Il feticismo delle parole

 

Come sosteneva con grande preveggenza Marx riguardo le merci, esiste un feticismo simile anche delle parole?
A cominciare dalla prima, terribile che definisce il nostro ruolo globale: consumatori? Letteralmente consumare significa usare qualcosa fino al suo esaurimento (logorarla poco a poco, dilapidare un bene) e, in accezione riflessiva, “danneggiarsi” (“una malattia mi consuma”, “logorarsi la vista”).

Accettiamo questa definizione e ne abbiamo fatto senso identitario profondo. Nonostante rispecchi una concezione della vita distruttiva e paradossale.
Presuppone che la cosa consumata finisca per sempre e, al tempo stesso, che le cose da consumarsi siano infinite.
La prima azione la realizziamo con altissimo spreco di energia e materiali e risorse e con conseguenze spesso dannose, la seconda è una menzogna: le cose, o meglio i materiali che servono a produrre cose da consumare, siano esse cibi/oggetti/relazioni/ non sono infinite. Anzi, si stanno esaurendo per sempre.
Ora: è possibile che noi ci comportiamo allo stesso modo con le parole? Siamo consumatori di esse in quanto feticci?
Quando utilizziamo una parola, in fondo, non la stiamo svuotando di senso, logorandola, rendendola inutile, inefficace, non più utilizzabile?
E perché adoperiamo certe parole piuttosto che altre? Cosa ci porta a servirci di termini coniati da poco, o presi in prestito (rubati?) da altre lingue, o mutuati da un potere che sottilmente li impone a tutti?
Parole che erano attinenti alla sfera religiosa sono state “abbassate” ad un livello di quotidianità comune, generalizzate, impoverite. Anima, spirito, Dio, sacrificio, peccato, ma anche altre meno evidenti e pregnanti come angelo, santo, preghiera sono entrate nel vocabolario d’uso comune della nostra società. Sono dentro le canzoni che ascoltiamo alla radio, sono nelle pubblicità sui manifesti, sono in bocca agli attori delle fiction, sono esclamazioni, un intercalare costante e ripetitivo, battute.
Parallelamente al sacco della religione, vi è stato quello della filosofia, dell’arte, della politica, della letteratura.
Termini densi di significato in un contesto ben preciso, portati, distribuiti, deconstestualizzati nel parlato quotidiano appaiono diluiti, depotenziati, logorati, consumati.
Perché è avvenuta questa degradazione? Perché le parole estrapolate dal loro nido naturale non hanno mantenuto la loro carica, la loro aurea, propagando luce e calore intorno, di fatto migliorando la comunicazione interpersonale, la comprensione del reale, la gestione del nostro pensiero?
Perché molte volte arrivano a significare concetti opposti al loro senso originario?
Vi è un limite intrinseco nella parole stesse o la forza del contesto (del potere che lo ha creato) è così pervasiva da travolgere e modificare tutto, perfino il linguaggio?
Se è vero però che il linguaggio è espressione del pensiero, si è ormai accettato che esso sia anche modificazione di esso: le parole orientano le nostre idee, danno loro forma e sostanza.
Prova di questo è l’estrema varietà di differenze presente tra popoli di culture lontane tra loro (e sotto l’influsso di poteri diversi), che posti di fronte alla stessa esperienza, la decodificano e la interpretano in modi spesso completamente opposti.
Il senso di soffocamento che a tratti proviamo tutti, la sensazione di non poter cambiare, mutare le nostre esistenze, uscire da una gabbia che impedisce di condurre un’esistenza realmente autentica, ha il suo avvio e la sua radice nell’uso delle parole.
Ho sempre ritenuto che l’unico vero ambito di libertà (e di conseguenza di benessere), fosse quello mentale. Tutti gli altri sono, in fondo, un venire a compromessi con questo.
Nella costruzione continua del mio pensiero io posso essere realmente libero. E questa libertà può riflettersi, sempre ridotta, sempre mediata certo, nel mio agire sociale, nel mio essere gettato nel mondo.
A patto che il pensiero indaghi a fondo la natura delle parole, la loro origine, le accezioni ma soprattutto il pervertimento che esse hanno subito nel tempo.
Così che l’esercizio di libertà sia un esercizio di stile, e l’etimologia un’etica.

VUOI SALIRE A VEDERE LA MIA COLLEZIONE DI SCUSE PER SCOPARE?

(da un’idea di Andrea Roccioletti)

Penosa
Ho il cancro. Mi restano tre mesi di vita. Mi sono ammalato in Africa, mentre cercavo di salvare un villaggio dalla malaria, da solo, a mani nude.

Raccomandata
Sono il nipote della nipote di Mubarak.

Gender
Dovresti approfittarne: prossima settimana cambio sesso.

Indifferente
Che poi, il sesso è sopravvalutato, diciamoci la verità. Molto meglio una profonda discussione intellettuale, un’affinità di anime elette. La mano sul tuo pube? Guarda non me m’ero manco accorto, deve essersi addormentata.

Insensibile
Ho questo problema di salute che sono praticamente insensibile a livello di stimolazioni nervose – un incidente da piccolo sotto la doccia – per cui posso andare avanti per ore. Un problema serio.

Aliena
Sono l’ultimo discendente di una razza superiore aliena. Entro la mezzanotte il mio seme imploderà e non potrò fermare l’estinzione della mia specie.

Misteriosa
Presto, potrebbero arrivare da un momento all’altro e per me sarà la fine.

Ginnica
Ho letto su Tv sorrisi e canzoni che con dieci minuti di rapporto si bruciano calorie per l’equivalente di mezzora di squash. Tu giochi a squash? Manco io.

Letteraria
C’è questa scena nell’ultimo di Saramago che mi è rimasta in testa, cazzo. Lui e lei contro la ringhiera del balcone, trasporto pazzesco: Non ho mai avuto un momento così, Neanche io, Vorrei continuasse anche dopo, Pensiamo al momento. Pensiamo al momento?

Fiscale
L’agenzia delle entrate ha stabilito che è detraibile.

Funzionale
Ho scoperto questa cosa di avere il glande poroso. Mi dicono che funzioni.

Orientale
A Goa c’era ‘sta scuola tantrica. Per me era un momento di ricerca interiore, stavo lasciandomi dietro pezzi della mia vita. Ho frequentato così, per curiosità. Non pensavo, ti dico. E invece… Adesso sono cintura nera di penetrazione e faccio i workshop nel week end.

Saggezza
Ma sia io prendo la vita così, come viene. Oggi qui, domani là. Non mi lego a nulla, volo, plano, riparto. Tanto guarda, stiamo qui su questa terra così poco… tanto vale assaporare le cose belle senza stare a pensarci troppo. Altro bicchiere di alcol puro?

Familiarista
Non vedo l’ora di avere figli miei. Di accudirli, cullarli, allattarli. Sono proprio portato per queste cose.

Femminista
Mi fanno ridere i miei amici: l’uomo comanda, l’uomo è cacciatore, e cazzate simili. Al mondo comandano le donne. Te, ad esempio, diciamocelo con franchezza: te hai già deciso che ora mi prendi e mi sbatti. E non ci sono cazzi, la vincerai tu. Ah, voi donne. Dovrebbero darvi più potere, più soldi.

Matematica
La media è 15 minuti e 23 secondi. Ma sai, la media vuol dire tutto e niente. C’è chi dura tre quattro minuti e chi va avanti le mezzore. Qualcuno, ehm, anche di più.

Vittimista
Ho questo tarlo che ti devo dire, che tanto lo scopriresti comunque. La mia ex, che ho lasciato io, si è vendicata caricando su internet questo video che avevamo fatto insieme. Ho provato di tutto, avvocati, polfer, niente. Sai per me è una vergogna, un’infamia. 12 milioni di visualizzazioni, con picchi di 15 sul mio cunniligus, 3400 commenti ad oggi (3413), 29876 mi piace, 500 mila iscritti al canale. Un incubo.

Interior design
Ho appena preso questo materasso riempito all’olio di mandorle, con incorporate vibrazioni olistiche e aromi di fiori di bach. Credo molto nel feng shui.

Vibrante
Prima ero molto più frivolo. Mi buttavo un po’ via. Poi sono cambiato. Adesso lo faccio solo con chi mi fa sentire certe vibrazioni. Ora sto vibrando ad esempio. Senti, senti che risonanza.

Professionale
Dopo 12 anni di carriera nel porno, ho voglia di ripartire con una nuova purezza. Sai, gesti lenti, assaporare tutto, lentezza, dodici minuti di frontale, cinque da dietro, zoom sulle parti basse, venire fuori, scrollarlo.

Artistica
Hai mai provato il body painting?

Fisiologica
No, guarda non serve essere infermiere. Potresti aiutarmi perfino tu. Dovresti solo stimolarmi un attimo, di solito poi passa, non dovesse mi chiami la guardia medica e ci pensano loro che sanno, ma secondo me passa prima.

Fantascientifica
Ho questo microchip transgenico, sperimentale a bestia. Registra tutta la prestazione, ti salva i dati sull’app, fa anche uno screening al partner, glicemia, colesterolo, tutto. Mi trovo da dio.

Subliminale
Così mi dicevi, che stai facendo Architettura, – fa caldo, eh? – Poi vuoi entrare in uno studio, ovvio, – ti spiace se tolgo la maglia? – Ma di interni o esterni? Perché sai, son cose diverse… – io intanto sbottono un secondo i pantaloni che la pizza ha gonfiato, ma tu dimmi, dimmi mi interessa moltissimo.

Animalesca
Cazzo, stanotte è luna piena! Non senti? Cioè, lo sento solo io? Davvero? Madonna come lo sento…

Contabile
La benzina fa 5 euro. Ristorante 23,50. La rosa 1 euro. C’è poi la luce dell’abatjour, hai tirato l’acqua? Allora l’acqua del condominio, la birra che hai preso dal frigo… fai un po’ tu.

Novità
Sai che non l’ho mai fatto con una senza tette?

Proverbiale
Ogni lasciata è persa. Non c’è due senza tre. Chi non risica non rosica. Ah, chi fa da sé fa per tre, dici?

Precauzionale
No ma guarda che non voglio fare sesso, ti sbagli. Cosa te lo fa pensare? Questo? Ma no, cos’hai capito, ma va l’ho messo solo per i colpi d’aria.

Record
C’è sta cosa che mi rode, di non essere riuscito ancora a superare il mio record. Quanto tempo? L’ultima cacciata via di casa dopo sette minuti. Posso fare meglio.

Romantica
Che dici se dopo ce ne fuggiamo in moto al mare e guardiamo l’alba da uno scoglio abbracciati? Non ho la moto? Vabbè, si prende il regionale per Savona prossimo week end.

Promessa
Ho promesso a mio padre in punto di morte che non l’avrei deluso. Son sicuro che papà da lassù ci assisterà.

Politica
E la pandemia, la crisi, il terrorismo, i vaccini, l’inquinamento, gli immigrati, sempre polemiche, continuamente polemiche. Non ne posso più. Non ti ci mettere pure tu dai!

Onestà
Non sono di quelli che cerca sempre scuse. Ne ho una e uso quella tutte le volte.

