Perdere gli anni



Recensione su Minervaonline a cura di GIULIETTA ROVERA.

C’è la storia di un ragazzo che si accorge con angoscia e stupore di “perdere gli anni”, alle volte a manciate altre in modo quasi inavvertito. E quella di chi scopre che esistono luoghi dove si mettono all’asta occasioni mancate accadute nel passato. E quella del giovane che assiste impotente al mutare di una fotografia che ritrae una bellissima sconosciuta, che esercita su di lui la fascinazione che solo le creature dotate di mistero sono in grado di esercitare: quasi una rilettura ma in chiave personalissima del capolavoro di Oscar Wilde, “Il racconto di Dorian Gray”. E quella del marito divorato dalla gelosia, che vaga nella notte alla ricerca di indizi e conferme ai suoi sospetti. 24 racconti scritti con mano felicissima costituiscono un libro da non mancare: “La perdita degli anni”. L’autore, Vito Ferro, docente di scrittura creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Torino, non è alla sua prima prova letteraria: ha già infatti al suo attivo alcuni romanzi che hanno ottenuto successo di critica e di pubblico. Ma quest’ultima sua opera va segnalata per originalità, capacità di trasmettere emozioni, descrivere paesaggi, atmosfere, umori. La semplicità con la quale sa costruire la frase, rendendo la lettura quanto mai scorrevole, ricorda quella di un grande della letteratura americana: Raymond Carver, anche lui autore di racconti inimitabili per la capacità di “scrivere per sottrazione”, ossia ridurre all’essenziale la storia e le parole per raccontarla. Nella prosa di Vito Ferro aleggia Raymond Carver, ma anche Kafka, con le sue atmosfere cariche di brume e smarrimenti e angoscia. E Boris Vian, per lo humor nero (vedi il racconto “La veglia funebre”), le atmosfere surreali, l’amore per il jazz – non a caso Johnny di Saint Louis, il personaggio di “Fino alle stelle”, suona musica jazz.

Leggere “La perdita degli anni” significa lasciarsi immergere in una Torino che esercitò un’incontestabile influenza su Nietzsche – pare che proprio nel capoluogo piemontese perdesse la ragione – ma anche su Mark Twain, Gogol, Melville e Dumas. Libro di atmosfere, questo di Vito Ferro, cariche di odori, suoni, luci, ombre, colori, dove “il buio spesso” della strada “deserta di auto e di passi” ti avvolge e nasconde, dove le donne ti ammaliano con i loro “sguardi fragili”, “sguardi di pioggia”, e il “profumo morbido” del neonato ti turba e intenerisce. 

Il tempo, il suo inesorabile scorrere, sembra essere il leitmotiv che accompagna ogni storia: “La prima notte” del primo uomo e della prima donna dopo la cacciata dall’Eden; “Un pezzo dopo l’altro”, che narra l’avventura di chi tornando a casa dal lavoro, giorno dopo giorno vede scomparsi gli interruttori della luce, i caloriferi, le tubature dell’acqua, gli allacci del telefono, gli infissi e le finestre, i mobili, le piastrelle, l’intonaco …; “L’ascensore”, strumento perfettamente funzionante in un caseggiato dove però vige il ferreo divieto di usarlo – pena la cacciata dell’inquilino; “Scrittore a ore”, dove al supermercato puoi comprare pane e formaggio, ma anche farti scrivere racconti, saggi, romanzi e poesie.

“La perdita degli anni” è un libro di atmosfere, in cui l’autore si sposta con maestria fra realtà e sogno, sogno e incubo, incubo e humor, cogliendoti sempre di sorpresa. Come nella numerazione delle pagine. E anche per questo, da non mancare. 

