Preferirei di no

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Dibattito interessante quello sui dati dell’Istat riguardo ai lettori in Italia. Soltanto il 40% degli Italiani dichiara di aver letto un libro negli ultimi 12 mesi.
Interessante ma non nuovo: sono almeno 30 anni che il trend è questo.
In compenso, paradossalmente, cresce il numero della produzione di libri, il numero degli editori e la grande massa di chi scrive.
Quest’anno, al questionario dell’Istat abbiamo partecipato anche noi come Autori Riuniti: fisicamente l’ho compilato io.
Era richiesto, tra le altre cose, di rispondere a possibili motivazione per comprendere un così scarso risultato (impietoso se confrontato con gli altri paesi europei).
Le domando avevano molte opzioni di risposta: tutte comprensibili, pensate, logiche, ma tutte parziali.
Non si legge per il costo dei libri, il poco tempo a disposizione, politiche scolastiche nulle o carenti, la distribuzione, la sovrapproduzione, ecc.
Non voglio e non posso negare che questi e altri fattori incidano negativamente sulla pratica della lettura degli Italiani, ma dubito che siano esaustivi per comprendere il fenomeno e poter sperare di risolvere la situazione.

L’opzione che mi aspettavo di trovare nel questionario Istat e che, invece, non ho trovato, fa riferimento ad un libro (ovviamente). Questa opzione avrebbe avuto, al suo interno, varie sotto opzioni, in grado di analizzare il fenomeno da diversi punti di vista ma in un’ottica unitaria.
René Girard, critico letterario, filosofo, antropologo e studioso delle religioni, scrive nel 1961 un libro intitolato “Mensonge romantique, vérité romanesque”. Questo testo ha al suo interno un nuovo metodo di indagine letteraria (i passi tra virgolette sono riportati dalla voce relativa a Girard su Wikipedia):

“Invece di cercare la “originalità” delle opere, cerca ciò che esse possono avere in comune e si accorge che i personaggi creati dai romanzieri si muovono in una dinamica di rapporti che si ritrova nei vari autori. La legge universale del comportamento umano, descritta dai grandi romanzieri, secondo Girard consiste nel carattere mimetico (nel senso di imitativo) del desiderio.
Noi imitiamo dagli altri i nostri desideri, le nostre opinioni, il nostro stile di vita.”

Curioso che per arrivare a logiche di comportamento (che, vedremo, sono “metafisiche”* e non solo antropologiche per Girard) egli sia partito dai personaggi dei romanzi.

“Ma chi imitiamo esattamente? Imitiamo le persone che stimiamo e rispettiamo, mentre contro-imitiamo le persone che disprezziamo, cioè cerchiamo di fare il contrario di ciò che fanno loro e sviluppiamo opinioni opposte.”

Questo disprezzo si iscrive nella rivolta dal basso verso i poteri, le istituzioni, i possessori di cultura e di scienza, i detentori di sapere, che negli ultimi anni sta montando dappertutto nel mondo, ma in forme speciali (perché atavicamente anarcoidi) nel nostro paese: chi legge libri non è un modello da ammirare, ma da disprezzare (e chi disprezza i lettori, fenomeno grottesco, molto spesso non si risparmia dallo scrivere libri).

“Quindi il nostro comportamento è sempre un’imitazione, perché è sempre in funzione dell’altro, nel bene come nel male. I tipici modelli che si presentano nella vita di un uomo sono per esempio i genitori, il miglior amico, il leader del gruppo, la persona amata, un politico, un cantante, una guida spirituale o anche la massa in generale”.

Questo è un punto fondamentale: riporta violentemente il discorso sulla lettura ad un approccio identitario. Quanti di noi hanno per modello un “lettore”? Per la nostra società, per la nostra cultura, l’uomo lettore è un modello? Un modello appetibile, vincente, capace cioè di trascinarsi il desiderio mimetico degli altri?

“Perché imitiamo gli altri? Il nostro desiderio è sempre suscitato dallo spettacolo del desiderio di un altro per il medesimo oggetto: la visione della felicità dell’altro suscita in noi (che ce ne rendiamo conto oppure no) il desiderio di fare come lui per ottenere la stessa felicità, o, ancora più intensamente, suscita in noi il desiderio di essere come lui.”