La visita

Fuori le lepri selvatiche escono e rientrano nelle tane. Il posteggio è troppo grande. Una rotonda, più avanti un’altra. La facoltà di Agraria. I campi. Lo store dei cinesi scorbutici. Le nuvole a brandelli, la luce del sole.
La donna quando entra saluta il custode che non la saluta. Sta chino sul suo bancone dietro al gabbiotto di vetro, ingobbito nell’ombra artificiale, la camicia azzurra e senza giacca.
Vede da lontano il viavai dei parenti, l’agitarsi strascinato di sedie, l’affanno di pacchi, le borsette per terra (delle tante donne: mogli, madri, figlie). 
Suo marito è sull’orlo della corsia, le mani dietro la schiena, in punta di piedi.
“Come stai?” Il sorriso è dolente, come dovesse lottare con un grande dolore prima di uscire.
“Sto bene, sto bene Giulio” risponde la donna nascondendo lo sguardo dentro la borsa, fingendo di cercare qualcosa. Crede sia la soluzione migliore, farsi vedere affannata, pensierosa, distratta.
“Ti ho portato questo” dice estraendo (e guardandolo) un piccolo oggetto bianco, un cane di marmo di pochi centimetri.
“Guarda che bello, lo metto qui, che dici? Non assomiglia a Lucky? Eh, guarda, identico…”
L’uomo guarda le mani della moglie appoggiare sul piano di pietra la statuetta, vicino alle altre decine di statuette. Ognuna assomiglia a qualcun altro, secondo la moglie. La pietà di Michelangelo sono zia Carla e il figlio, la Venere di Botticelli la loro figlia maggiore, un puttino grasso il nipote quando è nato. 
Si renderà conto della pena e dell’imbarazzo e di quanto sia doloroso vivere quei momenti? Di  quanto sia difficile guardarlo? Ora che sa che le tocca prendere la sedia, e affrontarlo. Lui la tiene sotto tiro con gli occhi.
“Vuoi che cambi l’acqua ai…”
“Voglio uscire da qui, devi firmare!” sempre lo stesso esordio, sempre uguale.
La moglie sospira. Un giorno lontano nel tempo quell’uomo le prese le mani sull’altare e lei era realmente felice.
“Giulio, lo sai, ne abbiamo già parlato…”
L’uomo non si arrabbia. Non sembra mai arrabbiato. Penoso, sì, affannato, ma non ha rabbia.
“Ma perché?”
“Non si può, lo sai, devi avere pazienza”
“Sono anni che ho pazienza, Elvira, anni!”
“Ma cosa c’è qui che non va, non ti trovi bene con gli altri?”
“Non è questo il punto…” per la prima volta l’uomo distoglie lo sguardo dalla moglie. Sembra circondare tutto lo spazio attorno a loro, come cercasse qualcuno in particolare. 
“A casa non puoi tornare. Ma io vengo tutti i giorni…”
“Ad uno più in là” e l’uomo indica un punto confuso, dietro una fontana e un porticato “i parenti devono aver firmato, perché è da un po’ che non lo vedo.”
“Ma non dire fesserie, Giulio, non può essere!”
“Non vuoi tu, dì la verità!”
“Non è vero, io…”
“Sì, è così Elvira, che credi, che non ho capito? Altro che sindaco… deve firmare il sindaco… non c’entra niente, proprio niente…” l’uomo scivola sulla panchina all’ombra. Davanti a loro sfila una coppia con due bambini. I bambini tengono in mano dei fiori.
“Quante volte ne abbiamo parlato, eh Giulio? Pensa a tua figlia: ci pensi a lei e al bambino? Anche volendo… come si farebbe col bambino? Non va bene Giulio che tu…”
Il volto dell’uomo sembra addolcirsi: la pena profonda che gli tirava i lineamenti, ora distende i tratti. L’argomento del nipote è sempre forte. La figlia e il nipote vivono ancora con sua moglie.
“Quando viene col bambino?”
“Voleva venire oggi, ma non ha potuto, aveva il pediatra”.
“Cos’ha?” L’uomo ha un guizzo che gli solleva il mento.
“Niente, un po’ di tosse…”
Quando la moglie inizia a guardarsi intorno, a muovere le gambe sulla sedia, ad alzare e ad abbassare ritmicamente le punte dei piedi, significa che la visita sta per finire. Ora dirà la solita frase “Giulio, io vado, ma tanto torno. E prima o poi resto”. Davvero è convinta che quella sia una dichiarazione d’amore?
“Salutali, e al bambino digli che nonno…” l’uomo non sa continuare.
La moglie interviene per toglierlo da quell’imbarazzo. “Lo sanno.”
La vede allontanarsi, piano, senza che si volti mai.
La sirena del cimitero suona forte per un minuto intero, gli ultimi parenti escono portandosi via brandelli di discorsi. Il custode si alza dalla sedia, esce dal gabbiotto, chiude il cancello e si gratta la pancia guardando verso il mondo fuori.

Per parlare con uno che ha fede

O della vita come il SuperEnalotto

Un uomo che ha fede crede, per definizione, in ciò che non si può spiegare. Per parlare con me, che non ho fede, che non credo in ciò che non si possa spiegare (come si fa con le vele: aprirle, far sì che il vento le gonfi, che servano a viaggiare),è costretto a chiedermi di salire con lui sul carro dell’assurdo, dell’illogico, dell’incomprensibile, del mistero. 

Io per parlare con lui, e per comunicargli la mia visione del mondo, non ho bisogno di fare ciò. Per trasmettergli la mia (?) idea di causalità, la mia idea di origine e fondamento del mondo, dell’uomo, dell’etica, il mio senso della vita che da queste premesse deriva, non lo costringo a credere nell’assurdo: semplicemente nell’accertato e, dove non ci sia accertamento di verità (ancora), nel possibile, nel fortemente probabile, nel, in sintesi, buon senso. Io parlo la lingua comune, io parlo il metodo della logica, della scienza, della razionalità. Il mio discorso, contestabile e migliorabile (contestabile in quanto migliorabile, affinché sia migliorato), è comunque comprensibile. Porta prove a sostegno, esperimenti e risultati, teorie suffragate dai fatti, fatti che fioriscono sotto l’occhio attento delle teorie che vogliono giustificarli. 

La fede non ha tutto questo armamentario a disposizione. La fede ha la scelta (perché è una scelta) individuale di immergersi nell’assurdo, nel mistero, accettandolo senza pretese di svelarlo, poiché esso si dovrebbe svelare (togliere il velo) da solo, una volta che la vita finisce e il mistero ha il suo compimento finale. Un circolo vizioso: credo nella vita dopo la morte, è indimostrabile ed assurdo, tutto mi fa credere al contrario ma io ci credo lo stesso, quando sarò morto mi si rivelerà che è così, che c’è vita dopo. 

Un po’ come se chiedessi soldi in prestito a qualcuno dandogli come garanzia i suoi stessi soldi, quelli che gli ho chiesto. 

Il movente della fede è la morte. Senza morte non ci sarebbe “bisogno” di credere nella vita eterna, nella vita dopo la vita. E qui che la fede diventa malafede. Senza quel “bisogno”, si potrebbe parlare ancora di fede, o tutto si regolerebbe sulla vita terrena, su di un credo terreno, un tempo a disposizione, un’etica fondata non su premesse metafisiche ma necessariamente umane? 

(“Se Dio non c’è, allora tutto è permesso” diceva Dostoevskij. Niente di più scorretto. Avete mai visto atei diventare criminali soltanto perché sostenevano l’inesistenza di un dio? C’è davvero una relazione tra questi fattori? Semmai, la storia lo dimostra, l’odio, il tutto è permesso, spunta, fungo velenoso, quando si crede di avere la certezza di un dio esistente e provvidente e somigliante a noi, e a noi soltanto (non agli ebrei, non agli arabi, non agli indiani). 

Che Dio ci sia o no, paradossalmente, parlando di etica, non ha importanza. Non deve avere importanza. Se l’etica è l’insieme di norme che debbono regolare il nostro comportamento negli/con gli altri, al fine di una convivenza pacifica, felice, umana, dio non trova posto. Tirarlo dentro è minare alle fondamenta la possibilità stessa di etica. Se l’etica è fondata da lui, l’uomo che parte ha nel gioco? Chi di noi non cerca, prima o poi, di staccarsi dalla gonna della mamma per provare la sua forza, coscienza, libertà? Chi di noi non ucciderebbe mai un essere umano per il semplice fatto che trova moralmente ingiusto farlo, e non perché dio ha deciso che sia moralmente ingiusto farlo? Se Dio ha deciso, non significa che io abbia deciso. Se io ho deciso, riconoscendo semplicemente l’altro come me e viceversa, dio non ha meriti o colpe. Basta appunto assumersi la responsabilità (onestà) di riconoscere questa similitudine, esistente, fondante, imprescindibile, innegabile). 

Il discorso con uno che ha fede quindi si arena su questo punto, necessariamente: la morte e la presunta vita dopo la morte. La mia fede, da uomo che credo, è tutta orientata e motivata da questo evento umano e dal bisogno di superarlo, in qualche modo. Ecco che l’assurdità della mia stessa fede (che io stesso, fedele, trovo assurda: non sto dicendo che chi crede sia per forza sordo alla ragione, al dubbio, all’inciampo; la fede, forse, per essere tale deve essere vacillante di continuo, o almeno così si dice), la mia fede trova un senso. Credo in un assurdo parziale, momentaneo, per avere il certo eterno, la risposta definitiva. Pascal, con una logica da superenalotto, ce lo spiega benissimo: che cosa ho da perdere credendo in dio? Nulla! Che cosa ho da perdere non credendo? Tutto! Quindi: su cosa conviene scommettere? La risposta pare scontata. Ma, come tutte le cose scontate, nasconde il tranello. 

Io posso decidere di impiegare il mio euro (sprecare?) giocando al superenalotto. Sono liberissimo di farlo. Attenderò fiducioso l’evento (nel caso del superenalotto comunque possibile seppur altamente improbabile), e nell’attesa, in questa attesa, regolerò la mia vita. Oppure io posso cercare di utilizzare il mio euro diversamente, e nell’agire senza attesa regolare la mia vita. Fare come se il superna lotto non esistesse. O meglio: non funzionasse mai. 

(Certo, il paragone non è perfettamente attinente: nel superenalotto qualcuno, prima o poi, vince, ed io di queste vincite favolose ne ho testimonianza. Nella vita dopo la morte no. Ma teniamo l’esempio per buono). 

Ricordandoci che, se l’euro immaginario equivale alla nostra vita, il superenalotto (e l’attesa della vincita) ad una scelta di fede e l’impiego dell’euro in una non attesa, in questo gioco strano e meraviglioso che è l’esistenza dell’universo, noi, uomini, abbiamo solo un euro a disposizione. A differenza del gioco vero e proprio, replicabile più e più volte, qui noi abbiamo solo un tentativo. E l’azzardo più grande. 

Rovesciamo quindi, in maniera ironica, la scommessa di Pascal: io non punto niente, non scommetto in dio, e faccio come se (perché non posso, onestamente, dire che sia così) dio non ci fosse, e quindi non ci fosse vita eterna. Vivrò la mia vita cercando altri sensi, regolandola su altre mete, altri obiettivi, altre priorità e fondamenti. Meno alti, meno eterni, meno trascendentali. Se scopro che dio non c’è (ma al suo posto sta un nulla infinito), la mia vita l’ho comunque vissuta, orientata su qualcosa che, dopo, non avrò più. Se dio invece è presente, e quindi ci regala un’altra, diversa vita, in questo caso si suppone eterna, io avrò comunque vissuto la mia, in maniera profondamente mia. 

Ma se nella puntata del cinquanta e cinquanta del fedele, la scommessa è persa, ovvero dio non c’è, non c’è vita, come è stata utilizzata la vita? Al di là della “delusione” per una vita/ricompensa (questa parola è fondamentale) aspettata (così tanto da credere nonostante l’assurdo) e non ricevuta, la vera vita terrena, quella di cui possiamo essere certi di disporne (perché la stiamo vivendo) non è andata sprecata? Non è stata condizionata dall’attesa, non è stata svilita? Io credo di sì. 

Se mi mettono in mano duecento euro e mi dicono che domani ne avrò duecentomilioni di miliardi, sfido chiunque a godersi, nell’immediato, i duecento euro, a gioirne, a sentirsi ricchi solo con le due banconote da cento! 

Ovviamente mi si replicherà che i fedeli, sia quelli in una buona (mala)fede che quelli in una cattiva (mala)fede, vivono comunque una vita piena, ricca, aperta alle gioie della terra, ai piaceri che esistono a migliaia. Certo. Ma questa vita non la stanno fondando su quelle cose. Bensì su un supervalore che quelle cose di fatto le nega, poiché le supererà, le cancellerà senza trattenerle. Nella vita ultraterrena dei fedeli (di qualsiasi religione) non c’è il nostro mondo, non c’è spazio per i nostri sensi, piaceri, pensieri, istinti: noi saremo altro, saremo in dio e per dio, mai più bisogno, mai più dolore, mai più felicità (che esiste in quanto polarità avversa alla sua mancanza, come alternarsi) saremo luce nella luce a cantare le lodi di dio(permettetemi: che palle!). 

(Nel cristianesimo c’è un tempo indefinito in cui sarà così, poi ci sarà la resurrezione dei corpi sulla terra. Ma sarà un ritorno alla terra, dopo essere stati luce. Si suppone che torneremo in qualche modo cambiati e non sarà più la stessa vita. E allora tanto vale, dopo aver provato la luce di dio, rimanerci). 

Il discorso ci ha portato lontano. Come avrete capito non si è cercato di dimostrare l’inesistenza di dio: si è cercato di dimostrare la non utilità della fede. Il suo andare contro la vita, così come l’abbiamo e la stiamo vivendo. Con il suo carico di dolore e morte (morte che aleggia sempre, che ci condiziona, che ci strappa gli amori più cari), ma anche con il suo carico di felicità meravigliosa, che quella morte allontana ogni secondo, che ce la rende accettabile, ce la fa comprendere, che ci regala, ad ogni battito di ciglia, gli amori più cari.

Mussons

Il cancello è socchiuso
sul pozzo e l’erba non tagliata
La chiave è sempre lì nascosta
Ci sono figure lente dentro al bar
Ogni goccia di pioggia riflette
l’istante in cui ci si pente
di essere all’aperto
e passo dopo passo
arrivano le cinque e mezza
L’odore di una campagna lontana
Nel crocevia la panchina di legno
ha addosso il verde marcio del tempo
Avevo visto corvi risalendo il rigagnolo
e foglie piegate dal gelo
Avevo visto ragazzi diventare
vecchi e donne arrabbiate
Le case, in questo paese di anime
silenziose, gialle e chiuse
hanno i segni di tremende
avventure e, dentro, nonne
centenarie addormentate
come bambine
Così lontana la sagra dell’estate
così estenuate le campane
che il prete si ostina a tirare
E tra il fiume di piombo
e la stradale
il cimitero dove tutti si conoscono
e, in certe notti tiepide,
escono a parlare
il dialogo senza fine del desiderio
di ancora vivere

Fiore

Le parole che uso per dirti 
non sono le parole che senti 
non sono le parole che ti stanno 
nascoste dentro, cucite 
al pensare, non sono forse 
che il lontanissimo risvolto 
di un antico linguaggio 
in frantumi. 
Ti parlo 
ma così tu non capisci. 
La stessa distanza che 
c’accomuna, allontana 
altri esseri. 
Il tracciato che compie 
un nome comune, 
mettiamo “fiore”, 
per te è diverso 
da quello che rotea 
nella mia mente. 
Tu vedi un cristallo 
di petalo rosso sangue 
io un lungo stelo piegato 
e biancastro. 
E il fiore che credevamo ci unisse, 
è scomparso.