Colloquio



Sua madre gli aveva stirato la camicia bianca. 
– Mettiti la giacca.
– Ma è per un call center, non serve…
– Tu mettila. 
In bagno certi giorni la chierica non si vedeva. Quella mattina brillava. 
Aveva preso il caffè in cucina, in piedi, mentre suo padre fissava La7. 
“Ora me lo chiede, ora…”. Suo padre non gli aveva chiesto niente. Era inaccettabile. 
– Comunque vado a un colloquio. 
Lo disse male, con poca convinzione, e quella poca era malcelata dalla solita arroganza. Il padre aveva alzato una spalla. Lui gli vedeva la nuca vibrare. Era così da tanto. Da quanto? Da quando aveva lasciato l’università? Forse da prima. 
– Non te ne frega niente? 
Si trovava ancora nel crinale, sul filo sottile tra quella che lui credeva una vittoria e il degenerare (per l’ennesima volta) in uno dei loro litigi vischiosi, crescenti, che in fondo lo annientavano. Sua madre, acuta come un insetto, aveva avvertito i segnali. Era entrata in cucina di fretta, li aveva guardati dalla porta, un istante, la postura, quel silenzio ancora odoroso di sonno eppure già rauco. Non era una donna intelligente. Era stremata. Tra due fuochi, perennemente tra quei due fuochi onnivori. Suo marito. Suo figlio. Lui invece era un ragazzo intelligente. Ma non abbastanza stremato. Dal dare e ricevere mortificazioni. 
– Va bene, non te ne frega un cazzo. Io vado a cercare un lavoro e a te non importa. 
Per un attimo, un breve frammento di forza parve attraversarlo. Così aggrumato a quella verità minima, debole ma oggettiva, stavolta pareva potersi riscattare dalle troppe volte in cui si era difeso senza armi e per questo attaccando, esagitato. Stavolta sentiva di avere tra le mani almeno un tris di figure. Sorriso sarcastico. 
– Vedi, come al solito: se non cerco o se cerco è uguale – disse a sua madre che aprì la bocca, come un pesce. Sua madre, l’unico animale in casa, tutto istinto e sensibilità. Quella forza durò un soffio. Prima di tossire, il padre, senza voltarsi, senza alzarsi, senza cattiveria disse: – Sì, ormai è uguale. Full di donne. 
E mentre saliva la vergogna, si ricordò, nitidamente, come un’illuminazione, che non aveva i soldi per le sigarette e i biglietti dell’autobus. O per le une o per gli altri. A piedi non si poteva andare fino in piazza Benefica: non sarebbe mai arrivato in tempo. Avrebbe dovuto chiederli a suo padre. Posò la tazzina. 
– Mamma, hai visto la borsa grigia? 
L’animaletto di casa capì immediatamente. Uscirono dal cucinotto insieme. La madre estrasse silenziosa il portafogli dalla borsa. Gli diede cinque euro. Sperava almeno in dieci. La madre glieli mise in mano con la solita manovra del “prendi prendi e zitto, non ti preoccupare”. Lui avrebbe dovuto replicare con l’altrettanto solita manfrina “No, tranquilla, li ho”. Non ne ebbe la sfrontatezza. 
Uscì e l’androne, le scale, il palazzo, il mondo gli sembrarono più grandi, spogli, nitidi. 
Se fino alla sera prima quell’ipotesi del call center gli pareva la cosa più vicina allo sterminio del suo essere, ora, nonostante la spossatezza, era determinato a ottenere quel lavoro, ma soprattutto a farselo piacere. Come una donna non bella ma premurosa. Come qualcuno da aiutare per sentirsi moralmente migliore, riflesso nel suo grazie. 
Odorò ascelle e si perse dietro discorsi frammentati fino in via Duchessa Jolanda, dove scese. 
Il 29 era una palazzina di tre piani, elegante. La Contacto aveva l’unico citofono scritto a mano e attaccato con lo scotch. Seminterrato. Scrivanie da usciere, telefoni a tastiera, macchie di caffè, sigarette spente male, cinque ragazzi tutti dita e occhi e un uomo biondo con la coda. Una specie di sicario. 
– Piacere, Aliosha. 
Gli tese la mano quello. Poi gli spiegò il lavoro. Una prova di mezza giornata. Lui vide le pile di pagine bianche, logore. Un calendario dei Carabinieri. Un orologio. 
“Buongiorno, mi chiamo *nome di fantasia*, sono dell’Ufficio – mi raccomando, non Agenzia – delle Entrate. La tranquillizzo subito, non è questione di tasse. Stiamo chiamando i contribuenti regolari come Lei per proporle la guida per la compilazione del modello unico. Sono tre uscite. Centoquarantacinque euro, le paga anche a rate, noi gliele facciamo avere comodamente a casa…” tutto scritto in un foglio, non c’era da sbagliarsi. 
I nomi a caso dagli elenchi.
– Tu sei in prova, inizia dal difficile: tieni il Molise.
La prima telefonata fu terribile. Subito un insulto. Dopo un’ora e mezza iniziò a sentire una pena fortissima per quella gente. Stava per avvisare un vecchio che continuava a ripetergli: – Mi scusi, sono anziano, non capisco, è una multa? Quanto devo pagare? Mi aiuti. 
Gli ricordò suo padre, suo padre di quella mattina, voleva salvarlo da quella truffa, da se stesso. Stava per farlo. “È uno scherzo” era pronto a dire. Per fortuna alzò gli occhi: si accorse che Aliosha, dietro una porta a vetri, stava controllando, serio, con un telefono collegato, la sua chiamata. Dismise l’empatia. Finse entusiasmo. Andò avanti fino alle tredici. 
– Per me vai bene, puoi venire da domani: sono tre e quaranta al mese e dieci per ogni abbonamento. 
– Non so… non so se sono portato… Balbettò.
– Per me vai bene.
– Non ho venduto niente. 
– Venderai.
Uscì deciso a non tornare più. Si tolse la giacca. Avrebbe camminato: risparmiava un biglietto. 

