La prima volta in discoteca



Era l’autunno del 1990. Primo anno di superiori, liceo classico Cavour di Torino. Festa d’istituto nella discoteca Pick Up di via Barge. Io non ero mai stato in discoteca in vita mia. Dopo lunghe ed estenuanti trattative convinco mia madre, in crisi d’apprensione, a mandarmici. Porto a casa il risultato a fronte di condizioni estremamente svantaggiose per me: rientro non dopo mezzanotte e dieci, in taxi fino al luogo del ritrovo con i compagni, nessun tipo di consumazione, alcolica o meno, ritorno con Tony, il vicino di casa, che sarebbe venuto a prendermi. 
“Ma che importa, l’importante è andarci!” pensai. 
Su quella serata avevo investito tante aspettative: ci sarebbe stata R., splendida dea di quinta ginnasio, truccatissima e bionda, inavvicinabile. L’ammiravo ancheggiare in corridoio durante l’intervallo e tremavo. 
Supportato dai miei due tre compagni preferiti avevo stabilito di provarci quella sera. Le luci basse, la musica, l’euforia. Era l’occasione perfetta. Ora o mai più. Ce la posso fare. Ce la posso fare. 
Arriviamo in discoteca: il paradiso. Il bar enorme, il dj, le luci, le balconate circolari sull’enorme pista da ballo. La notte che inizia. Avevo quattordici anni.  
Si chiacchiera e scherza con i compagni, si ride, ci si sente invincibili. Verso le dieci arriva R. Se a scuola mi sembrava l’essere vivente femminile più bello che avessi mai visto, quella sera, in versione discoteca, era qualcosa di strepitoso. Mi sembrava di sentire il suo profumo da quindici metri. I suoi ricci biondi tagliavano l’oscurità della sala, mandavano segnali che io solo sapevo decifrare. 
Gli amici iniziano: “Quando vai? Dai vai! Muoviti!”. Io tentenno, sento il peso dell’impresa. Avevo pur sempre 14 anni, gli occhiali, i capelli a caschetto e i primi brufoli. La musica (credo fossero i Roxette) di colpo cambia: parte un lento, Wind of change degli Scorpions. Per dire che cosa si ascoltava in discoteca una volta. 
Capisco che è arrivato il momento. Respiro. Guardo i miei amici dietro di me, vai vai fanno con la mano, deglutisco, alzo il primo piede, avanzo di un passo, poi un altro, R. è circondata da amiche che sono solo la sua scenografia, balla e scuote la testa, gli occhi chiusi, mi apro la strada tra i liceali come Mosè fece con le acque. Cinque metri. Respiro lungo. Tre metri. “The world closing in, did you ever think that we could be so close…”.
E di colpo il dramma. 
La musica si spegne, una voce tonante dal microfono dice: “VITO FERRO AL BAR DELL’INGRESSO, LO VUOLE SUA MADRE AL TELEFONO”.
In poco meno di un secondo ho un’extrasistole al cuore, le vene dei polsi si annodano, si accartocciano i polmoni, la gola si gonfia come per uno shock anafilattico, la pelle del volto si congela. Due secondi dopo, quel che resta della pappetta che è diventata la mia mente mi fornisce la soluzione più ragionevole per uscirne: fai finta di niente, R. non sa come ti chiami, tutti i liceali che ballano non sanno come ti chiami, nessuno sa che sei tu, quello chiamato al telefono. Dalla madre. In discoteca. 
Nessuno eccetto i miei compagni: sento roboanti alle mie spalle delle risate da iena, stridule, altissime, alcune gutturali, animalesche, risate incontrollabili, da soffocare. Mi volto e li vedo, disgraziati, che ridono e mi indicano. Mi si blocca la colonna vertebrale, dal collo al coccige. Per la prima volta scopro quanto sia pesante la vergogna. Un masso che ti schiaccia. 
Chino il capo, giro i tacchi, salgo mestamente le scale che portano all’ingresso. Le risate dei compagni sfumano. La mia adolescenza è finita prima ancora di iniziare. 
Vorrei scappare via, ma il vicino di casa verrà a prendermi solo tra qualche ora. Ormai in prossimità del bancone bar monta la rabbia. Il barista mi indica la cornetta appoggiata. 
“Che c’è?” urlo contro mia madre. 
“Niente, volevo solo sapere se stavi bene”. Giuro, ha detto così. Solo quello. La mia vita rovinata irreparabilmente. 
Non ricordo il resto della telefonata, non ricordo il resto della serata. Non so se son tornato indietro, a sorbirmi l’umiliazione, o se mi sono rintanato in qualche anfratto. Non ricordo come ho vissuto i giorni successivi, se mi presentai a scuola, o feci passare qualche giorno. So che non ebbi mai più il coraggio di sfiorare con lo sguardo R. 
La mia prima uscita in discoteca è stata questa. Negli anni ho vissuto attivamente figure di merda di tutti i tipi, e ho la certezza che altre mi aspettino nel prossimo futuro. 
Ma di una cosa sono sicuro: nessuna umiliazione sarà mai potente, devastante, totale, come quella notte al Pick Up. 
Ogni tanto, abitandoci vicino, ripasso in via Barge. Porca puttana, voi non ci crederete, ma io mi guardo ancora attorno furtivo e mi sembra di sentire ridere forte.

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