L’orco

Da qualche giorno gira sui gruppi Facebook di quartiere e di paese e su varie chat di whatsapp, un annuncio corredato da alcune foto. In tutti gli annunci si allertano le persone, soprattutto i genitori, a stare attenti al tizio ritratto perché, pare, “è un pedofilo che cerca di rapire i bambini”.

Sto seguendo, divertito ma anche perturbato, l’evolversi della vicenda, le trasformazioni di questa specie di leggenda metropolitana 2.0 di gruppo in gruppo, di chat in chat: ad Orbassano giurano che è stato arrestato e rilasciato in serata; in zona Barca pare che abbia tentato di inseguire una ragazza fin dentro ad un supermercato, dove la povera sventurata si era rifugiata; in altre zone ha tentato di prelevare un bambino e/o una bambina direttamente dalle giostrine.

C’è un folclore antico dietro questo annuncio: l’uomo nero, il pifferaio di Hamlin, l’orco. Ci sono dinamiche arcaiche mescolate all’uso scriteriato delle tecnologie; la diceria che diventa foto segnaletica, il passaparola da paese a paese che non viaggia più sulle ali del vento ma attraverso le condivisioni su un social; vi lascio immaginare i commenti che si autoalimentano e rilanciano sempre più fantasiosi modi per fargliela pagare, a ‘sto farabutto. Le foto dovrebbero raffigurare il prototipo del pedofilo: cappuccio nero, occhiali da sole, posa ingobbita e sguardo che scruta sordido (certo, c’è una chitarra rosa che stona un po’: ragionevolmente, per mettere in atto turpi propositi sarebbe preferibile non dare nell’occhio… ma su questo dettaglio sorvolano tutti).
L’uomo è dappertutto: è ubiquo. Si muove scivolando nelle pieghe della città, ora qui, ma ieri era altrove e domani potrebbe essere davanti alla scuola di tuo figlio.

Nelle immagini si intravedono altre persone, forse bambini, scorci di parchetti. Appare improbabile che siano foto recenti: si intuiscono molte persone assembrate, e nessuno indossa mascherine. Pochissimi, nei commenti, fanno notare l’improbabilità di questo annuncio, ancora meno mettono in guardia le persone dall’additare superficialmente una persona.
Nessuno pare rendersi conto della pericolosità della condivisione (di una calunnia bella e buona) e prova ad immaginarne le estreme conseguenze. Che un povero cristo, che si aggira per la città con una chitarra rosa, rischi il linciaggio perché tantissime persone si siano volontariamente ubriacate di psicosi e confondano il senso civico con l’irrazionalità più oscura, feroce e arcaica.
Certo, qualcuno che ha dato il via alla follia ci sarà: per scherzo o per ripicca, ha spinto la prima pietra dal monte. E uno così mette i brividi.
Ma tutti gli altri? Tutti questi solerti e integerrimi cittadini, con le torce in una mano e il cellulare nell’altra, non vi fanno ancora più paura?
Diceva Stanislav Lem: “I roghi non illuminano le tenebre”. Neanche gli schermi degli smartphone.

ENZA DI FOGGIA

Nella nuova pubblicità di Disney+ la nipotina chiede al nonno: “Ma tu la conosci Elsa di Frozen?”. E il nonno risponde, con un tono struggente: “Ma certo che la conosco Enza di Foggia!”. A parte che a me fa tanto ridere 😁 non posso non percepire nel tono del nonno un’urgenza affettuosa, una tenerezza verso se stesso (“A nipo’, non sono così rincoglionito!”), e parallelamente, una premura esistenziale nei confronti di Enza, che starà anche a Foggia, ma è ben presente nel cuore del nonno, che ci tiene a sottolineare con veemenza che “sì, certo, la conosco, come potrei non conoscerla, come potrei mai dimenticarmi di averla conosciuta” e forse amata e a lungo desiderata, sapendo bene che cosa li ha divisi, quanto il destino diventi crudele quando si mette a giocare con i nostri desideri e le nostre possibilità. Enza di Foggia, se stai leggendo, da qualche parte in un salotto con figli e nipoti rincoglioniti dai cartoni animati, c’è anche un vecchio uomo che ti conosce ed è orgoglioso di questo, un vecchio che ti pensa e non ti ha dimenticato. Fossi in te lo contatterei. A meno che tu non sia troppo impegnata coi nipoti a parlare di un certo Aldino di Cosenza.

Domenica sera

Son venuti a prendere la signora al terzo piano del palazzo di fronte.
La dottoressa tutta bardata di bianco. Noi, la gente, affacciati ai balconi. La cena appena finita.
Sono stati in casa un quarto d’ora. La signora è scesa con le sue gambe, da sola, uno zainetto. Poi è salita sull’ambulanza e le hanno chiuso il portellone.
Per un attimo ho immaginato che la dottoressa bardata di bianco alzasse il viso verso di noi, la gente, e ci dicesse a gran voce: “ora lei, poi tocca a voi”. E noi che ci ritiravamo piano nelle stanze, chiudendo la porta dei balconi. L’ambulanza è ripartita senza sirena.

Fino all’apocalisse

Fino all’apocalisse

Il lavoro, le ore, e poi ancora sperare, scansare le droghe che ti vendono perchè tu non sappia più guardare, stringere, cercare, sul divano delle sere un abbraccio rivolti al televisore, una spremuta di sudore dolce da bere, le tue unghia fosforescenti, i presentimenti, a cena dagli altri, orologi guasti, litigi e sbalzi, di temperatura e d’umore, sulle tende color lillà, sulle case oltre la terrazza, nel cielo di smog intinto, un pezzo di carne il mio sogno, la pioggia fitta di passi, la mattina in cui mi svegli con un sorriso di quelli, quanti sono i beatles ancora vivi?, quanti i confetti buoni nel sacchetto degli sposi?, domani ha un retrogusto di sapone antico, e il passato è ormai un amico che perdoni per quello che fa da ubriaco, ho tutti schierati i miei singhiozzi, polvere si accumula agli angoli dei sorrisi, e ci sono ancora foto da sfogliare, cataloghi di viaggi, orari imperfetti come sono i miei discorsi, scrivo la maledizione di poeti solitari, bicchieri di vino, un bambino ricordo che voleva giocare a sapere, i gelati delle sei, lo spritz e i guanti legati ai polsi, dentro la stanza quando si aprì la prima volta i raggi stavano solidi sputi di carta di cerbottane, con le dita scrivi i nostri nomi e anagrammati ancora danno la formula perfetta, se perdo il biglietto vado dietro ai miei piedi lo sai, tanto la strada è quella, cambiano solo i fondali dei tramonti, ho ancora cassetti stracolmi di lettere a cui non risposi, e il cane che abbaia, la scena in cui appaia la cavalleria invisibile di libri a salvarmi dalla noia, sempre i silenzi, tumulto nel petto, lo strappo nel letto, il gioco segreto, il rombo lontano, il chicco di riso allungato, lo sguardo tenuto fisso, ombrelli smarriti da altri, convinzioni tenute tra i denti lasciate sforire con i miei anni, qui ad ascoltare sornione i pacifisti ingrassare, tutta la gente uguale per sempre a se stessa e perenne un mugugno che distorce, la vera vita non è assente, è dappertutto scorte di gioia, libertà fremente, fosse anche il pentagramma di un marciapiede, la striscia biancastra in mezzo alle tempie, il succo di mirtillo, il calcio d’angolo, la sorpresa più sorpresa del tuo compleanno, mia madre e mio padre che come sai stanno ancora assieme e c’è nel mondo un esercito che due come loro li teme, due come noi, un incontro casuale, un negare la sorte, darle il senso che vuole in realtà avere, sentire nel profondo toccando il tuo palmo che c’è una linea, un solco, che si arresta proprio sul nostro giorno, una sera di dicembre che sta fra le date della storia, minima, eppure assordante, sorsate dolcissime da due bicchieri tremanti, parte da qualche parte, in un posto occulto, il conteggio, dio se c’è sa tutto, conosce le parti il finale, e sa che sei te più di tutto, fra le cose da tenere con cura, fino all’apocalisse.

Fiabe ai tempi di WhatsApp

La principessa aveva una splendida treccia. Ma cos’è quel bagliore sotto il letto? Uno gnomo dispettoso, le forbici in mano.

La formula per bloccare il tempo esiste e basta pronunciarla così: la formula per bloccare il tempo esiste e basta pronunciarla così…

Cammina cammina per monti e foreste, boschi e caverne. In cerca del tesoro. Finalmente, dopo tanto viaggiare, ecco qualcuno a cui chiedere aiuto: un amico.

Nel mondo dei contrari si è no e no è si. E questo è già il finale.

Gli animali sanno tanti segreti per salvare il mondo. Se solo imparassimo a parlare la loro lingua…

Il cavaliere vide il drago addormentato con il suo piccolo. Sguainò la spada. Lo vide sorridere nel sonno. Ripose la spada. Si addormentò al loro fianco.

Cosa vola nel cielo? Una strega con la sua scopa! Sta correndo al mercato, prima che chiuda. Ha dimenticato un ingrediente per la pozione dei ricordi.

Tutti prendevano in giro l’orco da piccolo per i suoi denti, grossi e storti. Per questo ora non ride mai.

“Se indossi questa cintura diventerai subito come un monte” disse il mago al bambino. Scordandosi di aggiungere: “mettila solo fuori da questa stanza”.

Hilga aveva sette fratelli. Tutti più piccoli di lei. E dire che lei era alta come un fagiolo! Il più giovane le stava aggrappato ad un orecchio.

“Baciami e diventerò un rospo!” Disse il girino innamorato alla girina dagli occhi azzurri.

Quando il bambino sfregò la lampada magica, si realizzò il suo più grande desiderio: di notte la luce.

Partirono in tre: il bruco, il vitellino e un bambino. Tornarono farfalla, toro e bambino, solo tanto più alto.

Inseguire il cervo magico è difficile, raggiungerlo quasi impossibile. Parlargli molto divertente.

Nella vecchia casa abbandonata nel bosco, di giorno sempre silenzio. Di notte si scatena la festa dei fantasmi.

La bella addormentata venne svegliata dal principe con un bacio. Le sue prime parole: “ancora cinque minuti!”.

C’era un bambino che aveva paura del buio. Ma nel suo buio, chiudendo gli occhi, stava bene.

“Il re è nudo!” disse il bimbo davanti a tutti. Avrà caldo, pensò andandosene fischiando.

Gli ingredienti per la super pozione sono: dente di drago, crine d’unicorno, bava di lupo, tela di ragno. In realtà non servono a niente, ma dì la verità: quanto è stato divertente cercarli? 

In realtà tutti sapevano estrarre la spada dalla roccia: il difficile era rimettercela.

Dopo centinaia di tentativi finalmente il bimbo riuscì a dire supercalifragilistichespiralidoso! Nella stanza era da solo. 

Pochi sanno che, in realtà, Biancaneve non mangiò mai la mela: preferiva le fragole. 

Persi nel bosco pauroso da ore, Hansel e Gretel videro finalmente un edificio. Si avvicinarono: era una scuola. Tornarono nel bosco.

Esiste un cavallo che parla. Ma lo fa soltanto con chi gli sta simpatico. Chi gli sta simpatico? Chi vuole parlare con lui.

Il re e la regina ebbero un figlio. Lo chiamarono Arturo Francesco Liprando Evaristo Federico Attilio Riccardo Gerardo. Richiamarlo era impossibile. Crebbe molto indisciplinato.