tratto da LA PERDITA DEGLI ANNI – Vito Ferro (Autori Riuniti, 2018) 109 pagine, 13 euro

https://www.amazon.it/perdita-degli-anni-Vito…/…/ref=sr_1_3…

Inizia il Salone!

Sta per iniziare la settimana più intensa dell’anno, quella del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Sarò dappertutto ma soprattutto:

– da venerdì a domenica allo stand di Autori Riuniti padiglione 2 K17 a mostrarvi le nostre ultime uscite e a chiacchierare con tutti! 

– giovedì 9 maggio alle ore 20 sarò alla Libreria Pantaleon a fare da relatore al bel libro di Philip O Ceallaigh LA MIA GUERRA SEGRETA (Racconti edizioni) insieme a Stefano Friani;

– Sabato 11 maggio di notte al Circolo B-Locale del bravissimo Luca Rinarelliper La Notte delle Riviste al B-Locale, insieme agli amici di Crack Rivista(nostro ospiti al Salone) e a gran parte della squadra autori di Autori Riuniti: si fa festa, appunto! 🙂

– domenica 12 maggio alle 13 in Sala Arancio, alla premiazione del concorso di scrittura 88.88 promosso da Yowras Young Writers & Storytellers (ritirerò un premio!)

– Sempre domenica, attiverò il potere di essere ubiquo, e mi troverete anche allo stand Las Vegas edizioni per firmare copie di Festival Maracanã.

La perdita degli anni

Ho cominciato a perdere anni presto, molto presto. 
I miei coetanei avevano ancora tutti i loro anni, folti, fitti, scuri, densi. Io invece, da che ero come loro, iniziai – ricordo era un sabato mattina – a trovarmeli nel letto, sul cuscino, per terra, davanti allo specchio del lavandino. Erano anni che credevo potessi non perdere mai: sono sempre stato fiero dei miei anni. 
Da quel giorno è stata una caduta verticale, inarrestabile, ma non costante: a volte ne perdevo a manciate, altre pareva resistessero, attaccati al mio presente. 
Ho perso il ’94, tutto di colpo. Dell’88 e dell’89 si intravede ancora qualche segno, un piccolo bulbo, come un foro arrossato. Dietro questi il vuoto, liscio levigato lucido.    
Altri li ho persi per strada, alcuni guidando, spesso lavorando, quasi sempre aspettando. 
Uno pensa che a lui non succeda: vedi tutti quegli sconosciuti senza manco più un anno e dici “io non sarò mai come loro, io ci tengo ai miei anni, li curo, ci sto dietro” e invece succede. Non puoi farci niente.       
La mia compagna – che i suoi anni li ha quasi tutti (per le donne è diverso) e, di quelli che non ha più, non se ne cura, pace, amen, che importa? – nutre nei miei confronti, nei confronti di questa mia debolezza, una premura che mi conforta e mi umilia. 
Non posso fare a meno di pensare che riesca a soprassedere a questa mia grave mancanza semplicemente perché non mi ha conosciuto prima, quando gli anni li avevo tutti. 
Col tempo uno un po’ si abitua: lo facciamo per sopravvivere, come con le meschinità che non ci abbandonano.        
Ma stasera, rientrando a casa – l’aria così pesante, il buio opprimente – in ascensore, fissando i piedi, per terra, per la prima volta ho visto un anno perso, ma del futuro. 

