Natale, un ricordo

Anni fa, il 24 dicembre, mi ritrovai con mio fratello al Carrefour di Corso Grosseto mezzora prima della chiusura. Il supermercato, già triste di suo nel resto dell’anno, quella sera era particolarmente desolato: scaffali semivuoti e disordinati, merci fuori posto, sotto sopra, confezioni mezze aperte, strappate, rovinate, segni di un turbolento passaggio, di uno shopping natalizio selvaggio e famelico. In tutto il supermercato rimanevano soltanto cose non volute da nessuno, le ultime delle ultime, pochissimi desolati avventori (in mano pandori senza farcitura, spumanti senza bolle, pantofole, occhiaie meste), io e mio fratello. In cerca del regalo di Natale per la sua nuova ragazza, conosciuta qualche giorno prima.

“Certo, avresti potuto pensarci un po’ prima” ma ormai eravamo lì, io e mio fratello, in mezzo a quella landa disgregata, in mezzo alle rovine, al lato deteriorato del consumismo, nel retro del Natale, e ci toccava cercare. Mezzora alla chiusura.

Fu una ricerca disperata e divertentissima. Più che cercare oggetti, cercavamo giustificazioni plausibili per gli orrori che rinvenivamo. Relitti di epoche dimenticate, robe tirate fuori da magazzini umidi per rimpolpare vuoti, testimonianze fuori moda dal gusto discutibile, scarti di scarti di scarti.
L’altoparlante aumentava la nostra ansia col suo conto alla rovescia gracchiante, strascicato. Dlin dlon, cinque minuti alla chiusura, si invitano i gentili clienti ad affrettarsi.

Alla fine, tra una macchinetta elettrica e un tosaerba, li trovammo. Tre cestini di legno a matrioska, quadrati, semplici, tutto sommato delle perle, là dentro, in quel momento. Non costavano poco: tre prezzi diversi a salire, dal più piccolo al più grande. Il totale troppo.
“Prenderne solo uno?”
“Naa, da solo non rende”
“Tutti e tre costano un bel po’…”
“Pace. É Natale”.
Li infilammo uno dentro l’altro e via.

Alla cassa solo noi. Donne delle pulizie già al lavoro tra i reparti. Il Natale era già finito dentro al supermercato. Si stava smantellando.
La cassiera era stanca ma non sgarbata. Truccata, sarebbe scappata dai suoi cari non appena fossimo andati via. Con due, tre occhiate, comprese tutto di noi. Accennò ad un sorriso. Non sapremo mai se lo fece apposta o meno.
Passò soltanto il cestino più grande, ignorando gli altri due dentro. Io e Edy deglutimmo. Muti.
Pagammo, ringraziammo, augurammo e uscimmo.
“Il prossimo anno conviene tornare qui, all’ultimo” disse mio fratello.

Mio fratello si è sposato con quella ragazza. E quei tre cestini li hanno ancora.

Lari

«Dicit quidem et animas hominum daemones esse et ex hominibus fieri lares, si boni meriti sunt; lemures, si mali, seu larvas; manes autem deos dici, si incertum est bonorum eos seu malorum esse meritorum.»

« [Apuleio] afferma inoltre che anche l’anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati dèi Mani se è incerta la loro qualificazione. »

Agostino di Ippona, La città di Dio IX,11