La top ten dei contatti (ignoti) che ti chiedono l’amicizia su Facebook

10) La porno porca 
Stragnocca, in pose che definire esplicite è davvero poco, spesso dietro si nasconde o un sito a pagamento o qualche curiosissimo utente del sud est asiatico che, dopo le prime due o tre foto porno, mette le sue in compagnia di donne velate o in sella a motorini fatiscenti, con sfondo la Malesia o l’Indonesia. In quest’ultimo caso, cosa voglia da te è davvero un mistero. Grado di pericolosità: 7

9) Il poeta/la poetessa 
Individui pericolosissimi, spargono richieste di amicizia come se dovessero ricongiungere il mondo e attirarlo nel loro vortice nero di versi terribili, lunghi, estenuanti, macchinosi, illeggibili. Mai accettare l’amicizia: puntuali come cartelle esattoriali, arriveranno i post quotidiani di versi con il tuo nome taggato. Particolare curioso: le “poesie” si alternano con immagini di natura selvaggia. Sempre. Variante simile: il ricettaro. Al posto delle poesie ricette di cucina, al posto delle immagini di natura, piatti cucinati. Grado di pericolosità: 6

8) L’amico dell’amico dell’amico dell’amico
Osvaldo Bernardi. Leggi il nome di chi ti chiede l’amicizia. “Ma chi cazzo è?” ti chiedi smarrito. Quindi controlli le amicizie in comune. 3367. Quasi l’86% dei tuoi contatti. In pratica dovrebbe essere perlomeno tuo fratello. Il buon Osvaldo è uno che vampirizza i contatti degli altri. Compulsivamente. Ne punta uno e, a cascata, chiede l’amicizia a tutti gli amici di questo. Ti arrivano messaggi in privato: “scusa, ma Osvaldo è un tuo amico?”. No, rispondi, e un po’ ti vergogni. C’è da dire che spesso l’Osvaldo di turno non si palesa quasi mai, mai un like, mai un commento. Evidentemente gli basta essere entrato nella tua cerchia. Grado di pericolosità: non classificabile

7) Il nemico 
Se sei juventino, viene uno del Toro. Se voti Democrazia Cristiana, arriva un vecchio bolscevico; se sei buddista, ecco il testimone di Geova. Ti studia, ti segue silente per un po’, e quando ti ha profilato per bene, tac, cerca di penetrare nella tua cerchia. Dopo c’è solo la deflagrazione di bombe atomiche di polemica. Grado di pericolosità: 9

6) Il senza volto 
Può essere uomo, donna, animale; può essere giovane, vecchio, coetaneo; può essere ricco, povero, straniero, italiano, magro, grasso, alto, basso; può essere tutto, insomma, ma tu non puoi saperlo. Dal suo profilo nulla trapela. Non una sola immagine che spieghi chi sia. Non un post personale, uno sfogo intimo, qualcosa che fornisca coordinate emotive per comprendere con chi hai a che fare. Solo foto di: quadri, gatti, tramonti, spiagge, barattoli di marmellata, arcobaleni, unicorni, meme motivazionali, battute, citazioni di discutibile attribuzione. Potrebbe essere un account robotico, per quello che ne sai. Potrebbe essere chiunque. Tra tutti è quello che più ti fa chiedere: ma che cosa vuole da me? Sì, perché il senza volto raramente interagisce con te, una volta accettata la sua amicizia. Compariranno solo questi post insulsi, a ritmo continuo. 
Grado di pericolosità: non classificabile. 

5) Il professionista 
Broker, assicuratori, piastrellisti, agenti immobiliari, carrozzieri, impiegati di concessionarie, killer, spacciatori, ristoratori, guru di sette psicomanipolatorie. Sono pagine di lavoro, cavalli di troia per venderti qualsiasi cosa. Copertine con loghi anni ’80, post con lo stesso logo che si ripetono a cadenza settimanale, foto in giacca e cravatta o tailleur, ambigue proposte commerciali. E i messaggi in privato. Continui, martellanti, “vuoi un prestito?” e via con le condizioni. Elimini, elimini con foga. Torna sotto altri nomi, con altre sigle, cambia di continuo ragione sociale per rientrare tra le tue amicizie. Apre e chiude srl, sas, cambia categoria merceologica con un ritmo forsennato. Forse è sempre lo stesso individuo. Grado di pericolosità: 8 

4) L’ex di turno
Compagno di scuola, collega di lavoro, amante, amico. L’ex prima o poi si ripresenta. Di per sé questa è una tipologia di contatto innocua: in fondo Facebook è nato anche per questo, per ricongiungere persone lontane. Il problema nasce quando – quasi sempre – tu di quest’ex non ricordi nulla, ma nulla di nulla. 
“Ti ricordi in gita in quarta?”, “Hai presente quel collega che avevamo, al piano di sotto? Quello basso con le basette rosse?”, “Quella notte in spiaggia a Gallipoli? Io e te sulla sdraio a San Lorenzo mentre Carmine affogava?”: le domande si fanno serrate, sempre più specifiche, dettagli su dettagli, date, orari, una tabella meticolosa. E in te il vuoto. Ma chi ero? Chi sono stato? Ti chiedi in preda alla confusione. Il passato incalza, ti rotola addosso, cerca di afferrarti e trascinarti un varco spaziotemporale dal quale temi di non poter più uscire. La Stasi aveva metodi meno invasivi. Dopo qualche ora di continuo scandagliamento della tua memoria, è probabile che l’ex di turno ti dica: “Ma sai che forse mi sono sbagliato? Noi non ci conosciamo mi sa… Ti ho scambiato per un altro! Che ridere! Va bè piacere di averti conosciuto!” e sparisce. Grado di pericolosità: relativo. 

3) Lo spirito affine 
Fa parte del tuo ambito professionale, fa il tuo stesso lavoro, ha la tua stessa passione, condivide gli stessi interessi, vive la tua stessa vita. Sei editore, lo è anche lui. Sei insegnante, perfetto, idem. Se accetti l’amicizia il disastro si compie in due passaggi: primo ti inonderà la pagina di discussioni SEMPRE e SOLO relative alla vostra professione in comune. Non riesci a intervenire e spiegargli che, magari, su Facebook, ti piacerebbe scrivere e leggere di cose diverse, per svagarsi insomma. Non sente ragioni, ti inchioda al tuo ruolo sociale, al tuo mestiere. Secondo passaggio, quello finale, è mostrarti in ogni occasione quanto lui sia MEGLIO di te nel lavoro. Conosce più a fondo le regole, è sempre aggiornato sulle ultime novità, dispone di una rubrica di contatti affini pari all’elenco telefonico di Roma. Ti viene voglia di cambiare lavoro. A volte lo fai: sfinito, ti licenzi. E lì, lo spirito affine prima ti toglie l’amicizia, poi ti manda altri spiriti affini alla professione nuova che ti sei scelto. E la giostra ricomincia. Grado di pericolosità: 8+

2) Quello/a che nella vita reale conosci appena 
Può essere il/la proprietario/a di un cane che incroci la sera all’area cani, uno con cui hai giocato a calcetto una volta, l’affabile tipo ccon cui ha scambiato due parole in fila in posta. Esso/a a volte ha la malsana idea di fare il salto: da semisconosciuto garbato, tollerabile, decide di chiederti l’amicizia. Rifiutare pare scortese. Accettare imbarazzante. Scopri di lui/lei e lui/lei di te cose che dovrebbero essere condivise. Penetra nella tua intimità, segue le tue evoluzioni social, scopre cosa fai, cosa mangi, dove vai in vacanza, per chi voti, per chi tifi, per chi preghi, chi ami. E, a differenza di tante amicizie SOLAMENTE virtuali, in questo caso capita SICURAMENTE di rincontrarlo nella vita reale. Scatta l’imbarazzo fortissimo: ti fa notare come ti sei accalorato per quella discussione sull’aborto; di come sei stato poco obbiettivo nel giudicare il rigore di domenica, di quanto sia stupito per le cose che scrivi e pensi: “non ti facevo così, sai?”. Ormai si sente tuo amico e quindi in diritto di commentare. Ma amico non lo è, cazzo. Proprio per niente. Solitamente in questi casi, si cerca di sfuggirlo dalla vita reale. Niente più area cani, il cane piscia nell’ingresso la sera, niente più calcetto e prendi dodici chili, in posta non ritiri più manco le raccomandate. Grado di pericolosità: 8 ½

1) Il freak  
Ce ne sono tanti. Ognuno con il suo bel grado di stranezza. Hanno un vantaggio rispetto alle altre categorie sopra: la loro foto profilo spesso è talmente indicativa da metterti in guardia immediatamente. Negli anni io ho accumulato richieste di amicizia da: donne meridionali sovrappeso e di mezza età truccate come Moira Orfei e in pose sensualissime, uomini nudi pelosi abbracciati ad alberi, gente che si è cancellata il corpo con Photoshop lasciando solo la testa e intorno una macchia bianca, esseri umani in groppa a improbabili esseri animali, gente travestita da verdure, uomini e donne malamente vittime di fotomontaggi atti ad abbellire la persona. Grado di pericolosità: altissimo, tendente al massimo. Sono quelli che, ormai, accetto esclusivamente.

Perdere gli anni



Recensione su Minervaonline a cura di GIULIETTA ROVERA.

C’è la storia di un ragazzo che si accorge con angoscia e stupore di “perdere gli anni”, alle volte a manciate altre in modo quasi inavvertito. E quella di chi scopre che esistono luoghi dove si mettono all’asta occasioni mancate accadute nel passato. E quella del giovane che assiste impotente al mutare di una fotografia che ritrae una bellissima sconosciuta, che esercita su di lui la fascinazione che solo le creature dotate di mistero sono in grado di esercitare: quasi una rilettura ma in chiave personalissima del capolavoro di Oscar Wilde, “Il racconto di Dorian Gray”. E quella del marito divorato dalla gelosia, che vaga nella notte alla ricerca di indizi e conferme ai suoi sospetti. 24 racconti scritti con mano felicissima costituiscono un libro da non mancare: “La perdita degli anni”. L’autore, Vito Ferro, docente di scrittura creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Torino, non è alla sua prima prova letteraria: ha già infatti al suo attivo alcuni romanzi che hanno ottenuto successo di critica e di pubblico. Ma quest’ultima sua opera va segnalata per originalità, capacità di trasmettere emozioni, descrivere paesaggi, atmosfere, umori. La semplicità con la quale sa costruire la frase, rendendo la lettura quanto mai scorrevole, ricorda quella di un grande della letteratura americana: Raymond Carver, anche lui autore di racconti inimitabili per la capacità di “scrivere per sottrazione”, ossia ridurre all’essenziale la storia e le parole per raccontarla. Nella prosa di Vito Ferro aleggia Raymond Carver, ma anche Kafka, con le sue atmosfere cariche di brume e smarrimenti e angoscia. E Boris Vian, per lo humor nero (vedi il racconto “La veglia funebre”), le atmosfere surreali, l’amore per il jazz – non a caso Johnny di Saint Louis, il personaggio di “Fino alle stelle”, suona musica jazz.

Leggere “La perdita degli anni” significa lasciarsi immergere in una Torino che esercitò un’incontestabile influenza su Nietzsche – pare che proprio nel capoluogo piemontese perdesse la ragione – ma anche su Mark Twain, Gogol, Melville e Dumas. Libro di atmosfere, questo di Vito Ferro, cariche di odori, suoni, luci, ombre, colori, dove “il buio spesso” della strada “deserta di auto e di passi” ti avvolge e nasconde, dove le donne ti ammaliano con i loro “sguardi fragili”, “sguardi di pioggia”, e il “profumo morbido” del neonato ti turba e intenerisce. 

Il tempo, il suo inesorabile scorrere, sembra essere il leitmotiv che accompagna ogni storia: “La prima notte” del primo uomo e della prima donna dopo la cacciata dall’Eden; “Un pezzo dopo l’altro”, che narra l’avventura di chi tornando a casa dal lavoro, giorno dopo giorno vede scomparsi gli interruttori della luce, i caloriferi, le tubature dell’acqua, gli allacci del telefono, gli infissi e le finestre, i mobili, le piastrelle, l’intonaco …; “L’ascensore”, strumento perfettamente funzionante in un caseggiato dove però vige il ferreo divieto di usarlo – pena la cacciata dell’inquilino; “Scrittore a ore”, dove al supermercato puoi comprare pane e formaggio, ma anche farti scrivere racconti, saggi, romanzi e poesie.

“La perdita degli anni” è un libro di atmosfere, in cui l’autore si sposta con maestria fra realtà e sogno, sogno e incubo, incubo e humor, cogliendoti sempre di sorpresa. Come nella numerazione delle pagine. E anche per questo, da non mancare. 

Odore di un’altra neve



Freddo come a Salisburgo. L’odore diverso però: di neve, di fumo, di cuoio, di caffè, di sudore, di merda di cavallo. Puntavano dritto al Regio, per il padre tutto era invisibile. Il ragazzo invece rallentava a guardare. Era bella quella città. Le montagne. Il fiume che tagliava il centro. Le colline sinuose. 
Compiva quindici anni quel giorno. Dopo l’esibizione avrebbe incontrato i Reali e la Corte. 
“Dobbiamo fare bella figura” diceva suo padre. Ma lui ora era preso dalla piazza del Duomo, da via Dora Grossa piena di botteghe, da stracci di parole che sembravano francese, dal suono di campanelle oltre i portoni di San Lorenzo. Ecco Palazzo Reale. “Padre, il violino…” disse fermandosi. Il padre si voltò, le due rughe intorno alle labbra marcate (anche lui, e sua sorella, avrebbero preso quella fisionomia seria?). 
“Che cosa!? Torna subito a prenderlo!” Corse, le scarpe di vernice nera che schizzavano neve sulle ghette; le facce bonarie, cocchieri in attesa, donne con ceste colme, suoni, profumi, tutto scorreva mentre volava alla Dogana Nuova, dietro le porte romane. 
Salì le scale, aprì la porta e la vide. La figlia del locandiere, qualche anno più grande, piena, la cuffia che tratteneva i capelli e delimitava l’ovale bianco del viso, era china sul suo letto. Bellissima. Trasalì sollevandosi. 
“Scusate il disturbo, sono…” disse lui, in un italiano traballante, prendendo il violino. 
“Lo so chi siete…” rispose lei tirando la gonna. Aveva mani rosa, nervose. Occhi profondi. “Io sono Fioralba”. E, come tutti in città, sorrise. 
Il ragazzo uscì intontito. Non sapeva perché. Quello che successe poi fu confuso. Seppe che conobbe re Carlo Emanuele III di Savoia, al quale il padre chiese un incarico per il figlio, e poi conti, duchi, baronesse, musicisti. Ma nei battiti in ¾ del suo cuore ci fu solo Fioralba.
“Padre, non suonerò in questa città, vero?” 
“No, il Re non vuole, questioni di corte…”. 
Wolfang Amadeus Mozart lasciò Torino pochi giorni dopo, il 31 gennaio 1771 con una strana nostalgia mescolata a una voglia impellente di creare bellezza.

