La nuova casa

Giungemmo nelle nuova casa un luminoso sabato mattina. Nelle due settimane precedenti, mio padre, che è sempre stato un pacifico impiegato in una ditta matalmeccanica, aveva coordinato i  lavori di trasloco, che ci videro impegnati tutti. Riempimmo casse e scatoloni nella vecchia casa che andava arricchendosi di spazio ed echi.  Affidammo quindi, quel sabato mattina, i nostri armadi, le sedie, i vestiti, i mobili, i quadri e tutto il materiale accumulato nella vita di mio padre e di mia madre,  e di quella di qualche avo ormai lontano,  ad una ditta di trasporti formata da un gigantesco e non più giovane barbablù e due suoi figli, silenziosi e scostanti.
In una mezza giornata riempirono e svuotarono il loro furgoncino rosso e montarono il montabile.
A noi restava sbrogliare i nodi dei pacchi più piccoli e rendere l’abitazione la nostra casa.  Li congedammo con un già vivo senso di intimità tra quelle mure ancora ignote. Ripensai alla mia vecchia casa, mentre portavo a braccia scatolini di cartone coi miei libri, su nel piano a noi destinato, ame e ai miei fratelli (avevo due sorelle ed un fratello più piccolo). La mia vecchia casa che sapeva di ombra, aveva un piccolo giardino privato e celava discretamente i rumori della strada. Si trovava dall’altra parte della città, nella zona vecchia,  ed io, in quella casa c’ero perfino nato.
Esigenze di comodità e di vicinanza al lavoro di mio padre, trasferito insieme a tutta la ditta nei pressi della nuova dimora, ci portarono in quella via periferica, fatta da casa nuove, sorte negli ultimi cinque anni, brulicante di persone in movimento, auto, bici, suoni, attività.
La nostra casa era decisamente più grande della vecchia. Di due piani, perfettamente incastonata tra due palazzine similpopolari più alte. Non avevamo un giardino, ma una mansarda polverosa che non perdetti tempo a ritenere misteriosa.
Eravamo in soggiorno, dove mio padre aveva appena stappato uno bottiglia di prosecco. Per l’evento, pure mio fratello piccolo aveva visto riempirsi il bicchiere per brindare.  Mai dimenticherò come mio padre posava  lieve il suo sguardo liquido e fragile dalla contentezza che lo sconquassava su quello di mia madre, tremante, ilare, che continuava ad accarezzare la testa dei suoi figli, saltellando da uno scaffale ad un mobiletto, prendendo oggetti in mano e riposandoli subito, catturata da una sempre rinnovata ispirazione.

Mio padre pareva averla costruita lui quella casa, e non soltanto comprata a fatica con i risparmi di sempre. Bevemmo lo spumante e mia madre prese subito i bicchieri per deporli sul lavandino. Suonarono in quel momento.
“La ditta?” affermò domandando disse mio padre riferendosi ai traslocatori appena salutati.
“Cosa si sono dimenticati?” finse un’ansia mia madre,l’ansia bella di chi ha tante cose piacevoli da fare tutte assieme, ansia di chi non vedo l’ora di sistemarsi comoda in una nuova identità.

Andò ad aprire Giulietta, e noi tutti restammo in silenzio aspettando di veder comparire in soggiorno l’omone coi suoi due figli con qualche imballo sperduto. Silenzio. Ci guardammo.
Giulietta comparve sulla soglia con un’espressione seria, tra l’imbarazzato e l’impotente. Fece per aprire bocca, quando dalle sue spalle sopraggiunse una piccola folla di persone. Una coppia di mezza età, una vecchia, alcuni ragazzini, maschi e femmine. E la stanza si riempì di voci. Questa gente riuscì in pochi secondi a spargersi verso di noi, baciandoci sulle guance e ridendo, stringendoci le mani e pronunciando nomi che si mescolavano nel marasma. Con difficoltà decodificammo la parola “vicini”. Io mi trovai di fronte due ragazzini, pressappoco coetanei, dall’aria frusta, un viso furbo, molto somiglianti. A differenza mia portavano calzoni corti, e avevano i pugni chiusi mentre mi squadravano intenti e mi chiedevano per quale squadra tenessi.  Ammetto di essermi perso gran parte di ciò che contemporaneamente succedeva nella stanza agli altri miei familiari, anche perché  abbastanza presto fui condotto dai due al piano superiore sotto la pressante richiesta di mostrare loro la mia cameretta. Quello che vidi, con la coda dell’occhio, quando ancora ero in soggiorno e stavo di fronte ai due, fu che ogni membro della mia famiglia aveva qualcuno che, già vicinissimo al suo corpo, parlava, chiedeva, si faceva più vicino. Tutti ridevano e mio padre non riusciva a sciogliersi: gli succedeva spesso in situazioni di imbarazzo, di starsene sempre più rigido, timido, bloccato. Parlava in quei casi a voce bassa e prestava l’orecchio al suo interlocutore, che in quella occasione era l’uomo di mezza età, probabilmente il capo famiglia, ridanciano e elettrico. Aveva la barba a punta, che vibrava tutta sul mento. Mia madre era costretta a tenere una mano alla moglie del barbuto, poiché questa non smetteva di stringerla e sussurrarle parole all’orecchio che le facevano aprire gli occhi sempre più, in uno stupore che non saprei dire se vero o cortesemente simulato.