da “La perdita degli anni“, Vito Ferro, Autori Riuniti 2018

Avevo un solco lungo il viso

Venerdì è stata una giornata speciale.
Cominciata con una lezione di scienze sui “perché”, sorprendendomi a leggere la curiosità profonda dei bambini sul mondo, la natura, l’essere umano.
Proseguita con musica: ho fatto ascoltare loro “Il pescatore” di Fabrizio De André.
In silenzio, in classe, si è creata una piccola magia. Ho spiegato loro verso per verso la canzone, hanno immaginato la scena, la storia dietro i versi, il sorriso muto del vecchio, gli occhi grandi dell’assassino.
Si sono commossi. A. ha perfino pianto.
Io ho avuto il privilegio speciale di sentire la canzone attraverso le loro orecchie: è riemersa intatta, potentissima, inedita.
E ho visto me stesso quando l’ascoltai, per la prima volta, alla loro età.
La canzone ci ha permesso di parlare di sbagli, del bene e del male, della ricerca inevitabile dei motivi dietro ad ogni comportamento, per capire davvero l’umanità e il cuore degli altri.
“Sarebbe bello continuarla, la canzone” mi dice D.
Ha ragione: le storie, d’altronde, non finiscono mai.

Nel pomeriggio la mia giornata si è spostata all’Università di Torino, al DAMS. Ospiti di Alessandro Perissinotto, io e i miei compagni di sogni, l’arruffato Roccioletti e il perennemente stressato Alessio, abbiamo parlato di Autori Riuniti, di editoria, di libri, di scrittura davanti ad una platea di 160 studenti.
Un’aula piena. 160 studenti. All’Università.
Il cuore all’inizio si è rattrappito dall’emozione. Ma penso che mai prima di ieri abbiamo spiegato così bene il nostro progetto. Utilizzando le parole giuste, sentendoci davvero in sintonia.
Sono momenti simbolici: anni fa da quel luogo uscimmo confusi e insicuri. Ieri ci siamo tornati per togliere un po’ di confusione e insicurezza dagli occhi grandi di quei ragazzi che ci fissavano dalle gradinate.
“Mi avete dato speranza” ci dice uno studente giovane a fine incontro. “Vi ascoltavo, e provavo a mettermi nei vostri panni. Difficile portare avanti un progetto così, ma ce la state facendo: vuol dire che si può.”
D’altronde le storie non solo non finiscono mai: servono a farne nascere altre.

Autori Riuniti al Salone del Libro di Torino

Quest’anno tante sorprese al Salone Internazionale del Libro di Torino: la nostra ultima uscita “Il Battito oscuro del mondo” di Luca Quarin, un nuovo progetto che sveleremo in anteprima durante il salone, i nostri amici di Carie con cui condivideremo lo stand!
Non potete mancare!

Al LINGOTTO da giovedì 18 a lunedì 22 maggio 2017
SPAZIO INCUBATORE, PADIGLIONE 2, STAND G31

Il battito oscuro del mondo

Il Grande Romanzo americano, quest’anno, l’ha scritto un italiano.

L’America dei ricchi, del consumo, degli scontri razziali, della deriva; L’America dell’immaginario televisivo, cinematografico, musicale, letterario, denso, vivo, pulsante che ci ha colonizzato la mente; L’America viscida, l’America del sogno, del viaggio, delle scoperte; L’America e la sua breve, contorta storia, un filo sottile che la unisce con la vecchia Europa; L’America perversa, l’America dei soldi, degli uomini e le donne pronti a ripartire dopo un fallimento, e rifallire; l’America di luoghi simbolici, sterminati, di posti deserti, abbandonati; l’America dei segreti, delle bugie, dell’odio e degli amori. Insomma, tutta l’America e qualcosa di più.
Tutto nel libro di Luca Quarin autore del romanzo “Il battito oscuro del mondo” edito da Autori Riuniti, in libreria dal 11 maggio.
Verrà presentato in esclusiva il 5 maggio alla Libreria Pantaleon alle ore 19. Insieme all’autore, la La McMusa Marta Ciccolari Micaldi. Come on guys!

La vita va avanti su Mangialibri

Armando si sveglia disteso nell’erba. Non sa assolutamente dove si trovi né ricorda come ci sia finito. Lentamente si alza. Non sente dolore. Solo una infinita spossatezza. Guarda il cielo. È notte. Le stelle splendono e non c’è una nuvola. Che cosa gli è successo? Come è finito disteso in un prato senza ricordare assolutamente nulla di quello che sia accaduto? Deve semplicemente ragionare, calmarsi e mettere in fila i ricordi. Che sia stato uno scherzo dei suoi amici? Comincia lentamente a camminare e a chiedere aiuto a gran voce sebbene tutto attorno a lui ci sia un silenzio quasi assordante. Ad un certo punto capisce dove si trova. È al cimitero del suo paese. Cerca il custode. Vuole assolutamente uscire e tornare alla sua vita. Eppure il custode, nonostante lui si sbracci e urli, sembra non sentire la sua voce e non percepire la sua presenza. Armando è sconcertato e furioso. Mentre continua a voler attirare l’attenzione del custode scorge tre uomini che sembrano attenderlo. Ad Armando non piacciono. Che diavolo ci fanno di notte al cimitero? E che diavolo ci fa lui in un luogo che frequenta pochissimo e soprattutto perché sembra che solo i tre uomini lo vedano e vogliano parlargli mentre il custode lo ignora completamente?