Albergo Dogana vecchia, via Corte D’Appello 4, Torino

Mozart ha realmente soggiornato nell’albergo che oggi è chiamato Dogana Vecchia. La camera è la più elegante dell’hotel. Il 27 gennaio 1771 Wolfgang compì il suo quindicesimo compleanno a Torino, probabilmente festeggiando alla locanda dove alloggiava.

Il libro.

I posti più pericolosi al mondo negli anni ‘80

Negli anni ’80 i posti più pericolosi al mondo erano: Chernobyl, Medellin, le giostre della Vallette. 
Le giostre delle Vallette, grazie al cielo, venivano in piazza una volta all’anno, per Carnevale. C’erano un tirapugni, l’autoscontro, il tagada, le navicelle su cui salivi e sparavi, i calcinculo. Basta. Ma nonostante l’esiguo numero di attrazioni, queste erano in grado di attirare un numero altissimo di personaggi pericolosi: si andava dal prototamarro (quello col bomber portato a petto nudo) al criminale in erba, dal veterano dello spaccio all’eroe di mille rapine. 
C’erano tutti i miei compagni di scuola, da R.F, 17 anni, la barba e ancora in prima media, a D.C., che per vendicarsi del prof di ginnastica, una volta chiamò i fratelli grandi fuori dalla scuola e insieme gli distrussero l’auto; c’erano i fratelli V., due iene, bulli gregari ma (forse per questo) senza scrupoli; c’era gente che forava i gettoni dell’autoscontro e li legava ad un cordino, per restare in pista ad oltranza, seduto sullo schienale del veicolo, una mano sola sul volante, l’altra a mulinello sulle teste degli altri; c’era A.C. in piedi al centro del tagada, c’era droga, c’era l’alcool, c’erano le ragazze – peggio dei maschi -, c’era la musica trash, c’erano le risse. Che io sappia, mai nessuno oltre Lucento si è mai spinto fino alle giostre delle Vallette. 
(Ah: ho messo le iniziali non per rispetto della privacy, ovviamente). 
Il mio amico Massimo, – noi preadolescenti inermi -, un giorno si avventurò alle giostre, salì sulle navicelle e inizio a vorticare e a sparare. Fzz fzz fzz il raggio laser. E piano piano, le altre navicelle colpite scendevano a terra. Ne sarebbe restato solo uno, in aria, da solo, vincitore di un altro giro gratis. Fzz fzz fzz. In cielo si ritrovano il mio amico Massimo, uno già con una bella esperienza formativa da bullizzato nonostante la giovane età, e M.I., il più pericoloso, il più fuori di testa di quella strana fauna umana che popolava la periferia di Torino in quegli anni. Solo loro due. Uno di fronte all’altro. Sarà stata l’euforia delle giostre, l’aria frizzantina in alta quota, l’inesperienza, ma… fzz, Massimo spara per primo. La navicella del pazzo sanguinario inizia a scendere. Questi fissa serio Massimo. Senza aprire bocca, fa roteare il dito, come a dire: “dopo, dopo”. 
Massimo, mi racconterà poi, pensò che avrebbe voluto non scendere mai più, restare lassù, immerso in quell’aria fredda ma tonificante, la musica leggermente ovattata, isolato, salvo. 

Oggi, Chernobyl ha perso la sua carica radioattiva. Medellin non è più la capitale dello spaccio mondiale. E alle Vallette sono anni che le giostre non vengono più. Sono altri i luoghi da temere. E l’equivalente delle giostre alle Vallette per me oggi è Facebook. 
Proprio come le giostre, in sé innocue, anche questo posto virtuale non è ontologicamente sbagliato. Anzi, come le giostre, è capace di esercitare un’attrazione incredibile: sa di leggerezza, sa di svago, di gioco, di allegria. Un tempo sospeso, dedicato all’inutile, alla manutenzione delle “amicizie”. Eppure, bisogna essere onesti: qualcosa deve essere andato storto. Perché Facebook è diventato come le giostre delle Vallette. 
Se ci vai, rischi di subire violenza o di esercitarla. Inghiottito in un’aggressività livorosa, nervosa, pronta a scattare, a formare branchi, a compiere spedizioni punitive, a prendertela col più debole, con il primino che resta appoggiato al bordo del punchball o osa montare su una macchinetta degli scontri. Come per le risse alle giostre, vai a sapere chi ha iniziato, chi ha provocato per primo, e poi ha davvero importanza saperlo, mentre volano calci con gli anfibi e cazzotti con le chiavi tra le nocche? 

Mi sono sempre tenuto lontano dalle giostre. Nonostante sognassi di sentire esclamare SUPERMACHO dalla macchinetta dopo un mio pugno, di volteggiare in aria, di saltellare sul tagada, di sbirciare le ragazze truccate di terza. Troppa paura di prendere botte o di doverle dare, proprio nel luogo del massimo divertimento. Così sto imparando a tenermi lontano da Facebook. Cerco di ridurre al minimo la mia presenza, a misurare sempre le parole, a evitare scontri, per rispettare gli altri, per ricevere rispetto. Perché un commento acido ti lascia un tremore molesto e il cuore batte a scatti, e ci pensi e ci ripensi e se rispondi la cosa si prolunga, dura ore, e arrivano squadracce di commentatori contro di te o a favore tuo: e ti senti in un caso umiliato, nell’altro meschino. Il dolore è quasi fisico, com’era negli anni ’80, su quella piazza, dopo l’innesco di un “cazzo ti guardi?” e il primo colpo.  
E così senza manco accorgertene, magari con persone che conosci bene, di persona, sprofondi nel livore: intorno c’è sempre la stessa musica trash e l’odore dello zucchero filato, nauseabondo. 
Non sono mai salito su quelle giostre, ci passavo vicino, buttavo un’occhiata, il resto del quartiere, svuotato, mi sembrava un piccolo paradiso (anche se realmente non lo era). Ma l’inferno erano sicuramente le giostre: tiravano fuori il peggio da tutti. L’avrebbero tirato fuori pure da me. 
Il mondo fuori da Facebook non è il paradiso, ma ancora resistono freni alla nostra aggressività latente. Qui dentro no, questi freni non li vedo. Ed io vorrei stare in alto, dove l’aria è fredda ma tonificante, la musica leggermente ovattata, isolato, salvo: senza aver dovuto sparare neanche un fzz.

Photo by https://unsplash.com/@pichler_sebastian

Colloquio



Sua madre gli aveva stirato la camicia bianca. 
– Mettiti la giacca.
– Ma è per un call center, non serve…
– Tu mettila. 
In bagno certi giorni la chierica non si vedeva. Quella mattina brillava. 
Aveva preso il caffè in cucina, in piedi, mentre suo padre fissava La7. 
“Ora me lo chiede, ora…”. Suo padre non gli aveva chiesto niente. Era inaccettabile. 
– Comunque vado a un colloquio. 
Lo disse male, con poca convinzione, e quella poca era malcelata dalla solita arroganza. Il padre aveva alzato una spalla. Lui gli vedeva la nuca vibrare. Era così da tanto. Da quanto? Da quando aveva lasciato l’università? Forse da prima. 
– Non te ne frega niente? 
Si trovava ancora nel crinale, sul filo sottile tra quella che lui credeva una vittoria e il degenerare (per l’ennesima volta) in uno dei loro litigi vischiosi, crescenti, che in fondo lo annientavano. Sua madre, acuta come un insetto, aveva avvertito i segnali. Era entrata in cucina di fretta, li aveva guardati dalla porta, un istante, la postura, quel silenzio ancora odoroso di sonno eppure già rauco. Non era una donna intelligente. Era stremata. Tra due fuochi, perennemente tra quei due fuochi onnivori. Suo marito. Suo figlio. Lui invece era un ragazzo intelligente. Ma non abbastanza stremato. Dal dare e ricevere mortificazioni. 
– Va bene, non te ne frega un cazzo. Io vado a cercare un lavoro e a te non importa. 
Per un attimo, un breve frammento di forza parve attraversarlo. Così aggrumato a quella verità minima, debole ma oggettiva, stavolta pareva potersi riscattare dalle troppe volte in cui si era difeso senza armi e per questo attaccando, esagitato. Stavolta sentiva di avere tra le mani almeno un tris di figure. Sorriso sarcastico. 
– Vedi, come al solito: se non cerco o se cerco è uguale – disse a sua madre che aprì la bocca, come un pesce. Sua madre, l’unico animale in casa, tutto istinto e sensibilità. Quella forza durò un soffio. Prima di tossire, il padre, senza voltarsi, senza alzarsi, senza cattiveria disse: – Sì, ormai è uguale. Full di donne. 
E mentre saliva la vergogna, si ricordò, nitidamente, come un’illuminazione, che non aveva i soldi per le sigarette e i biglietti dell’autobus. O per le une o per gli altri. A piedi non si poteva andare fino in piazza Benefica: non sarebbe mai arrivato in tempo. Avrebbe dovuto chiederli a suo padre. Posò la tazzina. 
– Mamma, hai visto la borsa grigia? 
L’animaletto di casa capì immediatamente. Uscirono dal cucinotto insieme. La madre estrasse silenziosa il portafogli dalla borsa. Gli diede cinque euro. Sperava almeno in dieci. La madre glieli mise in mano con la solita manovra del “prendi prendi e zitto, non ti preoccupare”. Lui avrebbe dovuto replicare con l’altrettanto solita manfrina “No, tranquilla, li ho”. Non ne ebbe la sfrontatezza. 
Uscì e l’androne, le scale, il palazzo, il mondo gli sembrarono più grandi, spogli, nitidi. 
Se fino alla sera prima quell’ipotesi del call center gli pareva la cosa più vicina allo sterminio del suo essere, ora, nonostante la spossatezza, era determinato a ottenere quel lavoro, ma soprattutto a farselo piacere. Come una donna non bella ma premurosa. Come qualcuno da aiutare per sentirsi moralmente migliore, riflesso nel suo grazie. 
Odorò ascelle e si perse dietro discorsi frammentati fino in via Duchessa Jolanda, dove scese. 
Il 29 era una palazzina di tre piani, elegante. La Contacto aveva l’unico citofono scritto a mano e attaccato con lo scotch. Seminterrato. Scrivanie da usciere, telefoni a tastiera, macchie di caffè, sigarette spente male, cinque ragazzi tutti dita e occhi e un uomo biondo con la coda. Una specie di sicario. 
– Piacere, Aliosha. 
Gli tese la mano quello. Poi gli spiegò il lavoro. Una prova di mezza giornata. Lui vide le pile di pagine bianche, logore. Un calendario dei Carabinieri. Un orologio. 
“Buongiorno, mi chiamo *nome di fantasia*, sono dell’Ufficio – mi raccomando, non Agenzia – delle Entrate. La tranquillizzo subito, non è questione di tasse. Stiamo chiamando i contribuenti regolari come Lei per proporle la guida per la compilazione del modello unico. Sono tre uscite. Centoquarantacinque euro, le paga anche a rate, noi gliele facciamo avere comodamente a casa…” tutto scritto in un foglio, non c’era da sbagliarsi. 
I nomi a caso dagli elenchi.
– Tu sei in prova, inizia dal difficile: tieni il Molise.
La prima telefonata fu terribile. Subito un insulto. Dopo un’ora e mezza iniziò a sentire una pena fortissima per quella gente. Stava per avvisare un vecchio che continuava a ripetergli: – Mi scusi, sono anziano, non capisco, è una multa? Quanto devo pagare? Mi aiuti. 
Gli ricordò suo padre, suo padre di quella mattina, voleva salvarlo da quella truffa, da se stesso. Stava per farlo. “È uno scherzo” era pronto a dire. Per fortuna alzò gli occhi: si accorse che Aliosha, dietro una porta a vetri, stava controllando, serio, con un telefono collegato, la sua chiamata. Dismise l’empatia. Finse entusiasmo. Andò avanti fino alle tredici. 
– Per me vai bene, puoi venire da domani: sono tre e quaranta al mese e dieci per ogni abbonamento. 
– Non so… non so se sono portato… Balbettò.
– Per me vai bene.
– Non ho venduto niente. 
– Venderai.
Uscì deciso a non tornare più. Si tolse la giacca. Avrebbe camminato: risparmiava un biglietto. 