Nessun modello, sociale e culturale, che legge è felice. Chi legge non è mai alla moda, vincente, popolare, nel mezzo della scena. Come potrebbe d’altronde? Leggere è fisicamente appartarsi, farsi da parte, restare indietro, sullo sfondo, godere di un piacere e soddisfare un bisogno egoistico che non reclama tributi e omaggi, anzi ha come una patina di mestizia, di esclusione per colpa; il lettore è “un topo di biblioteca”, uno snob, un asociale, uno che “si rovina gli occhi e la salute” (povero Giacomo!), “che ti servono tutti quei libri?”; quant’anche fosse visto con affetto, il lettore suscita un’ammirazione numinosa che è il controcanto dell’insulto, un’ipocrisia celata da finto complimento per una pratica  che non si capisce e che non si intende imitare, di cui si ha ribrezzo e paura e che si considera infelice.
Per poter inserirsi negli schemi di accettazione sociale, e far passare questa sua infamia, tenerla sotto controllo agli occhi degli altri, farla considerare semplice pratica naif, un po’ bizzarra ma tutto sommato innocua, chi legge deve compiere azioni in grado di cementare il desiderio mimetico, giustificarlo, accreditarlo per sé e per tutti: deve, innanzitutto, giustificare la lettura come puro intrattenimento o, al contrario, come pratica professionale.
Chi divora romanzi come noccioline (ma senza pretese identitarie) e l’addetto ai lavori (che coi libri ci mangia) godono di una specie di immunità: non fanno niente che realmente metta in discussione la non lettura degli altri. Niente che dica “leggere è fondamentale per la mia esistenza”. In questa duplice veste, amatoriale/professionale, la lettura è tutto sommato accettabile, rassicurante, depotenziata.
I problemi nascono quando si eleva la lettura a pratica esistenziale fondamentale e bisogno totale (come bere, dormire, fare l’amore): se dico che la lettura dei libri mi ha cambiato e mi cambia la vita, è come se svelassi una mancanza decisiva negli altri. E questo è inaccettabile.
Il modello lettore, che esiste e viene da lontano nel tempo, non è più socialmente e culturalmente degno di imitazione. Non in Italia almeno. Negli altri paesi sì, evidentemente.
Questo perché in Italia da sempre, purtroppo, non è stato mai, se non a sprazzi e folate che poco segno hanno lasciato e che spesso hanno corrotto politicamente, proposto e incentivato un modello di cittadino consapevole e partecipe, un modello di essere umano completo, premiato per la sua adesione a forme di esistenza che mettessero anche e soprattutto la lettura come componente essenziale del suo essere (sarebbe curioso a questo fine, appoggiare vicini i dati sulla lettura a quelli sul voto politico, la fiducia nelle istituzioni, la partecipazione civica, il dilagante razzismo, le pratiche di cura alternative e fai da te, l’uso distorto dei social, il possesso di beni e oggetti di un certo tipo, ecc e confrontarli con quelli di Svezia, Francia, Germania…).
Chi è approdato alla lettura lo ha fatto per vie intime e personali, per modelli vicini, familiari, amichevoli, non per un percorso istituzionale e istituzionalizzato.

“I desideri delle persone che stimiamo ci “contagiano”. Pertanto l’oggetto del desiderio assume un valore del tutto relativo e funzionale solo per il raggiungimento della stessa condizione dell’altro.”

E nessuno vuole essere nella condizione dell’infelicità. Come per lo schiavo del mito della caverna di Platone, io lettore non vengo creduto quando torno al buio della caverna, dopo aver visto la luce, dagli altri schiavi: nel mito questi cercando di uccidere il risvegliato. Nessuno può fargli credere che fino ad allora sono stati in una non realtà, buia e opprimente, e che sarebbe bastato andare avanti dopo le prime due pagine per acce(n)dere alla luce.

“Attraverso quella dei personaggi, è la nostra vita ad essere raccontata. Ciascuno di noi è attaccato all’illusione dell’autenticità dei propri desideri; i grandi romanzieri, invece, rappresentano implacabilmente tutte le menzogne, le dissimulazioni, le manovre, lo «snobismo» messi in scena dagli eroi proustiani per evitare di vedere in faccia la verità: i nostri desideri sono sempre imitazione di desideri altrui e per questo sfociano in invidia e gelosia.”

La soluzione per comprendere il nostro stato, ci dice Girard, è nei libri, nello specifico nei romanzi che mettono in scena la vita di personaggi che siamo noi. Ma chi non legge difficilmente avrà modo di svelare le dinamiche reali dietro a quelle di finzione che lo riguardano e lo descrivono.

 

*“Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato. Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira. In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente all’essere del modello. Per questo, René Girard parla di desiderio «metafisico»: non si tratta assolutamente di un semplice bisogno o appetito, perché «ogni desiderio è desiderio d’essere», è aspirazione, brama di una pienezza attribuita al mediatore”.

 


Photo by Katie Treadway on Unsplash

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