Padrone

 

 

 

 

 

 

 

 

Ingrassato da quel cappotto nero
alla ricerca di ore di lavoro
non ti passa l’abitudine
di guardare per terra
contando mattonelle sporche
sperando in banconote sperse
La tua sciarpa avrà visto
la guerra in Crimea
e le scarpe sono arieggiate come
una gabbia di pappagallo
Dove vai con quelle suole
sottili? Dove vai con le mani
fredde, il fiato pesante?
La gente ti scansa come
fossi incandescente
ma di un rosso opaco, spento
come fossi portatore
di un brutto messaggio
di un cattivo presentimento
La città ha le sue strade
ogni giorno più lunghe
e se non fosse per i portici
del centro, assaggeresti
ogni goccia di questo autunno
anonimo e freddo

Una volta qualcuno ti ha detto poeta
han battuto le mani
annunciando “lei ha vinto”
un quarto posto ad un concorso
di poesia organizzato
da una cooperativa, sotto natale
Ti sei sentito importante
nonostante il premio fosse una coppa
e non un cesto di mangiare
La coppa l’hai impegnata
quasi subito
per procurarti il mangiare
Ma il marchio, infamante pensi
estirpando le unghie,
di poeta, quello t’è rimasto
E’ così che ti chiamano, per scherno,
alla stazione
gli altri randagi adagiati sul cartone
Ma loro non sanno, nessuno sa,
che nemmeno i tuoi sogni
son privi di versi
e i giorni passano lievi
sul tempo in cui sai
che sei già padrone
di tutti i beni del mondo:
ti basta scrivere
sul retro degli scontrini
e imparare a memoria
i tuoi stessi pensieri.
Ti basta andare a capo
per non sentire la fame

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