Un tranquillo intervallo di paura

Nonostante sul loro capo pendesse una severa interdizione all’intervallo in cortile, da me imposta con autorità per una brutta storia di sputi dentro gli zaini dell’altro giorno, decido per un’amnistia generale e quindi di portarli fuori, che tanto siamo a maggio e c’è il sole e nel week end piove e poi mi fanno tenerezza. 
Usciamo dopo un’arringa così lunga che si sarebbe annoiato perfino Fidel Castro, durante la quale enuncio punto per punto tutti i divieti possibili, anche quelli relativi a trasgressioni che un essere umano non arriverebbe mai a pensare possibili, a meno che non si stia parlando di ergastolani al 41 bis. 
Il cortile è pieno di bambini. Tutto sommato ordinati. Chi gioca a palla, chi disegna, chi raccoglie foglie, chi chiacchiera e ride. I miei si disperdono in un lampo per rendermi arduo il controllo. Ormai lo so, è una tattica che hanno appreso, credo, in Siria. 
Dodici secondi e si sono dileguati nel marasma. Comincia la mia ronda. Mi si moltiplicano gli occhi, ho la testa ricoperta di occhi. 
Impedisco la ricerca e la cattura dell’unico esemplare di scoiattolo esistente in cortile, dissuado i cacciatori e li riporto verso attività più blande, come ricoprirsi di terra, partendo dalla faccia.
Faccio saltare la gara di tuffi dal tavolo del giardino e la quasi scontata frantumazione di tre quattro rotule; rintraccio due che si stavano per avventurare verso la sala caldaie, nel sotterraneo dove loro sostengono, con determinazione, viva “It”; annullo il provino per Amici che stavano preparando tre mie bambine; sequestro due chili di ferraglia arrugginita rinvenuti nell’area adiacente il muro di cinta; sedo una faida a colpi di pigne; sto sudando freddo. Mentre sto gestendo l’ordinaria amministrazione di ginocchia e gomiti sbucciati all’osso, mi si parano sette o otto bambini di quarta. “I tuoi, l’altro giorno, mentre noi eravamo in mensa, dalla finestrella del cortile ci insultavano”. Trascrivo mentalmente gli insulti. Roba sentita solo nei locali attigui al porto di Marsiglia, alla fine dell’Ottocento. 
Convoco con un avviso di garanzia i sospettati. Compaiono B., M. e S., due maschi e una femmina. 
Non c’è bisogno nemmeno di chiedere, le loro facce parlano chiaro. Faccio la scena di sgridarli davanti ai più grandi, sembra ristabilirsi una specie di tregua, di armonia, ed ecco arrivare la collega del piano di sopra con due dei miei che, mentre ero impegnato in quella delicata mediazione, si stavano “scassando di botte”. Letteralmente. 
“Ma perché?” chiedo, sconsolato. Diverse paia di occhi, sia di adulti che di bambini, ci guardano. 
“Io non volevo: gliel’ho detto, andiamo a cercare lo scoiattolo piuttosto!” dice uno dei due. La mia collega si allontana sdegnata. Resto con la mia frustrazione, il mio senso di inadeguatezza e questi piccoli mostriciattoli carichi come bombe atomiche. 
Rientriamo in classe. Penombra e odore di sudore bambino mischiato a tempere. 
Dopo qualche minuto mi arrivano sulla cattedra dei bigliettini. Ne apro uno.
E gli voglio bene più che mai.

“Scusa Vito, ci siamo dati una punizione da soli”

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