tratto da LA PERDITA DEGLI ANNI – Vito Ferro (Autori Riuniti, 2018) 109 pagine, 13 euro

https://www.amazon.it/perdita-degli-anni-Vito…/…/ref=sr_1_3…

E la chiamano gita

Non so ancora come, ma la gita è finita e io sono sopravvissuto e non ho procedimenti penali a carico. 
Devo essere sincero: non è stato facile, per niente rilassante. 
Gran Bosco di Salbertrand, un’ottantina di bambini di prima elementare, 7 maestre ed io a gestire l’emergenza umanitaria. 
All’andata, sul pullman, il coro della canzone “Soldi” di Mahmod è scattato dopo circa nove minuti. Quando cercavo di appisolarmi, c’erano i battimani del ritornello a risvegliarmi. 
Tredici episodi di allarme vomito da autobus: solo due realmente genuini, gli altri pura emulazione. Ad un certo punto sentivo una nausea da terzo mese di gravidanza pure io. 
I bambini, ad un volume di decibel pari a quello del Concorde, indicavano ogni cosa che vedevano dai finestrini: case, macchine della polizia, mucche, castelli, neve, anziani. Un boato all’altezza di Decathlon in corso Allamano. 
Sosta obbligata per esigenza pipì di una bambina di prima B subito dopo Susa. 
Sbarchiamo alle 9 e mezza nella sede del ecomuseo come le truppe del D-Day. Probabilmente abbiamo delle perdite rilevanti, ma non molliamo. 
Qui ci aspettano le guide: a noi tocca Ilenia. Molto professionale, molto competente, madre di due bambini, esperta di fauna del territorio, inizia ad accusare sintomi di cedimento nervoso subito prima della merenda delle dieci. 
Io e la collega ci sentiamo in difficoltà, agitiamo le mani in aria come a fermare l’onda di uno tsunami. 
Ilenia cerca di spiegare e raccontare del bosco: viene interrotta ogni 13 centesimi di secondo dalle domande curiose dei nostri eroi: “ci sono alligatori?”, “l’aquila ci può afferrare?”, “il coccodrillo come fa?”, “quando andiamo nella foresta?”. 
Prima della passeggiata l’esodo ai bagni. Code come manco davanti alla Apple quando esce l’iphone. 
Realizzazione di cappellini da gnomo in carta crespa: si alza un vento di marino umido a raffiche da 200 km/h. I cappelli ci vengono sdradicati dalle mani e dalle teste dei piccoli. 
Giro dentro l’ecomuseo: animali imbalsamati che pare il Bates motel.  
Al “non tocc…” di Ilenia, 20 paia di mani son infilate nel manto ispido del cinghiale, poi tra i denti del lupo, la marmotta e lo stambecco si salvano perché sotto vetro. 
Inizia la passeggiata: allego schema disposizione fila della classe della collega decana e quello della nostra in calce.
Al trentesimo metro, G. chiede quando rientriamo a Torino. Si sentono lamenti da prefica calabrese. “Stanco… sono stancooooo…” l’eco risuona nella vallata. Un popolo disperato in fuga nel deserto ed io di Mosè ho solo un po’ la barba. L’avvistamento di una fontanella in legno fa recuperare le ultime risorse per trascinarci sui gomiti e sulle ginocchia verso l’oasi. 
I nostri piccoli mostriciattoli hanno però delle grandi risorse: riconoscono la betulla, notano un ramarro, fanno osservazioni intelligenti e sono curiosi. Intellettualmente sono avanti. È il carattere che li frega: in mano loro, quel bosco chiuderebbe dopo due giorni. 
E infatti, alla sosta pranzo al sacco, inquiniamo come un grattacielo di Dubai: solo estraendo le circa dodici tonnellate di panini, focacce, merende, brioche, pizzette, snack, occupiamo l’intera area picnic; la rimozione dei rifiuti ci prende mezzora buona lavorando a pieno ritmo, coinvolgendo le maestre delle altre classi e un margaro che passava di lì per caso e assunto per l’occasione con regolare contratto da personale Ata in trasferta. 
Approfitto di una pausa dai lavori per fumare una siga lontano, lungo le sponde di un torrentello: sono i tre minuti più dolci della giornata, nel quale respiro nicotina e silenzio. Resisto alla tentazione allettante di lasciarmi morire lì, abbandonato nella natura come un composto biodegradabile qualunque. Mi faccio forza e raggiungo la truppa.  
Quando si sta per partire, scatta il secondo turno della pipì. Estinguiamo tredici specie di conifere diverse e diversi arbusti. 
Ora c’è il sentiero che porta alla miniera, alla ghiacciaia, al laghetto. A., il più piccolino, che indossa un paio di scarpe da trekking professionali progettate per la scalata del Nanga Parbat, ingarbuglia i lacci del piede destro sui ganci della scarpa sinistra e cade due volte, senza conseguenze apparenti. Prima della terza, che potrebbe essere fatale, tento un nodo quadruplo con avvitamento carpiato e saldatura a stagno. Reggerà per pochi metri. 
S., bandana militare e sguardo affranto, accusa: mal di pancia, mal di testa, mal di schiena, male alle gambe. Le passa tutto quando le do la mano. Fermiamo appena in tempo tre bambini pronti ad infilarsi nella miniera di talco e sei che si stanno per tuffare nel laghetto. Invano noi insegnanti cerchiamo di invitarli ad osservarsi intorno in cerca di animali: questi, avvistatici da lontano, hanno organizzato una carovana e si stanno dirigendo verso la Svizzera. Pure i grilli tacciono. Un bosco morto, svuotato di vita, una Chernobyl naturale. 
Rientriamo controllando a vista A. e i suoi lacci. Sbrogliamo con un saldatore i cartellini identificativi dal collo dei bambini: sarà stato il vento, ma si sono stretti così tanto che alcuni sono già cianotici.  
Poco prima di salire sul pullman, – Ilenia si è dileguata senza salutarci -, tutti chiedono acqua. Dilemma mortale: farli bere col rischio che poi le loro vesciche richiedano un contributo di sangue (soste ad intermittenza sul ciglio della strada) o tenerli assetati e disidratati ma asciutti? Quando studi pedagogia, queste cose mica te le spiegano. 
Sull’autobus, come un sortilegio, crollano addormentati. Un’epidemia di sonno stronca anche i più coriacei. Li vediamo penetrare in uno stato catatonico uno ad uno. Sul mezzo si diffonde un dolcissimo russare. Ipnotico, psichedelico. Mi addormento pure io. Vengo svegliato da R., 6 anni e mezzo e un po’ di moccio al naso, verso Rivoli. “Maestro, devo dire che questa gita mi è proprio piaciuta. Ma si fa tutti gli anni?”.

Un tranquillo intervallo di paura

Nonostante sul loro capo pendesse una severa interdizione all’intervallo in cortile, da me imposta con autorità per una brutta storia di sputi dentro gli zaini dell’altro giorno, decido per un’amnistia generale e quindi di portarli fuori, che tanto siamo a maggio e c’è il sole e nel week end piove e poi mi fanno tenerezza. 
Usciamo dopo un’arringa così lunga che si sarebbe annoiato perfino Fidel Castro, durante la quale enuncio punto per punto tutti i divieti possibili, anche quelli relativi a trasgressioni che un essere umano non arriverebbe mai a pensare possibili, a meno che non si stia parlando di ergastolani al 41 bis. 
Il cortile è pieno di bambini. Tutto sommato ordinati. Chi gioca a palla, chi disegna, chi raccoglie foglie, chi chiacchiera e ride. I miei si disperdono in un lampo per rendermi arduo il controllo. Ormai lo so, è una tattica che hanno appreso, credo, in Siria. 
Dodici secondi e si sono dileguati nel marasma. Comincia la mia ronda. Mi si moltiplicano gli occhi, ho la testa ricoperta di occhi. 
Impedisco la ricerca e la cattura dell’unico esemplare di scoiattolo esistente in cortile, dissuado i cacciatori e li riporto verso attività più blande, come ricoprirsi di terra, partendo dalla faccia.
Faccio saltare la gara di tuffi dal tavolo del giardino e la quasi scontata frantumazione di tre quattro rotule; rintraccio due che si stavano per avventurare verso la sala caldaie, nel sotterraneo dove loro sostengono, con determinazione, viva “It”; annullo il provino per Amici che stavano preparando tre mie bambine; sequestro due chili di ferraglia arrugginita rinvenuti nell’area adiacente il muro di cinta; sedo una faida a colpi di pigne; sto sudando freddo. Mentre sto gestendo l’ordinaria amministrazione di ginocchia e gomiti sbucciati all’osso, mi si parano sette o otto bambini di quarta. “I tuoi, l’altro giorno, mentre noi eravamo in mensa, dalla finestrella del cortile ci insultavano”. Trascrivo mentalmente gli insulti. Roba sentita solo nei locali attigui al porto di Marsiglia, alla fine dell’Ottocento. 
Convoco con un avviso di garanzia i sospettati. Compaiono B., M. e S., due maschi e una femmina. 
Non c’è bisogno nemmeno di chiedere, le loro facce parlano chiaro. Faccio la scena di sgridarli davanti ai più grandi, sembra ristabilirsi una specie di tregua, di armonia, ed ecco arrivare la collega del piano di sopra con due dei miei che, mentre ero impegnato in quella delicata mediazione, si stavano “scassando di botte”. Letteralmente. 
“Ma perché?” chiedo, sconsolato. Diverse paia di occhi, sia di adulti che di bambini, ci guardano. 
“Io non volevo: gliel’ho detto, andiamo a cercare lo scoiattolo piuttosto!” dice uno dei due. La mia collega si allontana sdegnata. Resto con la mia frustrazione, il mio senso di inadeguatezza e questi piccoli mostriciattoli carichi come bombe atomiche. 
Rientriamo in classe. Penombra e odore di sudore bambino mischiato a tempere. 
Dopo qualche minuto mi arrivano sulla cattedra dei bigliettini. Ne apro uno.
E gli voglio bene più che mai.

“Scusa Vito, ci siamo dati una punizione da soli”

Inizia il Salone!

Sta per iniziare la settimana più intensa dell’anno, quella del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Sarò dappertutto ma soprattutto:

– da venerdì a domenica allo stand di Autori Riuniti padiglione 2 K17 a mostrarvi le nostre ultime uscite e a chiacchierare con tutti! 

– giovedì 9 maggio alle ore 20 sarò alla Libreria Pantaleon a fare da relatore al bel libro di Philip O Ceallaigh LA MIA GUERRA SEGRETA (Racconti edizioni) insieme a Stefano Friani;

– Sabato 11 maggio di notte al Circolo B-Locale del bravissimo Luca Rinarelliper La Notte delle Riviste al B-Locale, insieme agli amici di Crack Rivista(nostro ospiti al Salone) e a gran parte della squadra autori di Autori Riuniti: si fa festa, appunto! 🙂

– domenica 12 maggio alle 13 in Sala Arancio, alla premiazione del concorso di scrittura 88.88 promosso da Yowras Young Writers & Storytellers (ritirerò un premio!)

– Sempre domenica, attiverò il potere di essere ubiquo, e mi troverete anche allo stand Las Vegas edizioni per firmare copie di Festival Maracanã.

L’altra sera



Gli alberi spogli di piazza Rivoli, tutti rami come dita secche. L’aria fredda ma odorosa di promesse. La luce gialla del Kebabbaro. Diciamo la verità, eravamo tesi, eh? E quel panino l’abbiamo mangiato piano, quasi in silenzio, per fortuna le birre, grazie al cielo le Moretti da 66 che addolciscono i pensieri. “Il bello è che domani sempre 1000 euro al mese guadagno, eppure…”.  
Tavolo prenotato a nome Conte al bar cinese Boom Boom di corso Lecce. Arriviamo che mancano dieci minuti al fischio d’inizio. La luce da obitorio, l’arredamento spoglio, stracolmo di gente, dietro al bancone un uomo e una donna magri, tirati, col giubbotto perché fa freddo, e che parlano un italo-cantonese inestricabile, tutto consonanti e colpi di denti. “Abbiamo un tavolo prenotato“ diciamo senza neanche più crederci troppo. E infatti. 
“Tu ****** (parola incomprensibile) 枱 檯 alle otto, adesso vedele ******* (parola incomprensibile) del bal ola tutto poi plendi 枱 檯 no sedie se telefono eh no adesso capile ieli licoldo ma dile otto tavolo 枱 檯 vedi c’è lì” tutto di un fiato, mostrandoci il tavolo, che in effetti c’è, al centro della sala, libero, vuoto di birre bicchieri panini, la targhetta rossa con scritto “Conte” ma attorno nemmeno una sedia, le han prese tutte, pace la guardiamo in piedi, non stare a polemizzare che ti risponde di nuovo in questo idioma misto italiano cinese che fa venire mal di testa più dell’alcol. 
“Vabbè, ci dai tre birre?” 
“Moletti? Gualdale paltita? alola 5 eulo” e non ci stacca gli occhi di dosso fino a che non le paghiamo, mezzora dopo. 

