diventando mainstream. C’è una mescolanza creativa mai vista prima. Eppure manca qualcosa. E quel che manca è probabilmente relativo alle dinamiche e al tempo di fruizione: c’è troppa velocità. Come per i libri, la vita di un album, di una canzone, è troppo corta. Troppo distratto l’ascolto. Forse, paradossalmente, troppo accessibile. Manca l’elemento esoterico e solipsistico dell’ascolto musicale. Scoprire una band, un brano, anni fa significava scoprire un piccolo tesoro e sentirsi eletto. Adesso tutto finisce immediatamente condiviso sui social network e dentro uno spot. I ragazzi di oggi sono abituati a questo, io che ho quasi quarant’anni no: mi mancano dei punti fermi, mi manca l’entusiasmo che avevo a vent’anni. Ma erano anni di formazione, e forse la vera magia stava in quello: allora la musica era una procedura vitale di crescita, ora che ci sentiamo bell’e che formati è intrattenimento e basta.

CM – Racconti la periferia come una parodia del centro, da cui quella sembra però essere irrimediabilmente scollata. È un mondo chiuso, con i suoi miti, il suo linguaggio, le sue fonti di informazione (“Cronaca vera”, la televisione…); appare come un gigantesco deposito di masserizie scadute. In essa tutto si impantana e rallenta fino a rasentare l’immobilità, eppure è anche iperbolicamente violento, oppure kafkiano (si veda tutto quello che concerne la Circoscrizione). Al di là di questo quadro così comicamente vivido, e di certe derive surreali verso la fine, quali rimangono secondo te i problemi più evidenti della periferia di una città come Torino? 
VF – Conosco una signora delle Vallette che quando deve andare in centro città dice: “Oggi vado a Torino”.
La periferia, la mia in particolar modo la conosco molto bene, ma anche Barriera di Milano, in cui ho lavorato, o Falchera, o Mirafiori, è altro rispetto alla città. Lo è sempre stato, è nata come contesto diverso. Le Vallette non hanno mai avuto una biblioteca, una libreria, servizi adeguati, luoghi di incontro degni, manifestazioni, eventi culturali. Se non grazie ai preti non c’è mai stato un vero cinema, e solo recentemente un teatro. L’apatia è sempre stato il tratto distintivo della periferia, apatia e fiammate feroci di violenza, di disagio.
Al tempo stesso, questo sapersi e sentirsi abbandonati, diversi, relegati in un angolo, ha sì alimentato il disagio ma anche, ovviamente, un orgoglio. Che senti palpabile in coloro che ancora la abitano. Essere delle Vallette era ed è un vanto, proprio perché il luogo è sempre stato dipinto come un ghetto.
Ora le periferie stanno invecchiando: sono piene di vecchi, silenziose, ancor meno vissute. Vecchi e immigrati: loro sono gli unici soggetti che le stanno ripopolando. Vedere il cortile nel quale giocavo da bambino pieno di ragazzini rumeni, di colore, cinesi, è bello, molto indicativo dei tempi che cambiano e, speriamo, migliorano, si aprono.

CM – Quindi la vita in periferia ha anche dei vantaggi.
VF – Ecco, il vantaggio grande di una periferia può essere questo: costringe chi la abita a gestire i conflitti, a imparare la convivenza. Completamente lasciati soli, i suoi abitanti non hanno mediatori per risolvere il disagio, l’interazione. Devono fare da soli. Spesso ciò ha portato a scontri e a cose ancora più gravi, ma anche a una solidarietà intrinseca che fa somigliare la periferia a un borgo nel quale tutti si conoscono e condividono la stessa sorte. Da ultimi, da masserizie scadute.