Quando fui in camera, cercai di iniziare a mostrare i miei giocattoli, i miei libri, come farebbe una guida in un museo: aspettandomi di vedere quei due come i visitatori di un museo, le mani conserte, pazienti di fronte alle cose, silenziosi. Non fu così. Quelli si fiondarono verso gli scaffali, presero macchinine, spostarono libri accumulandoli per terra, commentando tra loro in un gergo che non capii. Ero disarmato, avrei voluto fermarli, portare ordine, ma sapevo di non aveva quella capacità. Come mio padre, in certi momenti, mi eclisso.

Tentai di avvicinarmi a loro ed inserirmi in quello sfacciato utilizzo delle mie cose.  Anche se me lo dissero, non ricordavo il loro nome.
“Questa me l’ha regalata mia nonna” dissi indicando una trottola di legno molto grande, di cui andavo fiero.
Nessuno mi rispose, solo i due si guardarono e subito uno di essi la mise in tasca. Vidi benissimo la scena, e quello che feci fu il mio primo sbaglio, anche se oggi, non so dire quanto realmente potesse servire cercare di contrastare il flusso degli eventi.  Mi dico così, e in parte mi assolvo. Non saprò mai il contrario.
“Se vuoi te la presto” sussurrai al ladro che mi dava le spalle. Mi sentii stupido e vigliacco, ma tanto era lo stupore che proprio non capivo come fosse possibile. Quello non rispose. Aprirono cassetti, salirono con le scarpe sul letto per rovistare nei piani più alti del mio armadio. Ero sempre più ghiacciato. Avrei potuto affrontarli, non erano più robusti di me, ma quell’imbarazzo, la novità, il pensare che cosa potesse succedere se fosse scoppiato un litigio in quel momento, con le nostre famiglie di sotto, la vergogna, mi impedirono di fare alcunché. Provai paura per i miei genitori, non so perché. Ad un certo punto sembrava che i due fratelli si fossero accontentati dell’ispezione: stavano seduti sul metto con lo sguardo a terra, come in ascolto.  Io mi ritrovai come al principio sull’uscio a guardarli, perfino imbarazzato per quel silenzio pesante.

“Voi dove andate a scuola?” chiesi tirando al massimo un sorriso che mi costò fatica.
Rispose quello che mi aveva rubato la trottola. “Dove non vai tu”, disse secco.
“Come fai a sapere dove vado io?”
“Ce l’ha detto nostro padre”.
Rimasi scosso da quella rivelazione. Cosa significava? Come poteva loro padre sapere dove mi ero iscritto (due giorni prima), come potevano sapere anche la più insignificante informazione su di noi, loro, dal momento che quello era il nostro primo giorno nella nostra nuova casa?
Di sotto il vociare si era fatto più piano, più misurato. Le parole indistinguibili in un brusio di fondo, ma evidentemente, nessuna risata.
“Scendiamo?” proposi titubante e subito dopo averlo chiesto sentii l’impulso di rafforzare quella richiesta con una moina “mia madre ha delle paste per festeggiare…”.
I due si alzarono lentamente, senza parole, senza guardarmi. Mi superarono mentre io mi scansavo per farli passare e ammetto di essermi sentito vittorioso: la vittoria dei deboli  quando i più forti decidono di non batterli, quando la scampano non per merito loro. Respirai. Li sentii scendere gli scalini con passo cadenzato. Andai dietro loro, dopo aver pulito con una mano le impronte fangose delle scarpe sul mio copriletto.

Scesi in soggiorno, e subito una vampata di calore e di vergogna mi invase. La mia e quella famiglia, stavano seduti in circolo attorno al tavolo, in silenzio, l’aria greve, e mi guardarono mentre arrivai. Il padre barbuto mi fece segno con la testa di prendere posto su di uno scatolone.  Il ragazzino ladro aveva tirato fuori dalla tasca la trottola e la faceva girare sul palmo della mano, guardandomi di scherno. Giulietta piangeva senza lacrime, silenziosamente. Mio padre e mia madre si tenevano vicini, le spalle che si sfioravano. Poi lui mi disse con un filo di voce: “stasera abbiamo i nostri vicini a cena, Mauro”, come se fosse compito mio pensare ai preparativi, come se fosse una notizia che  mi doveva riguardare di persona. Mio padre è sempre stato così: in difficoltà, non chiedeva mai aiuto direttamente agli altri, ma lanciava quei segnali neutri che ormai avevamo imparato a decifrare come il grido della sua disperazione. Mi sedetti e piansi un poco.

Annunci

Autore: vitoferro

Scrittore di Torino

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...