Veniamo alla sala: uno schermo televisivo che, da dove stavamo noi, ci faceva vedere i giocatori come si vedevano al Delle Alpi. La voce di Caressa a scatti. Minacce di morte ad Allegri, tanto per chiarire la situazione. Vecchi, vecchissimi alcuni (ad uno di essi, inavvertitamente, nella foga del rigore concesso, darò una manata sulla schiena scambiandolo per il mio amico), uomini di mezza età, in carne, la voce rauca di mille diana rosse, tamarri, l’immancabile vallettano che incontro sempre, dappertutto, in ogni luogo del mondo, ragazzi, uno in tuta da lavoro, marocchini, qualche ragazzetto che si prende le patatine, due ragazze di 15 16 anni che non so perché e come siano finite in questo bar e che volevano solo andare a pisciare al bagno, che era sempre occupato. 
Intanto bevo, beviamo. Una birra, poi un’altra, poi la sambuca, pago io il giro, ma no dai, vabbè allora prendiamone un’altra. 

E la rimonta comincia. Perdo la voce al gol annullato dopo pochi minuti. Mi maledico, come faccio domani in classe cazzo!?
Il ragazzo con la tuta da lavoro, da solo, commenta le azioni cercando una sponda: è pelato, gli occhi strizzati, il sorriso buono. Diamo la colpa all’alcol, ma il merito è del calcio, che ti affratella, e tale lo sento, fratello. Credi in quello che credo io, non ci siamo mai visti, non ci vedremo mai più. Al primo gol lo abbraccio e sento odore di segatura e commozione. 
Esco ogni quindici minuti a fumare. Desisto dall’andare in bagno a pisciare, tanto è sempre occupato, e fuori sul marciapiede saltellano le due adolescenti: “mettiti in coda” dice una all’altra, “see, vabbè” risponde l’amica. Con la sigaretta in bocca piscio contro i platani del controviale, sorridendo beato. 
Fuori, fumando, scorgo un’altra categoria di umanità: quelli che per non pagare i 5 euro di consumazione al bar la guardano da fuori, dalle vetrine schermate malamente dalle tende. Un uomo con i capelli ben pettinati la guarda tutta sulla bici, una gamba appoggiata a terra. Noto che esprime pareri tecnico-tattici notevoli. 
Ogni volta che rientro il ragazzo delle Vallette ha un’espressione diversa sulla faccia: ansia, furia, angoscia, ferocia, poi depressione nera, poi euforia, poi ripete ogni commento che sente dalla gente del bar, poi mi dice “socio, ho sognato il 2-0 fino al 94° poi segnano loro di rimpallo”, gli rispondo “i sogni lasciano il tempo che trovano”, sembra convincersi di questa mia acutissima analisi psicoanalitica, allora Gianluca interviene e dice: “anche io ho sognato una cosa, ma non la dico per scaramanzia”. 
Il primo gol è una scarica di elettricità che sposta il pavimento, dura qualche secondo, poi scattano gli inviti a ricomporsi che non è successo niente, stiamo calmi, calmi, ripete l’uomo con la maglia rossa, che la partita non la guarda, fa avanti e indietro e mi dice “l’ultima volta che siamo usciti ho vomitato”. Scopro che è il padre di una delle due adolescenti con la vescica ormai prossima al collasso. Ma è unito anche, per qualche strano legame di parentela, al ragazzo delle Vallette che ora grida “Dai dai dai che gli facciamo il secondo”. 

Arriva l’intervallo, il bar si svuota, sul marciapiede si stabiliscono i prossimi ingaggi di mercato della Juventus per i prossimi dieci anni, in quindici minuti abbiamo venduto mezza squadra e comprato mezza Europa, abbiamo in difesa ora Koulibaly, De Ligt, Skriniar, Marcelo, a centrocampo è tornato Pogba, viene Isco, poi Kross, Modric, Coutinho, in attacco il più scarso che siamo riusciti a mettere sotto contratto è Icardi. 
Il più magheggione di tutti noi, il vero uomo mercato, è un curioso individuo magro, capelli corti, vestito in tuta che sembra un lungodegente smarritosi in una corsia d’ospedale, età indefinibile, pallido, spiritato, come ricoperto da una polvere bianca che gli fa la faccia da bambino vecchio, fosse per lui la Juve dovrebbe spendere, ogni estate, l’equivalente del Pil dell’Olanda. “Altrimenti, cazzo vinci?”. L’uomo in bicicletta pare invece più attento ai conti perciò scuote la testa. 
Il ragazzo in tuta da lavoro, mio fratello ormai, se la ride e sembra un bonzo. Chiedo al suo sorriso di rassicurarmi, di dirmi che in una notte così l’impresa non solo è possibile ma ci farà orgogliosi come non mai. 
Rientriamo, altra birra, altra sambuca. 

Chi si accorge del secondo gol? Quasi nessuno: si urla tutti, suoni inarticolati, vedendo i giocatori correre esultanti, “han dato rigore?”, “che cazzo è successo?”, poi arriva la goal line tecnology e così godiamo in differita, siamo pari, eh già, siamo pari adesso. E io credo che nella testa di tutti ci sia la sicurezza che stasera si passa. Sento distintamente promesse ed ex voto strabilianti. 
La distanza dal televisore e le misure ridotte del medesimo non ci permettono di vedere il contatore dei minuti. Il secondo tempo della partita è perciò un unico blocco di sofferenza e attesa, scandito solo dalle folate rabbiose dei nostri, accompagnate dalle urla di tutti. 
Ad un certo punto Federico Bernardeschi compie quell’ultimo strappo, di corsa e tecnica, viene spinto giù in area, rigore, silenzio, preghiere, “io non guardo” dice l’uomo con la maglia rossa, ma tanto lo sapevamo già, Ronaldo parte, Ronaldo segna, io sento solo un dolore fortissimo al braccio, vedo uno sgabello volare, do la manata al vecchio, mi sembra di captare la voce del cinese che chiede cosa sia successo, e uno che gli risponde pure, c’è come più luce, davanti a me il magma di uomini seduti davanti al televisore ondeggia, oscilla, sale e scende, come una pozza di fango che ribolle, e che urla, mi mancava una serata così, da tanto tempo, il calcio è la cosa più bella che esista. 
Gli ultimi dieci minuti sono uno scacciare fantasmi da davanti agli occhi, sono un battere i piedi, stringere bottiglie di birre, l’uomo con la maglia rossa tira fuori da un portafogli vuoto di soldi una schedina di scommesse “guarda, guarda,” mi dice “mi sono giocato il 3-0, guarda”, io guardo e sono contento per lui. Vincerà 28 euro. 
“Ecco, questo era il mio sogno: tre a zero ed io che chiedevo a Mauro quanto abbiamo vinto?” dice Gianluca: anche loro si sono giocati il passaggio del turno. 
Quando l’arbitro fischia la fine il bar esulta mentre si svuota: dove corrono quegli uomini? Devono tornare subito dalle mogli? Come sarà la loro casa, la loro vita, questa loro notte? Che fine ha fatto il lungodegente? Dove è andato il mio amico in tuta da lavoro, che volevo salutarlo? Il Valletano, chissà, lo ribeccherò in quartiere?  
“Non si può già andare a casa” e allora andiamo a bere ancora, c’è la birreria dietro casa mia, le medie sono tutte a 3,50 e il proprietario è del Toro. Quanto è dolce la Guiness, ogni parola di Allegri nel post partita, ogni risposta di Simeone un sorso, noi il sorriso paralizzato in faccia mentre compulsiamo i primi meme di Ronaldo che esulta. 
“Sono ubriaco” scrivo su whatsapp a Cristina. “E sono felice”. 
Poi il proprietario della birreria stacca l’audio delle interviste sulla faccia triste da funambolo del circo di Griezmann e mette la musica. 
The moment I wake up, before I put on my makeup (makeup), I say a little (prayer for you).
Ora è davvero tardi, domani si lavora, “sempre mille euro al mese”, ma “la prossima di nuovo in quel bar, ovviamente”. 
Sì, perché ci sarà una prossima.

Non diteci che è solo un gioco

Una volta ho giocato a 11 con la mia squadra contro una squadra di ragazze: chiesi di giocare dietro, in marcatura; una volta, al vecchio Delle Alpi, durante un Juventus-Ancona 5-1, io e il mio amico Bixio abbiamo visto un tipo strano che, la mano dentro i pantaloni, si masturbava ad ogni azione; una volta ho parlato con Zidane: era molto timido; una volta ho parlato con Davids: non era timido; una volta ho vinto il titolo di capocannoniere in un torneo e ho ricevuto un trofeo a forma di pallone d’oro: fu una delle più grandi giornate della mia vita, avevo 16 anni; al terzo gol di Nedved in semifinale di Champions contro il Real ho pianto in ginocchio; una volta uno mi è entrato dritto sul ginocchio in area e non mi han fischiato manco il rigore; una volta, campo del Pozzomaina, il mio cane Dylan ha fatto invasione di campo per venire a salutarmi; solo una volta ho giocato col 10 sulle spalle: ho preso una gomitata in faccia a gioco fermo, mai più indossato; l’unica rovesciata che ho fatto in vita mia me l’ha salvata sulla linea un terzino; l’unica ammonizione che ho preso in vita mia è stata per eccesso di esultanza (avevo tolto la maglia in un derby sentitissimo contro il Borgata Lesna); quando feci il mio primo gol in assoluto, torneo estivo a Venaria, mio padre a fine partita comprò il gelato a tutta la squadra anche se avevamo perso 3-1; ricordo di aver fatto follie per acquistare O’Neil al fantacalcio: non sono granché a fantacalcio; una volta ho giocato al totonero; ho imparato a giocare a calcio tirando la palla contro il muro della cantine: dovetti smettere quando la vecchie pugliese che abitava sopra mi minacciò di morte, per fortuna avevo già imparato i fondamentali; una volta alla Vallette in oratorio davano le partite di Tele+ a pagamento e la gente bestemmiava; arrivando in centro, dopo la finale di Roma, vidi un ragazzo arrampicato sopra un semaforo che esultava al cielo; quella finale la vidi con mio padre a casa di amici granata; durante Italia ’90 rimasi folgorato dai tifosi brasiliani a Torino, avremmo voluto, io e mio fratello, la loro maglia ma mio padre non ce la comprò; ho giocato in porta solo una volta: ho preso solamente un gol; sono mancino ma probabilmente il gol più bello che ho fatto l’ho fatto di destro; non so quanti pomeriggi ho passato a giocare con mio fratello e gli amici a Manager con l’Amiga; una volta ci presentammo al campo in 9: raccattai due disgraziati per strada e facendoli passare per compagni assenti: vincemmo e uno segnò pure; la sera prima delle partite stavamo sempre da Tony, il nostro allenatore, che faceva la formazione e ci spiegava le tattiche sul tavolo da biliardo, tra le palle e i bicchieri di Glen Grant che si beveva… più passa il tempo e più non ricordo tante cose fondamentali della mia vita: ma quelle legate al calcio le ho tutte.

Natale, un ricordo

Anni fa, il 24 dicembre, mi ritrovai con mio fratello al Carrefour di Corso Grosseto mezzora prima della chiusura. Il supermercato, già triste di suo nel resto dell’anno, quella sera era particolarmente desolato: scaffali semivuoti e disordinati, merci fuori posto, sotto sopra, confezioni mezze aperte, strappate, rovinate, segni di un turbolento passaggio, di uno shopping natalizio selvaggio e famelico. In tutto il supermercato rimanevano soltanto cose non volute da nessuno, le ultime delle ultime, pochissimi desolati avventori (in mano pandori senza farcitura, spumanti senza bolle, pantofole, occhiaie meste), io e mio fratello. In cerca del regalo di Natale per la sua nuova ragazza, conosciuta qualche giorno prima.

“Certo, avresti potuto pensarci un po’ prima” ma ormai eravamo lì, io e mio fratello, in mezzo a quella landa disgregata, in mezzo alle rovine, al lato deteriorato del consumismo, nel retro del Natale, e ci toccava cercare. Mezzora alla chiusura.

Fu una ricerca disperata e divertentissima. Più che cercare oggetti, cercavamo giustificazioni plausibili per gli orrori che rinvenivamo. Relitti di epoche dimenticate, robe tirate fuori da magazzini umidi per rimpolpare vuoti, testimonianze fuori moda dal gusto discutibile, scarti di scarti di scarti.
L’altoparlante aumentava la nostra ansia col suo conto alla rovescia gracchiante, strascicato. Dlin dlon, cinque minuti alla chiusura, si invitano i gentili clienti ad affrettarsi.

Alla fine, tra una macchinetta elettrica e un tosaerba, li trovammo. Tre cestini di legno a matrioska, quadrati, semplici, tutto sommato delle perle, là dentro, in quel momento. Non costavano poco: tre prezzi diversi a salire, dal più piccolo al più grande. Il totale troppo.
“Prenderne solo uno?”
“Naa, da solo non rende”
“Tutti e tre costano un bel po’…”
“Pace. É Natale”.
Li infilammo uno dentro l’altro e via.