CM – L’ansia e la sensazione di accerchiamento che coglie un po’ tutti (compresi quelli che lavorano negli uffici della Circoscrizione) l’hai constatata di persona o è un’efficace trovata comica?
VF – È pienamente reale. Da undici anni sono presidente di un’associazione culturale che organizza eventi. Da undici anni convivo con difficoltà con questa ansia. La burocrazia che sta dietro al sostegno e alla pianificazione socioculturale è nata, cresciuta a dismisura e opera perscoraggiare l’organizzazione dal basso, per castrarla, spegnerla, irrigidirla.
La politica, anche quella locale, è nell’occhio del ciclone da molto ormai, ma la politica vive un ricambio, le elezioni lo permettono. La burocrazia no: è statica, perenne, omnipervasiva. Io detesto più certa burocrazia, certi uffici, certi dirigenti che i politici. Abbiamo sempre avuto un buon rapporto con la politica cittadina, si è sempre trovato il modo di dialogare con essa, mentre la burocrazia è il vero mostro che spegne questo paese, che lo vampirizza.
Se noti, è lo stesso identico incubo che aveva Kafka. L’Autorità e la Legge che diventato sorde e cieche ed implacabili.

CM – “Eravamo animati da un furore bello” scrivi a un certo punto. Che cosa può uccidere questo furore entusiastico, oltre naturalmente alla burocrazia?
VF – La mancanza di visione. So che il termine visione ha assunto un’accezione antipatica, da spirito aziendale, ma io credo che ripreso il suo significato originario, filosofico oserei dire, questa parola è ancora in grado di ispirare l’azione: se manca la visione di un futuro, di una direzione, di un quadro generale complesso e vivo, tutto diventa sterile. La crisi che stiamo vivendo è essenzialmente economica, certo, ma in realtà poggia su fondamenta etiche che si stanno sgretolando. Mancando un’aspettativa di futuro, o meglio una speranza di futuro, ci si isola. Scatta il “si salvi chi può”. Il senso di comunità esiste perché si ha una tradizione alle spalle, un presente fatto di quotidianità in collettivo ma anche e soprattutto un futuro da creare insieme. Si sta perdendo la voglia di agire in tal senso: non riuscendo a immaginare un futuro (che fondamentalmente è lo scenario delle possibilità), non si opera a lungo termine, non si opera guidati da un piano. Si brancola, si ciondola timorosi, le mani avanti, non si rischia. Il “furore bello” è “l’ardente pazienza” di cui parlava Rimbaud. La consapevolezza e la forza di avere in mano la propria vita, l’orgoglio di cercare e tenere vicino a sé i propri simili, e insieme costruire.
Il famoso finale de “Le città invisibili” è quanto mai attuale: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

CM – Mi è piaciuto il tuo uso del registro comico, anche farsesco: trovo che spesso, in letteratura, sia il modo più efficace (sospetto talvolta che sia l’unico) per raccontare il disagio, l’ingiustizia, l’abbandono, la povertà, la periferia, il distacco dalle e delle istituzioni – insomma, per scendere in basso, al livello della terra e delle vite degli uomini comuni, e fare del vero realismo. 
VF – Questa scelta di registro attiene principalmente a una visione personale della vita. In primis considero l’umorismo (umorismo proprio, non l’ironia o il sarcasmo, che sono forme mediate di esso, e sono un divertimento più intellettuale), il ridere di gusto, l’ubriacarsi di risate, una forma di intelligenza, di esercizio continuo di essa. Sono un allenamento, un darsi forza. Ridere è come accedere a una consapevolezza innalzandosi sulle miserie quotidiane, è un elevarsi senza giudizio, senza per questo sentirsi migliori, ma anzi accettando di fare parte di questa fragilità, di ciò che ci rende simili: ma ci aiuta a non subirla, a non farci sminuire.
Detesto le scritture che pretendono di indagare e rappresentare fedelmente il marcio della società, il disagio particolare. Le trovo non solo limitanti, ma moralistiche, e quindi altezzose, snob.
In tanti libri che vanno per la maggiore in questo momento non vedo speranza, non ritrovo l’affetto e la tenerezza nei confronti del reale (e dei personaggi) che secondo me son necessari nello scrivere. Non ci vedo astrazione, universalità, nessuna trasposizione su un piano più profondo. Qual è il loro intento? Ferire, colpire? Lo fa di più, e meglio, un libro come “Cecità”, lo fanno di più e meglio Kafka, Roth, Buzzati, Benni. Punto di vista molto personale, che va oltre il mero giudizio tecnico.
L’umorismo, che rischia sempre di essere interpretato come superficialità, come vuoto, ha due pregi invece: rassicura il lettore, cerca di avvicinarlo alle storie, non lo mette a disagio, non lo sfida intellettualmente e moralmente a tutti i costi, non è mai una prova di forza e di bravura; ha un’attenzione delicata nei confronti di ciò che descrive, cerca di mettere in luce la gioia, la leggerezza, anche la poesia.
Perché queste esistono, e decidere di raccontarle (in un certo modo) è una scelta anche etica, se vogliamo.