La vita va avanti è un romanzo intenso ed è, allo stesso tempo, una lunga meditazione sulla morte. Misurarsi con un tema così pregnante è una operazione molto complessa. Vito Ferro, classe 1977, autore di altri romanzi e racconti, lo fa regalandoci un lavoro molto interessante. La storia potrebbe, di primo acchito, parere già letta mille e mille volte. Il protagonista che è deceduto e non ne ha consapevolezza, il cimitero come luogo in cui transitano le “anime” che non hanno ancora trovato pace, potrebbero apparire dei cliché. Sta invece nella scrittura e nella profonda sensibilità dell’autore lo scarto tra quello che può apparire “scontato” e quel tocco che rende una storia inconfondibile e totalmente diversa da tutte le altre che affrontano le stesse tematiche. Vito Ferro ha un modo di narrare avvolgente, non lascia mai che ci siano momenti di stasi nel suo racconto. Il periodare è complesso e sembra quasi un lungo flusso di coscienza del protagonista. Mentre leggiamo la storia di Armando, con tanto di colpo di scena finale, cominciamo ad interrogarci su noi stessi, sul nostro rapporto con la morte, con le persone che abbiamo amato e che sono venute a mancare, con i mille ricordi che ognuno ha e che custodisce gelosamente. Vito Ferro fa sì che il lettore si metta in discussione, che una fitta sottile di malinconia ci attraversi il petto. Ed è già questo un grande risultato.

www.mangialibri.com/libri/la-vita-va-avanti

Diranno di me

Più o meno vent’anni fa, un ragazzo mi chiamo per propormi un’intervista. Io non avevo ancora pubblicato nulla, se non due piccoli racconti in un’antologia promossa dal Comune di Torino.
Mi disse che lavorava per un sito del Comune, appunto, nato per mettere in luce giovani creativi torinesi. “Nessun” si chiama il sito.
Al telefono (fisso, quello di casa, ovviamente, che il cellulare non ce l’avevo) la voce del ragazzo mi sembrò subito allegra, cristallina, diretta.
Ci demmo appuntamento una mattina davanti a Porta Nuova.
Arrivai, come mio solito, un dieci minuti prima. Scesi alla fermata e subito pensai: “e ora come lo riconosco?”.
Passarono i minuti e io scrutavo tutti. Mi avrebbe riconosciuto lui? Non esisteva Facebook, Google non aveva carpito ancora tutti i nostri segreti e tantomeno le nostre foto.
Alla fermata tanta gente. Iniziavo a disperare. Poi lo vidi. E lo riconobbi subito. Come se lo conoscessi da tempo, da sempre.
Andammo a prendere un caffè al Baretti. Parlammo a lungo. Aveva un piccolo registratore con il quale registrò tutta la prima ampollosa, logorroica, intervista della mia vita.
Ci salutammo ed io capii, come una folgorazione, che avrei avuto, da quel momento in poi, un nuovo, grande amico.
Quel ragazzo è Andrea Roccioletti. Oggi esce il suo ultimo libro “Diranno di me”. Un libro eccezionale, una storia come solo lui avrebbe potuto scrivere. Ed io ne sono l’editore. Andrea, con questo libro, ha raggiunto un altissimo grado di consapevolezza nella scrittura, e nel pensiero. Consapevolezza che, abbinata ad una mitezza e ad una umanità speciali, io gli ho sempre riconosciuto.
Spero che sarete in tanti a scoprire Andrea dal libro che ha scritto, e a capire un po’ di lui dal suo straordinario romanzo.
Io mi tengo stretta la sua amicizia, che negli anni è cresciuta pur rimanendo della stessa intensità.
Un’amicizia speciale: come è speciale lui, che, qualche tempo fa, si è presentato con una piccola cassetta e mi ha fatto risentire le nostre due voci adolescenti. Una mattina di venti anni fa, durante il nostro primo incontro.