Alla cassa solo noi. Donne delle pulizie già al lavoro tra i reparti. Il Natale era già finito dentro al supermercato. Si stava smantellando.
La cassiera era stanca ma non sgarbata. Truccata, sarebbe scappata dai suoi cari non appena fossimo andati via. Con due, tre occhiate, comprese tutto di noi. Accennò ad un sorriso. Non sapremo mai se lo fece apposta o meno.
Passò soltanto il cestino più grande, ignorando gli altri due dentro. Io e Edy deglutimmo. Muti.
Pagammo, ringraziammo, augurammo e uscimmo.
“Il prossimo anno conviene tornare qui, all’ultimo” disse mio fratello.

Mio fratello si è sposato con quella ragazza. E quei tre cestini li hanno ancora.

Arte di/in classe

In classe abbiamo diversi artisti, ognuno col suo stile e un tratto grafico specifico. Questo a seconda della corrente artistica che si intende seguire. Tutti, ci tengo a ribadirlo, d’avanguardia. 
Io, fortunatamente, sono stato scelto come modello privilegiato. Nei secoli a venire si parlerà della mia immagine in queste opere, verrò studiato, analizzato, comparato, su di me si faranno indagini e si scriveranno saggi, proprio come successe per le modelle di Manet o i ragazzi di Caravaggio. 
Volendo agevolare il lavoro dei critici del futuro, ed essendo oltre che modello anche testimone della teorizzazione dell’arte di ognuno dei miei artisti, fornisco qui alcune brevi note riguardo le opere in oggetto.

OPERA NUMERO 1 “LA LAVAGNA”

Ci troviamo di fronte ad uno splendido esempio di arte neoscolastica, che recupera e valorizza gli stilemi dell’idea archetipica della Scola antica modernizzandoli attraverso l’uso di simbologie e sincretismo grafico.  
Notare la plasticità della mia figura mentre spiego la imprescindibile differenza sillabica delle parole NODO e DONO (altamente simboliche). 
I tacchi delle scarpe danno l’impressione di un’autorità che si eleva ma in maniera discreta. Sono infatti un tacco 3. 
Il numero 21 è di significato oscuro, sicuramente è un’auto citazione della lezione di matematica precedente. 
La mano dell’allievo seduto al banco si avvicina come quella dell’uomo nella cappella Sistina: tende verso il sapere. 
L’artista, V., che si è autorappresentata sulla destra, invece cerca di uscire dall’aula: chiaro riferimento alla concezione di arte come ricerca nel mondo di fuori, esterno alle regole e alle convezioni, o forse è solo suonato l’intervallo. 
Lascia nell’aula il suo zaino e il materiale: cercherà nel mondo della realtà gli strumenti per penetrare il mistero della vita.
Dettaglio: in mano ho un oggetto. Sembrerebbe un cancellino: qui la critica si fa feroce, e mira a mettere in luce i limiti della nostra conoscenza, destinati a svanire come polvere di gesso. 
L’opera, foglio a4 a quadretti forato, è stata quotata 23 milioni di euro.

OPERA NUMERO 2 “IL FACCIONE”

Qua siamo in un territorio diverso dall’opera numero 1. Le convenzioni saltano, vengono smantellate, per una ricerca del vero quasi parossistica. La mia faccia, ingrandita e dettagliata, ricca di verosimiglianza e dettagli precisi, sorride quasi di scherno. L’artista è implacabile nella sua rappresentazione: non nasconde niente, non abbellisce niente: quei pochi capelli c’ho e quelli disegna. Anche le orecchie, ammetto, sono proprio così. 
Però, e qui sta la genialità, di fronte a cotanto realismo, lo spirito creativo inserisce elementi di rottura del reale, pregni di significato direi metafisico: un paio d’occhi, il numero 10, dei cuori, un triangolo rovesciato, uno strano essere sulla sinistra che sembra un pesce senza testa ma con due code, un volto innamorato, due scatole antropomorfe che sicuramente rimandano all’idea di conoscenza come custodia di segreti, scrigni pronti a schiudersi e a rivelare tutto quello che c’è da rilevare sulle doppie consonanti o sulla sillaba DE. Oscuro il salame sulla destra: potrebbe essere un elemento del Triavialismo, o il tentativo di verificare se la penna fosse scarica o meno.
L’opera è realizzata su foglio bianco da fotocopia stropicciato. 
Ingegnosa e, direi, commovente, la didascalia che indirizza la comprensione dell’opera.


OPERA NUMERO 3 “MINION”

La pop art nel XXI secolo. La cultura popolare, commerciale, consumistica messa alla berlina. Ci troviamo di fronte ad una fusione ribelle, satirica, però illuminante, dell’autorità che cerca di mantenere una serietà e un decoro mentre lavora (il maestro) e la sua reale manifestazione agli occhi dell’artista (un minion). Dissacrante, sacrilega, ironica, la figura ne esce ridimensionata, l’istituzione stessa viene ripensata e portata sotto i riflettori della mediaticità in un modo mai osato prima. 
A rinforzare ulteriormente la critica ideologica e politica, vi sono le due facce che ridono, facendosi beffe del potere costituito e l’esasperazione tricologia della mia testa: “avere quattro capelli in testa” inteso alla lettera. 
La mediazione tra istituzione e anarchia però c’è, è adombrata nei due cuori, simbolo di pacatezza d’animo e affetto. 
Da “mettete dei fiori nei vostri cannoni” a “trasformate in minion i vostri maestri”, si compie il passaggio dal Novecento tribolato e martoriato da conflitti agli anni 2000, smarriti e confusi ma ricchi di possibilità e di voglia di riscatto. 
L’opera, sporca di merenda, è attualmente in tour nei più prestigiosi musei d’Europa.

Concludiamo per oggi la nostra carrellata di opere d’arte contemporanea, con un documento che NON è opera d’arte, ma crediamo meriti comunque di rientrare a pieno titolo in questa disamina. 
Il soggetto in questione mi ha fornito un contratto di assicurazione, forse a fronte del prevedibile dileggio a cui andrò incontro a causa di queste opere. Contratto che ho prontamente firmato, anche perché, faccio notare, le apposite caselle di sottoscrizione non permettevano altra scelta.



La perdita degli anni

Ho cominciato a perdere anni presto, molto presto. 
I miei coetanei avevano ancora tutti i loro anni, folti, fitti, scuri, densi. Io invece, da che ero come loro, iniziai – ricordo era un sabato mattina – a trovarmeli nel letto, sul cuscino, per terra, davanti allo specchio del lavandino. Erano anni che credevo potessi non perdere mai: sono sempre stato fiero dei miei anni. 
Da quel giorno è stata una caduta verticale, inarrestabile, ma non costante: a volte ne perdevo a manciate, altre pareva resistessero, attaccati al mio presente. 
Ho perso il ’94, tutto di colpo. Dell’88 e dell’89 si intravede ancora qualche segno, un piccolo bulbo, come un foro arrossato. Dietro questi il vuoto, liscio levigato lucido.    
Altri li ho persi per strada, alcuni guidando, spesso lavorando, quasi sempre aspettando. 
Uno pensa che a lui non succeda: vedi tutti quegli sconosciuti senza manco più un anno e dici “io non sarò mai come loro, io ci tengo ai miei anni, li curo, ci sto dietro” e invece succede. Non puoi farci niente.       
La mia compagna – che i suoi anni li ha quasi tutti (per le donne è diverso) e, di quelli che non ha più, non se ne cura, pace, amen, che importa? – nutre nei miei confronti, nei confronti di questa mia debolezza, una premura che mi conforta e mi umilia. 
Non posso fare a meno di pensare che riesca a soprassedere a questa mia grave mancanza semplicemente perché non mi ha conosciuto prima, quando gli anni li avevo tutti. 
Col tempo uno un po’ si abitua: lo facciamo per sopravvivere, come con le meschinità che non ci abbandonano.        
Ma stasera, rientrando a casa – l’aria così pesante, il buio opprimente – in ascensore, fissando i piedi, per terra, per la prima volta ho visto un anno perso, ma del futuro. 

da “La perdita degli anni“, Vito Ferro, Autori Riuniti 2018

La prima volta in discoteca



Era l’autunno del 1990. Primo anno di superiori, liceo classico Cavour di Torino. Festa d’istituto nella discoteca Pick Up di via Barge. Io non ero mai stato in discoteca in vita mia. Dopo lunghe ed estenuanti trattative convinco mia madre, in crisi d’apprensione, a mandarmici. Porto a casa il risultato a fronte di condizioni estremamente svantaggiose per me: rientro non dopo mezzanotte e dieci, in taxi fino al luogo del ritrovo con i compagni, nessun tipo di consumazione, alcolica o meno, ritorno con Tony, il vicino di casa, che sarebbe venuto a prendermi. 
“Ma che importa, l’importante è andarci!” pensai. 
Su quella serata avevo investito tante aspettative: ci sarebbe stata R., splendida dea di quinta ginnasio, truccatissima e bionda, inavvicinabile. L’ammiravo ancheggiare in corridoio durante l’intervallo e tremavo. 
Supportato dai miei due tre compagni preferiti avevo stabilito di provarci quella sera. Le luci basse, la musica, l’euforia. Era l’occasione perfetta. Ora o mai più. Ce la posso fare. Ce la posso fare. 
Arriviamo in discoteca: il paradiso. Il bar enorme, il dj, le luci, le balconate circolari sull’enorme pista da ballo. La notte che inizia. Avevo quattordici anni.  
Si chiacchiera e scherza con i compagni, si ride, ci si sente invincibili. Verso le dieci arriva R. Se a scuola mi sembrava l’essere vivente femminile più bello che avessi mai visto, quella sera, in versione discoteca, era qualcosa di strepitoso. Mi sembrava di sentire il suo profumo da quindici metri. I suoi ricci biondi tagliavano l’oscurità della sala, mandavano segnali che io solo sapevo decifrare. 
Gli amici iniziano: “Quando vai? Dai vai! Muoviti!”. Io tentenno, sento il peso dell’impresa. Avevo pur sempre 14 anni, gli occhiali, i capelli a caschetto e i primi brufoli. La musica (credo fossero i Roxette) di colpo cambia: parte un lento, Wind of change degli Scorpions. Per dire che cosa si ascoltava in discoteca una volta. 
Capisco che è arrivato il momento. Respiro. Guardo i miei amici dietro di me, vai vai fanno con la mano, deglutisco, alzo il primo piede, avanzo di un passo, poi un altro, R. è circondata da amiche che sono solo la sua scenografia, balla e scuote la testa, gli occhi chiusi, mi apro la strada tra i liceali come Mosè fece con le acque. Cinque metri. Respiro lungo. Tre metri. “The world closing in, did you ever think that we could be so close…”.
E di colpo il dramma. 
La musica si spegne, una voce tonante dal microfono dice: “VITO FERRO AL BAR DELL’INGRESSO, LO VUOLE SUA MADRE AL TELEFONO”.
In poco meno di un secondo ho un’extrasistole al cuore, le vene dei polsi si annodano, si accartocciano i polmoni, la gola si gonfia come per uno shock anafilattico, la pelle del volto si congela. Due secondi dopo, quel che resta della pappetta che è diventata la mia mente mi fornisce la soluzione più ragionevole per uscirne: fai finta di niente, R. non sa come ti chiami, tutti i liceali che ballano non sanno come ti chiami, nessuno sa che sei tu, quello chiamato al telefono. Dalla madre. In discoteca. 
Nessuno eccetto i miei compagni: sento roboanti alle mie spalle delle risate da iena, stridule, altissime, alcune gutturali, animalesche, risate incontrollabili, da soffocare. Mi volto e li vedo, disgraziati, che ridono e mi indicano. Mi si blocca la colonna vertebrale, dal collo al coccige. Per la prima volta scopro quanto sia pesante la vergogna. Un masso che ti schiaccia. 
Chino il capo, giro i tacchi, salgo mestamente le scale che portano all’ingresso. Le risate dei compagni sfumano. La mia adolescenza è finita prima ancora di iniziare. 
Vorrei scappare via, ma il vicino di casa verrà a prendermi solo tra qualche ora. Ormai in prossimità del bancone bar monta la rabbia. Il barista mi indica la cornetta appoggiata. 
“Che c’è?” urlo contro mia madre. 
“Niente, volevo solo sapere se stavi bene”. Giuro, ha detto così. Solo quello. La mia vita rovinata irreparabilmente. 
Non ricordo il resto della telefonata, non ricordo il resto della serata. Non so se son tornato indietro, a sorbirmi l’umiliazione, o se mi sono rintanato in qualche anfratto. Non ricordo come ho vissuto i giorni successivi, se mi presentai a scuola, o feci passare qualche giorno. So che non ebbi mai più il coraggio di sfiorare con lo sguardo R. 
La mia prima uscita in discoteca è stata questa. Negli anni ho vissuto attivamente figure di merda di tutti i tipi, e ho la certezza che altre mi aspettino nel prossimo futuro. 
Ma di una cosa sono sicuro: nessuna umiliazione sarà mai potente, devastante, totale, come quella notte al Pick Up. 
Ogni tanto, abitandoci vicino, ripasso in via Barge. Porca puttana, voi non ci crederete, ma io mi guardo ancora attorno furtivo e mi sembra di sentire ridere forte.