CM – Tornando alla musica, qual è la scena musicale a cui ti senti più legato?
VF – Il grunge degli anni ’90, per ovvie questioni anagrafiche, il pop inglese che ha le radici nei Beatles, la scena alternativa e indie, tanta musica italiana a mio avviso di qualità, e non mi riferisco solo ai cantautori impegnati, ma soprattutto, come per l’editoria, alle piccole band e ai musicisti che trovi, sempre meno, nei locali cittadini.

CM – Di cos’è fatto il rock, secondo te? Quali sono gli ingredienti (ammesso che si possa parlare di ingredienti, e che questi si possano misurare) che, variamente shakerati, lo compongono? Dal tuo romanzo direi che l’entusiasmo ha una parte preponderante, che la tecnica non è essenziale, che un suo ruolo hanno anche rabbia, sofferenza (vedi l’esibizione di Pietro Rapa) e voglia di divertimento, di condivisione…
VF – È proprio questo. Il rock è entusiasmo, innanzitutto, la tecnica c’è ma è nascosta, o meglio è celata per far emergere l’emotività (e questo atteggiamento non è di per sé molto virtuoso?), è il contrario dell’autodistruzione (che è una deriva che con il rock c’entra poco, secondo me), è la pienezza di una vita vissuta fino in fondo, con libertà, autenticità, senso del tempo.
Posso dire che ogni mattina quando mi sveglio cerco di vivere la mia vita come se fossi una rockstar: come se fossi il protagonista delle mie azioni, delle mie scelte, come se tutto fosse decisivo, vero, profondo. La voglia di prendere posizione è rock. La scelta di schierarsi, possibilmente contro ciò che viene considerato maggioranza, e in questo trasgredire il pensiero unico, andare contro certe regole, metterle in discussione, affrontarle, proporne altre attraverso l’esempio. Più che rabbia, coraggio.

CM – Non solo la voglia di fare musica, ma anche la voglia di comunicare attraverso la scrittura è raccontata nel tuo romanzo. Non c’è solo l’io narrante che coltiva progetti letterari, ma verso la fine compare tale Pietroletti che è un po’ un concentrato di tic e idiosincrasie da aspirante scrittore.
Senti che qualcosa del linguaggio della musica ti ha ispirato nella scrittura e nella costruzione del romanzo? Se vuoi riformulo così: trovi dei punti in comune, dei legami profondi, tra la musica e la letteratura, tra il comporre e lo scrivere?
VF – Il personaggio di Pietroletti è una presa in giro affettuosa dello scrittore non affermato, in erba, che crede di vedere nello scrivere una missione, l’elevazione spirituale, l’essere portatore di un messaggio superiore. Il suo paragrafo nel libro è un invito a non prendersi troppo sul serio, a considerare la scrittura con più leggerezza.
La musica e la scrittura hanno punti di contatto, ma più che altro in quello che attiene al momento della creazione: la stessa tensione, la stessa vertigine di far nascere qualcosa che prima non esisteva e che abbia armonia, proporzione, che tenga, che sia fortemente comunicativo.

CM – E quali sono le differenze, secondo te?
VF – A ben vedere, le differenze sono più numerose: la musica ha specificità che la scrittura narrativa non possiede. L’apporto collettivo ad esempio è quasi esclusivamente prerogativa della musica: il creare insieme, in una band, è rispetto delle competenze di ognuno, è fusione di talenti. Nella scrittura è molto difficile operare in maniera collettiva.
La fruizione: la musica ha un’immediatezza di fruizione che la scrittura non avrà mai. E anche la fruizione, come la creazione, è spesso collettiva: la scrittura rimane un fatto individuale. È un singolo che si rivolge a se stesso e a un altro singolo.
La musica, aspetto decisivo, ti fa conoscere più persone, soprattutto donne: se dici di essere un bassista avrai sempre più successo che dicendo di essere uno scrittore. Tranne Fabio Volo, gli scrittori non hanno le groupie
Un musicista, misteriosamente, rimane tale anche quando non suona: uno scrittore al di fuori del suo libro è tendenzialmente un disadattato.

© Letteratitudine

Piccola editoria, piccoli autori

Troppo spesso chi pubblica per un piccolo editore vede in ciò soltanto una tappa (che spera breve) prima dell’ascesa per Mondadori/Einaudi/Feltrinelli/ecc. Pubblicare con un piccolo editore, però, significa anche altro: significa sapere che più di tanto magari non vendi (giusto perché le tirature sono basse di partenza), ma impari.
Impari a confrontarti, impari a metterti in gioco, impari i tuoi limiti, impari regole e schemi, impari a promuoverti, a parlare di te e della tua scrittura, impari a sperimentare, impari a scrivere senza la pressione soffocante del risultato a tutti i costi. Impari se hai voglia di imparare. Perché se tutto quello che cerchi è, in fondo, saltare la fila e arrivare con il libro all’autogrill, allora puoi farne a meno, di pubblicare con un piccolo editore.

Della speranza di una censura vera

Per censura si intende il controllo della comunicazione o di altre forme di libertà da parte di una autorità. Così dice Wikipedia.
E subito dopo ci informa di quanti tipi di censura esistano: repressiva, preventiva, militare, politica, religiosa, carceraria, morale, estetica, autocensura.
La forma più evidente di essa, il suo epifenomeno roboante è il fuoco.
Fuoco dei roghi che “censuravano” la diversità umana: donna, sola, libera quindi strega.
Fuochi che bruciavano sulla pubblica piazza libri sgraditi, per le cose che contenevano, spesso più per gli autori che li avevano prodotti.
Altre forme della censura sono il taglio, il bip sonoro e lo spazio bianco. Rispettivamente nei film, nella musica o nel parlato, nei testi.
Molti paesi applicano una censura mastodontica, capillare, pervasiva: bloccano pagine e pagine della rete.
Molti paesi ricorrono alle vecchie e tradizionali maniere: minacce, ricatti, violenza di ogni genere.
Io vorrei porre l’accento su un aspetto e provare una provocazione: oggi, nella nostra parte di mondo, la censura nei libri non esiste più. Nessun libro viene censurato, nessun libro riporta una dicitura che lo consigli ai minori, e praticamente nessun libro, o meglio, il suo autore, subisce un processo a causa di ciò che è stato scritto.
Una volta era diverso, ma oggi è così: nei libri si può scrivere praticamente ciò che si vuole. Se quello che si è scritto diffama qualcuno, si viene querelati, ci sarà una processo, ma difficilmente il libro verrà ritirato, o censurato.
Perché questo? Troppo rispetto per la forza della carta stampata? E’ la definitiva consacrazione di un diritto di libertà e di giustizia? Ci sono forse meccanismi tecnico giuridici che rendono, di fatto, difficile se non impossibile la censura?
Non credo che sia nessuna di queste ipotesi. Il discorso è un altro: oggi, i libri, nella nostra parte di mondo, non spaventano più. Sono stati disinnescati, resi inoffensivi, innocui, diluito il loro potere, smembrate le loro pagine vitali, incenerita la voce degli autori. Le contromisure del potere nei confronti della letteratura (nel passato unica vera forma di dissenso e ribellione) non si sono limitate a periodici controlli e sanzioni verso libri sgraditi: si è scelto di sradicare il male alla base, all’origine. Si è, lentamente (neanche tanto) colpito “il libro in sé”, la letteratura come voce, occasione, metodo, la lettura come atto anarchico.
Il potere ci lascia la rete: ci ha, di fatto, imbrogliato in essa, facendoci credere che essa sia libera, equa, alla portata di tutti, potente, in grado di sovvertire le cose. Ci lascia combattere per la libertà in/di essa, facendoci credere che voglia attaccarla, regolamentarla, censurarla. E’ tutto fumo negli occhi: la rete, se per un verso è un mezzo rivoluzionario, dall’altro contiene in se stessa la sua totale inefficienza. Perché è troppo grande, è dappertutto, perché è accessibile a tutti, perché contiene tutto. I suoi punti di forza sono i suoi massimi limiti.
Troppe voci si annullano una con l’altra, si perde la gerarchia e l’autorevolezza, il mio blog è accessibile e potenzialmente leggibile quanto quello di un politico; troppe voci e poche fonti certe: dove rintracciare il fondamento di quello che si dice? E quello che si dice, come lo si dice? Spesso con l’astio e sempre con la velocità, nemica di ogni profondità: non è un caso che uno dei siti maggiormente seguiti sia un sito di battute. Nessuno leggerebbe un blog i cui post superino le due cartelle: immaginate un’analisi come quella contenuta nell’ultimo libro di Saviano (quasi 500 pagine).
Tutto questo, va contro Internet come mezzo di libertà massima. Mezzo, appunto, e non fine.
Il fine dovrebbero, avrebbero dovuto, essere i libri.
Il libro, come oggetto culturale, come espressione di una voce, è tale dopo un lungo processo: innanzitutto necessita di un autore, poi di un editore, e infine di un pubblico (tralascio gli agenti intermedi, che sono comunque importanti: riduco all’essenziale). E nel suo farsi nel processo, e nel suo essere processo che il libro acquista la sua forza, la sua identità: autore/editore e pubblico garantiscono per lui: i primi due anteriormente alla sua pubblicazione, l’ultimo dopo.
Quando il libro diventa pubblico diventa di tutti: è una piazza in cui si può discutere, partendo dalle tesi espresse in esso. La critica cerca con ragionevolezza, e rifacendosi ad altri libri, di capirlo, farlo capire, elogiarlo o anche contestarlo. Il pubblico di lettori si confronta con esso. Il libro lascia ad ognuno il tempo giusto per essere assimilato*. Il libro rimane. Potenzialmente per sempre.
O meglio: tutto questo prima, tutto questo come idealità.
Oggi non è più così: tranne rarissimi casi, Saviano ad esempio o Nuzzi, i libri subiscono ben altra sorte.
Sono fatti per passare, smaterializzarsi, scomporsi, sparire.
Tutto è stato pianificato affinché in primis la lettura di essi non sia più una pratica sovversiva, libera, dirompente. La lettura non solo non viene incentivata, ma anzi scoraggiata. Quando a scuola come punizione si commina la pena della lettura (con relativa scheda) di un libro, quel libro verrà, giustamente, odiato.
Non si insegna il vero valore del libro: lo si lascia competere con film, serie tv, videgiochi, social network.
E il libro perde, contro questi, se a questi viene paragonato.
La lettura è tuttora vista come pratica non intrusiva, ma alienante. Provate a dire in un colloquio di lavoro che siete gran lettori. Il lavoro non ve lo danno.
Si pubblica di tutto e troppo in fretta: si intasano le librerie, mentre scompaiono parallelamente le voci autorevoli in grado di guidarci alla scelta: critici, ma anche semplici insegnanti, lettori, librai. Spesso non riescono a stare dietro alle uscite.
Si permette l’editoria a pagamento.
I libri vivono qualche mese e poi vengono automaticamente resi: e mica solo il mio che pubblico con una piccola casa editrice. Tutti subiscono questa sorte. E, da quando vengono resi, dopo poco tempo scompaiono definitivamente. Libri di due, tre anni fa anche di editori importanti non vengono più ristampati.
Un eccesso di “libertà” (un distorto concetto di libertà) ne ha impoverito la forza. E’ successa la stessa cosa con la scuola: troppi insegnanti (non qualificati) e pochi studenti (il ’68 è la causa del disagio che stiamo vivendo sotto questo aspetto).
Si è strutturato il reale in modo che la lettura e la scrittura non siano più decisivi: oggi, un analfabeta, vive meglio che cinquantanni fa. Così tanto meglio che troppi decidono perfino di ridiventare analfabeti.
La mia tesi apparirà paradossale, ma se si vuole preservare questa forza, forse l’unico rimedio è censurare i libri. Nasconderli, proibirli, vietarli, renderli difficilmente accessibili. Con i siti e con la droga questo sistema funziona: più li si combatte, più essi divengono appetibili.
Per far ritornare il senso di una profondità che altri media non hanno. Serietà e non seriosità, autorevolezza e non autorità. Piacere e non intrattenimento.
Ridurre drasticamente le pubblicazioni. Scegliere con cura e criterio e passione ciò che si intende pubblicare. Farsi garanti del libro, metterci la mano sul fuoco. Certo, Harmony e Baricco e Cinquanta sfumature** continueranno ad esistere, ed è giusto che sia così: ma se si ha sviluppato uno sguardo critico, questi libri verranno realmente considerati per quello che sono.
Parallelamente a questo è necessario che venga incentivata la lettura, in ogni sua forma. Come? Trattandola come si fa col sesso con gli adolescenti:  instillando in loro il sospetto di una cosa proibita.
Siamo in un sistema di vita in cui tutto viene assimilato, anche il dissenso più aspro, la critica più feroce, perfino la violenza e il male. Ma non tutti in questo mondo si può collocare su uno stesso piano di valore.
Noi e i libri, ad esempio:  noi come soggetti primi e fruitori di realtà, i libri come nostra prosecuzione naturale meritiamo un posto privilegiato.

* I libri sono come gli stadi della materia: ci sono quelli gassosi, quelli liquidi e quelli solidi.
Alla prima categoria appartengono libri come Cinquanta sfumature. Alla seconda libri come quelli di Hrabal, Montale, Gadda. Alla terza le pietre immortali, i russi, Kafka, Dante, e pochi altri.

** So che la giustapposizione di questi tre generi di libro farà storcere il naso a qualcuno: sono pronto a confrontarmi, e a mostrarvi come per me siano, in fondo, equivalenti.

http://starbooks.it/2013/05/10/di-censura-e-liste-di-libri-da-bruciare/#comment-18310

Het Achterhuis

Lo scuro dentro e sotto gli occhi
mi parla, adesso, di un lento girovagare in tondo
Ho letto, una ad una, le righe nella tua mano
i denti dentro un sorriso
e pensieri posati piano sul foglio
come ombre dalla finestra del solaio
Guardo la tua foto, penso ai minuti fatti
di marmo
a te nei libri, ai desideri che avevi
ad una madre che non capisce
ad un ragazzo che non intende
e bestie rauche al di là dello scaffale
mentre il mondo esplode in schegge
tu provavi le varianti del cuore
solitudini troppo rumorose
e mai un rossore sulle guance
Anna, dolce mattino
natura che preme sulle tue labbra
diventa donna il capriccio
consapevole sonno
Ti sto leggendo ma non dirò
a nessuno il tuo segreto
che è il mio stesso